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Redazione19 luglio 2018

Chi segue i miei commenti sul “L’Opinione” sa bene che difficilmente scrivo in prima persona e di vicende che mi riguardano in maniera diretta. Ma così come avevo fatto nel momento in cui ero stato entrato per nomina parlamentare nel Consiglio di Amministrazione della Rai, lo faccio oggi che concludo quella esperienza e torno in maniera esclusiva alla mia professione di giornalista libero da condizionamenti di sorta.

Non sono affatto dispiaciuto di essere giunto al termine del mandato di consigliere di amministrazione della Rai. Al contrario, vivo questo momento con un senso di liberazione visto che per tre anni ho assunto responsabilità di natura civile e penale senza avere, a causa della Legge Madia che fissa discriminazioni per sole ragioni anagrafiche, alcun tipo di retribuzione. Naturalmente questo senso di liberazione non ha alcun significato recriminatorio. Non mi pento affatto dell’esperienza compiuta al vertice dell’azione radiotelevisiva pubblica del mio Paese, esperienza che mi ha arricchito dal punto di vista professionale e umano. Ho conosciuto e frequentato persone di grande qualità e sono riuscito ad avere una informazione più chiara e dettagliata della maggiore azienda italiana di cultura e di comunicazione.

Questa esperienza ha modificato alcune mie opinioni. In precedenza, da liberale, ero in linea di principio favorevole alla privatizzazione del servizio pubblico. Oggi, sempre da liberale che però ha visto il mercato globale in cui operano le grandi multinazionali della comunicazione, mi sono convinto che solo conservando un servizio pubblico effettivamente pluralista sia possibile evitare una colonizzazione culturale totale di un Paese che ha la propria identità come unica difesa alla omologazione planetaria. Sul tema del pluralismo, poi, essendo stato consigliere d’opposizione nella fase del renzismo trionfante in Rai, mi sono reso conto che solo la pluralità delle voci e delle culture giustifica l’esistenza di un servizio pubblico che, proprio per questa ragione, dovrebbe essere affrancato dal controllo governativo voluto dall’ultima riforma e riportato sotto la competenza della democrazia rappresentativa, cioè dal Parlamento.

È sulla base di queste considerazioni che non posso concludere la mia esperienza senza definire un grave errore la scelta di Forza Italia, partito che ha segnato la storia del Paese negli ultimi due decenni, di rinunciare alla presenza nel vertice dell’azienda radiotelevisiva pubblica. Questa rinuncia non è un segnale di rinnovamento e di rilancio ma solo di autoesclusione dall’organo di indirizzo e di controllo pluralista del servizio pubblico. In pratica, un atto di declino e di resa.

Non lo dico per fatto personale. Lo dico da analista politico, che avrebbe potuto essere tranquillamente sostituito da persona adeguata. Purtroppo, però, questa capacità di analisi sembra essersi allontanata dal vertice di Forza Italia. E, forse, per chi ha a cuore le sorti di questa forza politica, è arrivato il momento di incominciarne a parlare!

 

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Redazione18 luglio 2018

Non è la chiusura dei porti a provocare le tragedie in mare. Quando l’accoglienza era senza controllo e le navi Ong traghettavano i migranti dalle coste libiche a quelle italiane, donne, bambini e profughi morivano ugualmente. Addirittura in numero superiore a quello attuale. Allora quelle morti venivano utilizzate per tenere sempre più aperta l’accoglienza. Adesso le tragedie in mare diventano uno strumento di azione politica contro la linea della chiusura scelta dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini.

Non stupisce l’uso strumentale di vicende così dolorose. Il cinismo è una componente fin troppo significativa della propaganda e della ricerca del consenso. Per cui, anche se l’eccesso di strumentalizzazione può fare ribrezzo, non ci si deve scandalizzare eccessivamente di fronte alle sparate come quelle effettuate da Roberto Saviano e dai suoi emuli della sinistra.

Nessuno stupore e nessun scandalo, allora. Anche se una considerazione su una così virulenta manifestazione di cinica propaganda deve essere necessariamente fatta. Le grida, le accuse, gli insulti, le proteste dei guru della sinistra e dei loro imitatori nascondono l’assenza di qualsiasi soluzione al problema dei flussi migratori che dall’Africa si indirizzano verso l’Europa e l’Italia. La linea della chiusura dei porti sarà pure rozza, ma è una risposta. Quella secondo cui l’unico modo per evitare le tragedie in mare è tornare all’accoglienza indiscriminata gestita dalle Organizzazioni non governative non è una risposta ma un modo per eludere il problema trasformandolo in una gravissima questione interna al nostro Paese. Come dire che impedendo i naufragi in mare si favoriscono le tensioni razziali, lo sfruttamento del lavoro in nero, la moltiplicazione della manovalanza della criminalità e le violenze singole e di gruppo nelle nostre periferie.

C’è un solo modo per evitare le tragedie in mare e quelle nel nostro territorio. Ed è quello di fare in modo che i flussi migratori non si formino nei Paesi africani. Come? Se non si vuole o non si può usare la forza non c’è altra strada che contribuire a risolvere le cause delle migrazioni con aiuti massicci e continui.

 

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Redazione17 luglio 2018

Non è un porto sicuro la Libia dei signori della guerra, dei trafficanti di uomini e di droga, delle milizie e delle tribù in lotta perenne per il controllo del territorio e dei pozzi petroliferi. L’affermazione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo è pleonastica. Sarebbe stato ben curioso se il Paese dove regna l’anarchia e il sopruso fosse stato considerato un porto sicuro. Ma, pur trovandosi in questa condizione di caos istituzionale, la Libia non è stata affatto cancellata dai paesi del Vecchio Continente e dalle istituzioni europee. Gli uni e le altre fanno a gara nel trattare con questo o quel signore della guerra, con questa o quella tribù, con questa o quella milizia e, naturalmente, con gli stessi trafficanti di uomini e di droga. Il porto non sicuro è il porto dove gli interessi dei Paesi europei si intrecciano, si accavallano e, naturalmente, si scontrano o si conciliano a seconda dei casi e dei momenti. Tra questi interessi ci sono anche quelli del nostro Paese di non perdere una fonte di energia importante per la nostra economia e di non essere oggetto di ricatti continui da parte degli attori dei caos libico.

Per non subire questi ricatti, che usano la misericordia e la solidarietà nei confronti dei profughi come strumento di pressione per spillare sempre più denaro e aiuti, il Governo italiano ha scelto di chiudere i propri porti e di sollecitare la Guardia costiera libica a far rientrare nei porti di partenza i barconi e i gommoni dei clandestini.

Si può essere favorevoli o contrari a questa misura. Ma non si può negare che la decisione del Governo italiano ha reso il problema dell’immigrazione una questione non più solo italiana, ma dell’intera Europa. E che ha infranto il muro degli interessi degli altri Paesi europei che si erano abituati a scaricare sulla sola Italia il peso dell’immigrazione incontrollata chiudendo i propri porti e le proprie frontiere.

Oggi gli interessi italiani non sono più piegati a quelli degli altri, ma si confrontano con essi in condizione paritaria. Per questo non stupisce che l’affermazione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo venga usata strumentalmente da chi vorrebbe che il problema dell’immigrazione incontrollata tornasse a essere solo ed esclusivamente italiano. Stupisce, semmai, che l’italiana commissaria europea Federica Mogherini si schieri dalla parte degli interessi altrui invece di sostenere quelli del proprio Paese. Ma, si sa, a sinistra il pregiudizio politico è sempre più forte dell’interesse nazionale.

 

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Redazione16 luglio 2018

Beata ingenuità dei santi uomini! L’arcivescovo di Ferrara, Monsignor Giancarlo Perego, già direttore generale della Fondazione Migrantes, organismo della Conferenza episcopale italiana e prelato vicinissimo a Papa Francesco, ha auspicato la formazione di un “progetto politico alternativo che parta dai sei milioni di persone che in Italia operano nel volontariato, soprattutto sul tema dell’immigrazione”. Questo progetto, secondo l’ex direttore di “Migrantes” e intimo di Papa Bergoglio, dovrebbe essere l’esatto contrario della linea sull’immigrazione dell’attuale Governo e del ministro dell’Interno Matteo Salvini e consistere nell’abrogazione della legge sull’immigrazione clandestina e nella creazione di “corridoi umanitari e canali d’ingresso regolati nel Paese”. Il tutto, ovviamente, finanziato dallo Stato e gestito da quei sei milioni di volontari che operano nelle organizzazioni attive sul settore dell’accoglienza agli immigrati.

La santa ingenuità di Monsignor Perego non si manifesta nella richiesta di corridoi umanitari e nella proposta di rendere regolari tutti i clandestini. Cioè nel nazionalizzare l’accoglienza rendendola una porta spalancata a qualsiasi flusso di migranti. L’idea è già stata sperimentata in passato e ha prodotto i circa seicentomila disgraziati che sono sbarcati nel nostro Paese dal 2011 in poi e che, dopo aver alimentato l’industria dell’accoglienza gestita dal mondo del volontariato cattolico, hanno fatto perdere le loro tracce finendo o negli altri Paesi europei o nel lavoro nero o nelle fasce sociali oscure dell’illegalità e della criminalità.

La santa ingenuità è tutta nel proporre in maniera nuda e cruda di affidare la nazionalizzazione dell’accoglienza al volontariato cattolico. Lasciando intendere fin troppo chiaramente che la richiesta non nasce solo dalla indiscussa competenza evangelica di queste organizzazioni, ma anche dalla necessità che lo Stato paghi adeguatamente tale competenza assicurando benessere e sopravvivenza a questa branca vitale della Chiesa.

Nessuno, ovviamente, oserebbe mai affermare che la santa ingenuità di Monsignor Perego rassomiglia in maniera impressionante al brutale cinismo di quel tale Buzzi secondo cui l’immigrazione rendeva più del traffico della droga. Ma basta poco per eliminare una impressione del genere. È sufficiente non imboccare la strada della nazionalizzazione dell’accoglienza e tenere sotto stretto controllo l’industria della bontà evangelica!