Le pisciate dell’Esquilino | Arturo Diaconale

15 Febbraio 2018
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Sono il trionfo dell’ipocrisia e del classismo gli attori, i registi, gli intellettuali residenti del quartiere romano dell’Esquilino che denunciano il fallimento della società multietnica e multiculturale perché Piazza Vittorio è diventata un bivacco degradato di tutti gli immigrati sbandati e disperati che arrivano nella Capitale. La loro, dicono, non è una denuncia di stampo razzista. Perché loro, ovviamente, sono antirazzisti, progressisti, avanzati, tolleranti e aperti a ogni genere di dialogo, confronto e contaminazione. Sono per i “ponti” e non per i “muri”. E condannano e disprezzano tutti quelli che sono chiusi, intolleranti, reazionari e portatori di idee di chiaro stampo fascista e nazista.

La loro denuncia nasce solo dalla preoccupazione per il degrado provocato dagli immigrati senza lavoro che hanno scelto le strade, le piazze ed i giardini dell’Esquilino come loro residenza. Se non ci fosse il degrado la società multietnica e multiculturale dell’Esquilino sarebbe perfetta. Ma visto che gli immigrati hanno portato il degrado, il tipo di società che da sempre rappresenta il punto d’arrivo del loro impegno culturale e politico deve considerarsi fallito.

Semplificando fino alla brutalità si potrebbe dire che gli attori, i registi e gli intellettuali di sinistra dell’Esquilino non sono razzisti ma hanno la puzza al naso. Ma c’è poco da scherzare sulla vicenda. Perché questa storia rappresenta il caso più significativo della ipocrisia e della superficialità con cui alcuni gruppi dirigenti del nostro Paese hanno affrontato e continuano ad affrontare il problema dell’accoglienza e dell’integrazione. Con l’ipocrisia di chi predica bene e razzola malissimo. Con il classismo di chi accusa di razzismo i poveri delle periferie e dei Paesi che contestano l’accoglienza senza controllo da cui dipende l’impossibilità dell’integrazione e dichiara che la sua protesta è solo di natura estetica e olfattiva. Con la superficialità di chi non vuole ammettere che al fondo del problema non c’è solo lo Stato inesistente che non reprime a dovere, ma una differenza di livello di civiltà che uno Stato serio dovrebbe preoccuparsi di colmare o, nell’impossibilità, di impedire di venire a contatto.

Questi intellettuali progressisti sono gli stessi che inorridivano quando Oriana Fallaci si sdegnava perché gli immigrati pisciavano sul sagrato di Santa Croce. Ora che pisciano all’angolo di casa loro si accorgono che la società multietnica e multiculturale è fallita perché lo Stato non rimette in funzione i Vespasiani! Ridicoli!