La lezione del caso Marino

11 Aprile 2019
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È una ben magra consolazione quella ottenuta da Ignazio Marino con l’assoluzione per la vicenda degli scontrini delle cene consumate in qualità di sindaco di Roma. La sentenza non lo ripaga della cacciata dal Campidoglio ad opera del proprio partito, il Partito Democratico. Non gli consente di riprendere una carriera politica inesorabilmente spezzata. E, soprattutto, non lo risarcisce dell’umiliazione, del discredito e delle sofferenze morali subite nel corso degli anni in cui è stato sottoposto al massacro mediatico-giudiziario.

Ma trasformare la vicenda Marino in una questione privata da trattare solo con umana solidarietà è profondamente sbagliato. Perché la vittima di questa storiaccia non è solo l’ex primo cittadino della Capitale, ma è anche il sistema democratico del nostro Paese. Cioè tutti i cittadini italiani. Non solo quelli romani che alle elezioni comunali avevano espresso il proprio consenso nei confronti del chirurgo imprestato alla politica del Pd. Ma l’intera società nazionale che, a causa della defenestrazione di Marino per via mediatica e giudiziaria, ha visto alterato il corso della vita politica non solo di Roma ma dell’intera Italia a vantaggio delle forze d’ispirazione giustizialista arrivate al governo anche grazie al clamore provocato dalla vicenda in questione.

Qualcuno osserva che i responsabili diretti della cacciata dell’ex sindaco dal Campidoglio hanno pagato e stanno pagando la loro protervia nell’uso politico della giustizia. Matteo Renzi, che da segretario del Pd decise che Marino andava scaricato, vive in una sorta di autoesilio nel Parlamento nazionale. Il Partito Democratico è passato da una sconfitta all’altra e sembra condannato ad un lento ma inesorabile declino. Gli esponenti grillini che firmarono l’esposto da cui partì la campagna giustizialista anti-mariniana non stanno meglio. Dall’attuale sindaco di Roma Virginia Raggi, ad un passo dal seguire il destino del suo predecessore, all’ex presidente dell’Assemblea Capitolina Marcello De Vito, finito in carcere con l’accusa di corruzione.

Anche in questo caso, però, la consolazione è decisamente magra. Perché la questione non riguarda Marino e neppure i suoi persecutori ma l’intera comunità nazionale. Che non può più permettersi di vedere il proprio futuro nelle mani dei manipolatori della giustizia per il loro tornaconto politico di breve e squallido respiro. L’auspicio, allora, è che l’assoluzione di Marino serva a convincere gli italiani a rimettere le mani sul loro futuro guarendo una volta per tutte dall’ubriacatura giustizialista.