SS Lazio


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Redazione17 Febbraio 2020

Se me lo avessero detto non ci avrei mai creduto. Che dopo quasi quattro anni di esperienza come direttore della Comunicazione della S.S. Lazio e portavoce del Presidente Claudio Lotito, mi sarei ritrovato a rivivere le stesse emozioni che da tifoso biancoceleste mi avevano felicemente agitato e riempito nelle fasi finali degli scudetti del ’74 e del 2000.

La mia passione laziale è antica. Risale alla metà degli anni ’50, quando ero bambino ed i miei primissimi miti erano Lovati, Fuin, Pinardi, Muccinelli, Vivolo, Selmosson “Raggio di Luna”. Ma quella di componente della società è più recente. Alla fine di luglio del 2015 entro in una riunione del Consiglio di Amministrazione della Rai senza spegnere il cellulare e ricevo una telefonata da un numero sconosciuto. “Ciao, sono Claudio, lo faresti il direttore della Comunicazione della Lazio?”. Non c’è bisogno di riportare la mia risposta segnata da un intreccio perfetto tra soddisfazione professionale e felicità di tifoso. Ma se approfitto del “Taccuino biancoceleste” per raccontare questo episodio personale è solo per fornire una testimonianza diretta del percorso seguito dalla società e dalla squadra da quella data ad oggi. Allora sarebbe stato preso per matto chi avrebbe pronosticato che dopo quattro anni la Lazio avrebbe partecipato alla corsa per lo scudetto. La pesante contestazione degli anni precedenti aveva lasciato segni dolorosi. Claudio Lotito viveva (e continua a vivere) sotto scorta da anni per non essersi arreso alle violenze verbali ed alle minacce dei contestatori. Con lui si trovavano in una condizione di stato d’assedio ad opera di parte della tifoseria e dei media i suoi più stretti collaboratori, a partire da Igli Tare, professionista esemplare e uomo tutto d’un pezzo. E dall’esterno nessuno avrebbe scommesso, dopo la vicenda Bielsa e la scommessa su Simone Inzaghi, che dopo il Piave ed il Monte Grappa ci sarebbe stato Vittorio Veneto.

Ricordare quel punto di partenza, che già era un grande risultato visti i dieci anni precedenti di resistenza faticosa e dolorosa, serve a valutare correttamente il percorso di crescita da allora ad oggi. Un percorso segnato dalla guida illuminata ed innovativa del Presidente, dalle intuizioni geniali del direttore sportivo e dal lavoro costante, minuzioso e prezioso di un allenatore come Simone Inzaghi che con il suo staff ha plasmato un gruppo di ragazzi eccezionali non solo sul piano tecnico ma anche umano e morale. Un percorso, poi, favorito dal prestigio e dall’esperienza di Angelo Peruzzi, dalla professionalità di Armando Calveri, dall’impegno di Stefano De Martino, dalle presenze innovative di Anna Nastri e Sara Zanotelli e da uno staff medico di altissimo livello guidato dal professor Fabio Rodia.

Grazie a questo percorso, di cui sono testimone privilegiato, oggi si sogna. Concretamente. Come nel ’74, come nel 2000. E, quel che è più importante, si sogna tutti insieme, società, squadra e tifoseria finalmente unita!

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Redazione10 Febbraio 2020

I tifosi della Curva Nord hanno creato una tradizione di coreografie di altissimo livello che non solo resiste nel tempo ma che si arricchisce e migliora ogni anno di più. La settimana scorsa questa tradizione ha avuto una impennata che non può essere ignorata. L’aquila in volo disegnata con la luce dei telefonini, che ha occupato l’intera curva, va considerata una vera e propria opera d’arte. Perché se attraverso l’arte si vuole stupire, toccare al fondo i sentimenti, commuovere ed esaltare, si deve automaticamente riconoscere che quella compiuta dai tifosi della Nord è stata una vera, autentica, grandissima opera d’arte, meritevole di ogni applauso, considerazione e di un premio adeguato.

Questo premio deve essere fornito dalla società e dalla squadra biancoceleste con l’impegno ad andare avanti sul percorso di crescita che viene seguito con tanta determinazione ormai da parecchi anni. Nel calcio, si sa, non si può vincere o stravincere sempre. Ma se la volontà di onorare la maglia ed i propri tifosi continua ad esserci e diventa il tratto distintivo della Lazio dell’avvio del terzo millennio, è certo che gli artefici dell’ultima grande prova d’arte e di quelle precedenti della Curva Nord la debbono considerare come un premio alla loro genialità e passione.

Per troppo tempo c’è stata distanza e separazione tra società e tifoseria. Ora, però, quell’aquila di luce va considerata il segno che la distanza è stata finalmente colmata. Questo non significa che i tifosi si sono appiattiti sulla società o che è avvenuto il contrario. La tifoseria laziale non è fideistica ma dialettica e sa bene che il ruolo della società deve essere diverso da quello dei sostenitori e viceversa.  La distanza colmata significa invece che si è ritrovata una unità di intenti in nome di nuove speranze e più grandi ambizioni.

Si cammina fianco a fianco, dunque. Per una aquila sempre più grande e brillante. Alla faccia di chi cerca di ricreare le vecchie divisioni, magari diffondendo l’infamante sospetto che i tifosi laziali stanno perseguitando la mamma di Zaniolo (a cui va un augurio di pronta guarigione) arrivando addirittura a depredarne l’automobile. Gli artisti, infatti, non perseguitano. Creano!

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Redazione4 Febbraio 2020

Il mancato arrivo in Italia del campione del mondo francese Olivier Giroud consente di compiere una riflessione sulla bizzarria della stampa e dei media sportivi del nostro Paese. La bizzarria in questione non è quella dei giornali e dei media del Nord che facevano il tifo affinché Giroud andasse all’Inter. I lettori e gli ascoltatori di questi organi d’informazione sono in gran parte settentrionali ed in buona parte interisti. Per cui c’è un comprensibile motivo commerciale per questo tipo di tifo. La bizzarria, invece, sta in quei media che hanno sottolineato come l’interessamento della Lazio per il giocatore del Chelsea avrebbe dimostrato che la società biancoceleste ed il suo Presidente vogliono sul serio puntare alla Champions League e, magari, anche allo scudetto.

Secondo gli autorevoli opinionisti di questi media, dunque, non sarebbero i risultati ottenuti fino ad ora a legittimare ed a rendere concrete le ambizioni della Lazio, ma solo il tentativo di compiere un colpo prestigioso nel mercato invernale. Come dire che non conta il lavoro di anni ed anni su un progetto di crescita, ma solo i soldi da spendere sulla roulette delle compravendite di gennaio. Bizzarro, no, un atteggiamento del genere? Certo, ma a bizzarrie dei media non stiamo affatto scarsi. A dimostrarlo c’è l’indifferenza anche di parecchi giornalisti romani sul numero che spetterebbe all’eventuale primo scudetto dell’era Lotito. Terzo, dopo quelli leggendari del ’74 e del 2000? Oppure quarto dell’intera storia della Società Sportiva Lazio?

Già, sulla questione del terzo e primissimo scudetto biancoceleste, quello della stagione 1914-15, solo pochi e coraggiosi giornalisti hanno mostrato interesse. Eppure tutti i documenti raccolti dall’avvocato Gian Luca Mignogna e presentati alle autorità calcistiche nazionali dimostrano che la rivendicazione della Lazio è assolutamente fondata. Come se fosse indifferente se la società biancoceleste e soprattutto i suoi tifosi potessero vantare la conquista del massimo trofeo nazionale nel campionato che venne interrotto dalla Prima guerra mondiale a cui molti ragazzi con l’aquila sul petto parteciparono con un largo contributo di sangue e di vite.
La bizzarria è non riconoscere che la storia, come la classe, non è acqua. E la Lazio ha l’una e l’altra!

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Redazione13 Gennaio 2020

Sabato sera i gufetti che avevano soppiantato i tordi sugli alberi dei Lungotevere sono stramazzati al suolo. La Protezione animale, prontamente accorsa, ha sentenziato che a provocare lo straordinario fenomeno non era stata una improvvisa epidemia aviaria ma il risultato di Lazio-Napoli. I gufetti, semplicemente, non avevano retto il fallimento dei loro malocchi.

Molti di questi gufetti erano provenienti dal Nord e speravano in un passo falso dei biancocelesti in grado di favorire la corsa verso il vertice della classifica delle squadre settentrionali. Altri venivano dalla sponda romana occupata dai “cugini” (a proposito, auguri sinceri di pronta guarigione a Nicolò Zaniolo) ed avevano motivazioni più che comprensibili. Un piccola parte, infine, era composta dagli ultimi esemplari degli aquilotti gufizzati. Cioè di quel sempre più ridotto numero di laziali masochisti che se non piangono, criticano e si lamentano non si divertono. E che avevano prima preso a pretesto la battuta sulla “Lazietta” per pronosticare la fine dell’avventura dei ragazzi di Inzaghi senza capire che il termine non voleva essere una valutazione di merito sulle squadre del passato ma solo la constatazione di come gli avversari consideravano la società di quelle epoche.

Poi si erano inalberati per la definizione “occasionale” data dal Presidente Claudio Lotito allo scudetto del ’74 senza rendersi conto che proprio l’occasionalità ha reso l’evento eccezionale, straordinario, meraviglioso ed ha trasformato i suoi artefici nei simboli dell’orgoglio laziale. E, infine, si erano fatti venire il mal di pancia per i riferimenti, sempre del Presidente, allo scudetto del 2000, diretti non a criticare i campionissimi dell’epoca ma a rilevare che la finanza applicata al calcio può portare a risultati importanti ma può anche produrre fallimenti completi. La finanza è, per definizione, un rischio.

Naturalmente la scomparsa dei gufetti è solo temporanea. Presto o tardi torneranno. Per questo i tifosi laziali hanno il dovere di stare con i piedi ben saldi per terra. Senza però rinunciare alla libertà di sognare e di volare in alto!

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Redazione8 Gennaio 2020
Una delle regole auree del giornalismo stabilisce che se un tuo scritto viene male interpretato e suscita equivoci, vuol dire che non era chiaro. Per questo, a proposito delle polemiche suscitate dalla mia prima “Rubrica biancoceleste”, cerco di fornire alcune precisazioni.

La prima è che il termine “Lazietta” non è stato inventato da me ma da quei critici e denigratori che negli anni passati, sia nei periodi più bui e drammatici che in quelli fulgidi dei due scudetti, si ostinavano a considerare la nostra una squadra di basso livello esterna ed estranea al gotha del calcio nazionale a causa della precarietà della sua condizione societaria.

Non era mia intenzione mettere a confronto la Lazio odierna con quelle del passato, ma solo ribadire il dato inequivocabile che solo la presenza di una proprietà presente, attiva, capace e solida riesce a dare continuità ad un progetto di crescita di una squadra proiettandola verso i massimi livelli del calcio nazionale ed internazionale. Quando manca questa condizione proprietaria anche le squadre provviste di grandi giocatori soffrono ed entrano in crisi.

La seconda precisazione è che non ho deciso di scrivere una “Rubrica biancoceleste” per ragioni professionali (il mio ruolo di portavoce del presidente Claudio Lotito e direttore della comunicazione), ma solo perché sono un tifoso laziale da parecchi decenni prima del mio incarico e mi sembra non solo corretto ma anche doveroso dare voce alla mia passione usando canali mediatici personali e non della società.

La terza precisazione, infine, riguarda il tipo di contestazioni che ho ricevuto. Proprio perché tifoso da sempre dei colori biancocelesti, non intendo prendere lezioni di lazialità da nessuno (tantomeno da alcuni di quei denigratori del passato che mi hanno contestato per aver citato il termine “Lazietta” da loro sempre usato per metterci sempre e comunque all’angolo rispetto alle squadre del Nord ed alla “cugina” della Capitale).

A tutti coloro che poi mi hanno aggredito verbalmente rispondo, sorridendo, citando quanto disse Totò in “Guardie e ladri” ad Aldo Fabrizi che gli ordinava di fermarsi minacciandolo in caso contrario di sparare a scopo intimidatorio: “Io non mi intimido!”.

Non l’ho fatto per una vita e per ragioni politiche. Figuriamoci se lo faccio ora di fronte a chi non capisce per inguaribili pregiudizi.

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Redazione7 Gennaio 2020

Incomincio da oggi sui social una rubrica settimanale dedicata alla S.S. Lazio in cui svolgo il ruolo di Portavoce del Presidente Claudio Lotito e direttore della Comunicazione.

Per chi è digiuno di storia calcistica di Roma i festeggiamenti per il centoventesimo anniversario della fondazione della S.S. Lazio forniscono la spiegazione più semplice dell’affermazione secondo cui quella biancoceleste è la prima squadra della Capitale.

Ma accanto a questa spiegazione, fondata sulla inequivocabile constatazione che la S.S. Lazio è nata il 9 gennaio del 1900 prima di ogni altra squadra nata all’ombra del Campidoglio e partecipante al massimo campionato nazionale, c’è un seconda argomentazione che non poggia sul dato anagrafico ma su un merito altrettanto indiscutibile. Nel secondo dopoguerra le infinite traversie societarie avevano trasformato la Lazio in “Lazietta”. Cioè in una squadra di antico lignaggio caduta in disgrazia. Che per una serie di circostanze straordinarie poteva anche compiere imprese impossibili come la conquista di uno scudetto o la disperata salvezza dal “meno nove”, ma rimaneva sempre e comunque Lazietta. E tale restava anche quando si ritrovava un Presidente che apriva la fase dell’ingresso della finanza nel mondo del pallone e conquistava con grandissimi campioni il secondo scudetto.

Oggi la Lazietta è diventata Lazio. Ha compiuto un salto di qualità grazie alla crescita ed alla continuità societaria assicurata dall’impegno di Claudio Lotito. E da nobile decaduta capace occasionalmente di ottenere risultati eccezionali è diventata in maniera stabile una delle eccellenze del calcio italiano in grado di rivendicare legittimamente, grazie al proprio rendimento, il ruolo di prima squadra della Capitale.

Chi lo nega, paradossalmente, lo ammette e lo conferma. Perché implicitamente confessa che il tempo in cui la competizione era solo con la Juventus o con l’Inter ed il Milan è finito. Ora c’è anche e soprattutto (per chi vive sotto il Campidoglio) una Lazio senza diminutivi di sorta!

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Redazione20 Maggio 2019

Vittorio Feltri ha sostenuto che la Lazio non si deve vantare di aver vinto la Coppa Italia ma vergognarsi di averlo fatto a causa del rigore non concesso per il fallo di mano di Bastos e dell’invito ad andare in quel posto mandato da Claudio Lotito all’allenatore atalantino, imbufalito per la presunta ingiustizia subita.

Feltri ha scritto che la partita della Lazio è stata “vomitevole” e che la squadra biancoceleste si è comportata in maniera cafonesca, a conferma che la mancanza di stile sta dominando anche nel mondo del calcio.

Naturalmente, avendo visto la partita (dubito che Feltri l’abbia fatto), penso che definire vomitevole una partita giocata alla spasimo da entrambe le squadre sia una esasperazione giustificata solo dalla delusione di un tifoso convinto che la vittoria dovesse spettare per diritto (divino o semplicemente nordico) ai propri colori. Del rigore non parlo perché non lo ha visto nessuno, né in campo, né sulle panchine, né sugli spalti, né tra gli addetti del Var. Così come non parlo delle recriminazioni sui falli ai danni di Correa che avrebbero potuto portare all’espulsione di un difensore atalantino.

Mi permetto di avanzare una sola considerazione, invece, sul tema dello stile che per Feltri sarebbe degradato a cafonaggine per colpa laziale. La considerazione è che la predica giunge da una cattedra inappropriata. Feltri è un arbiter elegantiarum in tema di vestiario, ma è destinato a passare alla storia del giornalismo italiano come il promotore di uno stile e di un linguaggio talmente popolare e colorito da apparire troppo spesso sguaiato e volgare.

Il direttore di “Libero” rivendica il proprio diritto a scrivere e parlare come meglio crede. Ma pretendere di essere il bue che dà del cornuto all’asino è decisamente troppo. Anche per un tifoso deluso.

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Redazione21 Marzo 2019

La società sportiva SS Lazio continua nel suo progetto sociale contro il bullismo: stamattina (21 marzo) i calciatori Riza Durmisi e Marco Parolo, insieme al team manager Maurizio Manzini e al responsabile della comunicazione Arturo Diaconale hanno fatto visita all’Istituto Comprensivo Nino Rota in via Francesco Saverio Benucci 32 di Roma.

Il team manager, Maurizio Manzini, presenta l’evento: “Volevo ringraziare i presenti perché noi andiamo molto volentieri a queste riunioni, soprattutto quando le classi non sono composte da alunni molto grandi. Da voi prendiamo la vostra allegria, il vostro entusiasmo, la vostra voglia di giocare e studiare. Mi auguro avrete un futuro di successo, nella vita bisogna combattere per emergere”.

Prende poi la parola Diaconale: “L’Aquila è il simbolo della Lazio perché nell’antichità i romani aspettarono dei segni per costruire la città di Roma. Nel cielo videro volare sul Campidoglio un’aquila e da allora questo animale è divenuto il simbolo della nostra città e successivamente anche della Lazio. L’aquila è il racconto delle nostre origini e di ciò che siamo. La nostra presenza nelle scuole è utile per testimoniare che la lealtà è importante nella vita come nello sport. I calciatori della Lazio insieme alla Regione stanno combattendo anche il bullismo con una serie di attività. Per tradizione, abbiamo aderito anche a questo progetto e siamo qui per spiegare come non si debbano compiere atti di bullismo, questo fenomeno si basa esclusivamente sulla vigliaccheria. I bambini non devono conoscere questo sentimento. L’educazione nelle scuole è fondamentale per arginare il bullismo e per insegnare ai più giovani quali sono gli atteggiamenti da non svolgere nella nostra società”. E sul tema del bullismo aggiunge: “Sbagliato attuare forme di prevaricazione sulle persone. Se vedete fenomeni di questo genere dovete impedirli. Voi bambini dovete solamente volervi bene.”

Gli studenti non hanno risparmiato domande hai calciatori che, hanno ribadito l’importanza non solo dello sport in generale ma dei valori che esso veicola. Come ha detto Marco Parolo: “Siamo un esempio di gente che vive in gruppo, con calciatori provenienti da tutto il mondo. Proviamo a trasmettere il rispetto e i valori corretti. Bisogna saper coinvolgere, non escludere”.

 

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Redazione19 Gennaio 2018

Scrivo queste considerazioni spogliandomi del ruolo di responsabile della Società Sportiva Lazio e rientrando nei miei panni tradizionali di giornalista con lunga esperienza di analista politico alle spalle. Mi colpisce come la maggior parte dei giornalisti sportivi che seguono sui principali media nazionali le intricate vicende della Figc abbia scoperto che l’unico nesso di quanto sta avvenendo per la scelta del successore di Carlo Tavecchio al vertice del calcio italiano sia il cosiddetto “antilotitismo”. Cioè una alleanza tra le più diverse componenti della Federcalcio non per un progetto di innovazione, di rilancio e di sviluppo dell’organismo che dirige e controlla lo sport più popolare e amato del Paese. Ma, molto più semplicemente e anche pedestremente, per contrastare e colpire Claudio Lotito, dipinto nelle maniere più disparate, da Attila distruggitore ad ammaliatrice Lolita (il gioco di parole Lotito-Lotita) del calcio nazionale, da gaffeur per Sinagoghe e dintorni a ducetto incapace di fornire sogni ai tifosi, da manovratore occulto e palese di politica, Agenzia delle Entrate, nomine federali e vicende calcistiche varie a frenetico manovratore in contemporanea di sei telefonini per meglio sfogare la propria incontenibile bulimia verbale.