SS Lazio


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Redazione13 Gennaio 2020

Sabato sera i gufetti che avevano soppiantato i tordi sugli alberi dei Lungotevere sono stramazzati al suolo. La Protezione animale, prontamente accorsa, ha sentenziato che a provocare lo straordinario fenomeno non era stata una improvvisa epidemia aviaria ma il risultato di Lazio-Napoli. I gufetti, semplicemente, non avevano retto il fallimento dei loro malocchi.

Molti di questi gufetti erano provenienti dal Nord e speravano in un passo falso dei biancocelesti in grado di favorire la corsa verso il vertice della classifica delle squadre settentrionali. Altri venivano dalla sponda romana occupata dai “cugini” (a proposito, auguri sinceri di pronta guarigione a Nicolò Zaniolo) ed avevano motivazioni più che comprensibili. Un piccola parte, infine, era composta dagli ultimi esemplari degli aquilotti gufizzati. Cioè di quel sempre più ridotto numero di laziali masochisti che se non piangono, criticano e si lamentano non si divertono. E che avevano prima preso a pretesto la battuta sulla “Lazietta” per pronosticare la fine dell’avventura dei ragazzi di Inzaghi senza capire che il termine non voleva essere una valutazione di merito sulle squadre del passato ma solo la constatazione di come gli avversari consideravano la società di quelle epoche.

Poi si erano inalberati per la definizione “occasionale” data dal Presidente Claudio Lotito allo scudetto del ’74 senza rendersi conto che proprio l’occasionalità ha reso l’evento eccezionale, straordinario, meraviglioso ed ha trasformato i suoi artefici nei simboli dell’orgoglio laziale. E, infine, si erano fatti venire il mal di pancia per i riferimenti, sempre del Presidente, allo scudetto del 2000, diretti non a criticare i campionissimi dell’epoca ma a rilevare che la finanza applicata al calcio può portare a risultati importanti ma può anche produrre fallimenti completi. La finanza è, per definizione, un rischio.

Naturalmente la scomparsa dei gufetti è solo temporanea. Presto o tardi torneranno. Per questo i tifosi laziali hanno il dovere di stare con i piedi ben saldi per terra. Senza però rinunciare alla libertà di sognare e di volare in alto!

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Redazione8 Gennaio 2020
Una delle regole auree del giornalismo stabilisce che se un tuo scritto viene male interpretato e suscita equivoci, vuol dire che non era chiaro. Per questo, a proposito delle polemiche suscitate dalla mia prima “Rubrica biancoceleste”, cerco di fornire alcune precisazioni.

La prima è che il termine “Lazietta” non è stato inventato da me ma da quei critici e denigratori che negli anni passati, sia nei periodi più bui e drammatici che in quelli fulgidi dei due scudetti, si ostinavano a considerare la nostra una squadra di basso livello esterna ed estranea al gotha del calcio nazionale a causa della precarietà della sua condizione societaria.

Non era mia intenzione mettere a confronto la Lazio odierna con quelle del passato, ma solo ribadire il dato inequivocabile che solo la presenza di una proprietà presente, attiva, capace e solida riesce a dare continuità ad un progetto di crescita di una squadra proiettandola verso i massimi livelli del calcio nazionale ed internazionale. Quando manca questa condizione proprietaria anche le squadre provviste di grandi giocatori soffrono ed entrano in crisi.

La seconda precisazione è che non ho deciso di scrivere una “Rubrica biancoceleste” per ragioni professionali (il mio ruolo di portavoce del presidente Claudio Lotito e direttore della comunicazione), ma solo perché sono un tifoso laziale da parecchi decenni prima del mio incarico e mi sembra non solo corretto ma anche doveroso dare voce alla mia passione usando canali mediatici personali e non della società.

La terza precisazione, infine, riguarda il tipo di contestazioni che ho ricevuto. Proprio perché tifoso da sempre dei colori biancocelesti, non intendo prendere lezioni di lazialità da nessuno (tantomeno da alcuni di quei denigratori del passato che mi hanno contestato per aver citato il termine “Lazietta” da loro sempre usato per metterci sempre e comunque all’angolo rispetto alle squadre del Nord ed alla “cugina” della Capitale).

A tutti coloro che poi mi hanno aggredito verbalmente rispondo, sorridendo, citando quanto disse Totò in “Guardie e ladri” ad Aldo Fabrizi che gli ordinava di fermarsi minacciandolo in caso contrario di sparare a scopo intimidatorio: “Io non mi intimido!”.

Non l’ho fatto per una vita e per ragioni politiche. Figuriamoci se lo faccio ora di fronte a chi non capisce per inguaribili pregiudizi.

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Redazione7 Gennaio 2020

Incomincio da oggi sui social una rubrica settimanale dedicata alla S.S. Lazio in cui svolgo il ruolo di Portavoce del Presidente Claudio Lotito e direttore della Comunicazione.

Per chi è digiuno di storia calcistica di Roma i festeggiamenti per il centoventesimo anniversario della fondazione della S.S. Lazio forniscono la spiegazione più semplice dell’affermazione secondo cui quella biancoceleste è la prima squadra della Capitale.

Ma accanto a questa spiegazione, fondata sulla inequivocabile constatazione che la S.S. Lazio è nata il 9 gennaio del 1900 prima di ogni altra squadra nata all’ombra del Campidoglio e partecipante al massimo campionato nazionale, c’è un seconda argomentazione che non poggia sul dato anagrafico ma su un merito altrettanto indiscutibile. Nel secondo dopoguerra le infinite traversie societarie avevano trasformato la Lazio in “Lazietta”. Cioè in una squadra di antico lignaggio caduta in disgrazia. Che per una serie di circostanze straordinarie poteva anche compiere imprese impossibili come la conquista di uno scudetto o la disperata salvezza dal “meno nove”, ma rimaneva sempre e comunque Lazietta. E tale restava anche quando si ritrovava un Presidente che apriva la fase dell’ingresso della finanza nel mondo del pallone e conquistava con grandissimi campioni il secondo scudetto.

Oggi la Lazietta è diventata Lazio. Ha compiuto un salto di qualità grazie alla crescita ed alla continuità societaria assicurata dall’impegno di Claudio Lotito. E da nobile decaduta capace occasionalmente di ottenere risultati eccezionali è diventata in maniera stabile una delle eccellenze del calcio italiano in grado di rivendicare legittimamente, grazie al proprio rendimento, il ruolo di prima squadra della Capitale.

Chi lo nega, paradossalmente, lo ammette e lo conferma. Perché implicitamente confessa che il tempo in cui la competizione era solo con la Juventus o con l’Inter ed il Milan è finito. Ora c’è anche e soprattutto (per chi vive sotto il Campidoglio) una Lazio senza diminutivi di sorta!

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Redazione20 Maggio 2019

Vittorio Feltri ha sostenuto che la Lazio non si deve vantare di aver vinto la Coppa Italia ma vergognarsi di averlo fatto a causa del rigore non concesso per il fallo di mano di Bastos e dell’invito ad andare in quel posto mandato da Claudio Lotito all’allenatore atalantino, imbufalito per la presunta ingiustizia subita.

Feltri ha scritto che la partita della Lazio è stata “vomitevole” e che la squadra biancoceleste si è comportata in maniera cafonesca, a conferma che la mancanza di stile sta dominando anche nel mondo del calcio.

Naturalmente, avendo visto la partita (dubito che Feltri l’abbia fatto), penso che definire vomitevole una partita giocata alla spasimo da entrambe le squadre sia una esasperazione giustificata solo dalla delusione di un tifoso convinto che la vittoria dovesse spettare per diritto (divino o semplicemente nordico) ai propri colori. Del rigore non parlo perché non lo ha visto nessuno, né in campo, né sulle panchine, né sugli spalti, né tra gli addetti del Var. Così come non parlo delle recriminazioni sui falli ai danni di Correa che avrebbero potuto portare all’espulsione di un difensore atalantino.

Mi permetto di avanzare una sola considerazione, invece, sul tema dello stile che per Feltri sarebbe degradato a cafonaggine per colpa laziale. La considerazione è che la predica giunge da una cattedra inappropriata. Feltri è un arbiter elegantiarum in tema di vestiario, ma è destinato a passare alla storia del giornalismo italiano come il promotore di uno stile e di un linguaggio talmente popolare e colorito da apparire troppo spesso sguaiato e volgare.

Il direttore di “Libero” rivendica il proprio diritto a scrivere e parlare come meglio crede. Ma pretendere di essere il bue che dà del cornuto all’asino è decisamente troppo. Anche per un tifoso deluso.

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Redazione21 Marzo 2019

La società sportiva SS Lazio continua nel suo progetto sociale contro il bullismo: stamattina (21 marzo) i calciatori Riza Durmisi e Marco Parolo, insieme al team manager Maurizio Manzini e al responsabile della comunicazione Arturo Diaconale hanno fatto visita all’Istituto Comprensivo Nino Rota in via Francesco Saverio Benucci 32 di Roma.

Il team manager, Maurizio Manzini, presenta l’evento: “Volevo ringraziare i presenti perché noi andiamo molto volentieri a queste riunioni, soprattutto quando le classi non sono composte da alunni molto grandi. Da voi prendiamo la vostra allegria, il vostro entusiasmo, la vostra voglia di giocare e studiare. Mi auguro avrete un futuro di successo, nella vita bisogna combattere per emergere”.

Prende poi la parola Diaconale: “L’Aquila è il simbolo della Lazio perché nell’antichità i romani aspettarono dei segni per costruire la città di Roma. Nel cielo videro volare sul Campidoglio un’aquila e da allora questo animale è divenuto il simbolo della nostra città e successivamente anche della Lazio. L’aquila è il racconto delle nostre origini e di ciò che siamo. La nostra presenza nelle scuole è utile per testimoniare che la lealtà è importante nella vita come nello sport. I calciatori della Lazio insieme alla Regione stanno combattendo anche il bullismo con una serie di attività. Per tradizione, abbiamo aderito anche a questo progetto e siamo qui per spiegare come non si debbano compiere atti di bullismo, questo fenomeno si basa esclusivamente sulla vigliaccheria. I bambini non devono conoscere questo sentimento. L’educazione nelle scuole è fondamentale per arginare il bullismo e per insegnare ai più giovani quali sono gli atteggiamenti da non svolgere nella nostra società”. E sul tema del bullismo aggiunge: “Sbagliato attuare forme di prevaricazione sulle persone. Se vedete fenomeni di questo genere dovete impedirli. Voi bambini dovete solamente volervi bene.”

Gli studenti non hanno risparmiato domande hai calciatori che, hanno ribadito l’importanza non solo dello sport in generale ma dei valori che esso veicola. Come ha detto Marco Parolo: “Siamo un esempio di gente che vive in gruppo, con calciatori provenienti da tutto il mondo. Proviamo a trasmettere il rispetto e i valori corretti. Bisogna saper coinvolgere, non escludere”.

 

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Redazione19 Gennaio 2018

Scrivo queste considerazioni spogliandomi del ruolo di responsabile della Società Sportiva Lazio e rientrando nei miei panni tradizionali di giornalista con lunga esperienza di analista politico alle spalle. Mi colpisce come la maggior parte dei giornalisti sportivi che seguono sui principali media nazionali le intricate vicende della Figc abbia scoperto che l’unico nesso di quanto sta avvenendo per la scelta del successore di Carlo Tavecchio al vertice del calcio italiano sia il cosiddetto “antilotitismo”. Cioè una alleanza tra le più diverse componenti della Federcalcio non per un progetto di innovazione, di rilancio e di sviluppo dell’organismo che dirige e controlla lo sport più popolare e amato del Paese. Ma, molto più semplicemente e anche pedestremente, per contrastare e colpire Claudio Lotito, dipinto nelle maniere più disparate, da Attila distruggitore ad ammaliatrice Lolita (il gioco di parole Lotito-Lotita) del calcio nazionale, da gaffeur per Sinagoghe e dintorni a ducetto incapace di fornire sogni ai tifosi, da manovratore occulto e palese di politica, Agenzia delle Entrate, nomine federali e vicende calcistiche varie a frenetico manovratore in contemporanea di sei telefonini per meglio sfogare la propria incontenibile bulimia verbale.

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elog11 Dicembre 2017

Caro Maurizio Crozza,

se tutti tifosi laziali fossero iscritti di Forza Nuova (gruppuscolo neo-fascista formato da alcune centinaia di aderenti) ci sarebbe già stata una seconda Marcia su Roma e tu, dopo essere stato costretto a bere mezzo litro di olio di ricino, saresti stato mandato al confino. Ma la stragrande maggioranza delle migliaia di tifosi laziali sono liberal berlusconiani, postdemocristiani, renziani perplessi, laici moderati, neocomunisti, grillini e anche astensionisti praticanti.

Così la seconda Marcia su Roma non c’è stata e tu, sia pure a prezzo di un po’ di stitichezza, hai evitato il confino e, con i tuoi autori, sei libero di dire tutte le sciocchezze che credi.

Al posto tuo ringrazierei i tifosi laziali che, con il loro pluralismo, ti hanno salvato e ti hanno permesso di calunniarli!

Buon Natale biancoceleste!

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elog22 Novembre 2017

Anna Frank sorridente che indossa la maglia della Roma con sopra scritto “A pippe”. Anna Frank allegra che esibisce un taglio di capelli alla Radja Nainggolan. Anna Frank che imita felice Francesco Totti presentandosi in divisa giallorossa con la fatidica scritta “vi ho purgato ancora”.