L’Opinione delle Libertà


No more posts
diac19luglio2019-1.jpg
Redazione18 Luglio 2019

Gianluca Savoini sta a Matteo Salvini come Mario Chiesa stava a Bettino Craxi e le olgettine a Silvio Berlusconi. Forti di queste equivalenze, è partita la caccia mediatico-giudiziaria contro il leader della Lega e vicepresidente del Consiglio secondo gli schemi e le tecniche sperimentate nel passato. Di questa caccia ciò che colpisce non è solo la ripetitività del lessico che viene usato, delle procedure che vengono attivate e dei toni esasperati fino al limite dell’isteria che rendono irrespirabile il clima politico del Paese. Sono i soggetti che danno vita a questa campagna d’odio, gli stessi che portarono avanti le campagne di linciaggio condotte nei decenni passati contro Craxi e Berlusconi. Oggi invecchiati ma così carichi di livore da far pensare che partecipare al circo mediatico-giudiziario contro il nemico di turno sia per loro una sorta di terapia per ritornare indietro nel tempo e rivivere i tempi felici della propria giovinezza.

Può essere che trasformare Salvini nella “bestia braccata” che presto o tardi farà la stessa fine di Craxi e Berlusconi sia un metodo di ringiovanimento dei vecchi tromboni. Ma non è detto che riesca a conseguire gli stessi risultati ottenuti in passato. Per la semplice ragione che il circo mediatico-giudiziario, quello che produsse la rivoluzione giudiziaria degli anni Novanta con la cancellazione di tutti i partiti democratici del dopoguerra e produsse la frantumazione del centrodestra che governava il Paese e l’espulsione dal Governo e dal Parlamento del Cavaliere, è stato superato dalle innovazioni tecnologiche e dalle trasformazioni politiche e sociali.

I media tradizionali, dai giornali alle televisioni che erano gli unici soggetti in grado di incidere sull’opinione pubblica, sono stati sopravanzati dai social network. E la magistratura, che per un ventennio è stata dipinta come la spada fiammeggiante destinata a recidere tutte le nequizie e le storture della politica, ha perso il ruolo di vendicatore etico sotto il peso del discredito derivante dalla propria crisi interna e dal protagonismo ingiustificato ed insopportabile di alcuni suoi componenti.

La caccia alla “bestia braccata”, allora, non ha un esito scontato come nel passato. Rischia di essere controproducente. Come l’esempio di Donald Trump negli Stati Uniti insegna.

diaconale17luglio2019.jpg
Redazione17 Luglio 2019

Giudicata inidonea a gestire i tremila chilometri della rete autostradale italiana per via della tragedia del Ponte Morandi, la società Atlantia viene considerata pienamente adeguata a gestire e rilanciare la rete dei trasporti aerei della compagnia di bandiera Alitalia. Non si tratta di uno scherzo, ma della realtà. Una realtà che non riguarda l’aspetto tecnico della decisione di Ferrovie di accogliere come partner il colosso dei Benetton già operante nel settore con Aeroporti di Roma escludendo le proposte di altri aspiranti soci in possesso di tutte le garanzie bancarie richieste per partecipare all’impresa. Lo scherzo riguarda l’aspetto politico della vicenda. E che ha come interprete unico e solo il capo politico del Movimento Cinque Stelle, Luigi Di Maio, che si è esibito in una serie di acrobatiche giravolte logiche e lessicali durante la lunga fase costitutiva del consorzio Alitalia. Prima ha sostenuto che una società a cui stavano per essere tolte le concessioni autostradali sarebbe fallita e, per questo motivo, non avrebbe mai potuto contribuire in alcun modo alla ripartenza della compagnia di bandiera. Successivamente, ha ammorbidito la posizione di partenza sottolineando come la questione delle concessioni autostradali andava nettamente separata da quella dell’Alitalia. E infine, a decisione presa e con Atlantia inserita nel consorzio in una posizione minoritaria rispetto al capitale pubblico ma di grande rilievo, ha annunciato che la compagnia aerea nazionale può essere finalmente rilanciata anche se la richiesta del Movimento Cinque Stelle di revoca delle concessioni autostradali al colosso dei Benetton rimane ferma ed intoccabile.

Il problema, va ribadito, non è la soluzione tecnica trovata al nodo-Alitalia. Gli esclusi in possesso di tutti i requisiti richiesti possono dolersene, ma ne debbono prendere atto. Il problema è che il metodo di governo messo in mostra da Luigi Di Maio rasenta l’incredibile e costituisce un motivo di estrema preoccupazione.

Se questo è il modo con cui si gestisce il Paese e la sua crisi economica e morale si deve automaticamente concludere che una simile dimostrazione di assenza di serietà e di logica costituisce il miglior viatico per la rovina. Con questa gente al governo il futuro è decisamente oscuro.

diaconale16luglio2019.jpg
Redazione16 Luglio 2019

Matteo Salvini che scarica Gianluca Savoini fa parte del normale gioco politico, ma Giuseppe Conte che scarica Salvini non è un normale gioco politico ma una scelta precisa. Che indica come il Presidente del Consiglio abbia deciso di mettere in difficoltà il proprio vicepresidente leghista e schierarsi dalla parte dell’altro vicepresidente grillino deciso a sfruttare la vicenda delle presunte tangenti russe per mettere in difficoltà l’alleato concorrente.

La scelta di Salvini non provoca sussulti di sorta negli equilibri nazionali. Quella di Conte, che conferma in maniera clamorosa come il capo del Governo non sia affatto “terzo” rispetto alle due componenti della propria maggioranza ma sia espressione diretta del Movimento Cinque Stelle, non può non provocare uno scossone al quadro politico presente. Può essere che Salvini non voglia seguire le pressioni di chi dall’interno del suo partito gli chiede di staccare la spinta. E può essere che per fare bel viso a cattivo gioco il leader leghista accetti di presentarsi in Parlamento per parlare di cene e di inchieste fasulle. Ma lo strappo esiste. E nasconderlo sarebbe molto più grave di quanto sia il disconoscimento della conoscenza di Savoini.

Perché lo strappo favorito e sostenuto dal Premier non è solo una lite tra separati in casa, ma è l’occasione per disegnare la diversa maggioranza politica che Conte e Di Maio potrebbero perseguire nel caso la Lega decidesse di far saltare la maggioranza puntando alle elezioni anticipate a settembre o nella prossima primavera. Il caso dei rubli russi alla Lega costruito da ignoti servizi segreti sta diventando il banco di prova della possibile alleanza tra Cinque Stelle e Partito Democratico nel caso l’attuale Esecutivo dovesse venire affondato da Salvini. Una diversa maggioranza che potrebbe essere immediatamente benedetta dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, da sempre contrario alle elezioni anticipate e culturalmente agli antipodi della Lega e dell’intero centrodestra. E che potrebbe non trovare ostacoli neppure in quel Matteo Renzi che, dopo aver deciso di non puntare ad una scissione ma di cercare di riprendersi il partito, potrebbe trovare assolutamente conveniente favorire un ritorno al governo di un Partito Democratico di cui tornare ad essere il padre-padrone.

Per Salvini una spada di Damocle di questo genere può trasformare in salita la strada che fino ad ora ha percorso in facilissima discesa per l’inconsistenza politica dei grillini. Nel calcolo se mandare a quel paese Conte e Di Maio o piegare la testa non può non tenere conto di questa ipotesi, che più il tempo passa e più può diventare concreta.

diaconale15luglio2019.jpg
Redazione15 Luglio 2019

Nella vicenda del presunti finanziamenti russi alla Lega ci sono aspetti non solo inquietanti ma anche ridicoli. Come definire altrimenti l’accusa di alto tradimento a Salvini da parte del Partito Democratico, cioè del partito erede diretto del Pci e della sinistra democristiana d’ispirazione dossettiana, per non essere stato fedele alla Nato chiedendo il ritiro delle sanzioni alla Russia? Oppure l’insistenza con cui il leader della Lega continua a negare di conoscere Gianluca Savoini malgrado le centinaia di foto che lo ritraggono con lo stesso Savoini al suo fianco, di lato, di sopra e di sotto? O, infine, l’incredibile tempestività con cui la Procura di Milano ha annunciato l’esistenza di una inchiesta sulla pista dei soldi russi alla Lega trasformando in notizia di reato un pettegolezzo da bar riportato da un oscuro sito americano?

C’è poco da ridere, però, se si considerano gli aspetti inquietanti della faccenda. Primo fra tutti la certezza assoluta che dietro l’intera vicenda ci sia la mano dei servizi. Ma quali? Sedicenti esperti danno per scontato che le “barbe finte” in questione siano americane. Altri esperti altrettanto sedicenti assicurano che si tratta di spie russe. Quelle americane avrebbero voluto punire Salvini per il suo filo-putismo. Quelle russe avrebbe deciso di fare altrettanto per la conversione trumpista del leader leghista. Se questi sono gli esperti di intelligence siamo veramente alla frutta! Perché sulla base della stessa logica da pizza e fichi si potrebbe sostenere che gli spioni potrebbero essere francesi, decisi a punire Salvini per l’anti-macronismo , tedeschi per l’anti-merkelismo o agenti di qualche “Spectre” al servizio delle multinazionali finanziarie decisa a far pagare al “capitano” il suo nazional-sovranismo. Ma perché la Procura di Milano non apre un’indagine sulle spie che dall’interno e dall’esterno del Paese cercano di condizionarne le scelte politiche? Forse perché un’indagine del genere non si presterebbe a speculazioni?

La questione non è di poco conto. Perché di speculazioni inquietanti ce ne sono fin troppe. Prima fra tutte quella che vede il Movimento Cinque Stelle impegnato a pugnalare alle spalle il proprio alleato leghista nella convinzione che Salvini non può reagire aprendo una crisi di governo destinata sfociare nelle elezioni anticipate. Ma un Esecutivo che si regge sul ricatto tra i suoi partners quale affidabilità può avere agli occhi dell’opinione pubblica?

Salvini farebbe bene a riflettere su questo punto. D’ora in avanti non sarà più un vantaggio l’essere il motore portante di un governo infido.

diaconale12luglio2019-1.jpg
Redazione12 Luglio 2019

Non c’è necessità di essere complottisti per immaginare che dietro le rivelazioni dei presunti finanziamenti russi alla Lega ci siano le “manine” o le “manone” di qualche agenzia di servizi, pubblica o privata che sia.

La vicenda incriminata non è recente ma avvenuta in occasione della visita a Mosca di Matteo Salvini di sette mesi fa. Il sito americano che ha lanciato lo scoop è sconosciuto e nessuno è in grado di sapere come sia venuto in possesso di una registrazione che non è stata effettuata dai propri redattori visto che altrimenti la notizia sarebbe stata messa in Rete immediatamente. Bastano questi due elementi per alimentare il sospetto di una storia di “barbe finte”. Ma non serve affatto cercare di calarsi all’interno di un complotto di cui non si possono conoscere i particolari ed i contorni. È più che sufficiente fermarsi alle considerazioni generali che la vicenda porta con sé. In primo luogo quella che dice come il nostro Paese stia progressivamente ritornando ad essere quel terreno di confronto spionistico tra grandi e piccole potenze che è stato dalla fine del Secondo conflitto mondiale fino al termine della Guerra fredda e del crollo del muro di Berlino. In quei decenni il nostro territorio di confine tra i due blocchi è stato trasformato nell’area di azione dei Servizi segreti americano e sovietico in primo luogo, ma anche di ogni altro Paese europeo e mediorientale interessato agli equilibri nel Mediterraneo. Quanto abbia inciso questa guerra di spie di mezzo mondo sulle vicende politiche italiane è impossibile calcolarlo. Forse tra decenni sarà possibile fare luce su questo pezzo di storia che appare come una storia di un Paese assoggettato agli interessi non solo delle potenze vincitrici della guerra mondiale ma di tutte quelle altre che, al seguito ed in autonomia delle prime, hanno fatto il bello ed il cattivo tempo in Italia ponendola in una condizione di autentico servaggio.

La vicenda del sito americano che a sette mesi di distanza dagli avvenimenti diffonde una notizia che può innescare una grave crisi politica, dimostra che il pericolo di una riedizione del passato servaggio (ma è poi mai passato?) è più grave che mai. Con l’aggravante che nei decenni della Guerra fredda i ruoli dei contendenti erano bene o male definiti: gli occidentali contro i sovietici e via di seguito. Oggi tutti operano in maniera autonoma e separata. Ed il servaggio rischia di diventare selvaggio.

spadafora-salvini1-1.jpg
Redazione11 Luglio 2019

Cresce la preoccupazione per la presunta deriva autoritaria in atto che minaccerebbe di trasformare la nostra democrazia in un regime illiberale in cui i diritti civili vengono conculcati e le libertà individuali cancellate.

A sostegno di tale preoccupazione montante vengono portati i decreti sulla sicurezza, le misure contro le Ong, le affermazioni di Vladimir Putin e la predicazione – come ha detto il sottosegretario Vincenzo Spadafora facendosi portavoce del sentimento diffuso nella sinistra grillina e tradizionale – sessista, omofoba e razzista del leader della Lega Matteo Salvini.

Ciò che più colpisce di questa preoccupazione talmente debordante da apparire una sorta di ossessione paranoica, è che a nutrirla e manifestarla con la massima intensità sono gli illiberali di una volta. Quelli che si definiscono i veri liberali del presente ed in questa veste danno lezioni di liberalismo a chiunque capiti loro sottomano, compresi quelli che liberali lo sono sempre stati e non hanno bisogno di ripassi fatti da convertiti dell’ultima ora o da folgorati sulla via di Croce o Popper per esigenze ed opportunità politiche contingenti.

Il metro che i neo-difensori del liberalismo ostentato usano per distinguere tra i liberali veri, cioè quelli che sono dalla loro parte, e gli illiberali, cioè quelli che si trovano dalla parte opposta, è Salvini. Se si è schierati contro il vicepresidente leghista e lo si considera il prototipo dell’illiberalisimo rozzo ed antidemocratico, si fa parte degli illuminati dal verbo della libertà. Se per accidente si è schierati con i suoi sostenitori o si condivide qualcuna delle sue posizioni, si è automaticamente collocati nel girone degli antidemocratici illiberali pronti a favorire ogni genere di deriva autoritaria. Da quelle presenti di Orbán, Putin e Trump a quelle passate di Mussolini, Hitler e Franco.

Ed è proprio l’esistenza di un metro del genere che fa mettere in discussione l’esistenza di un pericolo illiberale sulla democrazia italiana. Perché quelli che oggi lo usano per separare i buoni antisalviniani dai cattivi salviniani, sono gli stessi che hanno usato il metro Berlusconi (e prima ancora quello Craxi e quello De Gasperi degli albori della democrazia repubblicana) per separare i buoni dai cattivi e porsi sempre e comunque come i detentori della luce della verità in contrapposizione ai portatori di tenebre.

Il metodo è dunque antico e anche molto usurato. Ma poggia su una condizione favorevole. I liberali veri hanno voci troppo flebili per smascherare una volta per tutte i liberali finti, che da decenni denunciano derive autoritarie che non si verificano mai e che servono solo a nascondere il fallimento delle loro ideologie di partenza.

diaconale10luglio2019.jpg
Redazione10 Luglio 2019

Destini paralleli per Forza Italia e Partito Democratico, partiti al momento segnati dalla comune difficoltà di ritrovare lo smalto del passato, per tornare ad essere soggetti determinanti nella politica nazionale, ma anche da discussioni laceranti all’interno dei rispettivi gruppi dirigenti sul tema delle primarie come strumento di scelta dei futuri massimi rappresentanti.

In Forza Italia, almeno formalmente, tutti sembrano d’accordo sulla necessità di sostituire il metodo della cooptazione dall’alto con quello democratico del voto dal basso, per rinnovare le strutture del partito. Dietro l’apparente unanimità, però, si manifestano divisioni laceranti su come dovrebbe funzionare il cosiddetto metodo democratico. C’è chi si augura che, alla fine, torni a decidere tutto Silvio Berlusconi, liberando i suoi collaboratori dal peso di responsabilità a cui non sono minimamente abituati. Ma, soprattutto, c’è chi punta sulle primarie dividendosi però sulle modalità di questi sistemi di selezione del gruppo dirigente. Giovanni Toti le vuole aperte a tutto il mondo del centrodestra per riavvicinare a Fi anche quei mondi che si sono allontanati e sono passati all’astensione, alle liste civiche o agli altri partiti del fronte moderato. Mara Carfagna e Mariastella Gelmini le vogliono riservate ai solo iscritti forzisti e non nascondono affatto il sospetto che l’idea di Toti sia quella di poter contare sui voti degli amici di Salvini e della Meloni per conquistare la leadership di Forza Italia. La divisione non è sul principio se le primarie debbano essere aperte o riservate ma sugli interessi dell’uno e delle altre, divisione che proprio per questo motivo difficilmente potrà trovare un punto d’intesa.

Lo stesso vale per il Partito Democratico. Qui non si discute sull’apertura o meno delle primarie, questione che non si pone vista l’inesistenza di forze esterne interessate alle liti interne dei democratici. Si discute e si litiga se le primarie debbano servire ad eleggere un segretario destinato ad essere anche candidato premier alle elezioni politiche o se, invece, le due cariche debbano essere separate e mai più riunite insieme.

Anche in questo caso la questione non verte sui principi ma sugli interessi. Gli esponenti renziani vogliono le primarie destinate ad eleggere un segretario automaticamente candidato premier. E lo vogliono perché hanno tutta l’intenzione di tornare a candidare alla leadership del partito e, possibilmente del governo, l’ex presidente del Consiglio deciso a puntare alla rivincita. Tutti gli altri, a partire dall’attuale segretario Nicola Zingaretti, sono fermamente contrari all’idea perché vedono come la peste l’ipotesi di una rivincita renziana e, pur di evitarla, sarebbero ben felici di assistere ad una scissione degli amici del pestifero toscano.

Nessuno è in grado di prevedere come finirà in Forza Italia e nel Partito Democratico. Di sicuro, però, fino a quando prevarranno l’interesse dei singoli non ci saranno possibilità di rilancio né per l’uno e né per l’altro.

diaconale9luglio2019.jpg
Redazione9 Luglio 2019

Il Papa non può fare a meno di ricordare e ribadire in ogni occasione che migranti, bisognosi, poveri e derelitti sono esseri umani nei cui confronti vanno applicati tutti i principi religiosi e morali fissati dal Vangelo. A dirla brutalmente questo è il suo mestiere. E se non lo facesse tradirebbe la sua funzione di Vicario di Cristo ed i fondamenti stessi della propria religione. Dal suo punto di vista, quindi, ha tutto il diritto di ricordare che i migranti non sono una questione sociale ma uomini, donne, bambini, cioè esseri umani che non possono essere trasformati in numeri come gli ebrei dei lager, i dissidenti nei gulag o i nemici del popolo nei campi di sterminio di Pol Pot.

Ma il punto di vista del Papa non può e non deve essere il punto di vista di chi ha la responsabilità di governare il Paese e di affrontare problemi, politici, sociali ed etici nel tentativo di impedire che la loro mancata risoluzione possa creare le condizioni per maggiori drammi presenti e più rovinose tragedie future.

Dio e Cesare operano in campi diversi che tali debbono rimanere. La storia insegna che il Papa-Re con il peso del potere temporale tende fatalmente a subordinare i valori religiosi a quelli della gestione del governo. E lo stesso vale per l’esempio contrario visto che i Cesari decisi a governare solo sulla base dei principi religiosi hanno sempre prodotto il fallimento delle proprie nazioni.

Si tratta di osservazioni talmente scontate da apparire banali? Certo. Ma il guaio è che queste banalità elementari sembrano essere state completamente rimosse e dimenticate da chi in nome dei valori umanitari vorrebbe che le ragioni di Dio, cioè di Papa Francesco, prevalessero sempre e comunque su quelle di Cesare, sia esso Matteo Salvini o qualsiasi altro governante occidentale impossibilitato a fare a meno di affrontare le questioni politiche e sociali poste dal fenomeno delle grandi migrazioni.

Per semplice settarismo politico sollecitano l’opinione pubblica del Paese a scegliere tra Francesco e Salvini. Senza rendersi conto di svilire il Pontefice a semplice soggetto politico e regalare a Salvini un ruolo di anti-Papa che lo aiuta a crescere nei sondaggi. Follia!

diaconale8luglio2019.jpg
Redazione8 Luglio 2019

“Capitale corrotta, nazione infetta”. L’inchiesta su “L’Espresso” realizzata da Manlio Cancogni a metà degli anni Cinquanta denunciava le gravissime conseguenze morali e politiche della grande speculazione edilizia che, in nome dell’esigenza di dare una abitazione alle masse affluenti dalle campagne a Roma, aveva trasformato la Capitale in un immenso cantiere aperto di malaffare e di aberrazioni edilizie. Allora, neppure Cancogni se ne rendeva conto. Ma il fenomeno della “Capitale corrotta” per la speculazione edilizia selvaggia infettò effettivamente l’intero Paese provocando in tutta la penisola la moltiplicazione incontrollata di una edilizia di rapina che nel corso dei decenni ha stravolto forse per sempre il volto del territorio nazionale.

Oggi può avvenire che l’infezione della Capitale provochi una corruzione generalizzata di tutte le altre città italiane. Il caos-rifiuti non è un episodio locale, dovuto all’inconsistenza di una amministrazione incapace di sopportare il peso dell’eredità perversa delle precedenti amministrazioni, ma rischia di essere un modello in negativo capace di infettare e corrompere il resto del Paese. Il caos-rifiuti è un dramma ed un problema nazionale. Non solo perché l’immagine di una Capitale incapace di mantenere un minimo di decoro e pulizia diventa fatalmente, agli occhi del resto del pianeta, l’immagine complessiva di un Paese privo di decoro e di dignità. I governi di Francia, Gran Bretagna, Germania, Spagna o di qualsiasi altro Paese europeo lascerebbero mai far girare per il mondo l’immagine di Parigi, Londra, Berlino o Madrid devastata come quella di Roma? Ma soprattutto perché a provocare la devastazione della Capitale non c’è solo l’eredità del passato e l’inefficienza e l’incapacità del presente, ma anche la scelta ideologica di chi rifugge dalla realtà per richiudersi nei sogni dell’utopia irrealizzabile.

In questo il modello del caos-rifiuti romano può diventare il modello negativo per gran parte del resto d’Italia. Quella dove la cultura del “no” a qualsiasi progetto di innovazione pratica prevale in nome dell’ideologia declinista del giustizialismo grillino.

Ed è per questo che il problema di Roma non può essere un problema solo di Virginia Raggi e di Nicola Zingaretti, ma deve essere prima di tutto un problema del governo nazionale. A partire da un ministro dell’Ambiente non pervenuto ad un Presidente del Consiglio che ama le missioni all’estero senza rendersi conto di esportare il volto sfregiato della sua Capitale e del suo Paese.

diaconale5luglio2019-e1562319767512.jpg
Redazione5 Luglio 2019

Cresce la convinzione che la mancata procedura d’infrazione abbia tranquillizzato i mercati e scongiurata l’ipotesi di una crisi di governo destinato a portare al voto anticipato a settembre. Sul tavolo del governo ci sono ancora parecchie questioni irrisolte e gravate da una conflittualità palese o latente tra grillini e leghisti. Ma l’impressione generale è che le migliorate condizioni possano favorire il raggiungimento di qualche utile compromesso sul tema dell’autonomia, dell’Ilva, di Alitalia e del salario minimo garantito.

La crisi e le elezioni anticipate, dunque, si allontanano. Almeno fino alla prossima primavera. E questo impone a tutte le forze politiche, sia di governo che d’opposizione, di ridefinire le proprie strategie approfittando dei prossimi mesi di possibile stabilità.

Il compito apparentemente più facile sembra essere quello della Lega. L’insipienza dei propri avversari, testardamente decisi a perseguire la linea del “tutti contro uno”, le garantisce una sorta di rendita di posizione difficilmente attaccabile. La vicenda della Sea-Watch è indicativa al riguardo. Più sinistra, Chiesa e pezzi di magistratura continuano a seguire lo schema antico della criminalizzazione del nemico considerato più pericoloso, più l’aggressione continua spinge la maggioranza dell’opinione pubblica contraria ai tradizionali centri di potere a solidarizzare con il criminalizzato. È la storia dei vent’anni di leadership di Silvio Berlusconi, una storia che non sembra aver insegnato nulla agli antisalviniani viscerali.

Ma la rendita per insipienza va consolidata da risultati concreti nell’azione di governo. E su questo terreno Salvini ed il suo gruppo dirigente non possono permettersi distrazioni di sorta. Se nei prossimi sei mesi non portano a casa la riduzione della pressione fiscale, rischiano di perdere i vantaggi graziosamente garantiti dai nemici.

Più complicata la fase che segue per il Movimento Cinque Stelle. Deve dimostrare al proprio elettorato di non essere diventata la sussistenza che segue sempre e comunque Salvini. E con le tensioni interne in aumento non sembra essere un impegno facile da realizzare. Tanto più che il progetto di riorganizzazione del movimento è ancora tutto da inventare. Anche per la difficoltà di dare consistenza ad una area politica ed elettorale più gassosa che mai.

Pd e Forza Italia, infine, potrebbero approfittare della stabilità dei prossime mesi. Per riorganizzarsi, rilanciarsi, ricompattarsi. Ma lo sapranno fare? Al momento sembra solo che per entrambi ci sarà solo una nuova fase di coma profondo. In attesa di vedere staccare la spina!