L’Opinione delle Libertà


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Redazione20 Settembre 2019

Non è solo un atto personalistico quello compiuto da Alessandro Di Battista come vuole credere il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte per cercare di minimizzare la vicenda. È il segnale che per tutta la durata di questo governo il Movimento Cinque Stelle si muoverà sempre e comunque su due piani. Quello del governo, con Luigi Di Maio misurato, dialogante, attento a smussare angoli e questioni per evitare rotture che potrebbero portare prima tempo ad elezioni devastanti per i grillini. E quello del Movimento dove spetterà a Di Battista polemizzare con le diverse componenti della coalizione governativa per tenere sempre viva la fiammella dell’identità di una forza politica che rischia di essere soffocata dall’abbraccio mortale con la sinistra.

È possibile che questo schema da poliziotto buono-poliziotto cattivo, con Di Maio che fa la prima parte e con Di Battista che recita la seconda, sia stato concordato dai due. Ma anche se il gioco non fosse stato predisposto è del tutto scontato che dovrà diventare il tratto distintivo del M5S per il resto della legislatura. Perché tenere in piedi il governo Conte è l’unica alternativa ad elezioni anticipate destinate a segnare il ridimensionamento drastico del fenomeno grillino. Ma avere qualcuno incaricato a mantenere in vita la natura anti-sistema del movimento è il solo modo per impedire che le future elezioni, quando si terranno, possano segnare non il ridimensionamento ma la totale scomparsa della forza politica fondata da Beppe Grillo e Davide Casaleggio.

Durante il governo giallo-verde il vertice del M5S non aveva alcun bisogno di assumere questo aspetto da Giano bifronte. L’esecutivo rappresentava il punto di equilibrio di due partiti alternativi tra di loro ma uniti dalla comune vocazione anti-sistema. Non c’era alcun bisogno del poliziotto buono perché tutti, a partire dall’allora vice presidente del Consiglio Di Maio, erano calati nella parte del poliziotto cattivo. Ma il governo giallo-rosso segna l’incontro bizzarro e totalmente anomalo tra l’M5S anti-sistema e la sinistra che ormai da più di due decenni ha scelto di essere l’espressione massima del sistema stesso e della sua casta. Per cui, se i grillini non vogliono apparire al loro elettorato come dei traditori della propria natura, è necessario che Di Battista (o chi per lui) esibisca in continuazione il volto guerresco di Giano in contrapposizione a quello pacificatore che ha le sembianze di Di Maio.

Conte se ne faccia una ragione. Questo (e molto altro) è il prezzo che paga al suo attaccamento alla poltrona di Palazzo Chigi!

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Redazione19 Settembre 2019

Giuseppe Conte era abituato male. Per evitare inciampi e sgambetti in Parlamento su questioni controverse gli bastava trovare l’accordo con i suoi vice Di Maio e Salvini. Loro davano l’ordine ai rispettivi gruppi parlamentari e tutto filava liscio come l’olio. Perché leghisti e grillini avevano nei confronti dei rispettivi capi una obbedienza pronta, cieca ed assoluta. E non avrebbero mai osato trasgredirla per qualsiasi ragione. Figuriamoci quella di coscienza.

Per “Giuseppi”, però, ora la situazione è radicalmente cambiata. Nel M5S l’innaturale alleanza con il Pd ha provocato risentimenti che sono destinati a manifestarsi ogni qual volta un qualsiasi voto segreto in Parlamento consentirà ai risentiti di scagliare il sasso e nascondere la mano. Le tre sinistre, poi, dal Pd a Leu fino a Italia Viva, sono il terreno naturale di ogni forma di dissociazione, contrasto, polemica ed esercizio di fantasia per sgambetti e messaggi intimidatori nei confronti del governo in carica.

Il voto contro l’uso dei trojan e contro l’arresto del deputato Diego Sozzani è solo il primo anello di una catena che è destinata a segnare per intero il futuro percorso del Conte-bis. Il Presidente del Consiglio deve farsene una ragione. D’ora in avanti quando Matteo Renzi vorrà dargli una comunicazione a cui non si può dire di no e quando una qualche corrente del Pd o un gruppetto di dissidenti nascosti del M5S avranno il mal di pancia per provvedimenti non condivisi, le aule parlamentari diventeranno teatro di nuove punture di spillo, scivolate, ruzzoloni. Che non provocheranno un tonfo definitivo con annessa crisi di governo ma che serviranno a tenere sempre sulla corda il Premier ricordandogli che prima aveva a che fare solo con due personaggi difficili mentre adesso se la deve vedere con tanti fantasmi decisi a tormentarlo in continuazione fino al termine del suo mandato.

Della serie: ti è piaciuta la bicicletta? Adesso pedala!

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Redazione18 Settembre 2019

Il mago di tutte le alchimie trasformistiche in Parlamento, Dario Franceschini, ha già capito che l’unico modo per depotenziare Matteo Renzi e rendergli impossibile il disegno di essere il vero dominus del governo, è di creare al Senato un nucleo di responsabili in grado di bilanciare il pacchetto dei voti renziani. Bella idea! Ma dove prendere i senatori-cuscinetto pronti a sostituire quelli di Renzi quando l’ex Premier dovesse fare i capricci e minacciare di affondare il Conte-bis per imporre le proprie pretese in termini di posti o di linea politica?

Tutti guardano al bacino rappresentato da Forza Italia. Che un tempo era il partito accusato di comperare responsabili ed oggi è diventato il serbatoio dei disperati a cui attingere per acquisire responsabili. Al gruppo forzista del Senato, infatti, non guardano solo Franceschini, Zingaretti e Conte per mettere insieme la pattuglia destinata a bilanciare quella renziana ma anche Matteo Renzi che conta di allargare il numero dei suoi fedelissimi proprio pescando tra i fedeli di Silvio Berlusconi.

A stare alle voci che circolano a Palazzo Madama la più corteggiata sembra essere Mara Carfagna, che ha messo in piedi una corrente di forzisti anti-salviniani e che potrebbe essere chiamata a scegliere tra i responsabili di Franceschini e gli scissionisti allegri di Renzi.

È difficile stabilire l’attendibilità di queste voci. Così come è impossibile prevedere verso quale porto potrebbe approdare la scialuppa che fa capo alla Carfagna.

Ma è l’esistenza e l’insistenza di un simile chiacchiericcio che dimostra come Forza Italia abbia ormai perso la caratteristica di forza politica attiva per trasformarsi in una sorte di campo profughi dove i “caporali” di turno possono scegliere la manovalanza a basso costo.

Il dato dovrebbe spingere chi ha deciso le liste forziste di Senato e Camera mettendo insieme una massa di inaffidabili a seguire l’esempio dall’Ad di Atlantia Giovanni Castellucci e uscire definitivamente dalla scena politica. Ma siccome il cerchio magico berlusconiano non ha alcuna intenzione di togliersi di mezzo, il dato dovrebbe provocare una ondata di indignazione tra gli elettori di Forza Italia non disponibili ad avallare ogni tipo di operazione trasformistica di Palazzo.

Senza questa indignazione, è bene dirlo con chiarezza, Forza Italia è morta!

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Redazione17 Settembre 2019

Da segretario del Partito Democratico Matteo Renzi si accinge a diventare il Presidente del Consiglio-ombra del Conte-bis. All’ex Premier bastano meno di dieci  senatori per diventare il vero padrone dell’esecutivo giallo-rosso da lui così efficacemente promosso e sostenuto.

Chi pensa che Renzi non avrà mai interesse a tirare la corda al collo del Conte-bis fino a strozzarlo, ha ragione nel tempo breve. Nei prossimi mesi è certo che l’artefice dell’ennesima scissione del Pd si porrà come primo sostenitore e puntello dell’attuale coalizione governativa. Non fosse altro perché ci sono più di cinquecento nomine nelle società pubbliche da decidere ed il capo del vecchio “giglio magico”, da padrone effettivo del governo, vuole la sua parte sapendo bene che solo conquistando posizioni di potere reale potrà rinforzare il proprio partito. Ma passata la grande abbuffata e, magari, nel bel mezzo delle spartizioni e proprio per aumentare il proprio peso e rivendicare più posti, Renzi dovrà necessariamente incominciare a caratterizzare politicamente la propria formazione. E se vuole posizionarsi al centro della scena politica ed in questo modo intercettare spezzoni di Forza Italia e diventare il punto di aggregazione di tutti gli sbandati della galassia centrista, dovrà necessariamente porsi come il primo e più deciso critico nei confronti del Movimento Cinque Stelle e di un Pd sempre più sbilanciato a sinistra.

Non è detto che le critiche debbano sfociare rapidamente in rottura. Renzi farà saltare il governo di cui si accinge a diventare il dominus solo e quando avrà consolidato il suo partito e riterrà conveniente andare alle elezioni. Ma quale vita può avere un esecutivo che ha una bomba ad orologeria piazzata sulla testa pronta a scoppiare a scelta esclusiva di un personaggio imprevedibile come il rancoroso fiorentino?

La domanda va girata a Nicola Zingaretti, che in nome dell’unità del Pd ha deciso di evitare le elezioni con cui avrebbe potuto liquidare una volta per tutte il renzismo e che oggi si ritrova con il partito lacerato da una scissione fin troppo annunciata. Va presentata, con tutto il rispetto possibile, al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha formalmente applicato la Costituzione fornendo a Pd e M5S il tempo necessario per formare il governo ma che, nella sostanza, è stato ben felice di assicurare questi tempi e scongiurare una tornata elettorale anticipata destinata a concludersi con la vittoria del centro destra. E va rivolta a tutti i grandi sponsorizzatori del Conte-bis, dal Papa alla Ue, che hanno fatto di tutto per evitare il rischio che Salvini diventasse l’uomo solo al comando ed ora si ritrovano con un governo super-precario e con Renzi diventato l’uomo solo in regia!

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Redazione16 Settembre 2019

Quello che Matteo Renzi si accinge a varare è un partito che ha come obbiettivo immediato, pratico e concreto, di consentire all’ex premier di sedere al tavolo dove gli alleati di governo decidono i vertici delle società controllate dallo stato. Si calcola che in scadenza ci siano almeno cinquecento caselle in Cassa Depositi e Prestiti, Enel, Terna, Inps, Agicom, Eni, Leonardo, Poste e società minori. Al momento a sostituire i manager in scadenza sono Conte, Zingaretti, Di Maio e Speranza o Bersani, cioè il Presidente del Consiglio ed i leader dei partiti che compongono la maggioranza. Se Renzi esce dal Pd , crea a suoi gruppi parlamentari e conferma il proprio sostegno all’esecutivo giallo-rosso, può rivendicare di entrare a far parte del tavolo ristretto dei massimi decisori. In caso contrario deve rimettersi al buon cuore di Nicola Zingaretti, che come ha dimostrato la nomina dei sottosegretari e vice ministri non sembra essere tanto buono quanto si tratta di soddisfare gli appetiti dei renziani.

Naturalmente ci sono anche altre ragioni a spingere Renzi a dare vita ad un proprio partito. A partire dalla necessità di tornare a separare il destino dei post-democristiani da quello dei post-comunisti fino ad arrivare alla speranza di attrarre tanti esponenti di Forza Italia ostili a Salvini e nostalgici del nazarenismo.

Ma il motivo più contingente e pressante è la necessità di partecipare in prima persona al banchetto delle poltrone che contano e che pesano nel nostro paese. Perché è convinzione del “segretario ombra” del Pd che, se dovesse perdere questa occasione di conquistare casematte di potere reale, il suo ruolo nel Partito Democratico verrebbe progressivamente ridimensionato da parte di un segretario formale deciso a riconquistare in pieno la sua funzione di guida e di controllo della “ditta”.

Insomma, anche se nessuno conosce il simbolo del futuro partito renziano, tutti danno per scontato che dovrebbe essere quello della poltrona. Il ché non dovrebbe stupire più di tanto se si pensa che il governo Conte nasce dalla necessità congiunta di Pd e M5S di non perdere le poltrone parlamentari in caso di elezioni anticipate, che lo stesso Presidente del Consiglio passerà alla storia come l’uomo della poltrona continua e che la motivazione ideale della attuale coalizione è rappresentata dalla preoccupazione che alla scadenza del mandato di Sergio Mattarella sulla poltrona del Capo dello Stato ci possa sedere un esponente del centro destra.

Si dirà che la politica è da sempre lotta per le poltrone e che Renzi non fa altro che applicare quella rivisitazione di un vecchio detto latino secondo cui “ homo sine poltrona imago mortis”.

Ma se ogni motivazione ideale si riduce a far stare più comodo il proprio deretano, si può concludere che è la vita pubblica italiana nell’era giallo-rossa è diventata una “imago mortis”?

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Redazione13 Settembre 2019

Non sono sopportabili quei soloni da salotto mediatico che sentenziano sulla presunta impresentabilità della destra italiana e fingono di lamentarsi per l’assenza di una destra autenticamente moderata, liberale, europeista e degna di stare a tavola al loro cospetto. Ma sono ancora meno sopportabili quegli esponenti dello schieramento al momento avverso all’alleanza tra gialli e rossi che pendono dalle labbra di questi soloni e, nella convinzione che una destra del genere non potrà mai emergere e liberarsi dal sovranismo populista impresentabile, si ammantano di realismo e cercano di saltare in ogni modo sul carro del vincitore.

Di questi ultimi è inutile parlare. Sono loro ad essere moralmente e culturalmente impresentabili per la loro insopprimibile vocazione a badare solo ed esclusivamente ai propri interessi personali a dispetto di ogni principio ed ogni valore.

Ma dei soloni da salotto bisogna parlare. Per denunciare la loro disonestà intellettuale quando usano l’argomento della inesistenza di una destra normale non per aprire una discussione sulla questione ma per criminalizzare e mettere al bando chiunque si ponga all’opposizione della casta elitaria che controlla il governo ed ogni centro di potere importante del paese.

Costoro partono dal presupposto che l’unica destra buona è quella morta, sepolta, archiviata nei più riposti scaffali della storia patria. Quella presente, qualunque forma possa avere, è sempre inaccettabile, inadeguata, reazionaria e, di conseguenza, condannata ad un ghetto politico le cui porte vanno chiuse a doppia mandata.

I cretini che credono ai soloni vanno informati che se pure rispuntassero i campioni della destra storica dell’epoca della formazione dello stato unitario subirebbero la stessa sorte. Verrebbero criminalizzati con qualche motivazione occasionale, come lo sono stati i liberali delle generazioni successive fino a Giolitti (ministro della malavita secondo la sinistra) e tutti quelli dei sette decenni dell’Italia repubblicana colpevoli di essersi opposti alla cultura cattocomunista egemone.

I soloni, infatti, sono dei criminalizzatori e dei linciatori di professione. Perché sono impregnati di quella vulgata egemonica che considera un eretico da bruciare chiunque osi divergere, dissentire, opporsi.

Per questo va difesa sempre e comunque la destra che c’è con tutte le sue diversità e le sue articolazioni, anche quelle più radicali. Perché non è l’esistenza dei ghetti che garantisce la democrazia ma solo quella dei divergenti, dei dissidenti, degli oppositori.

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Redazione12 Settembre 2019

Il tallone di Achille del Conte-bis si chiama Matteo Renzi. L’ex Presidente del Consiglio non si accontenta di essersi conquistato, sul campo della formazione del governo trasformista, la qualifica di “segretario-ombra” del Pd in attesa di tornare ad essere il segretario ufficiale ed incontrastato dello stesso partito. Considera questo percorso troppo lungo e troppo condizionato da una serie di correnti e di micro-gruppi interni con cui dovrebbe fare i conti e che potrebbero creare problemi e difficoltà superabili solo con grande fatica. Per cui appare deciso a scartare l’opzione della permanenza nel Pd per riconquistarlo dall’interno ed a puntare sulla opzione che prevede la nascita di gruppi parlamentari autonomi alla Camera ed al Senato alleati, ovviamente, con il partito guidato da Nicola Zingaretti ma proiettati a creare le condizioni per una nuova formazione politica separata a cui dare vita dopo la riforma in senso proporzionale del sistema elettorale.

A Renzi si può rimproverare di tutto, a partire dalla incredibile rapidità e spregiudicatezza delle sue svolte tattiche. Ma gli si deve riconoscere la capacità di perseguire con determinazione e senza ripensamenti di sorta le proprie scelte strategiche. Questa caratteristica l’ha messa in mostra in occasione della riforma istituzionale e del referendum fallito. Ed ora rispunta con la strategia diretta a sfruttare la riforma elettorale destinata a rendere applicabile il dissennato taglio dei parlamentari voluto dal M5S solo per esigenze di propaganda.

In questa luce la formazione di gruppi parlamentari autonomi serve a Renzi per spostare sul terreno della riforma in senso proporzionale la battaglia con Zingaretti e la parte del Pd che rimarrà con il segretario attuale. Il disegno dell’ex Premier è di sfruttare il feroce attaccamento dei grillini alle poltrone parlamentari per costringere Zingaretti ad accettare il ritorno al proporzionale senza ingaggiare uno scontro con i renziani che potrebbe portare alla crisi di governo. Con i gruppi parlamentari autonomi, con i quali Renzi conta di attrarre pezzi importanti di Forza Italia, e con la fine del maggioritario, diventa automatica la formazione di un partito autonomo da porre al centro e trasformare nell’ago della bilancia della scena politica italiana.

Zingaretti ed i vari Prodi e Veltroni avranno mai la forza di contrastare il disegno renziano? Se la troveranno il governo dei trasformisti arriverà obbligatoriamente alla fine.

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Redazione11 Settembre 2019

Non è la mitezza il tratto distintivo del Conte-bis ma il livore per fatto personale e per fatto politico. Il primo è quello del Presidente del Consiglio che non sembra in grado di superare l’affronto subito da Matteo Salvini con la crisi dell’8 agosto e pare deciso a trasformare la sua seconda esperienza a Palazzo Chigi in una crociata continua contro la Lega ed il suo leader. Il secondo, quello per fatto politico, è per un verso più serio di quello di un Premier troppo permaloso per diventare un uomo pubblico di livello, ma per l’altro verso molto più pericoloso. Perché mette in tutta evidenza che l’alleanza tra Pd e M5S è nata solo per impedire che il centro destra potesse vincere a mani basse le elezioni anticipate ed ha come unico e solo obbiettivo quello di scongiurare l’ipotesi che lo stesso centro destra possa fare il pieno di voti quando, presto o tardi, si andrà comunque a votare.

Il governo giallo-rosso, dunque, è nato per impedire elezioni che avrebbero segnato la sconfitta di Pd e M5S ed è destinato a rimanere in vita solo dopo aver creato le condizioni per rendere impossibile una sconfitta elettorale dei due partiti ed una vittoria di quelli avversi del centro destra.

Gli strateghi del fatto personale politico sono convinti che l’unico modo per mettere in sicurezza Pd e M5S sia di approfittare del taglio dei parlamentari voluto dai grillini per dare vita ad una legge elettorale che cancelli il residuo di maggioritario esistente nel Rosatellum ed introduca un sistema proporzionale corretto da qualche sbarramento per i partiti minori. In questo modo nessun partito potrà proclamarsi vincitore, le coalizioni di governo si formeranno dopo il voto e non saranno sottoposte al vaglio preventivo del corpo elettorale e, nei progetti degli strateghi, Pd e M5S non avranno alcuna difficoltà a ripetere ed a stabilizzare l’operazione trasformistica di adesso.

Ma, a parte la considerazione che il cambiamento del governo giallo-rosso sarebbe il ritorno alla partitocrazia della Prima Repubblica (cioè al suo aspetto peggiore), non esiste alcuna certezza che il proporzionale con il taglio dei parlamentari garantirebbe la permanenza di Pd e M5S al governo. Perché l’ultima parola spetterebbe comunque al corpo elettorale. Che potrebbe bocciare il trasformismo di sinistra e premiare una alleanza post-voto tra i partiti di destra e di centro tesa a mandare all’opposizione sia i gialli che i rossi.

Gli strateghi troppo furbi molto spesso si incartano da soli!

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Redazione10 Settembre 2019

Si può fare opposizione al Conte-bis senza bisogno di scendere in piazza? Matteo Salvini e Giorgia Meloni dovrebbero sfuggire alla tentazione di considerare che il campo degli avversari del governo giallo-rosso debba comprendere solo quanti hanno intenzione di partecipare alle manifestazioni di protesta da tenere negli spazi pubblici del paese. L’area di chi considera una iattura il ritorno del Pd al governo in compagnia dei trasformisti del M5S, è molto più ampia di quella formata dai militanti di Lega e Fratelli d’Italia. Non c’è bisogno di ripercorrere la storia dell’Italia repubblicana per convincersi che lo schieramento avverso alla sinistra ed alle sue degenerazioni giustizialiste è formato da una serie di componenti tra loro molto diverse. Queste componenti aggiuntive a quelle formate da Lega e Fratelli d’Italia non sono solo i gruppi del cosiddetto centro moderato a cui sembra rifarsi Forza Italia. La stessa destra non si esaurisce in Salvini e nella Meloni ma ha una serie di articolazioni che vanno dai gruppi più radicali a quelli ispirati a valori liberali antagonisti ed alternativi alla sinistra.

Sarebbe un errore, allora, considerare opposizione solo quella della piazza. Un errore che porterebbe ad una autoghettizzazione che rischierebbe di isolare e marginalizzare le componenti del sovranismo populista regalando il paese al Partito Democratico ed al Movimento Cinque Stelle non per il resto della legislatura ma per un tempo molto più lungo.

Mai come in questo momento, invece, l’obbiettivo che Salvini e la Meloni dovrebbero perseguire è quello dell’allargamento a forze diverse e del coinvolgimento delle tante anime di una maggioranza che va in piazza ma che manifesta il proprio dissenso anche rimanendo in silenzio ed operando senza canti e bandiere.

Non si tratta di una impresa facile. Soprattutto per chi, come Salvini, è stato oggetto di una criminalizzazione interna ed internazionale tesa a escluderlo vita natural durante dal governo del paese. Ma il leader della Lega deve fare lezione di quanto avvenuto. E riprendere il cammino tenendo sempre presente che l’isolamento porta a fare la fine di Marine Le Pen.

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Redazione9 Settembre 2019

Heri dicebamus. Il ritorno del Pd al governo viene presentato come la fine di una parentesi accidentale che aveva occasionalmente interrotto il processo ineluttabile ed irreversibile della presenza dei post-comunisti al vertice politico del paese.

La parentesi, ovviamente, è rappresentata da Matteo Salvini. Che viene presentata come il bizzarro incidente di percorso finalmente giunto alla sua inevitabile conclusione.

Ma è questo generale senso di sollievo, esibito con una enfasi decisamente eccessiva da parte di tutti i massima rappresentanti dei cosiddetti poteri forti europei e nostrani ( a Bruxelles, a Cernobbio, in Vaticano, al Quirinale e via di seguito), che mette in mostra una dei difetti più ricorrenti e clamorosi di certa sinistra politica ed intellettuale rappresentato dalla cosiddetta sindrome della ricottina. Quella del contadino che andando al mercato per vendere una ricotta si era autoconvinto che con i soldi della vendita avrebbe acquistato una mucca che gli avrebbe dato un reddito capace di fargli costruire una grande stalla piena di animali destinata a trasformarlo in un ricco possidente. E che mentre fantasticava sui rotoli di denaro che avrebbe inevitabilmente avuto perse l’equilibrio facendo cadere la ricotta e tutti i sogni ad essa connessi.

L’eccesso di enfasi per l’“heri dicebamus” e la fine dell’incidente non tiene conto di una realtà rappresentata da una ricottina governativa che può cadere da un momento all’altro all’interno di una società italiana in cui la maggioranza dei cittadini non ha alcun motivo di tirare lo stesso sospiro di sollievo della casta dei privilegiati.

Questo scollamento dalla realtà della sinistra e della sussistenza grillina giunta al suo seguito è un difetto genetico difficilmente superabile. Ed è il vero puntello su cui l’opposizione di centro destra può dare vita ad una alternativa ampia e credibile alla attuale coalizione degli scampati al voto anticipato.

Per non tornare ad essere un incidente di percorso, però, le diverse componenti dell’area di opposizione debbono incominciare ad evitare di dividersi se la vera opposizione si debba fare più nelle piazze che nel Palazzo. Ognuno scelga il suo modo di porsi in alternativa ai rossi con bande gialle. La diversità assicura una offerta di opposizione più articolata. L’importante è che si rimanga uniti nel proposito di far cadere la ricottina ed i sogni irrealistici della sinistra!