L’Opinione delle Libertà


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Redazione9 Marzo 2020

È il modello cinese quello scelto dal governo per frenare la diffusione del coronavirus. Cioè il modello che prevede la chiusura ermetica delle zone, regioni e province, dove si sono registrati i principali focolai del virus e da cui non si può entrare od uscire per impedire che l’epidemia possa dilagare per l’intero paese.

I costi economici e sociali di una scelta così precisa e drastica sono evidenti. Paralizzare la parte più attiva e produttiva del territorio nazionale provoca automaticamente il blocco di ogni attività con conseguenze devastanti non solo immediate ma anche destinate a prolungarsi per un tempo difficilmente prevedibile. Da un punto di vista sociale, poi, la chiusura di Lombardia ed alcune province  del Veneto, del Piemonte, dell’Emilia e delle Marche aumenta fatalmente quella psicosi di massa che inizialmente si sarebbe voluto evitare e che sembra fatta apposta per far attribuire all’Italia l’etichetta di lazzaretto dell’Europa e dell’intero Occidente.

Rispetto alla certezza dei costi, però, i benefici del modello cinese non sono così certi. Le informazioni che vengono fornite dalle autorità di Pechino riferiscono che i contagi nelle zone chiuse sarebbero in diminuzione.

Ma la piena attendibilità di simili informazioni non è verificabile. Il sistema autoritario del partito unico non offre alcuna garanzia in questo senso visto che nessun regime di questo tipo si è mai mostrato disposto a fornire prove di propri eventuali errori.

Affidarsi al modello cinese, quindi, è una scommessa. Che può avere un esito positivo ma che, viste le differenze esistenti tra una società occidentale democratica avanzata ed una società orientale retta da un regime totalitario, può risultare un azzardo estremamente pericoloso.

Ma esiste un modello alternativo a quello scelto dal governo di Giuseppe Conte? Forse si. Ed è quello che, fondato sul parere degli scienziati secondo cui l’epidemia può colpire tutti ma può avere effetti letali solo per fasce ristrette della popolazione, dovrebbe essere indirizzato non a stravolgere la vita di ogni cittadino ma a potenziare al massimo le strutture sanitarie per metterle in grado di garantire l’assistenza ai malati più a rischio.

Quest’ultimo è il modello delle democrazie liberali. Ma siamo proprio sicuri che il nostro governo Preferisca un modello del genere a quello cinese? O non punti alla massima drammatizzazione Assicurata dal modello cinese per convincere l’Europa a farci fare più debito possibile da destinare alla solita assistenza per fini elettorali?

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Redazione6 Marzo 2020

Non può essere un “dovere” la fiducia che il paese deve nutrire nei confronti degli atti che il governo ed i suoi tecnici compiono nel fronteggiare l’emergenza del coronavirus. Con tutto il rispetto che si deve al Presidente della Repubblica, il suo appello alla necessità che gli italiani diano una prova di unità e compattezza di fronte alla epidemia in atto, non può essere interpretato come un invito a non mettere in discussione la linea seguita dal governo per non compromettere l’interesse nazionale.

Nel suo ruolo di Capo dello Stato Sergio Mattarella rappresenta l’unità della nazione. E non solo è giusto ma addirittura sacrosanto che il massimo rappresentante degli italiani faccia sentire la propria voce e lanci un messaggio in favore della solidarietà e della compattezza della società nazionale in una fase così difficile e travagliata come quella attuale.

Ma il “dovere alla fiducia” non significa stabilire che questo dovere sia obbligatoriamente dovuto da parte dei cittadini nei confronti dell’attuale esecutivo e non debba essere da quest’ultimo adeguatamente meritato. Chi interpreta le parole del Presidente della Repubblica come un richiamo a “non disturbare il conducente” travisa il significato del messaggio del Quirinale e giustifica la necessità che al “dovere della fiducia” si contrapponga il “dovere del controllo critico” per impedire che il “conducente” si possa sentire dotato del potere dell’infallibilità e finisca con l’indirizzare il paese in un qualche dirupo rovinoso.

Nessuno discute la necessità di osservare e rispettare le misure straordinarie che il governo ha preso e potrà continuare a prendere nel prossimo futuro. Ma è proprio la consapevolezza della eccezionalità di queste misure destinate ad incidere profondamente sulla vita dei cittadini, che impone di mantenere sempre e comunque il dovere del controllo critico. Naturalmente senza forzature esagitate e nel totale rispetto delle regole imposte dalla democrazia liberale.

Ma la fiducia non può essere dovuta. Va guadagnata!

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Redazione5 Marzo 2020

I moralisti da stato etico hanno stabilito che in tempo d’emergenza ogni polemica nei confronti del governo va bandita in quanto diretta al tornaconto personale e non al supremo interesse del paese. Secondo loro è un peccato di estrema gravità criticare l’esecutivo, un peccato di egoismo personale e di partito. E calcolare se il coronavirus sia destinato ad allungare o ad accorciare la vita del Conte-bis costituisce un atto irresponsabile che mette a rischio la tenuta delle istituzioni e della stessa società italiana in un momento di gravissimo pericolo.

Ma chi pensa che l’emergenza, qualunque essa sia, debba imporre concezioni e comportamenti da stato etico non tiene conto che in un sistema democratico non è e non può essere il governo ad essere unico interprete e depositario dell’interesse nazionale. In democrazia, infatti, l’esecutivo ha il compito di governare ma lo può fare sempre sotto il controllo di una opposizione che ha come ruolo istituzionale proprio quello di controllare e denunciare gli eventuali errori di chi è stato posto da una maggioranza parlamentare alla guida del paese.

Non solo è giusto, quindi, che in una fase d’emergenza le opposizioni marchino stretto il governo contestando le sue eventuali carenze. È addirittura indispensabile che questo avvenga per impedire che in nome dell’emergenza il sistema perda la sua natura democratica ed assuma quella di uno stato assolutista e totalitario in cui venga fissata l’infallibilità del detentore del potere e la criminalizzazione dei dissidenti colpevoli di peccato di egoismo.

Se si calano queste banali considerazioni sull’ordine del “ Tutti a casa” proclamato dal governo non diventa difficile rispondere al dilemma posto dalle posizioni del moralisti etici se sia giusto o sbagliato criticare Giuseppe Conte ed i suoi ministri.

Se non ci fossero le polemiche, le critiche e le contestazioni al modo scelto dall’esecutivo per drammatizzare al massimo livello l’emergenza del coronavirus, bisognerebbe seriamente preoccuparsi per la tenuta del sistema democratico. E se non venisse sollevato il problema della inadeguatezza dell’attuale esecutivo a guidare in paese in questa fase difficile, bisognerebbe porsi seriamente il problema se la degenerazione totalitaria voluta dai moralisti etici non sia ormai giunta ad un passo dal suo traguardo.

L’emergenza non è solo il coronavirus. È anche essere costretti a sollevare una questione del genere!

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Redazione4 Marzo 2020

Il coronavirus ha rinviato a data da destinarsi la verifica politica del governo. E Giuseppe Conte ringrazia sentitamente questo accidente che lo mette, almeno temporaneamente, al riparo da possibili smottamenti e sommovimenti all’interno della coalizione. Nel ringraziamento al virus per grazia ricevuta si aggiungono il segretario del Pd Nicola Zingaretti, che si ritrova alla guida di un partito tanto confuso da prendere addirittura in considerazione l’ipotesi di cambiamento del nome. E l’intero gruppo dirigente del Movimento Cinque Stelle impegnato nella definizione non solo di un nuovo assetto di vertice ma, soprattutto, di una nuova ed efficace ragione di esistenza.

A Conte ed ai leader dei partiti della coalizione, però, un solo miracolo non basta. Ora al santo virus ne chiedono un secondo rappresentato dal congelamento della legislatura da ottenere attraverso il rinvio, anche in questo caso a data da destinarsi, del referendum sul taglio dei parlamentari. Il loro ragionamento è semplice: più si allontana il referendum, più si allunga il tempo necessario per ridisegnare la mappa dei collegi elettorali e più si assicurano mesi di sopravvivenza alla attuale quadro politico di legislatura. Senza collegi non si può votare neppure con l’attuale legge elettorale. Per cui se il referendum slitta, l’operazione si realizza alla faccia di chi insiste nel chiedere il voto anticipato.

In questo clima fatto di rinvii per sopravvivere l’unica scadenza che sembra non poter essere rinviata in nessun caso è quella delle nomine. Su questo terreno non c’è coronavirus che tenga. Il governo ed i suoi partiti sono fermamente intenzionati a compiere al più presto il rito della distribuzione delle poltrone secondo il metodo Cencelli della lottizzazione della Prima Repubblica. L’unica concessione all’emergenza dell’epidemia sarà probabilmente quella della mancata stretta di mano ai nominati. Per il resto via di gran corsa all’assalto alla diligenza pubblica magari addirittura sostenendo che l’emergenza impone di ridisegnare la mappa del sottogoverno senza lasciare vuoti di sorta.

Ma con quale autorevolezza e credibilità un governo miracolato dal virus può procedere alla nuova occupazione dello stato?

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Redazione3 Marzo 2020

Era assolutamente scontato l’esito delle elezioni suppletive nel collegio Roma 1 della Camera. Il candidato del Pd, appoggiato per l’occasione da Italia Viva e dalle altre formazioni non estremiste della sinistra, cioè Roberto Gualtieri, non poteva non vincere data la sua notorietà  e la enorme visibilità avuta durante il mese di campagna elettorale grazie al ruolo di Ministro dell’Economia del governo Conte-bis.

Ma la piena conferma delle previsioni della vigilia non impedisce di cogliere indicazioni significative dal mini-test elettorale della Capitale. La prima è che l’aver conquistato da parte di Gualtieri il 62 per cento del 17 per cento dei votanti non significa affatto che la sinistra romana è forte, compatta e sempre più radicata in quel centro storico che da anni ed anni rappresenta la sua roccaforte. Se il trionfo del più noto e visibile dei ministri di Conte avesse un significato del genere, il risultato sarebbe stato decisamente diverso. Alla luce dell’enorme vantaggio mediatico avuto nei confronti dei suoi competitori Gualtieri avrebbe dovuto ottenere un risultato più ampio sia nella percentuale dei consensi che in quella dei votanti. Invece il  suo partito è riuscito ad ottenere la mobilitazione di alcune associazioni e gruppi in grado di organizzare i propri aderenti ma non ha portato ai seggi il voto d’opinione della sua stessa area. La vittoria c’è stata comunque. Ma non per spinta popolare ma per voto espressione di un residuo d’apparato e di quella ristretta parte del volontariato cattolico di sinistra che opera all’ombra del Vaticano.

L’indicazione politica del successo di Gualtieri, cioè la vittoria del voto organizzato e l’assenza del voto d’opinione, vale anche per i risultati dei suoi antagonisti. È mancato a ciascuno di loro il voto d’opinione delle rispettive aree di riferimento. E se questo era prevedibile per il candidato del centro destra (quelli dell’ultra sinistra hanno invece fatto il pieno dei propri bacini di consenso), non lo era affatto per la candidata del Movimento Cinque Stelle Rossella Rendina, che si è fermata ad un 4,5 per cento malgrado i grillini siano al governo della città da oltre tre anni con la sindaca Virginia Raggi. Anche al M5S è mancato il voto d’opinione. E la mancanza è stata assolutamente determinante per un movimento che non ha apparati di sorta e che è cresciuto negli anni solo ed esclusivamente con i consensi d’opinione non organizzati. Ma se nel primo test elettorale che si tiene a Roma dopo le elezioni politiche ed europee e che precede di un anno e mezzo il voto per il rinnovo del governo del Campidoglio, i grillini non sono riusciti a risvegliare almeno in parte l’opinione di quei romani che avevano eletto trionfalmente Virginia Raggi, vuol dire che il vento di un tempo si è fermato e che la partita per Roma diventa tutta da giocare. Almeno da parte di quelle forze dell’area della non sinistra che in questa occasione non hanno saputo mobilitare il loro voto d’opinione ma che ora hanno tutto il tempo necessario per farlo con i progetti e le candidature più appropriate.

La campagna elettorale romana è, dunque, aperta. Senza esiti scontati ma con un esito tutto da definire!

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Redazione2 Marzo 2020

Ora si calcolano gli effetti del coronavirus sull’economia nazionale e si deve prendere atto che l’epidemia ha provocato danni enormi ingigantiti dalla psicosi collettiva causata inizialmente anche dal comportamento dissennato delle massime autorità istituzionali.

Il governo pare convinto che per porre rimedio a tali guasti non serva altro che premere su Bruxelles ed ottenere il via libera allo sforamento dei vicoli di bilancio. Ma concentrare l’attenzione solo sull’autorizzazione ad aumentare il debito non solo serve a rinviare nel tempo un problema che andrebbe affrontato con riforme strutturali a partire dalla riduzione generalizzata della pressione fiscale. Rischia di aggiungere alla psicosi sanitaria anche quella economica inducendo un governo, che già appare geneticamente portato alla sottovalutazione dei problemi, ad immaginare che grazie al coronavirus si possa spostare ad una data più lontana possibile la sequela delle questioni politiche che stanno emergendo in questa fase tempestosa.

Al primo posto di questo inquietante elenco c’è la verifica della coalizione giallorossa. Il Premier Conte ha facile gioco nel rilevare che le due emergenze sanitaria ed economica rendono impossibile operare immediatamente un confronto serio sulla tenuta del governo. Nel frattempo, però, si avvicina il momento in cui il referendum sul taglio dei parlamentari provocherà un cambiamento epocale nella rappresentanza politica del paese ed un danno incalcolabile alla credibilità ed alla autorevolezza al potere legislativo dello stato di diritto. E si deve prendere atto che nella disattenzione generale imposta dalla psicosi dell’epidemia sono state introdotte norme che di fatto cancellano i diritti individuali dei cittadini ed introducono nella Repubblica Italiana il sistema Stasi del vecchio regine comunista e totalitario della Germania dell’Est.

Non è accettabile che con la scusa del coronavirus la democrazia liberale italiana venga picconata alle sue basi. Ma è altrettanto inaccettabile che l’epidemia diventi il pretesto per non affrontare alcune questioni di politica estera di vitale importanza per il nostro paese. Prima fra tutte quella libica diventata, grazie soprattutto alla totale assenza dell’Italia, una partita esclusiva tra turchi e russi.

Tra le devastazioni che la fine dell’epidemia lascerà da affrontare, dunque, non ci sarà solo un sistema sanitario da rigenerare ed una economia da rilanciare ma anche una democrazia da salvare ed un ruolo internazionale del paese da recuperare.

È bene saperlo per tempo. Perché arriverà il momento di stabilire chi ha sbagliato e deve pagare e chi avrà il compito di salvare il salvabile!

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Redazione28 Febbraio 2020

Per evitare il governo d’emergenza non c’è altra strada che negare l’emergenza. Ed ecco che ora si declassa il coronavirus ad influenza stagionale rafforzata, si cambia criterio di calcolo dei casi stabilendo che vanno registrati solo quelli conclamati dopo il ricovero in ospedale e non i ricoverati in attesa di accertamento, non vanno presi in considerazione gli autotutelati che si sono messi in quarantena autonomamente e di cui non si sa praticamente nulla (in Toscana sono quasi novecento) e  si fa scattare la campagna tesa a riportare il paese ad una normalità che riduca il suo isolamento internazionali e faccia ripartire la produzione nelle zone rosse del paese.

Sostituire l’emergenza con la normalità è un atto sacrosanto. Che, però, va realizzato nei modi e nei tempi giusti e, soprattutto, non può avere come motivazione di fondo quella di allungare a dismisura la vita del governo Conte-bis.

Il modo e la tempistica con cui l’attuale esecutivo ha avviato l’operazione del ritorno alla normalità sono totalmente sbagliati. Passare nel giro di ventiquattro ore da un eccesso di allarme ad un eccesso di minimizzazione risponde alla logica da Grande Fratello tv della gestione dell’immagine del Premier ma è un atto politico segnato da totale irresponsabilità. Non si può bombardare l’opinione pubblica nazionale ed internazionale da messaggi contraddittori ma sempre e comunque esasperati. Il risultato è devastante. Perché mette in evidenza come la preoccupazione principali di chi diffonde questi messaggi non è la salute e la ripresa del paese ma la tenuta in vita di un governo che pretende di sopravvivere alla propria debolezza sfruttando l’occasione offerta dal coronavirus.

Conta poco che questa accusa possa essere rivolta contro i nemici personali di Conte, cioè contro i due Mattei ormai bollati come quelli che hanno stretto un patto per strumentalizzare l’emergenza del coronavirus per sbarazzarsi del detestato “Giuseppi”. Una strumentalizzazione vale l’altra. Con la differenza che quella dei due Mattei è per fare secco un governo debole e contraddittorio mentre quella di Conte (e Casalino) è diretta a tenere in piedi proprio un esecutivo che, pur essendo debole e contraddittorio, esercita un potere che provoca danni al paese.

Il buon senso vorrebbe che l’emergenza non venisse eliminata con una velina ai media compiacenti. Ma il buon senso è come il vaccino contro il coronavirus. Non c’è!

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Redazione27 Febbraio 2020

Adesso la parola d’ordine del governo è di minimizzare. Ma questo indirizzo giunge dopo un percorso schizofrenico di comportamenti contraddittori che hanno contribuito pesantemente alla crescita della psicosi collettiva oggi presente nel paese.  Inizialmente il coronavirus è stato sottovalutato trasformandolo in una occasione per rilanciare le accuse di razzismo ad una opposizione che esprimeva le preoccupazioni della popolazione per i pericoli di contagio. Successivamente è stato usato come occasione di promozione e rilancio dell’immagine del Premier senza minimamente calcolare che la sovraesposizione di Giuseppe Conte passato da avvocato del popolo a medico d’Italia avrebbe automaticamente provocato la moltiplicazione della paranoia collettiva. Ora, invece, pare scattata la terza fase. Quella della minimizzazione della vicenda che passa da possibile pandemia di peste postmoderna ad influenza stagionale leggermente potenziata causata da errori di qualche medico dell’Ospedale di Lodi commessi durante il ricovero del primo infetto.

A causare questo precorso schizofrenico da parte delle massime autorità del governo hanno concorso due fattori principali. Il primo è la quarantena internazionale in cui è stato posto il nostro paese a causa della sua autorappresentazione di malato d’Europa. Da Bruxelles Paolo Gentiloni fa sapere che non tutto il male viene per nuocere visto che il coronavirus consentirà di andare un po’ oltre i limiti del bilancio ed aumentare la spesa pubblica senza il timore di penali europee. Ma le parole del commissario europeo non cambiano la circostanza che l’Europa ha isolato l’Italia confermando, come è avvenuto per l’immigrazione, che gli interessi nazionali delle grandi nazioni continentali escludono che i problemi italiani possano essere affrontati in chiave di solidarietà europea.

A questo fattore, che fa temere a Conte di non poter più contare sul puntello della Ue, si aggiunge quello più interno ed incombente della paura che una emergenza troppo sbandierata finisca con il far crescere la necessità di fronteggiarla non con un governo minoritario ma con un governo d’emergenza istituzionale.

Di qui il contrordine di Palazzo Chigi: ridimensionare (per sopravvivere)!

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Redazione26 Febbraio 2020

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte approfitta dell’emergenza imposta dal coronavirus per lanciare un appello all’unità nazionale che di fatto dovrebbe costituire un atto di fiducia piena e senza distinguo di sorta alle decisioni ed alle scelte del proprio governo.

L’appello raccoglie l’immediata adesione delle forze della coalizione governativa. I partiti che fino all’altro ieri sembravano ad un passo dalla rottura si affrettano a rinviare il cosiddetto chiarimento a data da destinarsi per non assumersi la responsabilità di provocare una crisi in un momento di così grande difficoltà. E le stesse forze dell’opposizione riducono le proprie polemiche nei confronti dell’esecutivo ammettendo implicitamente che in nome dell’unità nazionale non si debbono creare problemi al governo.

Il paese formale, dunque, aderisce rapidamente e facilmente all’appello di Conte mettendo da parte, almeno per il momento, i dissidi, i contrasti, le accuse e le ripicche che avevano alimentato nelle settimane scorse i pericoli di una crisi dagli sbocchi non prevedibili.

Ma il paese reale è disponibile ad adeguarsi all’indicazione proveniente da quello formale? Tra i suoi tanti effetti il coronavirus ha riprodotto in maniera netta ed inequivocabile la distinzione tra i due paesi, quello delle istituzioni che opera nel Palazzo e quello della società civile che vive nella penisola. Il Palazzo si stringe attorno a Conte firmando una sorta di cambiale in bianco al governo. La società civile continua a non fidarsi affatto di un governo e di un Parlamento che non più tardi di una settimana fa sembravano spinti verso l’abisso dal peso del discredito di cui erano caricati.

Conte, in sostanza, può convincere i partiti a concedergli una tregua in nome dell’emergenza nazionale. Ma non è in grado di raccogliere la fiducia della maggioranza degli italiani a cui non viene affatto spiegato perché mai il nostro paese sia passato da quello più affetto d’Europa da pregiudizio razzista a quello più affetto di coronavirus del Vecchio Continente.

Conte, naturalmente, se ne può tranquillamente infischiare del paese reale. Finché quello formale lo sostiene rimane senza scosse a Palazzo Chigi. Ma l’emergenza è come l’epidemia. Presto o tardi finisce. Ed allora i conti si pagheranno con il sovrapprezzo della rabbia popolare repressa!

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Redazione25 Febbraio 2020

Il colera a Napoli dei decenni passati era causato dal sottosviluppo. Il coronavirus in Lombardia, in Veneto ed in altre regioni settentrionali è il frutto dello sviluppo. A provocare il colera erano le pessime condizioni igieniche e sanitarie. A suscitare il coronavirus sono i flussi intensi di traffici e commerci tra le regioni più sviluppate d’Italia e le aree del pianeta, Cina in primo luogo, dove l’epidemia è scoppiata.

La riflessione è sicuramente molto schematica ma pone in maniera totalmente diversa dal solito il problema della separazione delle due Italie, quella del Nord votata alla produzione e quella del Sud che in gran parte vive di assistenza ed in cui gli slanci produttivi vengono frenati dalle difficili condizioni presenti sul territorio.

Questo schematismo può provocare un grave pericolo. Che per fronteggiare le gravi condizioni economiche delle zone produttive a causa del coronavirus, il governo giallorosso di Giuseppe Conte sappia solo operare in chiave assistenziale nei confronti del Nord ed in questo modo finisca solo con il provocare la separazione tra un Settentrione aiutato ed un Meridione praticamente abbandonato.

Questo pericolo nasce dalla considerazione che l’attuale governo non sappia far altro che usare l’assistenza come unico strumento di intervento dello stato. La cultura dell’assistenzialismo è l’unica manifestazione di pensiero del Movimento Cinque Stelle. Ma, soprattutto, è ormai da tempo il solo mezzo che secondo il Partito Democratico e l’intera sinistra risulta essere indispensabile per tenere in piedi lo stato sociale.

Il fallimento del meccanismo assistenziale, che è sempre accompagnato da fenomeni di elefantiasi della burocrazia costosa ed improduttiva, è assodato da tempo. Ma i maggiori partiti della coalizione non hanno alcuna intenzione di riconoscere questo fallimento.

Di qui la preoccupazione che per aiutare le zone produttive il governo non esiti ad allargare in maniera crescente la forbice esistente tra Nord e Sud.

Mai come in questa fase emergenziale servirebbe passare dall’assistenza alla creazione delle condizioni indispensabili per rilanciare l’economia nel Settentrione e liberare le spinte produttive in Meridione.

Purtroppo, però, M5S e Pd sono convinti che l’assistenza produca consensi elettorali. Ed a giugno si vota in molte regioni, in particolare del Nord!