L’Opinione delle Libertà


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Redazione22 febbraio 2018

È assolutamente condivisibile la preoccupazione mostrata da Raffaele Cantone, presidente dell’Anac, e da Gian Luigi Gatta, ordinario di Diritto penale all’Università Statale di Milano, nei confronti dell’introduzione dell’agente provocatore nel sistema giudiziario nazionale. La vicenda del figlio del governatore della Campania, Vincenzo De Luca, ha sollevato questo problema. E molto correttamente il magistrato Cantone e il docente di Diritto penale Gatta hanno sottolineato come “le ragioni che suggeriscono di utilizzare la massima prudenza sono molteplici e, in ultima analisi, si richiamano all’insopprimibile esigenza di garantire il rispetto dei diritto fondamentali del cittadino di fronte alla giustizia penale”.

Tutto bene, allora? L’uso dell’agente provocatore è scongiurato dopo che il responsabile dell’Anticorruzione lo ha chiaramente bocciato? In realtà le preoccupazioni rimangono. Innanzi tutto per una questione di fondo. Cantone e Gatta si sono affrettati a spiegare che la loro argomentazione non nasce da una “questione di garantismo”, ma dall’“ossequio ai principi dello stato di diritto delineato dalla Costituzione”. Come se il garantismo fosse una sorta di degenerazione frutto della polemica politica e non il rispetto dei principi dello stato di diritto fissati nella Costituzione. E questa precisazione del nulla solleva il timore che anche Cantone e Gatta abbiano dimenticato che le Costituzioni sono nate non per rinforzare l’autorità dello stato ma per garantire i diritti dei cittadini fino ad allora spesso conculcati proprio dall’autorità dello Stato. La legalità non è costituita dall’applicazione ottusa della legge come vogliono i giustizialisti cultori dello stato etico e totalitario ma dal rispetto delle garanzie dei cittadini voluto dallo stato di diritto e dalle democrazie liberali.

Questa precisazione critica può apparire ingiustificata. Ma è bene ribadire che il confine tra stato etico e stato di diritto è dato dalle garanzie dei cittadini perché nella loro argomentazione contro l’uso dell’agente provocatore che non agisce contro l’attuazione del reato ma suggerisce e provoca il reato stesso, Cantone e Gatta si sono riferiti all’eventualità che la pratica venga adottata dal sistema giudiziario ma non hanno speso una sola parola contro l’uso mediatico e politico dell’agente provocatore. Cioè hanno accuratamente evitato di entrare nel merito della vicenda campana in cui l’azione di provocazione è stata compiuta da giornalisti al di fuori di ogni controllo giudiziario.

È probabile che Cantone e Gatta non abbiano affrontato l’argomento, cioè la legittimità o meno dell’uso mediatico e non giudiziario dell’agente provocatore, per non entrare nella polemica politica del momento. Ma è bene ricordare che le garanzie dei cittadini fissate dalla Costituzione non valgono solo sul terreno del diritto penale ma anche su quello della vita civile. L’idea di perseguire la virtù anche con strumenti che violano i diritti individuali è tipica delle concezioni totalitarie. In democrazia e nello stato di diritto queste idee e queste pratiche vanno bandite. Senza distinguo di sorta!

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Redazione21 febbraio 2018

Il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda ha definito “irresponsabili” i dirigenti della multinazionale brasiliana Embraco che hanno deciso di chiudere la fabbrica di Riva di Chieri, spostarla in Slovacchia e licenziare i 497 dipendenti italiani. Ma in questa storia di categorie di irresponsabili ce ne sono almeno tre. La prima è sicuramente quella indicata da Calenda, cioè quella formata dai dirigenti di una multinazionale che chiudono e aprono aziende esclusivamente sulla base delle proprie convenienze del momento non calcolando la perdita di credibilità e di affidabilità che tale comportamento comporta. La seconda, con un carico di irresponsabilità decisamente maggiore, è rappresentata da chi si batté con la massima decisione per l’allargamento dell’Unione europea ai Paesi dell’Est presentando la decisione come la prova di un europeismo maturo e consapevole e nascondendo i problemi che l’operazione avrebbe comportato. La sinistra europea in generale e quella italiana in particolare si buttò a capofitto nell’impresa ignorando o mimetizzando che lo squilibrio tra sistemi sociali dell’Europa dell’Ovest e quelli dei Paesi usciti dalla devastante esperienza comunista avrebbe favorito l’espansionismo economico tedesco a tutto svantaggio dei sistemi industriali e produttivi delle altre nazioni, specie quelle mediterranee.

La terza categoria, infine, è quella a cui appartiene lo stesso ministro Calenda, che si colloca tra gli eredi di quella sinistra dell’allargamento irresponsabile e che scopre per motivi elettorali i drammi della delocalizzazione decisa da una multinazionale dopo non aver battuto ciglio per anni e anni di fronte alla delocalizzazione operata dalle aziende italiane verso i Paesi dell’Est europeo e la desertificazione industriale avvenuta nel nostro Paese per le stesse ragioni che hanno spinto l’Embraco a cercare migliore fortuna in Slovacchia.

Nessuno, ovviamente, ignora che le conseguenze dell’errore commesso nel passato dalla sinistra ulivista e prodiana sia oggi difficile da gestire. Riequilibrare le condizioni economiche, fiscali e sociali tra i diversi Paesi dell’Unione equivale a rifondare dalle basi la stessa Ue. Ma a un problema così serio non si può rispondere con la strumentalizzazione elettoralistica. E dispiace che a farla sia stato Calenda, che fino ad ora era apparso immune da questo difetto tipico di certi politici di basso conio.

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Redazione20 febbraio 2018

L’aver risvegliato l’antifascismo ottuso e violento degli anni ’70 è una colpa della sinistra antirenziana che è un segno al tempo stesso di irresponsabilità e di disperazione. Un clima di tranquillità, serenità e di pacificazione non comporta minimamente la rinuncia ai propri ideali ed alla propria visione del mondo. La difesa della democrazia e la condanna del fascismo fanno parte della coscienza morale e civile del paese e cercare di arroventare il clima della società nazionale usando la violenza delle parole e della piazza per rispolverare un antifascismo da Volante Rossa è un atto talmente irresponsabile da meritare di essere etichettato come nazi-fascista a tutti gli effetti.

La sinistra antirenziana pensava di strappare voti al Pd declinante recuperando dagli archivi della storia slogan e metodi dell’ultrasinistra degli anni di piombo. Ma è da cinici squilibrati avvelenare i pozzi della convivenza civile solo per qualche pugno di voti. Tanto più che questo pugno di voti sembra essere totalmente vuoto visto che le quotazioni di Liberi ed Uguali sono in preoccupante ribasso. E gli unici destinati a raccogliere il consenso motivato dalla riproposizione dell’odio è la lista della sinistra ultraradicale Potere al Popolo.

All’irresponsabilità, dunque, si aggiunge la disperazione. Pietro Grasso ed i suoi compagni di avventura pensavano di poter raggiungere una quota di consenso superiore al 10 per cento. Consapevoli di non riuscirci hanno giocato la carta disperata dell’antifascismo più virulento senza tenere in minimo conto dei danni collaterali che la loro mossa elettoralistica potrebbe arrecare al paese.

Stupisce che a mettere la faccia sull’irresponsabilità e sulla disperazione sia Pietro Grasso, che non solo è stato e continua ad essere Presidente del Senato e seconda carica dello stato ma ha alle spalle anni di attività da magistrato ai massimi livelli. Possibile che non capisca che per un pugno di voti inesistenti rischia di compromettere la credibilità conquistata negli anni della toga?

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Redazione17 febbraio 2018

Nessuno può negare agli incompetenti di poter ambire alle massime cariche politiche. In un sistema democratico i diritti valgono per tutti. Ma l’idea che solo agli incompetenti possano essere riservate le poltrone parlamentari è inaccettabile non solo in nome della democrazia, ma anche e soprattutto del buon senso.

La campagna elettorale, si sa, è il trionfo della democrazia e, troppo spesso, la negazione del buon senso. E questa regola non scritta è stata confermata in pieno dalla decisione dei vertici del Movimento 5 Stelle di reagire agli attacchi provocata dalla vicenda dei rimborsi fasulli e dei bonifici negati sfidando i partiti avversari ad accettare la proposta di seguire il loro esempio virtuoso e dimezzare nella prossima legislatura gli stipendi di tutti i parlamentari.

La trovata è sicuramente un modo furbesco di tentare di ribaltare gli effetti negativi del caso scoppiato nei giorni scorsi in casa grillina. I militanti hanno ora un argomento per replicare alle accuse di predicare bene e razzolare male. Ma è anche la spia di una concezione della politica che nega il buon senso e privilegia solo una convinzione di natura ideologica tanto distorta quanto vetusta.

A dimostrare l’assenza di buon senso della sfida lanciata da Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista ci ha pensato un deputato grillino implicato nella vicenda per aver trattenuto parte dello stipendio di parlamentare che si era impegnato a versare per dimostrare la diversità morale dei parlamentari grillini. Maurizio Buccarella, di professione avvocato, ha spiegato che se avesse seguito le indicazioni del vertice del M5S accontentandosi per cinque anni di uno stipendio di soli 3mila euro al mese, avrebbe avuto difficoltà a rientrare nella vita normale e professionale al termine del mandato parlamentare.

Tremila euro mensili, infatti, possono essere una retribuzione ambita per chi non ha reddito, ha un lavoro precario e mal retribuito o è addirittura disoccupato. Ma per qualsiasi professionista, dirigente o lavoratore minimamente affermato per competenza e capacità non può essere un traguardo ma solo un punto di partenza. Chi, avendo un lavoro più remunerativo, si sognerebbe mai di abbandonarlo per entrare a far parte di un Parlamento dove viene instaurata la regola del pauperismo di Stato in nome di una mal digerita concezione della virtù?

La risposta è scontata. Così come è fin troppo evidente da dove venga la virtù mal digerita. Da una reminiscenza giovanile della rivoluzione culturale maoista del fondatore Beppe Grillo che in età ormai matura tende a rinverdire le suggestioni di gioventù teorizzando un mao-grillismo o un grillo-maoismo fondato sul principio del potere agli inconsapevoli. Quel principio che è la rovina di ogni società, sia primordiale che avanzata!

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Redazione16 febbraio 2018

All’estrema sinistra si avanza un nuovo partito che si chiama “Potere al Popolo” e che potrebbe determinare un ulteriore e devastante sommovimento all’interno della cosiddetta area progressista. Di questo “Potere al Popolo” non si hanno grandi notizie. Non ha un leader riconosciuto e non presenta, al momento, individualità particolari. Nasce, a differenza di molti dei movimenti politici del momento, non attorno e dietro il carisma di un qualche personaggio ma, sull’esempio delle formazioni partitiche del passato, attraverso la partecipazione di una base tenuta insieme da un minimo comune multiplo di natura ideologica e culturale.

Quale sia il collante di “Potere al Popolo” è fin troppo facile da identificare. È quello della fedeltà alla cultura e all’ideologia comunista del secolo passato. E questo collante pone automaticamente la nuova aggregazione politica alla sinistra dello schieramento di sinistra. Fino alla presentazione delle liste per le elezioni del 4 marzo nessuno aveva previsto la nascita di un competitore di Partito Democratico e “Liberi e Uguali”. Ma dal momento dell’apertura della campagna elettorale i sondaggisti e gli analisti hanno dovuto incominciare a registrare la presenza di “Potere al Popolo” e calcolare la sua incidenza sugli equilibri futuri tra i diversi soggetti dell’area della sinistra.

Questi calcoli e queste analisi non prevedono terremoti particolari. Il Pd di Matteo Renzi è destinato a rimanere comunque il partito più consistente della sinistra. E “Liberi e Uguali” il suo concorrente e competitore principale. Ma “Potere al Popolo”, con il suo punto e mezzo attribuito dai sondaggi, incomincia a rappresentare non solo una spia illuminante del frazionamento in atto dello schieramento progressista, ma anche una porzione marginale di elettorato di sinistra che può risultare determinante in senso negativo in tutti quei collegi in cui il Pd potrebbe contendere i seggi al centrodestra e al Movimento 5 Stelle.

“Potere al Popolo”, in sostanza, con la sua capacità di aggregare il voto della sinistra più radicale, può togliere voti sia a Matteo Renzi che a Pietro Grasso e trasformare il 4 marzo nel giorno della sconfitta epocale e della fine della vecchia sinistra post-comunista italiana.

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Redazione15 febbraio 2018

Sono il trionfo dell’ipocrisia e del classismo gli attori, i registi, gli intellettuali residenti del quartiere romano dell’Esquilino che denunciano il fallimento della società multietnica e multiculturale perché Piazza Vittorio è diventata un bivacco degradato di tutti gli immigrati sbandati e disperati che arrivano nella Capitale. La loro, dicono, non è una denuncia di stampo razzista. Perché loro, ovviamente, sono antirazzisti, progressisti, avanzati, tolleranti e aperti a ogni genere di dialogo, confronto e contaminazione. Sono per i “ponti” e non per i “muri”. E condannano e disprezzano tutti quelli che sono chiusi, intolleranti, reazionari e portatori di idee di chiaro stampo fascista e nazista.

La loro denuncia nasce solo dalla preoccupazione per il degrado provocato dagli immigrati senza lavoro che hanno scelto le strade, le piazze ed i giardini dell’Esquilino come loro residenza. Se non ci fosse il degrado la società multietnica e multiculturale dell’Esquilino sarebbe perfetta. Ma visto che gli immigrati hanno portato il degrado, il tipo di società che da sempre rappresenta il punto d’arrivo del loro impegno culturale e politico deve considerarsi fallito.

Semplificando fino alla brutalità si potrebbe dire che gli attori, i registi e gli intellettuali di sinistra dell’Esquilino non sono razzisti ma hanno la puzza al naso. Ma c’è poco da scherzare sulla vicenda. Perché questa storia rappresenta il caso più significativo della ipocrisia e della superficialità con cui alcuni gruppi dirigenti del nostro Paese hanno affrontato e continuano ad affrontare il problema dell’accoglienza e dell’integrazione. Con l’ipocrisia di chi predica bene e razzola malissimo. Con il classismo di chi accusa di razzismo i poveri delle periferie e dei Paesi che contestano l’accoglienza senza controllo da cui dipende l’impossibilità dell’integrazione e dichiara che la sua protesta è solo di natura estetica e olfattiva. Con la superficialità di chi non vuole ammettere che al fondo del problema non c’è solo lo Stato inesistente che non reprime a dovere, ma una differenza di livello di civiltà che uno Stato serio dovrebbe preoccuparsi di colmare o, nell’impossibilità, di impedire di venire a contatto.

Questi intellettuali progressisti sono gli stessi che inorridivano quando Oriana Fallaci si sdegnava perché gli immigrati pisciavano sul sagrato di Santa Croce. Ora che pisciano all’angolo di casa loro si accorgono che la società multietnica e multiculturale è fallita perché lo Stato non rimette in funzione i Vespasiani! Ridicoli!

 

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Redazione14 febbraio 2018

Nessuno ha mai chiesto ai parlamentari grillini di rinunciare a una parte dei propri emolumenti per destinarli alla beneficenza nei confronti dei cittadini in difficoltà. Hanno deciso in piena e totale autonomia. E lo hanno fatto per mettere in mostra nel modo più eclatante la loro diversità virtuosa rispetto ai parlamentari di tutti gli altri partiti. Volevano marcare la differenza esistente tra quelli che entravano in Parlamento per fare la vita dei satrapi e quelli che lo facevano per diventare i francescani della politica. Un esercizio di virtù che avrebbe dovuto non solo distinguerli dagli esponenti delle altre forze politiche preoccupati solo di godere dei benefici della poltrona, ma renderli un modello di purezza e solidarietà agli occhi di tutti gli italiani. Puntavano, in sostanza, ad apparire come degli “anti-italiani”, una categoria di supereroi impegnata a combattere e modificare l’immagine tradizionale degli abitanti di un Paese incline da sempre all’egoismo personale.

Scoppiata la vicenda degli scontrini, è facile ironizzare sui supereroi anti-italiani incapaci di liberarsi della propria italianità e dediti al piccolo imbroglio per continuare a predicare bene per razzolare male. Ma l’ironia non serve. Perché la vicenda, che porta inevitabilmente l’opinione pubblica a ripiegare nel più tradizionale qualunquismo del “tanto sono tutti uguali”, è per un verso comica e per l’altro drammatica. È comica perché dimostra come i grillini non sono francescani impegnati a praticare la povertà, ma sono in larga parte dei poveri disgraziati consapevoli di aver vinto un terno al lotto con l’elezione a parlamentare e ben decisi a non rinunciare neppure a una briciola dell’inaspettata fortuna. È drammatica perché spegne almeno in una parte dell’elettorato grillino la convinzione di aver finalmente trovato il manipolo di santi a cui affidare le loro speranze di cambiamento.

Quale effetto potrà avere sul voto del 4 marzo la delusione degli elettori grillini a cui è stata cancellata la speranza? Probabilmente quello di aumentare la percentuale degli astenuti. Ma anche quello di far riflettere le forze politiche tradizionali sulla necessità di ridare un pizzico di speranza ai disperati. Magari solo quella che può essere accesa dai peccatori dichiarati ma almeno capaci di risolvere i problemi reali.

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Redazione13 febbraio 2018

La vecchia sinistra ideologica riscopre la piazza e la violenza non perché in Italia ci sia un rigurgito fascista e razzista che non esiste. Ma, molto più semplicemente e tristemente, per cercare di strappare qualche voto al Partito Democratico di Matteo Renzi e al Movimento Cinque Stelle di Luigi Di Maio e Beppe Grillo e continuare a illudersi di essere ancora in vita.

Il tempo, però, è impietoso. E nel momento in cui la sinistra radicale e antagonista riscopre gli slogan e la guerriglia urbana degli anni Settanta per dimostrare di non aver esalato l’ultimo respiro, le immagini e le cronache delle manifestazioni dei giorni scorsi, prima fra tutte quella di Macerata, testimoniano brutalmente che il segnale di vitalità è compiuto da morti che camminano. Non c’è solo il dato anagrafico di alcuni dei marciatori a rendere evidente il loro lampante e ridicolo ritorno al passato. C’è, soprattutto, l’assenza totale di una qualche riflessione sui problemi del momento e l’ottusa tendenza ad inquadrarli esclusivamente con lo schema fascismo-antifascismo risalente alla prima metà del secolo scorso.

Si tratta di un caso di demenza senile di massa? Nient’affatto. Perché nessuno degli organizzatori delle manifestazioni antifasciste dure e pure è affetto da una malattia del genere. Si tratta, al contrario, di una semplice e brutale strumentalizzazione diretta al tentativo di conquistare qualche voto al Pd e a grillini da parte di Liberi e Uguali e di Potere al Popolo.

Questa, però, è una strumentalizzazione disperata. Perché i voti da tentare di strappare sono pochissimi visto che l’antifascismo di maniera riesce a convincere appena qualche nostalgico vegliardo. E perché con questi voti strappati nessun leader dei morti viventi saprà farci nulla nella prossima legislatura. Ma vale la pena ricreare un clima da guerra civile nel Paese per un pugno di voti inutili? O serve solo a dimostrare che i responsabili di questa vergogna sono dei morti viventi che non potranno mai più resuscitare?

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Redazione10 febbraio 2018

L’assoluzione di Guido Bertolaso non riguarda solo la persona dell’ex capo della Protezione civile, che con la sentenza in cui si stabilisce di non aver commesso alcun fatto illecito vede riconosciuta la propria buona fede e innocenza ma non ottiene alcun tipo di risarcimento morale per gli anni di criminalizzazione e di gogna mediatica a cui è stato sottoposto. Questa assoluzione riguarda anche e soprattutto la società italiana. Perché indica con assoluta esattezza il livello di devastazione subito dallo Stato di diritto a causa di una cultura giustizialista divenuta egemone ormai da troppi anni e della situazione drammatica di un sistema giudiziario capace di assicurare la giustizia formale solo dopo anni e anni di effetti sconvolgenti compiuti dalla giustizia sostanziale manovrata da precisi interessi politici.

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Redazione9 febbraio 2018

“È un’idea criminale!”. Così il Presidente del Senato nonché leader di “Liberi e Uguali”, Pietro Grasso, ha definito la proposta di Silvio Berlusconi di ridurre i troppi vincoli che bloccano la ripresa dell’edilizia nel nostro Paese. L’affermazione perentoria non ha stupito eccessivamente. Pare che la campagna elettorale venga concepita come una sorta di Carnevale in cui ogni scherzo o sciocchezza possano essere consentite senza reazione alcuna. In fondo se Alessandro Di Battista dà dei “rincoglioniti” agli italiani e Carlo Calenda dei “cialtroni” ai grillini e ai leghisti che semplificano le questioni complesse, Grasso potrà pur bollare come criminale l’evocazione del vecchio condono edilizio compiuta dal Cavaliere!