L’Opinione delle Libertà
Luigi Di Maio ANSA/GIUSEPPE LAMI


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Redazione19 aprile 2018

La rete è piena di post di militanti del Movimento Cinque Stelle in cui si afferma in maniera perentoria che gli 11 milioni di voti raccolti dal Movimento in nome del programma Di Maio Premier impongono che lo stesso Di Maio diventi il nuovo capo del governo. Naturalmente gli stessi militanti sanno benissimo che se il Movimento 5 Stelle ha preso 11 milioni di voti pari al 32,5 per cento, tutte le altre forze politiche hanno conquistato il 67,5 per cento pari a più di  20 milioni di voti. E, quindi, visto che nella democrazia rappresentativa vale la regola che al governo vada chi riesce ad avere un partito o una coalizione in grado di conquistare più del cinquanta per cento, anche i più ottusi militanti sanno che se Di Maio non riesce a costruire una maggioranza parlamentare non potrà mai varcare da Presidente del Consiglio la soglia di Palazzo Chigi.

La richiesta di Di Maio Premier, dunque, è una trovata propagandistica. Che ha funzionato in campagna elettorale fornendo un obiettivo preciso a un elettorato che se ne infischiava della legge elettorale proporzionale e voleva solo una bandiera in cui riconoscersi. Ma che, a campagna elettorale conclusa e dopo più di quaranta giorni di consultazioni da cui è emerso con assoluta chiarezza che non esistono le condizioni per un governo guidato dal capo politico dei grillini, è destinata a ritorcersi pesantemente contro chi l’ha lanciata e continua a sostenerla.

Di Maio e i suoi propagandisti ora attaccheranno Matteo Salvini accusandolo di aver preferito Silvio Berlusconi (e un’alleanza di centrodestra che dura da più di vent’anni) al governo del cambiamento promesso dal Movimento Cinque Stelle. Ma neppure la più furibonda campagna propagandistica lanciata su questa ridicola accusa riuscirà a nascondere che il progetto di Luigi Di Maio è miseramente fallito.

Qualcuno, dentro i Cinque Stelle, incomincia ad accarezzare l’idea che Di Maio possa lasciare a Roberto Fico il testimone nella corsa per la guida del governo. Ma le condizioni politiche contrarie al governo Di Maio sono assolutamente simili a quelle che scatterebbero contro l’ipotesi del governo Fico. E, soprattutto, lo scontato fallimento di Fico non lenirebbe in alcun modo la delusione del popolo grillino per l’ingloriosa caduta della bandiera dietro cui erano andati con orgogliosa sicurezza durante la campagna elettorale.

E le delusioni, in politica, provocano sconquassi. La vicenda del Partito Democratico di Matteo Renzi insegna!

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Redazione18 aprile 2018

Il compito che il capo dello Stato Sergio Mattarella ha affidato al presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati non è di verificare se esistono le condizioni tra i partiti per dare vita a un qualsiasi governo. È più limitato in quanto molto più specifico. Deve scoprire se esiste la possibilità di mettere in piedi o un governo M5S-Lega guidato da Luigi Di Maio o un governo centrodestra-M5S guidato da Matteo Salvini. Cioè stabilire una volta per tutte se esistono solo due candidati, il capo politico grillino e il leader leghista, alla Presidenza del Consiglio dei ministri. O se i due debbono essere scartati perché entrambi non in grado di formare un governo e si deve passare ad altri nomi e ad altre formule diverse da quelle che prevedono accordi tra il Movimento Cinque Stelle e la Lega, da sola o insieme a tutto il centrodestra.

Le previsioni generali è che la presidente incaricata impiegherà il tempo necessario per arrivare alla fine del mese, cioè alle elezioni regionali in Friuli-Venezia Giulia e in Molise, per comunicare a Sergio Mattarella che nessuno dei due candidati è in grado di formare il governo. Né Di Maio, bloccato dalla sua pretesa irricevibile di spaccare il centrodestra e satellizzare la Lega. Né Salvini, a cui il capo grillino non assicurerà mai un appoggio per un’alleanza di governo aperta a Forza Italia e a Silvio Berlusconi.

Se questa ipotesi venisse confermata quali saranno le conseguenze su Salvini e Di Maio? Il leader leghista non ne avrà alcuna mentre quello grillino ne verrà devastato. Salvini, infatti, ha preso da tempo in considerazione l’eventualità di non poter guidare il futuro governo. E ha annunciato a più riprese e in tempi assolutamente insospettabili di essere disponibile a tirarsi da parte pur di favorire la nascita di un governo capace di affrontare le emergenze. Anche perché la mancata nomina a Presidente del Consiglio non cambierebbe di una virgola la sua leadership della Lega e il suo ruolo nel centrodestra.

Di Maio, al contrario, non ha mani manifestato una disponibilità del genere. Ha un solo colpo in canna. Quello di andare a Palazzo Chigi. E se il colpo andasse a vuoto perderebbe di colpo la missione che si è dato in campagna elettorale e il ruolo che in nome di questa missione ha assunto al vertice del Movimento Cinque Stelle. È importante, allora, l’esplorazione della Casellati? Accidenti, se è importante!

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Redazione17 aprile 2018

La politica dei “due forni” di Giulio Andreotti è passata alla storia della Repubblica Italiana come un esempio del cinismo amorale dello scomparso leader democristiano. Anzi, come il tratto distintivo del modo di fare politica non solo di Andreotti ma dell’intera Democrazia Cristiana.

Questo giudizio non vale oggi per la politica del doppio forno avviata con grande enfasi dal capo politico del Movimento Cinque Stelle, Luigi Di Maio. Allora il cinismo amorale andreottiano, che poneva sullo stesso piano destra e sinistra pur di mantenere la Dc al centro del governo del Paese, veniva indicato come la fonte di ogni nefandezza di cui veniva accusato il cosiddetto regime democristiano. Adesso il comportamento di Luigi Di Maio viene considerato non solo come un normale meccanismo del sistema proporzionale, ma anche come la dimostrazione del superamento degli schematismi ideologici del secolo passato e dell’assoluta equivalenza tra destra e sinistra. Insomma, allora i due forni democristiani erano un peccato, oggi i due forni grillini sono un’innovazione meritoria.

Ma ciò che vale per gli addetti ai lavori della politica vale per la base elettorale del Movimento Cinque Stelle? Ovvero, può un movimento che ha conquistato il 32 per cento del voto degli italiani all’insegna dello slogan “onestà, onestà” teorizzare e praticare la regola della assoluta intercambiabilità degli stessi soggetti politici (destra e sinistra) verso cui ha sollevato la vittoriosa questione morale in nome del diritto del capo politico grillino di assumere la guida del governo del Paese?

Conciliare l’onestà con il cinismo non è facile. Tanto più che il passaggio dalla virtù al peccato è stato così repentino da provocare una frattura tra il vertice e la base del Movimento. Una frattura che ha trovato la sua dimostrazione più clamorosa nelle intemerate dell’aspirante Che Guevara grillino, cioè Alessandro Di Battista, che ha usato a pretesto Silvio Berlusconi per ricordare a Di Maio che gli elettori di M5S non sono ancora pronti per la conversione alla rivisitazione dell’andreottismo amorale e come unica ambizione hanno quella di restare all’opposizione di tutti i forni possibili e immaginabili.

Ma quale governo Di Maio può nascere sull’ostilità della volontà popolare grillina?

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Redazione16 aprile 2018

La vicenda siriana mette in luce ancora una volta che il problema principale della politica estera italiana non è di scegliere tra Donald Trump e Vladimir Putin. Cioè tra confermare o ribaltare la tradizionale fedeltà all’alleanza occidentale. La collocazione del nostro Paese all’interno dell’Alleanza Atlantica non può essere messa in discussione. Non solo perché i patti e gli impegni vanno rispettati, ma anche e soprattutto perché la storia e le condizioni geopolitiche non consentono nessun altro tipo di posizione per l’Italia. Qualunque governo dovesse trovarsi alla guida del Paese non potrebbe non partire dalla piena e convinta riaffermazione di questa certezza assoluta.

Ma basta la riconferma della tradizionale collocazione internazionale per risolvere il problema della politica estera del nostro Paese? La tragedia che si consuma da sette anni in Siria è solo uno dei tanti indicatori dell’evoluzione degli equilibri internazionali seguita al progressivo declino dell’egemonia mondiale americana e al conseguente tentativo di Russia, Cina e le potenze regionali del Medio Oriente (Turchia, Iran, Arabia Saudita e mondo sunnita) di occupare gli spazi di volta in volta lasciati dagli Stati Uniti.

Tenere conto del grande fenomeno in atto e ripensare e ridefinire il modo con cui stare all’interno della tradizionale alleanza diventa un obbligo per chiunque abbia il compito di guidare il Paese nel prossimo futuro. Risolvere la questione limitandosi a garantire agli Stati Uniti l’uso delle basi Nato in Italia pur sottolineando che da loro non partono raid di tipo offensivo è ciò che può fare un governo legittimato a svolgere solo gli affari correnti. Un Esecutivo nella pienezza dei propri poteri deve andare oltre. Non limitandosi a ripetere, come fa Luigi Di Maio, il mantra vuoto della fedeltà che troppo spesso nasconde una tendenza fin troppo conosciuta alla politica della doppiezza. Ma trasformando la fedeltà passiva e poco affidabile in una fedeltà paritaria fondata su un ruolo più attivo dell’Italia sullo scenario europeo e mediterraneo.

Non ci si deve scoraggiare pensando che quando nel passato l’Italia ha avviato un percorso del genere, con la grande mediazione di Pratica di Mare, con i rapporti con la Libia di Gheddafi e con la distensione nei confronti della Russia di Putin, è stata immediatamente punita da alcuni partner europei con la guerra libica e le successive interferenze interne di stampo golpista del 2011.

La fedeltà passiva e ambigua non serve all’alleato Usa. È il tempo di una fedeltà più attiva, solida, autonoma e matura!

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Redazione13 aprile 2018

Se Lega e Movimento 5 Stelle dovessero formare un governo da soli al Senato la loro maggioranza avrebbe 167 voti. Cioè appena due voti in più del numero di suffragi necessario per tenere in vita il governo.

È vero che in democrazia si può governare anche con un solo voto in più. Ma è altrettanto vero che l’esperienza del passato dimostra come un margine esiguo non garantisca alcuna tenuta della coalizione governativa e metta il governo in balia degli umori e degli interessi variabili di pochissimi parlamentari.

L’alleanza di governo tra Lega e M5S, dunque, non esiste non solo sul piano programmatico e dei valori ma soprattutto su quello numerico. Tanto più che una coalizione del genere renderebbe automatica la presidenza del Consiglio per Luigi Di Maio ed un ruolo subalterno per Matteo Salvini. E in queste condizioni per il leader leghista sarebbe molto difficile mantenere il successo elettorale del 4 marzo sotto i colpi continui dei partner abbandonati del centrodestra, Silvio Berlusconi in testa.

È probabile che sia stato questo calcolo a spingere Matteo Salvini a ribadire che l’alleanza di governo con i grillini si può fare solo a condizione che il centrodestra rimanga unito e a respingere di fatto il tentativo di Luigi Di Maio di spaccare la coalizione moderata e isolare la Lega rispetto a Forza Italia e Fratelli d’Italia. Ed è ancora più probabile che sia proprio una considerazione del genere il principale collante destinato a mantenere ancora unito il centrodestra. Tanto più che un governo a guida leghista, l’unico strumento in grado di dare a Salvini la prospettiva di diventare il leader incontrastato dell’area moderata assumendo di fatto la successione della vecchia leadership di Berlusconi, non avrebbe mai il via libera di Di Maio consapevole che per il Movimento Cinque Stelle, la conquista di Palazzo Chigi, è la sola possibilità di mantenere unito il partito e il proprio elettorato.

Ed allora come si esce dalla crisi? O con il suicidio politico di Salvini in caso di rottura del centrodestra e la scelta di sostenere da solo un governo a guida grillina o con la presa d’atto di Luigi Di Maio che la politica dei veti e degli ostracismi è fallita.

 

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Redazione12 aprile 2018

Pare che prenda piede l’idea di un governo Lega-M5S appoggiato esternamente da Forza Italia. L’ipotesi passerebbe attraverso l’accettazione da parte di Silvio Berlusconi dell’appello di Luigi Di Maio a fare un passo indietro per consentire la nascita di un governo di nuova generazione e potrebbe concretizzarsi dopo le elezioni regionali in Friuli-Venezia Giulia e in Molise destinate a concludersi rispettivamente con la vittoria del candidato leghista e del candidato grillino.

È difficile stabilire la fattibilità della idea. Perché l’eventuale passo indietro di Berlusconi non scioglie l’altro nodo che rende difficile l’intesa tra Lega e M5S e che riguarda l’identificazione del futuro presidente del Consiglio. Sarebbe Salvini perché Di Maio si sentirebbe accontentato dall’esclusione del Cavaliere? Oppure Di Maio perché Salvini verrebbe compensato da un’ampia e qualificata rappresentanza governativa? O, al contrario, un terzo soggetto da definire per consentire a ciascuno dei candidati premier di salvare la faccia di fronte ai propri elettori?

Che il nodo sia intricato è sotto gli occhi di tutti. Ma se anche la questione trovasse una soluzione, quale tipo di governo potrebbe vedere la luce in nome dell’avvento delle nuove generazioni e dell’archiviazione di quelle passate?

I numeri dicono che l’asse Lega-M5S potrebbe avere la maggioranza per formare il governo, ma i numeri sarebbero ristretti rendendo l’Esecutivo debole ed esposto a qualsiasi intemperie parlamentari. A renderlo solido sarebbero i voti di Forza Italia e anche quelli di Fratelli d’Italia, voti che calcolati insieme sarebbero superiori a quelli della Lega.

Questo dato indica che nell’eventualità di un governo fondato sull’asse Lega-M5S il rottamato Cavaliere cacciato dalla porta potrebbe rispuntare dalla finestra in compagnia di quella Giorgia Meloni che al momento gli osservatori sembrano incredibilmente dimenticare. L’appoggio esterno di Berlusconi e Meloni all’asse Salvini-Di Maio eserciterebbe inevitabilmente un serio condizionamento del governo. Ma, soprattutto, aprirebbe la strada in maniera quasi inconsapevole a una nuova evoluzione del centrodestra dove il peso della Lega verrebbe automaticamente bilanciato dal peso della convergenza automatica tra Forza Italia e Fratelli d’Italia.

Siamo alla fantapolitica? Certo. Ma non è forse fantapolitica immaginare un accordo di governo tra leghisti e grillini?

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Redazione11 aprile 2018

C’è una tesi che dimostra l’incompatibilità governativa tra leghisti e grillini. È quella secondo cui Lega e Movimento Cinque Stelle stanno continuando la campagna elettorale in attesa dei voti del Friuli-Venezia Giulia e Molise prima di chiudere un accordo di governo. Ma in Italia si passa da un voto all’atro. Alla fine di aprile si apriranno le urne in due regioni e a giugno decine e decine di amministrazioni comunali dovranno essere rinnovate. Nel prossimo anno, inoltre, i cittadini saranno chiamati a eleggere i rappresentanti al Parlamento europeo. Per avere un governo bisognerà dunque aspettare le fine dello sciame sismico elettorale perché Lega e M5S hanno l’esigenza di fare il pieno dei proprio voti mostrandosi antagonisti ed alternativi tra di loro?

L’interrogativo pone il problema della singolare condizione in cui si trovano i due partiti usciti vincitori dalle elezioni politiche del 4 marzo scorso. Salvini e Di Maio si dicono disponibili a formare un governo insieme ma se vogliono tenere insieme i rispettivi elettorati debbono fare campagne elettorali all’insegna della diversità e dello scontro. Come conciliare, allora, l’esigenza di perdere il rapporto con la propria base con le spinte dei vertici a trovare un accordo di governo?

Identico e più forte interrogativo si pone per Matteo Salvini. Che nelle amministrazioni locali non ha rotto ma, al contrario, ha rinforzato i tradizionali legami con Forza Italia e il resto del centrodestra. Nel caso, però, dovesse trovare un accordo con Luigi Di Maio accettando il diktat grillino sull’esclusione di Silvio Berlusconi e del partito forzista, dovrebbe rompere un’alleanza ventennale nel Paese in nome di un’intesa tra forze alternative e concorrenti nel Palazzo.

La tesi secondo cui dopo il voto regionale si potrà arrivare alla soluzione della crisi di governo fa dunque a pugni con i dati politici reali. Sempre che, nel frattempo, Di Maio non si convinca che se vuole andare al governo deve rinunciare alla politica dei veti arroganti e offensivi e Salvini non riesca a convincerlo che l’unico modo per uscire dalla crisi salvando anche le esigenze elettoralistiche è di formare un Esecutivo di pacificazione e di emergenza.

 

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Redazione10 aprile 2018

I dirigenti del Pd sono convinti che tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio ci sia già un’intesa per dare vita a un asse Lega-M5S in grado di formare il governo. Ma delle convinzioni degli esponenti democrats non c’è molto da fidarsi. Normalmente sono infondate. Per cui non rimane che pensare all’ipotesi opposta. Cioè che tra Salvini e Di Maio non ci sia alcun accordo nascosto sul futuro governo e che la partita in corso tra di loro sia una delle tante edizioni di quel gioco del cerino in cui a vincere è chi riesce a far bruciare le dita dell’avversario.

Nella vita politica questo gioco è abituale. E molto spesso viene iniziato per saggiare la capacità di tenuta dei partecipanti senza arrivare alla conclusione della bruciatura. Chi capisce di avere una tenuta più debole abbandona la partita e cerca di cambiare gioco rinunciando alle proprie rigide posizioni di partenza e cercando un compromesso più o meno onorevole.

Tra Salvini e Di Maio, però, questa fase sembra essere stata superata. Il leader della Lega vuole comunque andare a vedere le carte di quello del M5S sostenendo che senza una intesa tra centrodestra e grillini non si può costruire un governo stabile. Di Maio, a sua volta, ha ribadito con la massima decisione che ogni ipotesi di accordo con la Lega passa attraverso la rottura del centrodestra con l’esclusione dalla coalizione governativa di Forza Italia e l’accettazione da parte dei leghisti della sua rivendicazione della guida dell’Esecutivo.

Ognuno, in sostanza, ha passato il cerino all’altro. Salvini sfidando Di Maio ad essere responsabile di fronte al Paese e a contribuire alla formazione dell’unico governo possibile per la legislatura a sua guida in quanto candidato premier della coalizione vincente. Di Maio intimando a Salvini di scaricare Silvio Berlusconi e di accettare la sua premiership senza prevedere alcun tipo di subordinate.

Che Salvini possa riuscire a far bruciare le dita a Di Maio sembra essere del tutto improbabile. Lo stesso vale per l’ipotesi opposta. Per cui non si può escludere che il secondo giro di consultazioni di Sergio Mattarella serva a certificare che si sono entrambi bruciati le dita e che la strada della formazione del governo passa per la scelta di un terzo nome.

 

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Redazione9 aprile 2018

L’aspetto più bizzarro dell’attuale fase politica è la scelta del Movimento Cinque Stelle di considerare assolutamente intercambiabili per una ipotetica coalizione di governo la Lega ed il Partito Democratico. La giustificazione di questa intercambiabilità è venuta dall’affermazione di Davide Casaleggio secondo cui non esiste più alcuna differenza tra destra e sinistra e, di conseguenza, non ci può essere differenza tra Lega e Pd tranne quella che Salvini non vuole rompere l’alleanza con Berlusconi e che una parte del Pd farebbe carte false per affrancarsi da Matteo Renzi.

Su questa teoria della intercambiabilità motivata dalla fine della destra e della sinistra si è aperto immediatamente un dibattito tra gli ex intellettuali organici in cerca di una nuova organicità sul carro vincente del movimento grillino. La conclusione, ovviamente, è stata di piena adesione alla folgorante intuizione del figlio del fondatore del M5S. Gli aspiranti organici sanno per esperienza che per assumere il ruolo ed i privilegi dell’organicità bisogna dare sempre ragione al capo. Per cui in un colpo solo hanno dimenticato tutte le antiche elucubrazioni sulla differenza morale, politica, culturale ed antropologica tra destra e sinistra e si sono allineati al nuovo verbo nella speranza di trarne il giusto ricompenso.

La rapidità della conversione degli intellettuali di sinistra è la dimostrazione più lampante della totale infondatezza e strumentalità della tesi di Davide Casaleggio. I dirigenti grillini hanno come unico obbiettivo quello di spaccare il centro destra e frantumare il Pd per trasformare il movimento nella forza dominante della scena politica italiana. E se per raggiungere questo traguardo bisogna inventare qualche banalità inesistente, si procede tranquillamente sulla strada delle balle spaziali nella certezza che adesso, dopo il successo elettorale, ci sarà subito un ampio coro di fiancheggiatori più o meno autorevoli pronto a giustificare con il massimo della dottrina la sciocchezza strumentale del momento.

La differenza rispetto a quando le balle riguardavano i fumi degli aerei e si trovava comunque un consenso di nicchia, è proprio nella circostanza che adesso il consenso, sostenuto ed alimentato dai media e dagli intellettuali, è diventato di massa.

Il ché rende il pericolo della strumentalità grillina estremamente grave. Il germe e la genesi del totalitarismo sono tutti qui!

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Redazione6 aprile 2018

Il primo giro di consultazioni ha rispettato in pieno le aspettative. È servito solo a definire le posizioni di partenza delle singole forze politiche. Con l’aggiunta che dagli incontri delle delegazioni dei partiti maggiori con Sergio Mattarella è emerso che queste posizioni sono addirittura più rigide di quanto si potesse immaginare.

Il Movimento Cinque Stelle rivendica il diritto di guidare il prossimo governo stabilendo chi ha licenza di entrare e chi ne deve essere escluso (Forza Italia). Il centrodestra rivendica a sua volta il diritto a formare l’Esecutivo ribadendo che il proprio candidato Premier è Matteo Salvini ed esclude di accettare la pretesa di Luigi Di Maio di liquidare Silvio Berlusconi a sua volta ben deciso a bocciare ogni coalizione governativa segnata dalla presenza grillina. Il Partito Democratico, infine, insiste nell’attestarsi all’opposizione negando ogni possibilità di diventare stampella o del M5S o del centrodestra.

In mezzo a questa selva di veti reciproci c’è la singolare disponibilità della Lega a confrontarsi con i grillini e quella di questi ultimi a dialogare con i leghisti. Può essere questa disponibilità il minimo comune multiplo attorno a cui costruire una eventuale coalizione di governo?

Nel secondo giro di consultazioni il capo dello Stato verificherà sicuramente una simile possibilità. Ma va rilevato fin d’ora che la disponibilità ostentata da Salvini e Di Maio nasconde ostacoli addirittura più grandi di quelli rappresentati dai veti reciproci di Di Maio e di Berlusconi e Renzi. L’ostacolo principale è che dietro questa disponibilità di facciata si nasconde l’idea di Di Maio di usare a proprio vantaggio Salvini e quella del leader leghista di fare altrettanto con il capo politico dei Cinque Stelle.

Ognuno, in sostanza, sbandiera la disponibilità per tentare di mettere l’altro al proprio personale ed esclusivo servizio. Il ché significa che i due puntano a fregarsi reciprocamente prendendo tutto il tempo necessario alla bisogna. Le consultazioni attuali, allora, passeranno alla storia come quelle della fregatura!