L’Opinione delle Libertà


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Redazione15 Novembre 2019

Mittal chiude gli altiforni dell’ex Ilva entro gennaio e il governo prepara le carte per quella che il Premier Giuseppe Conte ha definito “la battaglia legale del secolo”. Le due diverse vicende ricompattano il Movimento Cinque Stelle che raggiunge il traguardo della chiusura dell’acciaieria considerato come un obbiettivo identitario della propria azione politica e vede spostare l’intera questione dal livello politico a quello giudiziario, cioè all’altro e principale obbiettivo identitario della propria battaglia rappresentato dalla sostituzione dell’equilibrio dei poteri del tradizionale stato di diritto con il trionfo della supremazia della potere giudiziario sugli altri due.

I cinque stelle ricompattati dietro Luigi Di Maio non si curano del fatto che mentre il governo prepara le carte per la battaglia giudiziaria del secolo destinata ad esaltare il ruolo della magistratura, i diecimila lavoratori tarantini e gli oltre ventimila dell’indotto pugliese e nazionale rischiano la perdita del posto di lavoro. Per loro la questione è di facile soluzione. Se ne occuperà lo stato, con una nazionalizzazione piena o parziale e con l’applicazione a pioggia della cassa integrazione per tutto il tempo (cioè per anni ed anni) necessario per lo svolgimento della battaglia giudiziaria. Il costo di una operazione del genere non turba il gruppo dirigente grillino. Male che vada, lasciano intendere, c’è sempre la Cassa Depositi e Prestiti che può intervenire per tappare l’ennesima falla che si apre sulle casse dello stato. Come se la Cassa fosse una Ong caritatevole privata e non un organismo interno dello stato stesso.

Quella dei grillini può apparire come una posizione folle. In realtà è solo la dimostrazione che per loro l’ideologia della decrescita che porta al pauperismo egualitario a spese di uno stato totalmente assistenzialista (in quanto tale anche totalitario) deve avere sempre e comunque la priorità assoluta sui problemi reali. Di folle, semmai, c’è la passività con cui gli alleati del Movimento Cinque Stelle accettano una azione di governo subordinata alla priorità dell’ideologia grillina sulla realtà del paese. Presto o tardi quest’ultimo chiederà il conto di tanta passività. E sarà particolarmente alto e salato!

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Redazione14 Novembre 2019

Per onestà intellettuale bisogna ammettere che se Giuseppe Conte non fosse andato a Venezia sarebbe stato criticato. Ma ora che il Presidente del Consiglio ha compiuto la sua passerella a piazza San Marco, è necessario rilevare che la sua visita è servita solamente a creare intralcio e perdita di tempo alle autorità locali impegnate a fronteggiare l’emergenza del maltempo. Sul piano della visibilità, poi, la passeggiata di Conte tra le calli con una conferenza stampa finale segnata da una frettolosità giustificata dall’esistenza di impegni per verifiche di non precisata natura, non è servita ad aumentare la popolarità del Premier. Semmai ad instillare nell’opinione pubblica la sensazione che il Presidente del Consiglio o confonda il proprio ruolo con quello di una pop-star nella convinzione che il pubblico non abbia alcuna capacità di distinguere l’uno dall’altro o che voglia usare l’esposizione mediatica per nascondere le difficoltà che incontra nell’affrontare i problemi reali del paese.

Tutto sommato, quindi, Conte avrebbe fatto meglio se fosse rimasto a Palazzo Chigi. Per definire al meglio gli interventi straordinari che lo stato deve attuare per dare una risposta efficace alla emergenza veneziana. E per dimostrare con i fatti di essere in grado di guidare con autorevolezza e competenza il governo nella vicenda, altrettanto emergenziale, dell’ex Ilva senza subire passivamente le pressioni, i ricatti e le contraddizioni delle componenti della coalizione governativa in lite fra loro.

Certo, esibirsi nella passerella a Venezia è molto più facile che dipanare la matassa intricata di Taranto. Ma anche se con il video a piazza San Marco si va sui siti e sulle tv di tutto il mondo, il futuro della vocazione manifatturiera del paese si gioca dentro e fuori l’acciaieria pugliese. Ed un Presidente del Consiglio consapevole del proprio ruolo deve obbligatoriamente evitare di imitare le star dello spettacolo ed occuparsi delle questioni concrete. Nella consapevolezza che Venezia si salva solo se si rilancia la crescita complessiva del paese. Perché con la decrescita infelice le città d’arte italiane sono destinate a sgretolarsi per mancata cura e manutenzione.

Per Conte, dunque, meno passerelle e più fatti concreti. Altrimenti è meglio che si dia alla televisione ed al cinema!

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Redazione13 Novembre 2019

Insieme con l’acqua alta a Venezia cresce nella maggioranza di governo l’idea di andare al voto anticipato subito dopo la manovra per ridurre i danni prodotti da uno sfaldamento dell’esecutivo che ha assunto un andamento incredibilmente veloce.

A coltivare l’idea del voto anticipato c’è una parte consistente del Pd che teme di non reggere a lungo la concorrenza di Italia Viva e crede che andare avanti continuando a far assumere al partito il ruolo di principale puntello del governo Conte possa avere un prezzo insostenibile da pagare al momento della verifica elettorale. Nicola Zingaretti, che già in agosto non aveva nascosto la sua propensione ad andare al voto invece che allearsi con i cinque stelle, si va sempre più convincendo che per bloccare il logoramento in atto per il Pd e liquidare una volta per tutte il concorrente Matteo Renzi non ci sia altra strada che si debba votare al più presto. Ed una parte crescente del partito sembra essere d’accordo che sia meglio perdere andando ad elezioni rapidamente piuttosto che straperdere rinviando di un altro anno le esequie di un governo di fatto già fallito.

Fino a ieri l’idea delle elezioni anticipate non aveva grandi sostenitori nel resto della maggioranza. Tutti temevano che il voto avrebbe duramente penalizzato i partiti della coalizione ed avevano trasformato questo terrore nel mastice destinato a tenere in piedi il Conte-bis. La vicenda dell’ex Ilva, però, dimostrando che non basta il mastice del timore per tenere in piedi un esecutivo composto da partiti in totale disaccordo tra di loro, ha incominciato a creare un clima diverso. La convinzione che si va determinando è quella della esigenza della cosiddetta riduzione del danno attraverso l’interruzione della fallimentare esperienza del governo giallorosso . A spingere in questa direzione non c’è solo la convinzione dell’ala più radicale del Movimento che andando alle elezioni sbandierando le proprie istanze identitarie sia possibile bloccare un declino altrimenti inarrestabile. Ma anche un calcolo niente affatto peregrino sulla circostanza che votando nei primi mesi del prossimo anno non ci sarebbe tempo di cambiare i collegi adeguandoli alla riduzione dei parlamentari e di varare una nuova legge elettorale. Si voterebbe, dunque, per dare vita ad Assemblee legislative composte dall’attuale numero di deputati e senatori. E la circostanza diventerebbe lo strumento principale per ridurre il danno a carico del M5S derivante dal voto anticipato.

La faccenda è sicuramente paradossale. Ma per i grillini è meglio un paradosso che un fallimento completo!

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Redazione12 Novembre 2019

Il Movimento Cinque Stelle è un partito che alle ultime elezioni ha conquistato il trentadue per cento dei consensi e che rappresenta la forza di maggioranza relativa del paese. Se oggi si dilania sull’alternativa se presentarsi o meno alle elezioni regionali in Emilia Romagna vuol dire che è in preda non solo a decrescita infelice ma ad una caduta verticale che non ha precedenti nel nostro paese.

Chi ha paragonato il movimento grillino a quello qualunquista di Guglielmo Giannini ha rilevato come la crisi dei qualunquisti sia giunta all’apice in occasione del loro avvicinamento al Pci così come quella del M5S sia esplosa al momento della collaborazione di governo dei seguaci di Grillo con il Partito Democratico. Ma nella parabola del movimento di Guglielmo Giannini non c’è mai stata la presenza al governo. Ed il suo declino non è mai dipeso dalla delusione provocata sul proprio elettorato per una qualche responsabilità nella gestione del paese.

La caduta grillina, invece, dipende direttamente dalle esperienze di governo non solo nazionale ma anche locale del movimento. Giunti nelle stanze del potere locale (Roma, Torino, Livorno e varie) ed in quelle dell’esecutivo nazionale sulla spinta di un consenso prorompente, i dirigenti del movimento non sono stati in grado di essere all’altezza delle aspettative che avevano suscitato. A Roma non si è verificato il fallimento di Virginia Raggi ma dell’intero gruppo dirigente grillino locale e nazionale, risultato totalmente incapace di assicurare alla sindaca il supporto indispensabile di competenze e capacità per affrontare i problemi complessi di una grande metropoli. Lo stesso è avvenuto a Torino, a Livorno e, soprattutto, al governo del paese dove l’unica forma di capacità espressa dal gruppo dirigente nazionale è stata quella di nascondere le proprie carenze e contraddizioni dietro una cortina di comunicazioni tanto roboanti (“abbiamo vinto la povertà”) quanto ridicole.

La caduta verticale del M5S, dunque, è dipesa dalla sua incapacità di governo. Che lo porta oggi ad interrogarsi se presentarsi o meno alle regionali. Ma che dovrebbe far interrogare i suoi alleati del momento (quelli dell’anno passato si sono sganciati in tempo) se non sia il caso di sciogliersi dall’abbraccio con il cadavere!

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Redazione11 Novembre 2019

C’è la banalità del male, che va condannata sempre e comunque senza dubbi e riserve di sorta. Ma c’è anche l’imbecillità del bene, che va denunciato senza debolezze e ritrosie di sorta perché è proprio questa forma di imbecillità compiuta in nome del bene che rievoca, diffonde ed alimenta la criminale banalità del male.

Nella banalità e nella criminalità del male rientrano li minacce e gli insulti che i vigliacchi della rete inviano a Liliana Segre. Ma nella imbecillità del bene rientra anche l’assurdo tentativo della sinistra di sostenere che i vigliacchi sono rappresentativi non delle proprie personali paranoie ma dell’intero centro destra italiano bollato, conseguentemente, come razzista ed antisemita in blocco.

Quanti sono gli odiatori antisemiti e razzisti che si nascondono dietro la rete per compiere le loro aggressioni verbali? E quanti sono gli esponenti ed i militanti delle frange di estrema destra che si fanno portatori dell’antisemitismo e del razzismo?

La risposta è che gli odiatori saranno qualche centinaio ed i militanti e gli esponenti dichiaratamente neonazisti poche migliaia. Stabilire che questo pugno di persone esprime i sentimenti profondi di più della metà degli italiani costituisce non solo una offesa alla ragione ed al più elementare buon senso ma un riconoscimento di fatto di valore politico e sociale per una minoranza infima priva di qualsiasi consistenza e ruolo nella società nazionale.

I singoli odiatori sono dei frustrati alla ricerca disperata di una credibilità personale inesistente. Le frange estremiste non hanno altra preoccupazione di conquistare una visibilità che altrimenti non avrebbero mai. L’attenzione ossessiva che viene rivolta nei loro confronti in nome della lotta al male soddisfa le smanie di protagonismo dei paranoici individuali ed assicura il massimo di notorietà per i gruppuscoli politici condannati normalmente alla marginalità ed alla semiclandestinità.

Ma a produrre risultati del genere è solo l’imbecillità del male o il riflesso pavloviano dello schema sempre usato dalla sinistra di costruire artificiosamente un nemico da demonizzare per poter continuare a giustificare la propria esistenza?

Entrambe le ipotesi sono fondate. L’imbecillità va a braccetto con la strumentalizzazione!

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Redazione8 Novembre 2019

Lo scenario possibile dell’evoluzione politica del caso ex Ilva è quello verificatosi con la Tav. In Parlamento il Movimento Cinque Stelle vota contro il decreto che reintroduce lo scudo penale per i dirigenti ed i quadri della acciaieria di Taranto e di tutte le aziende in cui si deve realizzare un piano di risanamento ambientale. E per impedire la decadenza del decreto che porterebbe alla chiusura dell’azienda ed al disastro sociale per il Mezzogiorno d’Italia, il centro destra riempie il vuoto lasciato dai grillini e provoca, di fatto, il cambio della maggioranza politica su cui regge il Conte bis.

Se questo evento si dovesse verificare è facile prevedere che il Presidente del Consiglio reagirebbe come già fatto in occasione della conclusione parlamentare della vicenda Tav. Cioè negando il valore politico del voto e separando la sorte del governo da quella della sua maggioranza. Ma è altrettanto facile prevedere che le possibili argomentazioni del Premier, pur andando incontro alla paura della stragrande maggioranza dei parlamentari di finire in una crisi destinata a sfociare in un voto anticipato di tre anni sulla scadenza naturale, non sarebbero in grado di nascondere il senso politico più evidente della questione. Non solo il cambio di maggioranza sull’ex Ilva ma soprattutto la considerazione, quella che Matteo Salvini ha dato alla sua decisione di aprire la crisi in agosto, che con il Movimento Cinque Stelle è impossibile governare il paese.

Nel primo anno dell’attuale legislatura a sbattere il muso contro questa verità è stata la Lega. Ora l’amaro destinato tocca alla sinistra nelle sue diverse articolazioni. Al Pd, a Leu e a quella Italia Viva che dopo aver dato il via con il voltafaccia di Matteo Renzi sul M5S, alla realizzazione del secondo esperimento di presenza grillina nel governo, sembra essersi già reso conto che per il paese era meglio avere un aumento articolato dell’Iva piuttosto che un esecutivo condizionato dagli sfasciacarrozze.

La morale, dunque, è che governare con il Movimento guidato da Luigi Di Maio è dannoso per le forze politiche che lo consentono ed è devastante per la società nazionale che subisce le conseguenze di tanta iattura. All’interno del Pd ci sono ancora molte resistenze a prendere atto della verità emergente dai primi due anni della legislatura. Ma, per fortuna, la consapevolezza che il posto più naturale del M5S è quello di stare all’opposizione a coltivare le follie della decrescita felice, incomincia a diffondersi con forza tra gli stessi grillini. E questa circostanza potrebbe portare al paradosso di essere salvati dagli sfasciacarrozze. Con l’apertura della crisi e le elezioni anticipate a febbraio!

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Redazione7 Novembre 2019

La sinistra mediatica ed intellettuale del paese, quella che impazza sui grandi giornali ed in tutte le trasmissioni televisive e radiofoniche delle principali emittenti del paese, pare afflitta da una grave forma di schizofrenia politica. Da un lato riconosce i difetti e le carenze del governo Conte bis retto sull’alleanza anomala tra Pd e M5S. E rileva che il governo in questione ha una maggioranza in Parlamento che non rispecchia la maggioranza esistente nella società italiana, che ha varato una manovra destinata solo ad aumentare la protesta popolare a causa del suo messaggio “più tasse, più spese”, che è formato da partiti litigiosi, preoccupati solo di distinguersi dagli altri per un bieco interesse elettoralistico e condannati a passare da una sconfitta all’altra. Dall’altro, però, questo profluvio di critiche che diventano fatalmente autocritiche e che presentano la vita pubblica nazionale come una sorta di psicoterapia di gruppo in cui ogni partecipante (rigorosamente di sinistra) ha qualche colpa oscura da confessare e da cui emendarsi, non riesce mai a giungere alla naturale conclusione. Cioè alla ammissione che l’esperimento del Conte-bis è fallito, che l’alleanza su cui poggia è innaturale e che, soprattutto, la sua sopravvivenza costituisce un danno sempre più grave ed irrimediabile per il paese.

La ragione di questa mancata presa d’atto della realtà non è più il timore che ammettere il fallimento significherebbe spianare la strada al centro destra trainato dall’“uomo nero” Matteo Salvini. La mobilitazione emergenziale contro il nuovo fascismo impersonificato dal leader leghista perde progressivamente vigore. L’opinione pubblica appare sempre più consapevole del carattere strumentale ed artificioso di questa operazione propagandistica. E, soprattutto, le aperture al dialogo di personaggi autorevoli come il Cardinal Ruini e Liliana Segre aprono la strada alla consapevolezza che il clima da guerra civile costruito da forze politiche minoritarie per rimanere ancorate alle posizioni di potere deve lasciare il posto ad una normale dialettica democratica tra forze politiche provviste della comune legittimazione costituzionale.

La mancata presa d’atto della realtà dipende dal rifiuto di ammettere l’esaurimento ormai definitivo della spinta propulsiva della propria storia. E non è un caso che i più restii ad accettare il fallimento siano i santoni mediatici ed intellettuali della sinistra. Che potrebbero mai fare senza quella rendita egemonica che assicura posti, prebende, visibilità senza bisogno di grandi meriti e di serie competenze?

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Redazione6 Novembre 2019

Sono in tanti a dover comparire sul banco degli imputati nella vicenda ex Ilva. A partire dal gruppetto di parlamentari del M5S che dietro la minaccia alla stabilità dell’attuale governo hanno ottenuto la cancellazione della norma sulla cosiddetta immunità giudiziaria per gli amministratori dell’acciaieria, norma che insieme alla intransigenza dei magistrati di Taranto ha portato al rischio di chiusura dell’azienda siderurgica. Ma chiedere metaforicamente la testa di qualche demente e di chi si è piegato alle loro forsennatezze in nome della sopravvivenza del Conte-bis, servirebbe solo ad alimentare quella cultura giustizialista che crede di risolvere i problemi politici e sociali nelle aule dei tribunali con gli effetti ormai sempre più clamorosi e devastanti.

Più serio, invece, è individuare la causa primigenia del disastro in atto a Taranto. E stabilire non solo le responsabilità politiche e personali passate e presenti ma anche e soprattutto come questa causa primigenia possa essere affrontata e, possibilmente, risolta.

La causa in questione è la mancanza di una qualche politica industriale del paese, che risale alla fase delle privatizzazioni degli anni novanta, su cui si è innestata nei tempi più recenti la scelta di puntare sull’assistenza invece che sulla produzione, sul lavoro e sull’occupazione.

Indietro, ovviamente, non si può tornare. Anche se per mettere una toppa alla vicenda ex Ilva non manca chi propone di tornare alla nazionalizzazione dell’acciaio. Come se dopo aver dilapidato le grandi competenze accumulate nei cinquant’anni del secondo dopoguerra lo Stato fosse in grado di improvvisarsi imprenditore siderurgico in grado di competere con i giganti mondiali. Bisogna, invece, andare avanti. E per farlo non c’è altra strada che quella di invertire la rotta seguita fino ad ora decidendo di rinunciare all’assistenza degli ottanta euro, del reddito di cittadinanza, della quota cento e puntando a finalizzare tutte le risorse esistenti sulla produzione, sullo sviluppo, sul lavoro e sull’occupazione.

Vasto programma, come quello della lotta ai cretini? Niente affatto. Programma fin troppo realizzabile. A condizione che vengano messi nella condizione di non nuocere quelli che attraverso l’assistenza sono convinti di vincere le elezioni e di realizzare la decrescita felice. In fondo, se ci si pensa bene, è sempre lotta ai cretini !

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Redazione5 Novembre 2019

Anche il governo giallo-verde di M5S e Lega doveva essere l’ultimo (oltre che il primo) della legislatura. Sappiamo, però, come è andata. La caduta del primo governo Conte non ha portato alle elezioni anticipate ma, sulla base delle regole della democrazia parlamentare che consentono di formare ogni genere di governo purché provvisto di maggioranza in Parlamento, ha prodotto la nascita del secondo governo Conte con il Pd e Leu al posto della Lega.

Dario Franceschi, il principale artefice del governo giallo-rosso proprio sulla base del principio che se c’è maggioranza c’è automaticamente il governo, sostiene ora ciò che sosteneva a suo tempo Matteo Salvini. Che se cade il governo bisogna andare ad elezioni senza esitazioni di sorta. E non tiene in alcun conto dell’argomentazione sui governi che si formano in parlamento con cui aveva promosso la realizzazione del Conte-bis.

Il curioso caso di Franceschini che smentisce se stesso dimostra che in caso di crisi di governo non esiste alcun obbligo di andare immediatamente al voto anticipato. Può essere che in sintonia con il Ministro della Cultura anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sia convinto della ineluttabilità dello scioglimento delle Camere in caso di caduta dell’esecutivo attuale. Ma se in caso di crisi si determinassero in Parlamento numeri e volontà per dare vita ad un nuovo governo, al Capo dello Stato non rimarrebbe altro che piegare il capo e prendere atto della sovranità parlamentare.

Al momento, naturalmente, l’unica possibilità concreta di arrivare al terzo governo della legislatura è quella prospettata da Matteo Renzi, cioè la formazione di un governo giallo-rosso senza Giuseppe Conte. Oggi M5S e Pd difendono a spada tratta il Presidente del Consiglio. Ma se per caso il prossimo voto in Emilia-Romagna dovesse concludersi con una nuova disfatta per i due partiti, è ipotizzabile che Di Maio e Zingaretti possano cambiare idea di fronte alla prospettiva di andare ad un voto nazionale distruttivo.

Esiste, infine, una ipotesi al momento irrealistica ma che, comunque, non può essere scartata del tutto. E se in nome del proprio anti-grillismo e della necessità di salvare il paese dal caos di Grillo, una Italia Viva progressivamente rinforzata in Parlamento da trasfughi provenienti dal Pd e dal M5S, proponesse al centro destra di formare un governo di salvezza nazionale fino alla elezione di un nuovo Presidente della Repubblica scelto dalla nuova maggioranza?

Follia? Può essere. Ma come escludere che un alchimista parlamentare come Franceschini non la tema?

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Redazione4 Novembre 2019

Sarà interessante vedere come la commissione istituita per analizzare e combattere i fenomeni di razzismo, antisemitismo, intolleranza, islamofobia, omofobia e quant’altro giudicherà la ricorrente contestazione della “Brigata Ebraica” ad opera dei gruppi dell’ultrasinistra durante le celebrazioni del 25 aprile. Le considererà una forma di antisemitismo da condannare senza dubbi e limitazione di sorta o le derubricherà a normali proteste di natura politica rivolte al popolo israeliano che dopo essere sopravvissuto allo sterminio nazista ha preteso di costruire e difendere la propria patria in Medio Oriente?

La vicenda del voto sulla commissione proposta da Liliana Segre su cui i senatori del centro destra si sono astenuti (non per odio antiebraico ma per non avallare la paccottiglia di indicazioni politicamente corrette nascoste dalla sinistra sotto il velo della sacrosanta e perenne condanna dell’Olocausto), pone il problema del doppio antisemitismo esistente non solo in Italia ma nell’intera Europa. C’è quello di ispirazione nazista portato avanti in tutti i paesi del Vecchio Continente da frange ristrette dell’estrema destra. Ma c’è anche e soprattutto quello di quella larga parte della sinistra e del mondo cattolico progressista che nasconde il proprio antisemitismo dietro la battaglia tutta ideologica contro l’Occidente capitalista che attraverso Israele, considerato non uno stato con diritto di vivere ma una “entità sionista” destinata ad essere eliminata,  viene accusato di avere colonizzato una parte della Palestina espellendone e perseguitando i suoi abitanti non ebrei.

L’antisemitismo dei primi, che si manifesta nei confronti degli ebrei morti e di quelli vivi che rimangono in Europa, è abietto ed inaccettabile. Ma quello dei secondi è forse addirittura più orrendo di quello di ispirazione neo-nazista. Perché si nasconde dietro la condanna formale dei campi di sterminio per perseguire l’obbiettivo di eliminare gli ebrei vivi israeliani e di cancellare dalla carta geografica del Medio Oriente l’ “entità sionista” considerata al servizio del capitalismo occidentale colpevole di imperialismo, colonialismo e liberismo selvaggio.

Essere liberali significa avere ben chiaro che entrambe le forme di moderno antisemitismo vanno condannate con eguale determinazione. Chi condanna la prima ed assolve la seconda non ha nulla di liberale ma è solo un post-marxista ed un neo-catto-comunista carico di intolleranza politicamente corretta. Chi si definisce liberale e protesta contro l’astensione del centro destra è solo affetto da tardiva sindrome di Stoccolma nei confronti della decadente egemonia culturale della sinistra.