L’Opinione delle Libertà


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Redazione10 agosto 2018

Il ministro delle infrastrutture e dei trasporti, Danilo Toninelli, è convinto che le grandi opere siano delle “mangiatoie”. Ed essendo intriso di giustizialismo da strapazzo sostiene che per eliminare la mangiatoia non ci sia altra strada che cancellare le cosiddette grandi opere. Se questa sciocchezza fosse solo il frutto di pregiudizio ideologico, ci sarebbe poco da dire. Ognuno è libero di pensarla come crede tranne che pretendere di imporre con la forza le proprie convinzioni agli altri. Ma il guaio è che non c’è solo l’ideologia a muovere Toninelli. C’è anche, e probabilmente soprattutto, l’assoluta ignoranza di quale sia la vera radice della corruzione nel nostro Paese. Una radice che non riguarda affatto le dimensioni delle opere pubbliche visto che non è affatto impossibile esercitare controlli attenti e rigorosi sulla regolarità degli appalti e delle attività successive. Ma che è la conseguenza del gigantismo degli apparati burocratici e clientelari che sono stati messi in piedi in decenni e decenni di statalismo, prima fascista e poi cattocomunista, instaurato per mantenere sempre inalterata la distanza che nel nostro Paese separa lo Stato e le sue caste privilegiate e la massa dei cittadini condannati a rimanere sempre sudditi.

Il meccanismo perverso che è prodotto dall’apparato burocratico-clientelare non si manifesta solo quando si avviano le grandi infrastrutture ma, come qualsiasi cittadino-suddito potrebbe spiegare agevolmente all’inconsapevole ministro Toninelli, scatta a qualsiasi livello del sistema istituzionale. La corruzione opera indisturbata nei villaggi e nelle grandi città. E non perché gli italiani abbiano una sorta di tara genetica che li spinge sempre e comunque nell’illegalità. Ma perché la cultura dello statalismo elefantiaco e le procedure prodotte da questa cultura portano quasi inevitabilmente al malaffare.

Toninelli pensa che puntando sulla paralisi dell’innovazione delle infrastrutture la mangiatoia abbia automaticamente fine. Ma gli basterebbe un piccolo sforzo mentale per capire che passando dalle grandi alle piccole opere la corruzione sarà forse meno concentrata, ma sicuramente più diffusa. Questo sforzo, però, non può farlo. Per la semplice ragione che il suo statalismo è del tutto simile a quello di chi lo ha preceduto.

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Redazione9 agosto 2018

La conferenza stampa che il Presidente del Consiglio ha tenuto prima della pausa estiva è stata una sorta di tuffo nel passato. In particolare, un tuffo nella Prima Repubblica, quando a governare erano maggioranze di centrosinistra e il compito di capo del governo, rigorosamente primus inter pares, veniva assegnato all’esponente più centrista del centro rappresentato dalla Democrazia cristiana. Giuseppe Conte si è espresso e ha dimostrato di comportarsi come uno di quei capi dorotei che non guidavano e non dirigevano ma, proprio perché punto di equilibrio di coalizioni compresse e di equilibri interni alla Dc ancora più complicati, dovevano mediare, tranquillizzare, ricomporre, smussare, trovare compromessi. E, nella oggettiva difficoltà di portare avanti un’attività così difficile e faticosa, erano costretti a ricorrere al metodo del rinvio dei problemi nella speranza che il tempo riuscisse a sopire e appianare i fermenti e i contrasti che avrebbero potuto provocare scivoloni e cadute alla coalizione governativa.

Conte come Mariano Rumor? Può essere. Ma proprio perché il paragone non è affatto azzardato, scatta automaticamente un interrogativo. Ma un Governo che si definisce del cambiamento può svolgere la missione che ha promesso al Paese con il metodo doroteo? Rumor placava ma non cambiava. Perché aveva a che fare con i socialisti ancora carichi di massimalismo, con la coscienza critica dei repubblicani, con le richieste dei socialdemocratici, con le istanze dei liberali. In più e soprattutto, doveva trovare il minimo comun denominatore tra fanfaniani e morotei, basisti e forzanovisti e, naturalmente, tra gli stessi dorotei impegnati a lavorare per sfilargli la poltrona.

Anche Conte non cambia ma placa. Innanzitutto le opposte esigenze elettoralistiche dei vice premier Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Poi le ragioni del ministro Giovanni Tria dietro cui vigila il Quirinale. E infine le forsennatezze di una base grillina alimentate di continuo da Beppe Grillo, Davide Casaleggio e dal Presidente della Camera dei deputati Roberto Fico affiancato dai suoi sconclusionati fedelissimi.

E il cambiamento? Si dice. Ma non si fa!

 

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Redazione8 agosto 2018

Quale criterio deve prevalere in una società complessa e articolata come quella italiana? Il criterio della trasparenza o quello della competenza? Il Governo giallo-verde non sembra avere dubbi in proposito. Come ha dimostrato il caso Condotte, dove i tre commissari incaricati di gestire la società in amministrazione controllata sono stati presi per sorteggio sui 260 candidati, il criterio preferito è quello della trasparenza.

Per la verità un minimo di concessione alla competenza c’è stato nel dividere i 260 candidati in tre liste di avvocati, commercialisti e manager aziendali visto che i commissari dovevano rispondere a tali requisiti professionali. Ma la tripartizione è stata una concessione minima alla competenza. Perché lo stesso ministro Luigi Di Maio ha tenuto a sottolineare che il criterio principale volutamente scelto dal Governo era stato quello della trasparenza.

Il caso Condotte costituisce un precedente. Non solo perché è il primo in cui viene applicato il sistema di scelta del sorteggio sollecitato recentemente da Beppe Grillo. Ma perché non sembra destinato a rimanere isolato e diventare l’elemento caratterizzante della Terza Repubblica. Una Repubblica non più fondata sul lavoro come decisero a suo tempo i Padri Costituenti e neppure sulla libertà come avrebbero voluto le menti più illuminate dell’epoca ma che, d’ora in avanti, dovrà essere fondata sull’alea, sulla sorte, sulla scommessa.

Certo, può sembrare contraddittorio che il governo deciso a combattere la ludopatia trasformi questa malattia nel suo elemento fondante. Ma tant’è. Il segnale che viene lanciato al Paese subordinando la competenza alla trasparenza assicurata dalla ruota della fortuna è proprio quello che punta a trasformare gli italiani in un popolo di scommettitori. Se i commissari di Condotte vengono scelti a sorte, perché mai i primari degli ospedali non dovrebbero essere identificati con lo stesso criterio? E i manager di Stato? E i direttori delle reti e delle testate del servizio pubblico radiotelevisivo? L’elenco dei casi in cui applicare la trasparenza a scapito della competenza è sterminato.

Vuol dire che la d’ora in avanti la Festa della Repubblica non si terrà più il due giugno ma il sei gennaio, giorno della lotteria di Capodanno!

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Redazione7 agosto 2018

Una volta ogni partito di massa aveva un ufficio stampa e propaganda che trasformava in comunicazione tesa a influenzare il più possibile l’opinione pubblica le linee e le strategie del vertice della forza politica.

Il più attivo e, soprattutto rinomato, era quello del Partito comunista italiano. Non solo perché tra i suoi funzionari c’era il fior fiore della cultura comunista selezionato nella famosa scuola delle Frattocchie e destinato a salire nei piani alti del partito. Ma perché l’organismo propagandistico aveva il duplice e difficile compito di indirizzare l’egemonia culturale che il Pci era riuscito a conquistare nel Paese nel rispetto e nell’applicazione delle linee guida provenienti dalla casa madre rappresentata dall’Unione Sovietica.

I partiti più avanzati e organizzati del Terzo Millennio non hanno scuole come quella delle Frattocchie o come quella della Camilluccia della Democrazia Cristiana e neppure mastodontici uffici stampa e propaganda con il compito di suonare la grancassa della comunicazione. Operano sulla Rete con i cosiddetti “troll”, che usano account coperti in altri Paesi per trasformare in tempo reale le scelte politiche del leader e del suo gruppo dirigente. I nostalgici del bel tempo passato possono anche dispiacersi dell’evoluzione degli strumenti della comunicazione politica. Ma questa è la realtà. E la forza politica che non si adegua a questo fenomeno e rimane ferma al vecchio sistema dell’apparato propagandistico perde progressivamente la sua capacità di presa sull’elettorato.

Può essere che questa innovazione possa tradursi in qualche caso particolare in ipotesi di reato. La Procura di Roma indaga per verificare la fattispecie di attentato alla Costituzione nella virulenta campagna scatenata sul web da anonimi “troll” contro il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante la passata crisi di governo. Ma non è necessario mobilitare polizia, carabinieri, Guardia di finanza e servizi segreti per scoprire che, nell’istante immediatamente successivo alla dichiarazione con cui il capo politico del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, chiese la messa in stato d’accusa del capo dello Stato perché aveva considerato chiuso il primo mandato a Giuseppe Conte e aveva incaricato Carlo Cottarelli di formare un governo tecnico, la Rete venne invasa da raffiche di richieste analoghe contro Mattarella condite dagli insulti più pesanti e assurdi.

Esiste una connessione tra l’iniziativa politica di Luigi Di Maio e lo scatenamento dei misteriosi “troll”? Se ci fosse l’accusa di attentato alla Costituzione dovrebbe essere mossa in primo luogo al capo grillino. Ma se si entra nell’ordine di idee che i nuovi media hanno sostituito i vecchi sistemi di comunicazione dei partiti non c’è altro da fare che separare la giustizia dalla politica. E seguire l’esempio di chi negli anni Cinquanta sapeva che Radio Praga era il braccio propagandistico estero del Pci e lasciò che il fenomeno si esaurisse senza l’intervento della magistratura.

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Redazione6 agosto 2018

Matteo Salvini he detto che quando vede Forza Italia votare per quattro volte di seguito con il Partito Democratico gli girano le balle. Dal suo punto vista il giramento ha una qualche giustificazione. Era convinto che il partito di Silvio Berlusconi avesse il compito di sostenere dall’esterno il Governo giallo-verde in attesa di lasciarsi fagocitare completamente dalla Lega. È logico, quindi, che possa stupirsi se lo schema che si era costruito non viene seguito passivamente da Forza Italia che, essendo partito d’opposizione, vota contro il Governo insieme alle altre opposizioni come sempre avviene nei sistemi democratici.

La faccenda sarebbe di facile composizione se non fosse che il giramento di balle salviniano presenta una singolare anomalia: è doppiopesista. Nel senso che di fronte ai segnali di autonomia dell’alleato berlusconiano del vecchio centrodestra le balle ruotano vorticosamente. A dimostrazione dell’irritazione che i sacrosanti subiscono quando l’obbedienza forzista non è pronta, cieca e assoluta. Viceversa, le stesse balle rimangono penzolanti e inerti quando a mettersi di traverso sulle idee, i progetti e i valori della Lega sono gli alleati della presente coalizione governativa.

Davide Casaleggio e Beppe Grillo preannunciano la fine della democrazia? Danilo Toninelli lo stop a tutte le grandi opere? Luigi Di Maio gioca a carta vince, carta perde nella vicenda della Rai e di Marcello Foa? Alessandro Di Battista lancia dalle Americhe anatemi e minacce contro chi si oppone al neo-maoismo grillino? Tutto questo non smuove di un millimetro la rigidità del leader della Lega. Che tace e acconsente, minimizza e acconsente, corregge ma acconsente. Il tutto in nome di un contratto di governo che oltre a essere in aperto contrasto con quel patto del centrodestra grazie al quale Salvini ha raccolto i voti con cui oggi è al Viminale, appare sempre più segnato da questa imbarazzante passività delle balle di Salvini di fronte agli spropositi degli esponenti del Movimento Cinque Stelle.

La conclusione della vicenda è duplice. Da una parte, sempre per rimanere nella metafora cara al leader della Lega, il contratto di governo si rivela sempre di più come il contratto delle coglionate. Dall’altra si incomincia a profilare il rischio concreto che la paralisi delle balle salviniane possa provocare a breve il giramento incazzoso di quelle dei suoi elettori! Absit iniuria verbis!

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Redazione3 agosto 2018

Il problema di Matteo Salvini non si chiama Forza Italia ma Movimento Cinque Stelle. Il ministro dell’Interno, irritato per il no dei forzisti e di Silvio Berlusconi alla nomina a presidente della Rai di Marcello Foa, ha lanciato una sorta di opa ostile nei confronti di Forza Italia accusandola di aver tradito votando insieme con il Partito Democratico contro il candidato-presidente di viale Mazzini e sollecitando gli eletti e gli elettori di Fi a passare in massa nelle file della Lega.

Salvini, in sostanza, ha deciso di trasformare il caso Foa non nell’occasione della spaccatura del centrodestra ma nel pretesto per espellere dal fronte moderato gli irriducibili berlusconiani e trasformare il tradizionale schieramento articolato dell’anti-sinistra in un unico blocco leghista.

L’errore del leader della Lega è duplice. Il primo sbaglio è pensare che il suo partito, portatore di una sorta di lepenismo all’italiana, possa diventare il solo e unico rappresentante del centrodestra nel nostro Paese. L’area moderata ha sempre avuto più componenti diverse. Lo stesso sovranismo, di cui Salvini vuole essere l’unico interprete, ha in realtà almeno due espressioni diverse. Quella rappresentata dalla Lega, che ha alle spalle non il principio della sovranità della nazione ma quella di una sola parte della nazione stessa, cioè la Padania. E quella di una destra che è molto più vasta della rappresentanza parlamentare di Fratelli d’Italia, è diffusa in tutta la penisola e non intende affatto rinunciare alla propria identità fondata su radici non regionali ma nazionali.

A queste componenti si affiancano quelle liberali, riformiste, popolari, cioè quelle del centro. E anche loro sono sicuramente più numerose e diffuse della semplice rappresentanza politica di Forza Italia. Queste componenti non sono mai andate e non andranno mai a sinistra. E per contrastare gli eredi del cattocomunismo sono disposte ad accordarsi politicamente con la Lega. Ma non si faranno mai fagocitare da un partito sovranista e populista che non è e non può essere portatore dei loro valori di fondo.

Salvini, quindi, può sperare di conquistare pezzi di Forza Italia, quelli più interessati a diventare clientela che disposti a cambiare pelle culturale. Ma quando la sua cavalcata trionfale favorita dalla battaglia sull’immigrazione tenderà fatalmente a esaurirsi, si troverà non solo a combattere contro le componenti centriste ma anche a dover riparare ai guasti prodotti all’interno del proprio elettorato dall’azione condotta con grande malizia sul terreno dell’economia e dei rapporti sociali da parte del suo alleato di governo, Luigi Di Maio. Mentre il leader della Lega carica a testa bassa contro Berlusconi, il suo collega vice presidente del Consiglio gli taglia l’erba sotto i piedi aggredendo il nucleo più tradizionale dell’elettorato leghista, cioè i ceti produttivi del Nord.

Se Salvini si fida dei sondaggi del momento, vada pure avanti. Ma se ha qualche dubbio in proposito è bene che faccia un po’ di chiarezza su chi sono i suoi veri nemici.

 

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Redazione2 agosto 2018

Ma il pluralismo del servizio pubblico deve essere chiuso o aperto? La domanda può sembrare ridicola. Ma, purtroppo, costituisce la conseguenza diretta della discussione in atto sull’assetto del nuovo vertice della Rai. La questione della legge che impone un’intesa tra maggioranza e opposizione per l’investitura definitiva del Presidente del Consiglio di Amministrazione dell’azienda radiotelevisiva pubblica è passata in secondo piano rispetto alla questione del pluralismo chiuso o aperto. Perché mentre Forza Italia ha legato la propria opposizione alla nomina a presidente di Marcello Foa alla prima questione, le diverse componenti della sinistra, comprese parti consistenti del mondo cattolico, hanno risolutamente puntato sulla seconda. Cioè sulla scelta del pluralismo chiuso, che è aperto solo alle diverse componenti del mainstream, cioè della cultura dominante politicamente corretta. E che è rigidamente chiuso a qualsiasi rappresentante di culture diverse e in contrasto a quelle fino ad ora egemoni.

Mentre Forza Italia ha condotto la sua battaglia sul metodo e sulla necessità di un presidente di garanzia per la Rai, quindi, la sinistra e la parte ufficiale del mondo cattolico hanno impostato tutta la loro battaglia contro Foa e sulla sua diversità culturale. Come dire che un sovranista non può assumere un ruolo di vertice nel servizio pubblico radiotelevisivo non perché non concordato tra maggioranza e opposizione come elemento di garanzia, ma perché portatore di un pensiero estraneo alla cultura dominante.

Non c’è bisogno di sottolineare come questa sorta di pluralismo chiuso sia la negazione del pluralismo che è la ragione fondante del servizio pubblico radiotelevisivo. Questa negazione è il frutto dell’eredità lasciata dall’egemonia cattocomunista sulla Rai andata avanti dagli anni ’70 dello scorso secolo. Da allora ad oggi non c’è stato un solo presidente della Rai che non sia stato espressione di quella egemonia. Ma se si vuole continuare a tenere in piedi il servizio pubblico finanziato da tutti i cittadini e garante di tutte le diverse culture presenti nella società italiana quella eredità va abbandonata. Il pluralismo o è aperto o non è. E il servizio pubblico o è pluralista o è il servizio privato di qualche potentato al declino.

 

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Redazione1 agosto 2018

Per bilanciare il successo della linea di Matteo Salvini sul freno all’occupazione i dirigenti del Movimento Cinque Stelle hanno incominciato a puntare sul tema caro alla propria base identitaria costituito dal no alle grandi opere pubbliche.

I freni alla Tav e alla soluzione per l’Ilva posti da Luigi Di Maio sono chiaramente un anticipo dell’intenzione da sempre annunciata dai grillini di bloccare i lavori dell’alta velocità Torino-Lione e di smantellare la più grande acciaieria del nostro Paese. Il vice presidente del Consiglio gioca volutamente con l’ambiguità per nascondere la scelta ideologica presa a suo tempo dal M5S. Più apertamente di Luigi Di Maio, invece, il ministro Danilo Toninelli ha messo in chiaro che a motivare il no alle grandi opere dei grillini è la constatazione dei gravi fenomeni corruttivi provocati da questo tipo di politica industriale. Secondo Toninelli, infatti, le grandi opere hanno prodotto la grande illegalità. Al punto da diventare il maggior fattore corruttivo del Paese. Di qui, secondo il ministro grillino, la necessità di abbandonare la vecchia politica delle infrastrutture di grandi dimensioni che richiedono tempi e procedure lunghe e puntare sulle opere minori e sulla manutenzione di quelle già realizzate per cancellare il rischio della corruzione.

Qualche bello spirito potrebbe definire la politica industriale indicata da Toninelli come l’espressione della scelta ideologica della decrescita felice. In realtà si tratta della sindrome paranoide del gruppo dirigente di un partito cresciuto con l’ossessione del cosiddetto Stato criminogeno, cioè dello Stato in cui il valore fondante non è la libertà, la democrazia e il lavoro ma la corruzione. Questa ossessione paranoica non produce solo decrescita infelice. Senza le grandi infrastrutture indispensabili per il Paese lo si condanna a un impoverimento progressivo fatto di disoccupazione e rabbia sociale. Ma rende impossibile anche il passaggio dalle grandi opere a quelle altrettanto indispensabili di ridotte dimensioni. Perché il germe della corruzione non dipende dalle dimensioni, ma dalla procedure. Che più sono complesse, contorte e sottoposte a infinite competenze, più trasformano la corruzione in un fattore inscindibile dall’attività di gestione e di governo.

Toninelli non lo sa, ma non sono i grandi appalti a provocare l’illegalità ma i codici a cui sono sottoposti gli appalti stessi a produrre gli sprechi e i fenomeni corruttivi. Intanto, però, perché non offre un esempio di piccole opere indispensabili per la sopravvivenza sollecitando il Comune di Roma e la sindaca Virginia Raggi a riempire le buche?

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Redazione31 luglio 2018

Non sarà la vicenda della presidenza della Rai a far saltare in aria il centrodestra. Ma sarà la vicenda della Rai a definire i nuovi rapporti all’interno del centrodestra provocando una sorta di polarizzazione tra la Lega, presente nel governo e decisa a restarci il più a lungo possibile, e Forza Italia, sempre più radicata all’opposizione ma intenzionata a non lasciarsi fagocitare dall’ingombrante e prepotente alleato.

Questa polarizzazione è destinata a provocare il progressivo assorbimento di Fratelli d’Italia da parte del partito di Matteo Salvini. Ciò che è avvenuto nel Consiglio comunale e nei Municipi di Roma, dove un numero consistente di eletti nel partito di Giorgia Meloni è passato armi e bagagli nelle file leghiste, è fin troppo significativo. I richiamo del sovranismo e del lepenismo all’italiana di Salvini è troppo forte per una base di Fratelli d’Italia ancora fortemente ideologizzata ma, al tempo stesso, ben consapevole dell’onda di piena che spinge a livello nazionale e locale l’ex Carroccio. Può essere che la Meloni riesca ad ottenere qualche vantaggio a livello nazionale dal suo ruolo attuale di supporto esterno di Salvini, ma è fin troppo scontato che nel medio periodo il rischio a cui va incontro il suo gruppo politico è di essere fagocitato dall’alleato maggiore.

Diverso il caso di Forza Italia, che più cresce il polo salviniano nel centrodestra più è spinta dalla necessità e dalle circostanze a ribadire e consolidare il suo ruolo di polo centrista dello schieramento moderato. Rompere con la Lega è impossibile. Perché l’alleanza nelle regioni tiene e nessuna speranza di tornare al governo nazionale potrebbe essere coltivata decidendo di uscire dal centrodestra. Ma competere con Salvini per diventare l’alleato indispensabile nella prospettiva di continuare a guidare il Paese dopo la sempre possibile rottura dell’alleanza con i grillini, è l’unica strada che Forza Italia possa pensare di seguire.

Per farlo, però, il partito di Silvio Berlusconi deve uscire dalla logica dell’arroccamento ed entrare in quella dell’apertura a tutte quelle forze nazionali o locali, identitarie e civiche, che si considerano componenti naturali dell’area centrista.

Non si tratta di un’impresa semplice. Perché la tendenza a chiudersi nella ridotta è forte. Ma la storia insegna che le ridotte prima o poi vengono smantellate. Antonio Tajani, che conosce la storia, sa che senza l’allargamento al centro in vista delle elezioni europee per Forza Italia non c’è partita.

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Redazione30 luglio 2018

Luigi Di Maio usa parole e concetti di cui non conosce il significato. All’indomani della lottizzazione giallo-verde della Rai ha annunciato che l’evento segna l’avvio di una grande rivoluzione culturale destinata ad eliminare dall’azione di servizio pubblico tutti i “parassiti” ed i “raccomandati”. È chiaro nelle parole di capo politico del Movimento Cinque Stelle il riferimento alla rivoluzione culturale maoista realizzata in Cina per compiere un radicale cambio di classe dirigente. Ma è ancora più chiaro che Di Maio non sa nulla di come venne realizzata la rivoluzione culturale di Mao e, soprattutto, non conosce affatto la differenza esistente tra il cambio di classe dirigente maoista e quello grillino. In Cina gli studenti inneggianti al Libretto Rosso mettevano alla berlina i professori facendoli sfilare tra ali di folla deridente con dei cappucci segnati da lunghe orecchie d’asino. Come a dire che i professori erano degli asini e che la rivoluzione li avrebbe sostituiti con gli studenti. Oggi, invece, la rivoluzione grillina punta più in alto. Non si limita a chiedere la sostituzione dei professori con gli studenti. Pretende che a sostituire l’una e l’altra categoria siano gli asini. Il tutto in nome della convinzione che la democrazia rappresentativa è ormai superata, che quella diretta non è poi così tanto in salute e che il futuro riserva un sistema istituzionale in cui l’unica forma di rappresentanza in grado di assicurare la perfetta eguaglianza tra tutti i cittadini sarà quella esercitata per sorteggio. Il teorico della rivoluzione post-maoista, per nulla smentito dall’asino Di Maio, è il Grande Timoniere Beppe Grillo, che avendo conosciuto per ragione anagrafica la tragedia dell’applicazione del Libretto Rosso in Cina pensa marxianamente di ripetere la storia adottando la versione farsesca della vicenda. Per cui, dopo aver dato una sommaria controllata su Internet su dove si applica la democrazia per sorteggio, ha risposto alle critiche di Sabino Cassese dando dello “istruito stupido” e del “parruccone” al giudice emerito della Corte Costituzionale colpevole di non sapere che in Ontario e nella Columbia britannica il futuro è già in atto e la gente sceglie i propri governanti tirando a sorte.

Il farsesco della faccenda non è che Grillo ignora che la democrazia per sorteggio s’usava anche al tempo di Atene nelle comunità ristrette e neppure che in Ontario e nella Columbia Britannica ci vivono più orsi e marmotte che persone. La tragedia trasformata in farsa è che le sorti del paese sono finite nelle mani di asini patentati. Con il gradissimo rischio che grazie ad essi dalla farsa si possa ritornare rapidissimamente alla tragedia.