L’Opinione delle Libertà


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Redazione12 giugno 2018

I risultati delle elezioni amministrative indicano quanto era già emerso nelle elezioni politiche del 4 marzo. La coalizione di centrodestra rappresenta la maggioranza relativa del Paese. Una maggioranza che negli anni passati è stata a trazione berlusconiana, nel presente è a trazione leghista e nel futuro potrebbe essere trainata da un leader e da un gruppo dirigente proveniente da un diverso settore della variegata composizione dello schieramento.

Questo non è un dato riguardante solo la Seconda Repubblica e la sua coda attuale, ma è l’unico elemento certo di tutta la storia dello Stato unitario. La maggioranza del Paese è sempre e comunque quella che una volta si chiamava “silenziosa” e che nel corso del tempo diventa, a seconda delle circostanze, parlante o anche urlante ma rimane l’asse immodificabile della politica nazionale.

Partire da questa considerazione è il modo più corretto per analizzare il futuro a breve e a lungo termine. Chi ipotizzava e ipotizza una rottura del centrodestra insegue probabilmente i propri sogni ma non tiene conto di una realtà che rimane solida. Naturalmente questa realtà assume forme diverse, si adatta ai tempi, si plasma attorno alle leadership e ai fermenti dominanti nelle diverse fasi politiche. Romperla non significa solo trasformare una maggioranza ampia in una serie di minoranze subalterne alle forze politiche concorrenti, ma anche perdere la sintonia con gli umori profondi e prevalenti nelle opinioni pubbliche del Paese.

Non è un caso che Matteo Salvini dimostri di aver perfettamente recepito una indicazione del genere. Certo, la sua navigazione con i Cinque Stelle nel governo nazionale appare contraddittoria con quella con il centrodestra nelle amministrazioni locali. Ma se viene condotta, come è avvenuto nella vicenda della nave Aquarius, nel rispetto del programma di centrodestra la contraddizione viene sfumata e si scarica in gran parte sull’alleato temporaneo nell’Esecutivo di Roma.

Ma se il problema di Salvini è di navigare con i grillini seguendo la stella polare del centrodestra, il problema degli altri partiti del centrodestra è di non pensare di godere in eterno della rendita di posizione garantita dalla collocazione nella maggioranza silenziosa. Debbono rigenerarsi, rinforzarsi, rappresentare al meglio quella parte di società che esprime i loro valori di riferimento. Per essere in questa fase la sponda indispensabile della Lega al governo e per mantenere sempre e comunque maggioritario il centrodestra come asse politico del Paese.

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Redazione11 giugno 2018

Più che di gradimento si dovrebbe parlare di curiosità. Quella che una larga maggioranza di italiani, formata non solo da elettori leghisti e pentastellati ma anche da larghi settori dei partiti del centrodestra rimasti all’opposizione, manifesta nei confronti del governo giallo-verde. Questa curiosità non è per l’inedita combinazione cromatica e politica della coalizione governativa, dove verdi e gialli dalle idee sostanzialmente opposte convivono in singolare equilibrio. Lo è per quanto il governo saprà realizzare concretamente nel corso dei prossimi mesi in termini di misure, provvedimenti, scelte in grado di indirizzare il Paese verso un futuro diverso dal passato recente.

In questa curiosità c’è una dose di benevolenza fondata sulla speranza che un qualche cambiamento si possa effettivamente realizzare. Ma c’è anche una grande dose di concretezza non priva di cinismo, tipica di una società provvista di una storia così piena di insegnamenti da far misurare la validità delle mutazioni politiche solo dai risultati reali da esse prodotte.

Questo sentimento di attesa non pregiudizialmente ostile di larga parte dell’opinione pubblica nazionale mette in condizione il governo di partire nelle migliori condizioni. Ma i primi provvedimenti influenzeranno pesantemente queste condizioni. E se non saranno in grado di fornire l’impressione di essere all’altezza della attese, la strada dell’Esecutivo non sarà più in discesa ma diventerà ripida e accidentata.

Questa luna di miele tra governo e maggioranza del Paese è favorita dalla oggettiva difficoltà del Partito Democratico di dare vita a una opposizione autorevole. La sinistra, non solo quella italiana ma anche quella europea e americana, si è troppo identificata con i poteri dominanti nell’Era della globalizzazione finanziaria per poter tornare in tempi brevi a rappresentare gli interessi dei ceti popolari. Ha bisogno di tempo per mutare pelle e rigenerarsi e questo assicura tranquillità al governo giallo-verde.

Lo stato di paralisi in cui versa Forza Italia potrebbe portare a una identica conclusione. Invece la durata della luna di miele del governo si gioca proprio sulla capacità di assicurare quella parte dell’elettorato di centrodestra non leghista che le sue esigenze, attese e richieste non verranno tradite. La partita di Matteo Salvini si gioca tutta su questo terreno. Può vincerla, ma solo se non rinuncia a rappresentare la “maggioranza silenziosa”.

 

 

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Redazione8 giugno 2018

All’indomani del voto del 4 marzo nessuno si è posto il problema. E nei quasi cento giorni di crisi in cui si è sviluppata la difficile gestazione del governo giallo-verde, la disattenzione per il problema è stata altrettanto forte. Ma oggi che la fase tumultuosa della nascita della nuova e inedita maggioranza si è conclusa, è interessante sollevare l’interrogativo fino ad ora dimenticato. Ma quanto ha pesato e pesa sulla politica italiana la Chiesa cattolica?

Non si tratta di una questione peregrina. Perché Vaticano e gerarchie ecclesiastiche hanno sempre rappresentato un fattore importante per le vicende politiche nazionali. Non c’è bisogno di ricordare come dalla nascita dello Stato unitario al secondo dopoguerra il peso della Chiesa sia stato sempre e comunque determinante per l’Italia. Dalla questione romana al Patto Gentiloni, dal Concordato alla Costituzione, dal partito unico dei cattolici al condizionamento continuo e costante dei due poli antagonisti della Seconda Repubblica, non c’è stata fase della politica nazionale che non sia stata segnata dalla presenza determinante del mondo cattolico.

E ora? Nel Patto di governo tra Lega e Movimento Cinque Stelle non esiste alcun paragrafo in cui venga citata in qualche modo la Chiesa e il suo mondo. Nelle illustrazioni al Senato e alla Camera del suo programma di governo il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha seguito la traccia del testo del Patto e ha ignorato totalmente il “fattore Chiesa”. E se ci si chiede se e quanto questo fattore possa aver influito sul risultato elettorale, sugli assetti politici che ne sono seguiti e su quanto possa pesare sul futuro della politica italiana, la risposta è automatica. Poco o nulla. Mai come in questo momento storico la Chiesa sembra essere separata dalle vicende politiche nazionali e, di fatto, del tutto ininfluente.

È un bene? È un male? Ognuno può dare la risposta che preferisce agli interrogativi. Ma è certo che quel punto di riferimento, positivo o negativo che fosse, esistito per secoli nella società italiana non c’è più.

È il frutto della globalizzazione della Chiesa di Papa Francesco? O, più semplicemente, della laicizzazione definitiva del nostro Paese? Nell’epoca delle semplificazioni via Twitter la questione sembra inutile e artificiosa. Ma con le semplificazioni si fa la cronaca, non la storia!

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Redazione7 giugno 2018

Il motto dell’Italia del Seicento era “Franza o Spagna purché se magna”. Quello dell’Italia dagli anni Novanta del secolo scorso fino ai nostri giorni è stato “Germania e Stati Uniti perché così se magna”. Ora ci si chiede se il motto dell’Italia di Giuseppe Conte sia destinato ad essere “meno con Germania e meno con gli Stati Uniti” e se questa presa di distanze sia dall’egemonia dell’alleato tedesco, sia dall’alleato atlantico possa consentire di continuare a mangiare secondo l’abitudine degli ultimi decenni.

Dietro questo gioco si nasconde il tema della collocazione internazionale dell’Italia a guida giallo-verde. Il Presidente del Consiglio ha ribadito che il Paese vuole rimanere nell’Unione europea ed è fedele all’Alleanza Atlantica. E quindi non si sposta dalla posizione mantenuta fino ad ora di contemporanea accettazione sia del ruolo dominante della Germania all’interno del continente europeo, sia di quello americano a livello mondiale. Ma l’intenzione di ridiscutere la condizione europea dell’Italia sull’Euro, sui migranti e sugli investimenti in deficit e l’annuncio di voler mettere in discussione le sanzioni alla Russia di Vladimir Putin hanno messo in allarme la cancelleria tedesca e il governo statunitense. Non è che l’Italia sovranista e grillina si voglia liberare in un colpo solo della doppia egemonia di Germania e Stati Uniti assumendo una posizione autonoma e separata rispetto all’una e agli altri? Insomma, il neo-revisionismo italico suscita inquietudine.

L’impressione è che all’interrogativo sollevato dalle reazioni dei Paesi alleati alla nascita del governo populista italiano non ci sia ancora una risposta precisa. Sembra, in sostanza, che né Giuseppe Conte, né Matteo Salvini, né Luigi Di Maio sappiano esattamente quale possa essere la collocazione definitiva del nostro Paese nello scenario internazionale. Il triumvirato è sicuramente spinto verso un certo grado di autonomia e separazione dal vento sovranista che soffia prepotentemente dalla parte dell’opinione pubblica nazionale. Ma non può non essere consapevole che più cresce la voglia di liberarsi della doppia egemonia, più si corre il rischio di perdere quei vantaggi connessi alla condizione di sostanziale vassallaggio che hanno permesso agli italiani di aumentare il proprio benessere dalla fine della guerra ad oggi in cambio di una parte sostanziale della propria sovranità.

L’incertezza del nuovo governo è palpabile. Ma è anche il frutto delle incertezze altrui. Della cancelliera Angela Merkel politicamente indebolita, del presidente Donald Trump anch’egli sovranista e revisionista degli equilibri internazionali. Il problema è che con l’incertezza “non se magna”!

 

 

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Redazione6 giugno 2018

In qualità di avvocato degli italiani il Presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte, conosce perfettamente che una delle ragioni della paralisi in cui è progressivamente caduta la Pubblica amministrazione è la paura di incappare in un qualche accidente giudiziario causato da un sistema caratterizzato dalla sovrapposizione di tali legislazioni diverse ma tutte caratterizzate dalla necessità di combattere particolari fenomeni criminali. Sulla legislazione anti-terrorismo si è innestata la legislazione antimafia e sulle due messe insieme è arrivata la legislazione anti-corruzione a cui si sono aggiunte misure di vario genere tutte ispirate a moltiplicare fattispecie di reato e a inasprire le pene.

Conte ha colto perfettamente nel segno quando ha rilevato come nella Pubblica amministrazione capiti ormai sovente che l’amministratore deciso a non fare nulla per paura di incappare inavvertitamente in una delle tante mine di questa stratificazione legislativa emergenziale faccia più carriera rispetto a chi assume delle responsabilità e finisce inevitabilmente nei guai. I sindaci, ad esempio, sono un esempio vivente di questo fenomeno. Chi opera rischia quotidianamente almeno l’accusa di abuso d’ufficio se non peggio. Chi rimane fermo non rischia nulla ma paralizza la propria città.

La logica più semplice e banale vorrebbe che per liberare la Pubblica amministrazione e l’intero Paese da questa cappa mortale (la paralisi della Pubblica amministrazione provoca la paralisi dell’intera società italiana) bisognerebbe ricondurre le stratificazioni a una sola legislazione non più emergenziale e liberare i dipendenti dello Stato a tutti i livelli dall’incubo che li ossessiona. Il ché non significa abbassare la guardia rispetto al terrorismo, alla mafia e alla corruzione e rendere l’attività amministrativa libera da qualsiasi principio di responsabilità. Significa, più semplicemente, prendere atto che di eccesso di emergenze si muore e regolarsi di conseguenza.

Purtroppo, invece, l’avvocato degli italiani deve attuare un patto di governo in cui si prevede l’esatto contrario. Il capitolo dedicato alla giustizia è ispirato al principio del trionfo dell’emergenzialità e alla volontà di aumentare senza alcun limite le misure destinate a rinforzare il sistema delle giustizie sovrapposte. L’introduzione dell’agente provocatore potrà anche portare alla scoperta di qualche potenziale corrotto, ma trasformerà in terrore la già grande paura degli amministratori di incappare in un qualche incidente di percorso o trappola giudiziaria.

Conte, dunque, rischia di deporre la toga di avvocato e indossare quella del pubblico inquisitore. In un sistema ispirato al principio del “Fiat iustitia et pereat mundus” tanto caro a chi ha una concezione paranoica della legge!

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Redazione5 giugno 2018

Il Governo Conte è nato con il proposito dichiarato di applicare senza modifiche di sorta il contratto di governo sottoscritto dalla Lega e dal Movimento Cinque Stelle. Il Presidente del Consiglio ha manifestato questo suo impegno con sobrietà e con un apprezzabile stile personale. Questo significa che alla lunga, proprio per queste caratteristiche, non sarà solo il terzo marginale del triumvirato al potere ma diventerà un competitore paritario di Matteo Salvini e di Luigi Di Maio.

Ma il ruolo di esecutore in crescita di Conte è solo un aspetto di una realtà rappresentata dalla decisione del Premier di non derogare di un millimetro dalle intese sottoscritte dagli alleati di governo. La mancanza di deroga, però, riguarda i principi e non i tempi. E su questo terreno le deroghe sono già evidenti. L’impegno riguardante il reddito di cittadinanza potrà essere onorato solo dopo il potenziamento dei centri d’impiego. Il ché significa uno slittamento a data da destinarsi di una delle promesse più eclatanti e significative della campagna elettorale. E lo stesso vale per quella flat tax che probabilmente potrà essere sperimentata inizialmente per le imprese dando un nome diverso a misure già in atto, ma che sarà rinviata a momenti più favorevoli per la massa dei comuni cittadini e delle loro famiglie.

Per l’attuazione della parte più qualificante e costosa del contratto di governo, dunque, bisognerà attendere. In compenso le misure meno costose o che non gravano sulle casse dello Stato potranno vedere la luce in tempi molti rapidi. E queste misure riguardano essenzialmente la giustizia visto che inasprire pene, allungare i tempi della prescrizione, accentuare la lotta alla corruzione non comporta alcun esborso da parte delle casse dello Stato.

Ma solo chi ha una concezione puramente ragionieristica delle istituzioni può immaginare che i costi per una società complessa possano essere solo di natura monetaria. Purtroppo, invece, imprimere una svolta ulteriormente giustizialista al sistema giudiziario del Paese non fa spendere soldi ma determina fatalmente una torsione di tipo autoritario destinata a produrre effetti nefasti su tutti i cittadini italiani.

Il pentastellato Danilo Toninelli ha sostenuto che l’obiettivo del suo movimento è di realizzare lo “Stato etico”. Se sa di cosa parla, è un pericolo. Ma se ignora il significato politico e sociale delle sue affermazioni è ancora peggio. L’impegno contro questa deriva autoritaria deve essere il compito di tutti i liberali. Anche di quelli della Lega!

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Redazione4 giugno 2018

“Ora lo Stato siamo noi”. L’affermazione di Luigi Di Maio di fronte alla folla grillina festante di piazza Bocca della Verità si presta alle più svariate ironie. Da quella sulla sindrome da Luigi XIV che avrebbe colto il capo politico del Movimento 5 Stelle a quella sulla infantile ignoranza di chi identifica lo Stato con il governo lasciando intendere che di questo passo se ne vedranno sicuramente delle belle. Ma un pizzico di verità di fronte alla Bocca della Verità è stato detto. E si compirebbe un errore marchiano se gli unici commenti al trionfalismo grillino per l’ingresso nella “stanza dei bottoni” fossero quelli degli sberleffi più o meno feroci. L’errore è non capire che il cambiamento è in atto. E che, prima ancora di essere politico, è generazionale e antropologico.

Questo errore è il pericolo più grande che grava sulle due opposizioni al governo giallo-verde del triumvirato Conte-Di Maio-Salvini. Quella delle diverse anime della sinistra e quella del mondo moderato dei partiti di centrodestra rimasti fuori dalla coalizione governativa.

L’irrisione, affiancata alla nostalgia per l’egemonia ormai persa, è il mastice più sicuro per tentare di mettere insieme l’opposizione di sinistra. Ed è facile immaginare che a questa mistura di rabbie recenti e di ricordi passati le molteplici sinistre faranno riferimento per tentare di riorganizzarsi dopo la tragedia di una sconfitta epocale.

Ma se c’è una deriva che il centrodestra non salviniano deve evitare è proprio quella di mettersi a rimorchio di una sinistra recriminatoria e nostalgica. Nessun fronte repubblicano può nascere tra Forza Italia e Partito Democratico renziano (ipotesi cara ai neo-nazarenici) se è la sinistra orfana dell’egemonia a pretendere di guidare lo schieramento dell’“heri dicebamus”.

La destra e il centro moderato, liberale e popolare, non hanno nostalgie egemoniche da rimpiangere. Perché egemoniche non lo sono state neppure negli anni del massimo consenso berlusconiano. Hanno, in compenso, idee e valori da ribadire, da proporre, da difendere con la massima energia nella consapevolezza che la verità di Bocca della Verità è il processo di cambio generazionale verificatosi con l’avvento al governo dei due populismi.

Lo Stato non è diventato grillino ma sono i grillini che sono entrati nello Stato. E se destra e centro liberale e popolare vogliono rimanere fedeli ai loro valori debbono evitare di mettersi sulla sponda del fiume a recriminare attendendo il passaggio dei cadaveri dei loro avversari. Se lo facessero correrebbero il rischio di attendere per anni. Hanno, al contrario, il dovere di presidiare il corso del fiume impedendo che si possa piegare verso sbocchi di tipo venezuelano.

Fuori di metafora il centrodestra può dall’esterno pesare e condizionare fortemente la coalizione governativa. Sulla giustizia, sulle infrastrutture, sulla pressione fiscale, sull’immigrazione e su tutte le altre grandi questioni che pesano sul Paese. Non farlo guardando avanti piuttosto che indietro significherebbe lasciarsi fagocitare o dalla sinistra o dai presunti nuovi barbari!

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Redazione1 giugno 2018

Chi teme che il cambiamento possa essere troppo drastico e traumatico può trovare conforto dal finale all’italiana dei quasi novanta giorni di crisi. È un finale a “tarallucci e vino”, con la Festa della Repubblica, la sfilata in via dei Fori Imperiali in cui difficilmente ci saranno contestazioni di sorta, con le tre manifestazioni indette contemporaneamente per difendere Sergio Mattarella, e per contestarlo, che si scioglieranno in allegria e con il ricevimento del Presidente della Repubblica al Quirinale dove uscenti della vecchia nomenklatura politica ed entranti della nuova faranno passerella tra un pasticcino e un altro.

Insomma, il finale italico sembra garantire chi teme la rivoluzione. E, invece, è proprio questo il principale pericolo che grava sul governo del cosiddetto cambiamento. Quello che il tanto strombazzato cambiamento non ci sia e tutto si risolva in un “esci tu che entro io” che serve a dimostrare come nel nostro Paese il principio gattopardesco del tutto cambia, per mantenere il tutto inalterato e inalterabile, sia ancora attuale.

Il rischio, infatti, è che al cambiamento delle persone non corrisponda un cambiamento reale del sistema politico e burocratico messo in discussione, prima che dal voto del 4 marzo, dal suo sostanziale fallimento.

Non è un compito facile quello che attende il governo di Giuseppe Conte, esecutivo che nasce dalla doppia difficoltà di avere un premier sotto tutela dei suoi due vice e dalla precarietà del rapporto tra i suoi fondatori, Lega e Cinque Stelle, culturalmente e strutturalmente agli antipodi. Ogni ritardo, ogni prudenza, ogni debolezza, ogni piccolo inciampo assumerà l’aspetto di una battuta d’arresto. Ogni errore diventerà una sconfitta. Perché quando le attese sono gigantesche ogni motivo di delusione, anche il più ridotto, si ingigantisce.

La strada, dunque, è in salita ripida. Ma va assolutamente percorsa. Perché il Paese ha effettivamente bisogno di essere cambiato e adeguato a una realtà del tempo presente che non consente ritardi o nostalgie di epoche ormai superate.

Nessuna pregiudiziale legata al passato, allora. Ma solo un atteggiamento di stimolo costante. Che serva a evitare errori, debolezze, ritardi, battute d’arresto. E, soprattutto, che serva a realizzare un cambiamento reale. Quel cambiamento che dovrà necessariamente riguardare i partiti rimasti all’opposizione. Chi si ferma, alla nostalgia del tempo che fu, è perduto!

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Redazione31 maggio 2018

Comunque vada a finire la crisi che dura ormai da tre mesi, nessuno toglierà dalla testa dell’opinione pubblica italiana che il capo politico del Movimento Cinque Stelle, Luigi Di Maio, sia stato spianato dalla ruspa di Matteo Salvini.

I rapporti di forza tra i due partiti, il Movimento 5 Stelle al 32,5 per cento e la Lega al 17, stabilivano in maniera fin troppo evidente che i leghisti avrebbero dovuto avere una sorta di rapporto subalterno e ancillare nei confronti dei pentastellati. Dopo 90 giorni di trattative il rapporto, che si era aperto con la rivendicazione del ruolo di Premier da parte di Luigi Di Maio in quanto capo del maggior partito del contratto di governo, si è totalmente ribaltato. Non solo perché Di Maio ha dovuto rinunciare immediatamente alla sua rivendicazione ma perché se mai dovesse nascere il governo giallo-verde questo Esecutivo risulterà inevitabilmente a trazione leghista.

La base grillina incomincia a rendersi conto che il proprio massimo rappresentante si è fatto incartare da Matteo Salvini. E lo stesso Di Maio ha ammesso di aver fatto la figura dell’ingenuo rispetto al rude e fin troppo furbo leader leghista. Questo significa che la sorte di Luigi Di Maio sia già segnata e che ben presto Beppe Grillo e Davide Casaleggio gli possano imporre un rapido rientro dentro le righe?

L’ipotesi è probabile. Ma ciò che è più sicuro è che se il governo non dovesse nascere e se le elezioni anticipate a settembre dovessero verificarsi, il Movimento Cinque Stelle sarebbe costretto a non prendere in alcuna considerazione l’eventualità di un patto elettorale con la Lega e a chiudersi nella linea di sempre segnata dalla scelta di andare comunque da soli al confronto elettorale.

L’arroccamento grillino avrebbe come contraccolpo il rimbalzo della Lega all’interno del centrodestra. Certo, a qualcuno potrebbe sicuramente venire in mente di sfidare la sorte facendo correre il Carroccio da solo. Ma perché correre il rischio di fare la fine di Marine Le Pen quando il quaranta per cento insieme con il resto di un centrodestra divenuto vassallo sarebbe a portato di mano?

In queste ore, quindi, si giocano i destini personali di Luigi Di Maio e di Matteo Salvini. E anche quelli del Paese. Che, però, ha un vantaggio da non dimenticare. Perché i leader passano, mentre il Paese comunque rimane!

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Redazione30 maggio 2018

Carlo Cottarelli chiude o lascia? Giuseppe Conte può ripartire? Matteo Salvini o Giancarlo Giorgetti possono andare a Palazzo Chigi ricucendo il centrodestra o guidando un governo giallo-verde sostenuto da Fratelli d’Italia e appoggiato dall’esterno da Forza Italia? E Luigi Di Maio, ora che Alessandro Di Battista è partito per gli Stati Uniti, può tornare a fare il governista senza il timore di venire scavalcato dall’ala oltranzista del Movimento 5 Stelle?

Tutti questi interrogativi sono sul tappeto e attendono una risposta. Ma prima che queste arrivino c’è una diversa certezza di cui bisogna prendere atto e che riguarda gli effetti dei quasi novanta giorni di crisi. Qualunque governo potrà nascere dalla bagarre delle ultime ore dovrà fare i conti con la frantumazione dei rapporti e delle certezze del 4 marzo. La prima di queste frantumazioni riguarda il Quirinale, che ha subito una delegittimazione che non verrà sicuramente superata dal ripensamento del M5S sulla messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica e che costituisce una ferita istituzionale di gravissima entità. Sergio Mattarella ha compiuto sicuramente degli errori nella gestione della crisi, primo fra tutti quello di accettare il nome di compromesso di Giuseppe Conte e non pretendere che il governo del cambiamento venisse guidato dal capo dei partiti della coalizione più votato. Ma il tatticismo e le strumentalizzazioni di leader irresponsabili hanno trasferito sulla massima istituzione repubblicana il peso di questi errori. E il risultato è l’azzoppamento non di questo capo dello Stato ma del capo dello Stato della Repubblica parlamentare italiana.

Alla frantumazione del Quirinale corrisponde quella delle forze politiche. Il Movimento 5 Stelle esce con le ossa rotte dalla crisi ancora in atto. La spregiudicatezza di Luigi Di Maio ha portato i grillini a perseguire tutto e il contrario di tutto, dall’alleanza con la Lega a quella con il Partito Democratico, dall’aggressione a Mattarella un tempo osannato al ridicolo contrordine dell’offensiva contro il Presidente della Repubblica. Questa spregiudicatezza ha marchiato come del tutto inaffidabile il movimento grillino. Quanto peserà in termini elettorali questa inaffidabilità?

Lo stesso, almeno in parte, vale per la Lega. Che al momento appare come il partito che più ha guadagnato dalla crisi ma che paga questo guadagno con il rischio di aver incrinato lo schieramento di centrodestra, che lo ha reso vincitore il 4 marzo senza aver ancora consolidato il fronte populista con un M5S rivelatosi totalmente inaffidabile. Della frantumazione delle altre forze politiche è addirittura inutile parlare tanto appare evidente e drammatico.

E allora? Il pericolo che l’Italia faccia la fine della Grecia per totale frantumazione della propria classe politica è fin troppo incombente!