L’Opinione delle Libertà


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Redazione22 Gennaio 2019

La vecchia battuta “dare soldi, vedere cammello” va modificata in “dare soldi, non vedere migranti”. Pare che questa sia la vera ragione della recrudescenza dei barconi di profughi che sfidano le onde invernali del Mediterraneo ed affondano aprendo crepe nel Governo italiano tra chi vuole continuare a tenere i porti chiusi e chi li vuole riaprire per stare in pace con la propria coscienza. Sembra, cioè, da quanto viene scritto su autorevoli giornali notoriamente ben informati, che i barconi siano ripartiti perché il Governo italiano non avrebbe rispettato le promesse di aiuti assicurate alle autorità libiche prima da Marco Minniti e poi da Matteo Salvini e Giuseppe Conte. Qualcuno, per la verità, inserisce tra le promesse non mantenute anche la famosa autostrada promessa da Silvio Berlusconi a Gheddafi e che, sulle orme della via Balbia, avrebbe dovuto collegare Tripoli con Tobruk. Ma, visto che nel frattempo la Libia si è frantumata in mille pezzi, non si capisce chi potrebbe dolersi per una mancata autostrada che comunque senza l’unità territoriale di uno Stato riunificato non si potrebbe mai realizzare.

Proprio lo spunto dell’autostrada irrealizzabile, però, provoca un interrogativo sulla formula del “dare soldi, non vedere migranti”. A chi sono state fatte le promesse non mantenute? Ai due governi libici formalmente esistenti? Alle decine di diversi gruppi armati che controllano il territorio? Ai capi tribù o ai capi scafisti che trafficano in armi, droga ed esseri umani regolando a proprio piacimento il flusso dei barconi dei disperati diretti verso l’Italia?

Sapere a chi sono state fatte le promesse può aiutare a capire chi oggi stia riaprendo il rubinetto dei migranti ma deve servire anche a riconoscere che le misure-tampone avviate da Minniti e proseguite da Salvini e Conte possono funzionare nel breve periodo ma non solo non risolvono il problema ma lo aggravano esponendo il nostro Paese al ricatto di chiunque. Dai signorotti della guerra libici ai criminali che trafficano con gli esseri umani fino alle Organizzazioni non governative che puntano a fare dell’Italia un enorme campo di concentramento di immigrati africani destinato a svolgere il ruolo di cuscinetto a vantaggio del resto degli Stati europei.

La riflessione porta ad una sola conclusione. Fino a quando la Libia vivrà nel caos il nostro Paese sarà esposto ai ricatti ed alle minacce di chiunque. Di qui la necessità di mettere a punto una strategia politica di ampio respiro nei confronti della Libia. Che non preveda solo promesse ed aiuti, ma anche scelte nette rispetto ai burattini in campo ed ai loro burattinai internazionali!

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Redazione21 Gennaio 2019

Leoluca Orlando, sindaco di Palermo, prevede un secondo processo di Norimberga dove verrà messo alla sbarra Matteo Salvini con l’accusa di essere un nazista colpevole di crimini contro l’umanità. Ad Orlando fa eco il sacerdote Alex Zanotelli che insiste nell’accusa di nazismo nei confronti del ministro dell’Interno colpevole, a suo dire, di tenere chiusi i porti e di provocare le stragi di migranti nel Mediterraneo.

Il sindaco di Palermo ed il missionario rientrato da tempo in Italia rappresentano le punte più virulente del fenomeno di criminalizzazione politica che si sta verificando nel nostro Paese ai danni di Matteo Salvini sull’esempio di quanto già fatto in passato dalla sinistra nei confronti dei suoi più pericolosi avversari. Da De Gasperi a Tambroni, da Segni a Leone, da Fanfani a Cossiga, da Craxi a Berlusconi, ognuno di questi leader dei variegati fronti anticomunisti del secondo dopoguerra sono stati oggetto di campagne di criminalizzazione tese a metterli fuori gioco in quanti esponenti di un nuovo pericolo fascista.

Rispetto al passato, però, la criminalizzazione di Matteo Salvini presenta una differenza di fondo. Fino a Silvio Berlusconi è stata la sinistra guidata dal Pci e dai suoi eredi diretti a promuovere e guidare le campagne di odio contro i propri nemici politici. Adesso le diverse articolazioni della sinistra tradizionale, Partito Democratico compreso, non promuovono e non guidano più ma seguono le indicazioni che provengono dal mondo cattolico. Si dirà che questo mondo cattolico, vedi Orlando e Zanotelli, fanno parte da sempre della sinistra. E che, quindi, la differenza è di fatto inesistente. Invece la novità esiste. Ed è rappresentata dal fatto che mentre in passato i cattolici di sinistra rappresentavano solo l’area catto-comunista e potevano contare solo sull’appoggio indiretto e non ostentato dei settori più progressisti delle gerarchie ecclesiastiche, i criminalizzatori attuali hanno alle spalle il sostegno e la copertura dei massimi vertici della Chiesa ormai decisi ad intervenire nella situazione politica italiana promuovendo la rinascita di un nuovo partito di cattolici allineato alle posizioni di Papa Bergoglio.

Pochi sembrano consapevoli di questa novità e delle conseguenze che potrà determinare nella società italiana. Prima fra tutte la spaccatura della comunità dei credenti divisa tra l’obbedienza ad un Vaticano che diventa promotore di un nuovo fronte popolare portatore di odio e di intolleranza e la consapevolezza che è arrivato il momento di tornare all’anticlericalismo liberale che ha fatto l’Italia!

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Redazione18 Gennaio 2019

I “liberi e forti” di don Luigi Sturzo rappresentavano un cattolicesimo liberale e nazionale che oggi sarebbero agli antipodi di un quel cattolicesimo globalista ed antioccidentale che è rappresentato dai “costruttori di ponti” voluti da Papa Francesco.

Compie un doppio errore chi celebra il centesimo anniversario della nascita del Partito Popolare immaginando che il ritorno in campo del cattolicesimo militante italiano comporti la riappropriazione di quello spazio politico di centro perseguito a suo tempo dal prete di Caltagirone. Sottovaluta o addirittura ignora che il Partito Popolare di don Sturzo si caratterizzò fin dalla sua nascita come una forza politica orientata a maggioranza verso il centrodestra tanto che gran parte dei suoi sostenitori divennero negli anni successivi determinanti per la nascita del primo governo di Benito Mussolini. E non tiene minimamente in considerazione che nel secondo dopoguerra don Sturzo, che non si iscrisse mai alla Democrazia Cristiana, rimase fermo nel suo liberalismo nazionale diventando il più deciso avversario della “Dc, partito di centro che guarda a sinistra” e della crescente influenza sullo scudocrociato della sinistra dossettiana e del neo-statalismo fanfaniano di derivazione corporativa.

Ma se questo primo errore è di natura storica il secondo, molto più grave, riguarda la vita politica italiana del presente e del prossimo futuro. Immaginare che il ritorno in campo dei cattolici consenta di recuperare il centro costituisce una autentica offesa alla realtà dei fatti. Al momento gli unici cattolici che appaiono impegnati in una operazione di ritorno sulla scena italiana sono quelli delle organizzazioni più allineate alle posizioni di Papa Francesco. E queste posizioni non solo non rappresentano in alcun modo il centro della politica nazionale, ma sono sicuramente collocate alla sinistra di qualsiasi sinistra esistente in questo momento in Italia. Alla sinistra del Partito Democratico, di Leu e della stessa fascia più ortodossa del mondo grillino.

Bergoglio considera l’identità occidentale, europea e nazionale una eredità negativa da rimuovere e cancellare. Vuole una Chiesa dalla identità totalmente destinata ad essere una sorta di capofila di una internazionale religiosa capace di dare voce e rappresentanza alle masse più povere e proletarie dei continenti per secoli vittime dell’imperialismo capitalista dell’Occidente.

Don Sturzo, quindi, non ha nulla in comune con Papa Francesco. Chi pensa il contrario o s’inganna o vuole ingannare!

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Redazione17 Gennaio 2019

Una delle previsioni più ricorrenti sulla evoluzione della politica italiana dice che nel momento in cui il voto europeo riequilibrerà drasticamente l’attuale differenza di consenso tra la Lega ed il Movimento Cinque Stelle, scatteranno le condizioni per la rottura del patto di governo. A quel punto, sempre secondo questa previsione, visto che nessuno si sognerà di far scivolare la crisi verso le elezioni anticipate, si creeranno le condizioni per quella soluzione parlamentare indicata da Silvio Berlusconi che prevede la formazione di una compagine governativa di centrodestra appoggiata da “responsabili” provenienti dalla sinistra o dal grillismo dissidente.

Fino ad ora questa previsione non ha avuto contro-indicazioni. Al contrario, il contenzioso crescente tra leghisti e grillini ha alimentato la credibilità dello scenario portando nuovi argomenti alla tesi secondo cui il voto di maggio porterà all’esplosione dei rapporti tra gli attuali alleati di governo spianando la strada ad ritorno dell’unità del centrodestra.

Nessuno, però, sembra valutare che la campagna elettorale non riguarda solo Lega e M5S ma anche le altre forze politiche e che la conflittualità tra i partiti acuita dal sistema proporzionale delle elezioni europee non deteriora solo i rapporti tra leghisti e grillini ma anche quelli tra i diversi soggetti del centrodestra rendendo impossibile qualsiasi ipotesi di ritorno all’unità.

Questa considerazione dovrebbe suggerire a Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia di non forzare troppo la mano nelle rispettive campagne elettorali. Ma una raccomandazione del genere si scontra con l’esigenza di ciascuno di questi partiti di raggiungere il massimo risultato possibile alle europee. E poiché per farlo ognuno deve cercare di strappare consensi al proprio vicino, è fin troppo evidente che il rischio di arrivare al voto europeo con il logoramento definitivo del centrodestra è assolutamente realistico.

Questo rischio rappresenta il cemento più forte per il Governo giallo-verde. Che potrà anche arrivare a pezzi a maggio, ma che non si frantumerà mai fino a quando a tenerne insieme i pezzi sarà l’assenza di una alternativa realistica e percorribile.

 

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Redazione16 Gennaio 2019

Qualcuno avvisi il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e quanti vanno predicando che per risolvere il problema delle migrazioni è necessario compiere grandi investimenti nei Paesi da cui i migranti fuggono, che questa ricetta non funziona. O meglio, può funzionare solo a condizione che i Paesi investitori, cioè l’Italia e quelli europei ed occidentali, possano esercitare un qualche controllo su come i finanziamenti vengono utilizzati.

Chi evoca il Piano Marshall e ne propone l’applicazione per aiutare i disperati “a casa loro” dimentica che il piano di aiuti americani ai Paesi europei usciti devastati dalla Seconda guerra mondiale non venne realizzato solo per spirito umanitario, ma anche (e soprattutto) perché le nazioni beneficiarie erano entrate a far parte dell’area d’influenza degli Stati Uniti senza avere alcuna possibilità di uscirne a causa della “Guerra fredda” che sarebbe scattata proprio in quegli anni.

L’Europa occidentale, in sostanza, era diventata un protettorato degli Usa. Il ché rappresentò l’unica strada d’uscita dalle conseguenze di una guerra rovinosa e la sola possibilità di gettare le basi per quel futuro di pace, stabilità e benessere andati avanti per i successivi settant’anni. Sempre di protettorato, però, si trattò. Un protettorato che se uno dei governi beneficiari del Piano Marshall avesse indirizzato i finanziamenti non verso lo sviluppo ed il rilancio dell’economia ma, ad esempio, verso il riarmo della propria nazione in vista di possibili revanscismi, non sarebbe rimasto immobile ma sarebbe intervenuto per fermare la deriva verso nuove e drammatiche avventure.

A denunciare a quel tempo il protettorato americano furono solo quelli che avrebbero preferito entrare a far parte dell’impero comunista. Tanto che la loro denuncia divenne talmente ridicola da cancellare addirittura anche la definizione di una condizione di oggettiva subalternità. Essere realisti, però, impone di sapere che senza esercitare un controllo stretto sui governi africani, nella quasi totalità segnati dalla vocazione autoritaria, ogni aiuto sarebbe fatalmente destinato o a sempre maggiori armamenti o alla corruzione dei gruppi dirigenti, oppure all’uno ed all’altro.

Marshall, in fondo, non era un volontario di qualche organizzazione caritatevole. Era un generale degli Stati Uniti!

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Redazione15 Gennaio 2019

Hanno perfettamente ragione sia il sottosegretario Giancarlo Giorgetti che il capo della Polizia Franco Gabrielli quando sostengono rispettivamente che la sospensione di una partita di calcio è una sconfitta per lo Stato e che il compito di decretare la fine dell’incontro e lo svuotamento dello stadio spetta non all’arbitro ma al responsabile della sicurezza. Dimostrare di non essere in grado di assicurare lo svolgimento regolare di un pubblico evento come una partita di calcio costituisce un atto di rinuncia da parte dello Stato della sua funzione prioritaria di garante dell’ordine pubblico. Al tempo stesso, è fin troppo evidente come la decisione di imporre il deflusso anticipato del pubblico debba spettare solo a chi ha la responsabilità di assicurare che l’evacuazione avvenga senza incidenti di sorta.

Naturalmente, però, Giorgetti e Gabrielli manifestano a ragione gli interessi dello Stato e quello delle Forze dell’Ordine di assicurare la sicurezza dei cittadini. Ma c’è anche un altro interesse da tutelare. Che è quello dello Sport. Cioè delle società calcistiche, della correttezza del campionato e di tutti quei tifosi che, senza essere responsabili degli episodi riprovevoli alla base del provvedimento di sospensione, verrebbe defraudati del loro legittimo diritto di assistere ad un evento sportivo da loro preventivamente pagato.

Contro tutti questi interessi viene sollevato, da parte di chi chiede la sospensione automatica delle partite in caso di cori razzisti od antisemiti, l’interesse etico, morale ed anche giuridico (la legge Mancino punisce le manifestazioni razziste ed antisemite). Questo interesse è sacrosanto. Ma per prevalere su tutti gli altri deve poggiare sulla dimensione esorbitante del fenomeno da condannare. Come dire che se la stragrande maggioranza dei tifosi infrange legge, etica e morale è logico stabilire la sospensione dell’incontro di calcio secondo le regole della Figc. Se, al contrario, è solo una parte marginale degli spettatori a compiere atti riprovevoli, il buon senso non può non far prevalere gli altri interessi, quelli dello Stato, delle Forze dell’Ordine, delle società, dei tifosi non colpevoli, dello sport.

La cultura politicamente corretta non prevede l’applicazione della proporzione e del buon senso. Senza rendersi minimamente conto che se la sua regola manichea venisse applicata, Stato, Polizia, società, tifosi e lo Sport sarebbero alla mercé di qualsiasi gruppuscolo deciso ad imporre la propria volontà prevaricatrice e ricattatrice alle istituzioni ed alla società civile.

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Redazione14 Gennaio 2019

È stata fin troppo giusta la decisione della Lega di partecipare alla manifestazione Sì-Tav che si è tenuta a Torino sabato scorso. Non solo perché in caso contrario i governatori leghisti di Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia avrebbero dovuto subire le rimostranze di un elettorato settentrionale favorevole alle grandi opere e pronto a sconfessare i propri rappresentanti in Parlamento se la linea per le infrastrutture indispensabili per lo sviluppo fosse stata disattesa. Ma soprattutto perché la questione della Tav sta progressivamente diventando il tema attorno al quale si può aggregare uno schieramento di forze politiche totalmente nuovo e diverso rispetto al passato ed agli attuali equilibri politici generali. Non essere in piazza a Torino per ribadire il proprio sostegno alla realizzazione della Tav avrebbe reso impossibile la partecipazione della Lega a questa possibile aggregazione. Ed avrebbe condannato Matteo Salvini ed i suoi ad una sorta di sudditanza perenne nei confronti di Luigi Di Maio e del Movimento Cinque Stelle.

Per i leghisti, quindi, si è trattato di un gesto di autonomia rispetto all’alleato di governo del momento e di una sorta di investimento proiettato verso un futuro che potrebbe anche non realizzarsi ma che sarebbe profondamente sbagliato escludere a priori.

Lo sviluppo ed il modo per perseguirlo, infatti, è il problema di fondo del Paese. In particolare dopo che il ministro Giovanni Tria ha ammesso il pericolo di stagnazione in atto e tutti i dati economici lasciano intendere che il passaggio dalla stagnazione alla recessione sarebbe quasi automatico. La Tav è l’indicazione di come lo sviluppo dovrebbe essere perseguito: con gli investimenti che producono lavoro e creano le condizioni per far ripartire l’economia e lasciano alle nuove generazioni gli strumenti per meglio aggredire il futuro. L’opposizione alla Tav è, a sua volta, l’indicazione più significativa di segno contrario: quella che non punta allo sviluppo ma sogna il ritorno ad una età dell’oro e dell’innocenza che in realtà non è mai esistita in Italia e nel mondo intero.

Nessuno sa se la Tav diventerà sul serio il fattore aggregativo dei favorevoli allo sviluppo. La Lega si è candidata a partecipare al processo. Ed ha compiuto una scelta giusta.

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Redazione11 Gennaio 2019

Claudio Baglioni, da sempre indicato come il simbolo del cantautore del disimpegno, ha colto al volo il suo secondo Festival di San Remo per ribaltare la propria immagine e trasformarsi in un artista sensibile non solo ai sentimenti individuali ma anche ai grandi temi del tempo presente. Nel presentare la prossima edizione del Festival della canzone italiana ha pronunciato il sermone contro la cattiveria ed il rancore che pervadono il Paese attaccando i governi passati e presente accusandoli di non aver saputo affrontare e di non saper risolvere il problema dell’immigrazione. “Non si può pensare di risolvere questa situazione di milioni di persone in movimento – ha sostenuto – evitando lo sbarco di quaranta o cinquanta persone”.

Di fronte alla conversione di Baglioni, il vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini, si è sentito chiamare in causa ed ha invitato il conduttore a cantare lasciando che del problema dell’immigrazione se ne occupi chi ha il titolo e la legittimità istituzionale per farlo.

È fin troppo evidente come la risposta di Salvini a Baglioni sia destinata non a sopire ma ad alimentare la diatriba tra neo-impegnato sul fronte del buonismo ed il titolare indiscusso del cattivismo italico. Anche perché può consentire al cantante-conduttore di sfruttare la “retorica dei ponti” per alimentare il lancio pubblicitario della prossima edizione del Festival ed al leader della Lega di tornare a cavalcare la “retorica dei muri” per rilanciare il tema dominante della sua campagna elettorale per il voto europeo.

In fondo questa polemica è il segno indiscusso della estrema popolarità della questione dell’accoglienza e delle migrazioni. Se dopo gli Angelus di piazza San Pietro di Papa Francesco anche il Papa laico di San Remo si mette a predicare la santa bontà contro l’egoismo dei cattivi vuol dire che il tema è al primo posto della lista delle preoccupazioni degli italiani. E chi lo sfrutta non può non ricavarne qualche beneficio. In termini di audience, di pubblicità, di consenso.

È la logica della società della comunicazione e dell’immagine. Ma è anche quella di un manicheismo tra bene e male che rischia di riportare indietro di parecchi secoli la società italiana.

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Redazione10 Gennaio 2019

Nella Prima Repubblica lo scontro tra il presidente del Consiglio e il ministro dell’Interno su un tema scottante come quello della Sea Watch avrebbe provocato una crisi di governo. Nel quadro bloccato dell’attuale situazione politica, invece, il contrasto tra Matteo Salvini che insiste nella chiusura dei porti alle Ong e Giuseppe Conte che si dice disposto ad aggirare il veto caricando i migranti su un aereo per portarli in Italia, non produce alcuna frattura irreparabile.

Il Governo attuale non ha alternative. E in questa condizione di assenza di sbocchi politici si può verificare ogni genere di dissidio tra i partner della coalizione governativa senza che l’Esecutivo ne possa risentire. Il collante formato dall’assenza di una opposizione in grado di diventare a sua volta maggioranza, è apparentemente un elemento di estrema forza dell’alleanza giallo-verde. Ma dietro una facciata così solida si nasconde un’insidia di cui Lega e Movimento Cinque Stelle non possono ignorare l’esistenza. Questa insidia è la crescente consapevolezza dell’opinione pubblica del Paese che l’alleanza tra opposti costituisce una anomalia destinata ad esaurirsi e scomparire. E non in tempi troppo lunghi, ma addirittura in un periodo che potrebbe essere estremamente breve. Ad accelerare questo processo c’è la campagna elettorale per il voto europeo che è naturalmente portata ad accentuare le divergenze, le fratture e gli scontri tra i triumviri del Governo pentaleghista. Se si continua di questo passo, infatti, Conte, Di Maio e Salvini arriveranno alla prossima primavera con una coalizione governativa ridotta in macerie. E, quel che è più grave, con una opposizione desertificata contrapposta ad una maggioranza altrettanto disastrata. Cioè con un Paese abbandonato a se stesso a causa del Governo delegittimato ed una opposizione definitivamente squalificata.

Nessuno rimpiange il tempo della Prima Repubblica in cui i governi si facevano e si disfacevano nell’arco di qualche mese. Ma allora governi ed opposizioni c’erano. E non si correva il rischio di ritrovarsi senza gli uni e gli altri dopo aver esaurito del tutto anche la stagione della sostituzione della classe politica con quella dei tecnocrati.

Insomma, forse era meglio quando si stava peggio!

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Redazione9 Gennaio 2019

Il Partito del Papa ha trovato un rappresentante nel Governo giallo-verde. Si chiama Giuseppe Conte e ricopre il ruolo di Presidente del Consiglio. Non si sa se sia stato il Partito del Papa a scegliere Conte o se sia stato Conte a trasformarsi nell’uomo del Vaticano all’interno ed alla guida della coalizione governativa. Di fatto il Premier che ha il culto di Padre Pio non si è limitato a manifestare la propria devozione nei confronti del santo frate, ma è andato molto oltre nella sua dichiarata ed ostentata osservanza dei precetti cristiani diventando l’interprete ed il portavoce più autorevole nel vertice governativo della linea politica e degli interessi concreti della Chiesa di Papa Bergoglio. La riprova si è avuta all’indomani del varo dell’aumento della tassazione a carico delle organizzazioni del volontariato, quelle che costituiscono l’ossatura della struttura cattolica progressista nel nostro Paese. Non appena la Cei, i vescovi ed i solidaristi a spese dello Stato hanno protestato contro la misura destinata a penalizzare l’ingresso di “sterco del diavolo” statale che li sostenta, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte è immediatamente intervenuto promettendo solennemente che il provvedimento sarebbe stato cambiato nel giro di poche settimane.

Altra e più significativa riprova è arrivata nei giorni scorsi. Con Conte impegnato a discostarsi sia da Matteo Salvini che da Luigi Di Maio sul tema dei migranti della Sea Watch e velocissimo a mettersi sulla scia di un Vaticano sempre più impegnato a trasformare l’immigrazione indiscriminata nel fulcro del suo apostolato ispirato ad un terzomondismo antioccidentale in versione radicale e totalmente intollerante.

Il Presidente del Consiglio Conte, naturalmente, è libero di caratterizzarsi come meglio crede per ritagliarsi uno spazio tra i suoi ingombranti vice premier e per precostituirsi un futuro politico nel caso il Governo giallo-verde si esaurisca dopo il voto europeo. Indossare le vesti del post-democristiano devoto del nuovo corso bergogliano può rivelarsi un ottimo investimento. Ma sapere che tra i due litiganti leghista e grillino c’è l’uomo del Partito del Papa sostenuto automaticamente anche da un Presidente della Repubblica che non è un post ma un vetero-democristiano devoto, è indispensabile per avere una visione corretta del quadro politico e dei suoi possibili sviluppi.