L’Opinione delle Libertà


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Redazione24 Gennaio 2020

Ma esiste ancora la vecchia egemonia culturale della sinistra? Esiste, esiste. E la riprova viene dalla immediata vigilia delle elezioni regionali in Emilia-Romagna ed in Calabria segnata dall’anticipazione dell’analisi dei risultati di domenica prossima e della identificazione preventiva della colpa di chi avrà determinato la sconfitta nella doppia tornata amministrativa.

L’analisi di un voto ancora non celebrato stabilisce che l’asse Pd-M5S, oggi al governo a Roma con la coalizione giallorossa, è destinata a perdere non solo in Calabria ma anche in Emilia-Romagna a causa della pretesa del movimento grillino di correre da solo e di non appoggiare i candidati espressi dal Partito Democratico. Insomma, la sconfitta (che ancora non è avvenuta) sarebbe colpa del M5S a causa del suo inconcepibile rifiuto di riconoscere che il suo unico e solo ruolo politico è quello di costola della sinistra e di forza subalterna al servizio del Partito Democratico erede della “diversità” politica e morale del Pci e, di conseguenza, della sua inattaccabile vocazione egemonica nella vita pubblica del paese.

Ma può essere accettabile l’analisi di una elezione che ancora non c’è stata? E, soprattutto, come non stupirsi di fronte alla bizzarra convinzione degli eredi del movimento comunista di rappresentare sempre e comunque il principe gramsciano della vita politica italiana a dispetto di tutti gli errori e di tutte le sconfitte commessi e subite almeno dalla caduta del Muro di Berlino ad oggi?

Nessun dubbio, ovviamente, sulla inaccettabilità di una analisi su un voto ancora non espresso e sulla inossidabile convinzione di essere il perno regale della politica nazionale a cui gli alleati debbono sempre e comunque rispetto, devozione e subordinazione assoluta. Ma le considerazioni fondate sulla concezione monarchica della propria esistenza esistono  e vengono propalate senza alcun rispetto per la realtà da tutti i massimi dirigenti del Pd e quella cultura ed informazione militante che è ferma al passato e non riesce ad adeguarsi al tempo presente segnato dalla fine della vecchia egemonia.

Bisogna prendere atto dell’esistenza di questa antistorica pretesa della sinistra italiana. Per mettere in conto che le eventuali sconfitte in Emilia-Romagna ed in Calabria faranno mettere sulla graticola l’M5S ma potranno anche dare un colpo mortale alla presunzione di superiorità del Pd. A forza di sconfitte anche i principi piangono!

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Redazione23 Gennaio 2020

Ma Luigi Di Maio si sarebbe mai dimesso da capo politico del Movimento Cinque Stelle se le previsioni di voto alle regionali in Emilia-Romagna ed in Calabria avessero indicato la tendenza dei grillini a conservare il 32 per cento dei suffragi ottenuto alle ultime elezioni politiche? La risposta è, ovviamente, negativa. Se il vento del consenso avesse soffiato ancora sulle vele della navicella di M5S, il povero Luigino non sarebbe stato  neppure sfiorato dall’idea di gettare la spugna e lasciare la direzione del movimento ad una gestione collegiale non meglio identificata.

Il capo politico esce di scena non perché stanco di continuare ad essere l’“uomo solo al comando” ma perché sa benissimo che le prossime elezioni forniranno la prova tangibile ed indiscutibile della crisi in atto del Movimento. E pensa che anticipare il trauma del suo ritiro possa aprire una discussione dentro l’area grillina destinata a nascondere i risultati devastanti che si prevedono nella serata di domenica prossima.

È molto difficile, però, che il chiodo delle dimissioni possa scacciare il chiodo della sconfitta elettorale. È più probabile, invece, che dimissioni e sconfitta si sommino provocando una esplosione dalle dimensioni incontenibili. Non solo per il Movimento, che potrebbe uscire totalmente distrutto dall’intreccio dei due fattori negativi. Ma anche per lo stesso Luigi Di Maio che, se mai avesse l’intenzione di risalire in sella in un momento successivo, difficilmente potrebbe convincere il popolo grillino che la sua è stata una mossa tattica per ridurre il danno elettorale e non una diserzione alla vigilia di una battaglia decisiva.

Agli occhi dell’opinione pubblica, infatti, il capo che si ritura a pochi giorni da un voto politicamente significativo  non è il soldato che fugge e che è buono per un’altra occasione ma è il generale che abbandona il suo posto di comando prima della battaglia per non assumersi la responsabilità della sicura sconfitta,

La sorte di Di Maio, quindi, è quella del generale che scappa e che non può essere riciclato ma va messo a riposo forzato.  Chissà se l’ormai ex capo politico ci ha pensato!

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Redazione22 Gennaio 2020

Giuseppe Conte si è detto convinto che lunedì prossimo non dovrà lasciare Palazzo Chigi in seguito ai risultati delle regionali in Emilia-Romagna ed in Calabria e tornare all’insegnamento universitario. La sua convinzione non si fonda sulla previsione di una vittoria del Partito Democratico e del Movimento Cinque Stelle ma poggia proprio sulla previsione contraria. Conte, in altri termini, sa bene che i partiti della sua coalizione si apprestano a subire una sonora sconfitta ma pensa che ad inchiodare la sua poltrona di Premier sarà proprio la necessità delle forze di maggioranza di fare quadrato per evitare un ricorso alle elezioni anticipate che le condannerebbero all’opposizione per tutta la futura legislatura.

La convinzione del Presidente del Consiglio è sicuramente fondata. Uscire perdenti dalle regionali dovrebbe spingere i partiti governativi a puntare al male minore di un lento logoramento del proprio potere piuttosto che sfidare la sorte di politiche anticipate che potrebbero provocare il loro devastante tracollo.

Sul ragionamento logico di Conte grava però una doppia incognita rappresentata dalle dimensioni delle possibili sconfitte del Partito Democratico e del Movimento Cinque Stelle.

Perdere l’Emilia-Romagna sarebbe doloroso per il partito guidato da Nicola Zingaretti. Ma perdere male subendo una cocente umiliazione non provocherebbe solo dolore ma anche una serie di sconvolgimenti interni destinati a riapre una fase congressuale inevitabilmente lacerante e traumatica. Il Pd, in sostanza, rischia di ritrovarsi lunedì 27 gennaio inguaribilmente azzoppato. Con conseguenze inevitabili sulla stabilità del governo.

Ancora più grave, poi, si prospetta la sorte del Movimento Cinque Stelle. Se dal 32 per cento delle politiche dovesse scendere ad una percentuale ad una sola cifra, il movimento grillino si trasformerebbe in un cadavere politico destinato a trascinarsi nella tomba in un abbraccio mortale l’esecutivo giallorosso.

Di fronte ad una situazione del genere è fin troppo evidente che i partiti d’opposizione avrebbero una ragione più che fondata nel chiedere il ricorso alle urne per evitare di far pagare al paese il prezzo di un governo di disperati. Ma prima ancora dell’opposizione a pretendere un chiarimento dovrebbe essere il Presidente della Repubblica al quale non potrebbe più bastare l’esistenza di una maggioranza fondata su un proprio male minore e sul male generale per la nazione.

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Redazione21 Gennaio 2020

La maggioranza giallorossa teme come la peste il risultato del voto amministrativo in Emilia Romagna ed in Calabria. E per evitare che Matteo Salvini potesse sfruttare a proprio vantaggio la decisione di mandarlo sotto processo per il caso della nave Gregoretti alla vigilia del 26 gennaio, ha deciso di disertare la riunione della Giunta per le immunità parlamentari del Senato offrendo al leader leghista l’occasione per ottenere il risultato propagandistico che avrebbe voluto evitare.

Il gioco delle parti effettuato dalla Lega e dal Pd e dal M5S è stato sicuramente surreale. Ma gli aspetti più singolari della vicenda non sono rappresentati dalla scelta dei leghisti di mettersi nei panni degli avversari e votare per il processo al proprio leader e da quella di grillini e democratics di rinviare a dopo il voto nelle regionali l’intento di mandare a processo Salvini con la speranza di eliminarlo per via giudiziaria.

Il primo aspetto è sicuramente quello contingente della paura di Conte, Pd e M5S per le imminenti elezioni. Una paura che lascia trasparire la sensazione che per l’attuale coalizione governativa la partita sia persa prima ancora di essere giocata e che il previsto risultato negativo in Emilia-Romagna ed in Calabria sia destinato a provocare una valanga capace di sconvolgere completamente l’attuale quadro politico nazionale.

Questo autentico terrore, fondato sulla consapevolezza che perdere in Emilia per il Partito Democratico sarebbe sconvolgente e che il movimento grillino uscirà in ogni caso a pezzi dalla tornata elettorale, è talmente potente da impedire ai vari Zingaretti e Di Maio di comprendere come la decisione di Salvini di puntare al processo per la Gregoretti prepari una partita politica addirittura più importante di quella delle prossime elezioni regionali. Il leader leghista sembra essersi convinto che sia arrivato il momento di lanciare una sfida decisiva al giustizialismo manettaro che ha dominato il paese dalla metà degli anni’90 ad oggi sfruttando la questione dell’immigrazione per chiamare l’intera opinione pubblica italiana a stabilire se la definizione della politica nazionale spetti ai rappresentanti del popolo scelti democraticamente dal corpo elettorale o se debba essere sempre e comunque delegata a pezzi politicizzati o corporativi della magistratura.

Ogni rivoluzione giacobina trova, presto o tardi, il suo Termidoro. Il futuro processo a Salvini può diventarlo!

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Redazione20 Gennaio 2020

Bisogna dare atto a Goffredo Buccini di grande onestà intellettuale per aver sottolineato come nella discussione sulla figura politica di Bettino Craxi non siano stati affrontati temi, come quelli del finanziamento della politica, dei rapporti tra quest’ultima e la magistratura e la strettissima contiguità tra magistrati e giornalisti durante gli anni di Mani Pulite. Ma è necessario anche ammettere come appaia estremamente improbabile che dalle polemiche sulla presunta riabilitazione del leader socialista possa scaturire una riflessione complessiva sulla cosiddetta “rivoluzione giudiziaria” degli anni ’90.

Chi ha dato degli eventi di quel tempo una lettura divergente da quella politicamente corretta secondo cui l’unica chiave per raccontare la storia del secondo dopoguerra italiano è quella criminale, non ha alcuna difficoltà a ribadire che ai danni di Bettino Craxi e dell’intera classe politica democratica venne compiuto un colpo di stato post-moderno per mano di magistrati, giornalisti e poteri forti interessati a consegnare alla sinistra post-comunista ed al cattolicesimo progressista l’asse politico del paese. Ma chi ha avuto il coraggio di andare controcorrente allora si trova in minoranza anche adesso. Perché gli eredi della tradizione comunista e quelli della tradizione cattolico-progressista conservano il potere proprio sulla base del lascito avuto in eredità dalla rivoluzione giudiziaria della fine del secolo scorso. E sono perfettamente consapevoli che se solo si aprisse una discussione sulle tante questioni irrisolte di quegli anni, si spalancherebbe una voragine in cui cadrebbero in maniera rovinosa ed irreparabile la loro posizione, il loro ruolo e, soprattutto, i metodi usati per conservarli il più a lungo possibile.

Se a Craxi venisse riconosciuto di essere stato vittima dell’uso politico della giustizia, si dovrebbe automaticamente ammettere che vittima dell’identico meccanismo è stato negli anni successivi Silvio Berlusconi e che oggi l’ultimo bersaglio di un giustizialismo ottuso e feroce è quel Matteo Salvini che nell’impossibilità di battere nelle urne si vuole togliere di mezzo a colpi di processi politicizzati.

Come rompere questa spirale perversa che da trent’anni condiziona la vita pubblica del paese? Non basterà vincere le elezioni. Bisognerà soprattutto vincere la fase di governo successiva  a colpi di riforme radicali!

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Redazione17 Gennaio 2020

L’aspetto più singolare della decisione della Consulta di bocciare il referendum chiesto dalla Lega per cancellare ogni quota proporzionale alla legge elettorale e realizzare un maggioritario puro, è costituito dall’entusiasmo manifestato da Luigi Di Maio per la decisione della maggioranza di governo di puntare al ritorno al proporzionale corretto da uno sbarramento del cinque per cento.

Il Capo politico del Movimento Cinque Stelle ha inneggiato alla decisione della Corte Costituzionale come se l’archiviazione del maggioritario e la ripresa del proporzionale garantisse lunga e florida vita al proprio partito.

Può essere che la soddisfazione di Di Maio sia dipesa solo dal piacere per il dispetto fatto a Salvini. Ma se oltre a questo sentimento infantile il leader grillino nutre anche la convinzione che il proporzionale riesca a blindare l’M5S , c’è seriamente da dubitare sulle sue capacità politiche. Non solo perché nessun sistema elettorale è in grado di fornire garanzie a qualsivoglia partito. Ma soprattutto perché il movimento grillino, nel momento in cui la sua parabola vira verso il basso, ha tutto da perdere e nulla da guadagnare dal ritorno al sistema della Prima Repubblica.

Nella sua fase ascendente il Movimento non ha usufruito del meccanismo maggioritario presente nella attuale legge elettorale e, puntando solo su se stesso, ha esercitato una forte attrazione su una larga fetta trasversale dell’elettorato. Nella sua fase discendente rischia ora di perdere la capacità attrattiva e, senza la possibilità di stabile alleanze con i partiti oggi alleati nel governo ma domani tenaci concorrenti, pare votato a raccogliere una rappresentanza estremamente ridotta.

Chi sostiene che il voto del 26 gennaio in Emilia-Romagna possa fornire una indicazione precisa sulla reale consistenza numerica del movimento grillino compie sicuramente una forzatura. Da sempre l’M5S risulta sottodimensionato nella amministrative rispetto alle elezioni politiche. Ma se questa è una forzatura, lo è anche quella che vorrebbe negare ogni valore al prossimo voto regionale. L’Emilia-Romagna indicherà la tendenza del consenso grillino. E se risulterà sotto il 10 per cento suonerà come una campana a morto per la speranza di Di Maio di salvarsi con il proporzionale. Un M5S nazionale poco sopra il 10 sarà condannato ad una opposizione da cui non verrà salvato da un Pd fermo al 20 per cento. Insieme non saranno mai più maggioranza. E dovranno guardarsi, nel perimetro della sinistra, da una Italia Viva sempre più decisa a caratterizzarsi come forza riformista rispetto al partito di Zingaretti e di Franceschini.

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Redazione16 Gennaio 2020

Nessuno è riuscito a capire quale sia stato il risultato della riunione conventuale del gruppo dirigente del Pd svoltasi in Sabina nei giorni scorsi. Nei propositi ufficiali della vigilia avrebbe dovuto dare il via ad un processo di profondo rinnovamento del partito guidato da Nicola Zingaretti avviando un percorso che avrebbe dovuto portare ad un congresso primaverile destinato a dare un nuovo volto ed una nuova linea politica alla formazione politica erede delle tradizioni comunista e cattolico progressista.

Ma simili propositi non sono stati affatto precisati. Forse si farà un congresso. Forse si procederà ad un nuovo assetto di vertice, segretario compreso. Forse si procederà alla elaborazione di una strategia in grado di rilanciare il partito. Dietro tutti questi forse, però, non c’è alcuna certezza. Tranne l’ammissione un po’ ingenua che attraverso la riforma del sistema elettorale e l’introduzione del proporzionale con lo sbarramento al cinque per cento il Pd, che nel frattempo vuole continuare nell’alleanza con il Movimento Cinque Stelle e mantenere in vita il governo il più a lungo possibile, conta di arrivare al momento delle elezioni per operare una sorta di Opa ostile nei confronti dell’elettorato grillino e ritornare ad essere il partito a vocazione maggioritaria della sinistra.

Come dovrebbero reagire i dirigenti del M5S di fronte a questa sfrontata ed arrogante intenzione di approfittare della crisi grillina per fare un solo boccone dell’attuale alleato? La risposta è già venuta dal vice ministro Buffagni, che ha escluso tassativamente ogni ipotesi di alleanza organica tra grillini e democrats. Ma è fin troppo evidente che i propositi sfrontati e le risposte esaustive fanno parte di un gioco diretto a tenere buone le componenti interne dei due partiti in attesa del momento della verità atteso per la fine della prossima settimana.

Questo momento è quello in cui si conoscerà il risultato delle elezioni in Emilia Romagna. Un eventuale esito negativo per Pd e M5S manderà all’aria ogni tipo di strategia trasformando di colpo l’ipotesi di elezioni politiche generali anticipate nell’unica via di rilancio disperato dei due partiti.

È comprensibile, allora, che la riunione conventuale non sia servita a nulla. Tranne che a misurare la febbre con brividi che sale all’interno del Pd in attesa del voto emiliano-romagnolo. Una febbre che può portare al collasso. Sia del partito che del governo.

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Redazione15 Gennaio 2020

Se l’antisemitismo viene dal mondo dell’estrema destra la condanna, l’indignazione e l’esecrazione sono totali. Senza nessun tipo di distinguo o di attenuante. Il chè è assolutamente sacrosanto poiché questo tipo di antisemitismo si fonda sulla negazione dell’Olocausto, cioè di un evento storico che non può essere messo minimamente in discussione. Quello di una “soluzione finale” che non è stata il frutto di una finzione cinematografica, come forse può venire in mente ai più distratti delle nuove generazioni, ma di un progetto discusso, analizzato e messo in pratica dal gruppo dirigente nazista con larghezza di mezzi, teutonica meticolosità e precisione scientifica.

Questo tipo di antisemitismo di estrema destra è irreale perché si ostina a non riconoscere una pagina di storia inequivocabile. Ma accanto ad esso c’è un alto tipo di antisemitismo, quello proveniente non da una minoranza ma da una parte considerevole della sinistra, che celebra i morti ebrei del passato ma non ha alcuna esitazione a creare un clima di discredito, insofferenza e rigetto degli ebrei del presente simile a quello che negli anni ’30 preparò il terreno per la “soluzione finale” dei primi degli anni ’40. Le similitudini tra le due forme di antisemitismo, quello che vive nel passato e quello che opera nel presente, sono numerose. Allora gli ebrei erano l’espressione dell’alta finanza capitalistica e metterli fuori gioco avrebbe favorito l’avvento di una società senza dislivelli sociali e sfruttamenti ma egualitaria e solidale. Oggi sono gli scherani del capitalismo e dell’imperialismo occidentale e toglierli di mezzo non solo servirebbe a rendere attuabile il ricorrente mito della società dell’uguaglianza e della solidarietà ma aiuterebbe a realizzare la pace in quella parte del mondo, il Medio Oriente, dove la loro presenza è un focolaio di guerra, morte e distruzione.

L’antisemitismo di destra non ha rispetto per gli ebrei morti, quello di sinistra non ha alcuna esitazione a portare avanti battaglie politiche dirette a promuovere la cancellazione di Israele dalla carte geografica del Medio Oriente. Sia il primo che il secondo sono l’espressione di un pensiero criminale. Con la differenza che mentre il primo è espressione di una demenzialità rivolta al passato, il secondo è tutto proiettato sul presente e punta sulla eliminazione di Israele, paese dove vivono circa sei milioni di ebrei, e non suscita reazioni negative di sorta.

Ma perché battersi per un Olocausto di ebrei viventi dovrebbe essere meno condannabile della negazione di quello del passato?

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Redazione14 Gennaio 2020

L’attesa principale del 26 gennaio non è sull’esito della sfida tra Lega e Pd per il prossimo Presidente dell’Emila Romagna ma sulla percentuale dei consensi che il Movimento CInque Stelle riuscirà a portare a casa.

Naturalmente, avrà un grande rilievo politico scoprire se il centro destra riuscirà a soppiantare la sinistra nella regione che dalla fine della guerra è la più “rossa” d’Italia e dove il comunismo e post-comunismo è diventato un modello di amministrazione di stampo socialista in un contesto altamente capitalistico. Ma non è affatto scontato che in caso di sconfitta del Pd e vittoria del fronte moderato l’effetto immediato sia la caduta del governo giallorosso guidato da Giuseppe Conte. Anzi, se fosse solo questo l’interrogativo che grava sul voto in Emilia-Romagna, si può tranquillamente dare per scontato che neppure la più bruciante delle sconfitte riuscirebbe a far saltare il quadro politico nazionale. Se l’unico collante del Conte-bis è la paura di elezioni anticipate destinate a portare al governo la destra, figuriamoci se la conferma della estrema concretezza di tale paura sarebbe mai in grado di  mandare a casa chi ha trasformato il terrore per l’avvento degli avversari il motivo primo della propria esistenza politica.

Il risultato dei Cinque Stelle, invece, è l’unico fattore che potrebbe avere come conseguenza l’aggiramento ed il superamento di tale motivo. Per la semplice ragione che al terrore per la caduta della coalizione giallorossa farebbe subentrare nel gruppo dirigente grillino il terrore per la scomparsa incombente del proprio movimento. Un risultato del M5S inferiore al 10 per cento avrebbe il suono di una campana a morto per la creatura che Beppe Grillo ha lanciato proprio da Bologna con il “vaffa day”. E la prova del nove del decesso in atto renderebbe inarrestabile il processo di implosione che sta andando avanti da tempo all’interno dei gruppi parlamentari e che, una volta concluso, porterebbe automaticamente alla fine del governo di Giuseppe Conte.

Il 26 gennaio, dunque, attenti al risultato dei grillini. Il futuro a breve dipende da quanto alto sarà il “vaffa” che gli elettori emiliani e romagnoli daranno a Grillo, Di Maio, Casaleggio e soci!

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Redazione13 Gennaio 2020

Se l’antisionismo è frutto diretto dell’antisemitismo, l’antiamericanismo è la conseguenza immediata dell’antioccidentalismo. Separare l’odio per Israele dall’odio per gli ebrei è impossibile. E lo stesso vale si se vuole separare l’odio per gli Stati Uniti dall’odio per il mondo Occidentale ed i suoi valori.

Riflettere su queste banali e scontate considerazioni è indispensabile nel momento in cui nel nostro paese cresce con veemenza una ventata di antiamericanismo che  non ha avuto precedenti neppure negli anni della divisione del mondo in due blocchi. Quello che si rifletteva in Italia nella contrapposizione obbligatoria tra una maggioranza di anticomunisti di diversa estrazione e natura ed il fronte comunista più grande di tutti i paesi non controllati dall’Armata Rossa.

Paragonare i risultati delle elezioni del ’48 e di tutte quelle successive ai dati del sondaggio sull’opinione degli italiani relativa alla eliminazione del generale iraniano, Soleimani, guida suprema di tutte le organizzazioni terroristiche dell’estremismo scita in Medio Oriente ed in Africa, colpisce per la singolare novità che introduce. Sulla base di questo sondaggio, infatti, il cinquanta per cento dei nostri connazionali non giustifica l’eliminazione ma condanna ed aborra quello che viene considerato un assassinio fuori da ogni principio morale e legge internazionale.

Non è il confronto con le elezioni del passato ad evidenziare l’esistenza di un antiamericanismo in crescita in Italia? Bene, si faccia un diverso paragone. E si metta a confronto l’esecuzione di Osama Bin Laden con quella di Soleimani. La prima  venne salutata come una liberazione dalla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica e la seconda viene considerata da un significativo cinquanta per cento un bieco assassinio.

A fare la differenza c’è che a decidere l’eliminazione di Bin Laden era stato Obama con a fianco Hillary Clinton mentre a dare l’ordine letale per il generare iraniano è stato Trump? Cioè che l’antiamericanismo dipende dall’antipatia per l’attuale Presidente Usa?

La realtà e ben diversa da questa analisi-spazzatura. L’antitrumpismo viene dopo l’antiamericanismo e quest’ultimo è la conseguenza diretta dell’intreccio contemporanea di più culture tutte segnate da una forte avversità nei confronti dell’Occidente e dei suoi valori di libertà, democrazia e della sua natura identitaria figlia di una storia di tremila anni.

La vulgata post-comunista lasciata in eredita dall’egemonia culturale della sinistra è parte considerevole di questa fenomeno. Ma accanto ai nostalgici che ancora piangono per il risultato del ’48 e quelli, della parte avversa, che non hanno ancora metabolizzato la sconfitta del ’45, figura un cattolicesimo progressista rilanciato da Papa Bergoglio che si oppone all’umanesimo liberale in nome di egualitarismo pauperista  da stato gesuita paraguaiano del ‘600.

Il blocco antiamericano in quanto antioccidentale è molto ampio e forte. Ma ha una debolezza di fondo. Caduto il modello del socialismo reale ed essendo irrealizzabile quello vetero-gesuita non ha nulla da contrapporre. Oggi l’alternativa al modello occidentale non esiste. A meno di non considerare tali il modello comunista cinese o quello teocratico islamico iraniano!