L’Opinione delle Libertà


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Redazione24 Maggio 2019

Secondo l’ex Procuratore di Palermo, Roberto Scarpinato, la verità ufficiale sulle stragi mafiose, da quella di Capaci a quella di via D’Amelio, non regge. Il ché è sicuramente vero, così come la stragrande maggioranza delle versioni ufficiali certificate da sentenze giudiziarie riguardanti le stragi degli anni Settanta e Ottanta, fa acqua da tutte le parti. Ma alla verità ufficiale non si riesce a contrapporre alcuna verità alternativa. Sono decenni che procuratori, giudici, politici ed intellettuali ripetono la famosa affermazione di Pierpaolo Pasolini, “io so, ma non ho le prove”. E sono sempre decenni che questa verità alternativa di chi dice di sapere non si manifesta e non si concretizza.

Al posto di dati di fatti, di prove, di risultanze inoppugnabili, si continua ad alimentare un polverone di sospetti, di accuse prive di qualsiasi supporto, di fantasie azzardate e più o meno morbose, che non solo non contribuisce a favorire l’accertamento della verità ma che crea una coltre di fumo intossicante destinato a gettare indiscriminatamente un discredito devastante sulle istituzioni democratiche e ad impedire una effettiva ricerca della verità.

Dalle stragi avvenute nella Prima Repubblica sono passati alcuni decenni. Gran parte dei personaggi dell’epoca sono scomparsi ed in via di estinzione. Ma, soprattutto, le condizioni politiche di quell’epoca sono completamente mutate. Non c’è alcun doppio Stato da denunciare o da difendere. C’è solo da compiere una ricerca seria, più storica che giuridica, per arrivare ad una verità che una volta svelata non danneggerebbe nessuno. Tranne, forse, quelli che sull’“io so, ma non ho le prove” hanno costruito le loro carriere e le loro fortune politiche.

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Redazione24 Maggio 2019

La campagna elettorale giunta finalmente al termine passerà alla storia per due ordine di motivi. Perché si è sviluppata all’insegna dell’uno contri tutti (Matteo Salvini contro il resto dell’Italia politica). E perché i media, dalla Rai a La7 fino a ai quotidiani Repubblica e Corriere della Sera, hanno seguito questo schema schierandosi non solo dalla parte del Partito Democratico ma addirittura del Movimento Cinque Stelle pur di contrastare il populismo salviniano.

I risultati del voto, quindi, saranno estremamente interessanti. Non solo per capire se lo schema, che è scattato quando nei mesi scorsi i sondaggi hanno incominciato a prevedere un forte balzo in avanti della Lega ed un altrettanto significativo regresso del M5S, abbia funzionato. Ma, soprattutto, per verificare se le boccate d’ossigeno date ai grillini dal mondo dell’informazione sono servite allo scopo.

Se i sondaggi dei mesi scorsi saranno smentiti dal voto, cioè se la Lega non avrà il grande successo previsto e il M5S eviterà un forte salasso, si dovrà necessariamente concludere che lo schema del tutti contro uno ha funzionato. E Matteo Salvini ne dovrà prendere atto tornando a ragionare sulla necessità di rilanciare l’alleanza con quelle forze del centrodestra in grado di formare con la Lega uno schieramento di maggioranza alternativo all’attuale Governo giallo-verde. Ma se per caso lo schema non dovesse produrre i risultati sperati dai nemici del leader leghista, si aprirà una nuova stagione politica in cui Salvini, divenuto espressione di un partito di maggioranza relativa, potrà fissare l’agenda della politica nazionale decidendo se andare immediatamente all’incasso attraverso elezioni anticipate o pretendere di condizionare maggiormente l’azione del Governo attuale.

Accanto a questo interesse di natura politica c’è anche quello sul ruolo dei media. Il voto stabilirà il peso della Rai grillizzata, de La7 ossessivamente schierata in favore di una alleanza tra Pd e M5S e dei maggiori giornali divenuti fiancheggiatori conformisti del giustizialismo dei grillini. E se questo peso risulterà essere stato scarso, forse arriverà il momento per qualche cambiamento anche nella stampa italiana!

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Redazione23 Maggio 2019

Non c’è bisogno di fare riferimento alle assicurazioni di Matteo Salvini e di Luigi Di Maio per prevedere che il Governo giallo-verde non cadrà dopo le elezioni europee.

Non ci sono altre alternative all’attuale Esecutivo al di fuori del ricorso alle elezioni politiche anticipate. E poiché questa eventualità non è gradita al Quirinale e costituisce uno spauracchio non solo per i Cinque Stelle, consapevoli di aver avuto una fortuna che mai si potrà ripetere, ma anche per la stragrande maggioranza di parlamentari, coscienti di non aver alcuna possibilità di poter essere riconfermati, è facile prevedere che dopo il 26 maggio non ci saranno rotture.È probabile, al contrario, che Lega e Movimento grillino decidano di rilanciare l’azione del governo rinnovando e rivedendo il patto che ne è la base indispensabile.

Questo significa che le elezioni europee vanno considerate come l’inutile pausa di una fase proiettata per l’intera legislatura? Niente affatto. Perché pur non essendo destinate a modificare i rapporti di forza presenti nell’attuale Parlamento, i risultati del 26 maggio provocheranno comunque una mutazione sostanziale all’interno dell’alleanza di governo.

Attualmente la coalizione vede da un lato il Movimento Cinque Stelle al 32 per cento e la Lega al 19 per cento. Cioè certifica che il partito di Di Maio pesa e conta quasi il doppio del partito di Salvini. Al punto che quest’ultimo esprime il Presidente del Consiglio ed assicura al partito di maggioranza relativa un peso specifico decisamente maggiore rispetto alla Lega.

Ma nel caso il voto europeo dovesse comportare una modifica di questi numeri con un possibile ribaltamento dei pesi tra leghisti e grillini, appare fin troppo logico presumere che qualsiasi rivisitazione del patto non potrà non rispecchiare la realtà dei nuovi rapporti di forza. Il ché significa, sempre che i sondaggi delle settimane scorse siano attendibili, un passaggio di consegne tra Lega ed M5S nel ruolo di forza trainante della coalizione. Con tutte le conseguenze del caso. Prima fra tutte le possibilità che i grillini trovino umiliante e pericoloso diventare l’intendenza di Salvini ed incomincino a pensare che andare al voto anticipato in autunno sia l’unica speranza di sopravvivenza per il proprio partito.

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Redazione22 Maggio 2019

L’ex procuratore capo di Torino Armando Spataro ha lanciato un appello alla categoria dei magistrati a scendere in piazza in segno di solidarietà nei confronti di quei “colleghi” di Agrigento che, beffando il ministro dell’Interno Matteo Salvini attraverso il sequestro della nave Ong Sea-Watch, hanno permesso ai migranti presenti sul battello di sbarcare nel porto di Lampedusa.

Ciò che colpisce del comportamento di Spataro non è la soddisfazione per l’arrivo in Italia di un gruppo di disperati secondo le motivazioni evangeliche dell’accoglienza aperta sostenute dai cattolici di Papa Francesco. L’ex procuratore capo non tocca minimamente questo tasto nel suo appello. Si concentra solo sulla necessità che la categoria balzi come un sol uomo in difesa dei magistrati di Agrigento contestati dal ministro Salvini per aver aggirato il divieto di sbarco in Italia stabilito dal responsabile del Viminale.

La proposta di Spataro, quindi, non nasce da ragioni umanitarie o religiose ma solo da una motivazione di stampo corporativo. Nello scontro in atto tra Salvini ed il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio, secondo il magistrato in pensione, le toghe debbono scendere in piazza per dimostrare che l’ordine giudiziario non si lascia condizionare o comandare da quello politico.

Questa motivazione di stampo esclusivamente corporativo non è affatto nuova. Al contrario, è la ragione di fondo di quel contrasto tra politica e magistratura che ha segnato la storia del nostro Paese negli ultimi trent’anni ed ha creato le condizioni per la paralisi istituzionale del momento presente. Un momento in cui basta una trovata giuridica di un singolo procuratore per ribaltare un indirizzo di governo che non è il frutto di un capriccio di un singolo esponente politico, ma è la scelta voluta e votata democraticamente dalla maggioranza dei cittadini del nostro Paese.

Ancora una volta, allora, in ballo torna il problema dell’equilibrio tra poteri ed ordini dello Stato. E si ripresenta il pericolo che in nome degli interessi corporativi di una categoria il sistema democratico venga paralizzato.

Peccato che l’appello di Spataro sia caduto nel vuoto. Forse con i magistrati corporativi in piazza la necessità della tanto invocata e mai realizzata riforma della giustizia diventerebbe una emergenza vitale per il Paese!

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Redazione21 Maggio 2019

Chi paga? Posto che la campagna elettorale di Matteo Salvini, come dice Luigi Di Maio, è a carico del ministero dell’Interno e quindi degli italiani, a chi è a carico la campagna elettorale dello stesso Di Maio che dice di viaggiare sugli aerei di linea e non su quelli di Stato?

La questione non è una semplice polemica elettoralistica tra il leader grillino e quello leghista, con il primo impegnato ad accusare l’alleato concorrente di sprecare i soldi pubblici e l’altro che si morde la lingua per non riempire di improperi l’ex amico Luigino e mandare all’aria il governo. La questione è più ampia e seria. E riguarda il tema generale del finanziamento della politica. Tema ufficialmente cancellato visto che il finanziamento pubblico è abolito, i finanziamenti elettorali sono stati drasticamente ridotti e qualsiasi elargizione privata a favore di qualche esponente di partito o di partito stesso rischia di far scattare l’accusa di finanziamento illecito o di corruzione.

Insomma, ufficialmente il finanziamento della politica non esiste. Eppure i massimi leader godono di apparati ampi e costosi, girano in lungo ed in largo la penisola seguiti da stuoli di collaboratori, partecipano a riunioni e comizi la cui preparazione ed organizzazione non è gratuita e viaggiano, mangiano e dormono spendendo e spandendo soldi che in teoria non dovrebbero avere.

Di Maio dice che Salvini usa il denaro pubblico approfittando della propria carica di ministro dell’Interno. Prendendo per buona la sua accusa, si può allora stabilire che il leader leghista si appoggia sul denaro pubblico. Tanto che la Corte dei Conti ha aperto un procedimento a sua carico per danno erariale. Ma se il “truce” Salvini attinge alle casse dello Stato il lavato, pettinato, stirato e perfettino Di Maio da dove tira fuori i soldi per pagare la propria campagna elettorale? Fare i conti nelle tasche altrui è sempre sgradevole. Ma alle volte serve per sfuggire al rischio di passare per cretini. Per cui non c’è nulla di sgradevole se si rileva che la campagna elettorale di Di Maio è costosa come quella del suo avversario e dei leader di tutti i partiti ma, a differenza degli altri, nasconde la sua fonte di sostentamento.

Chi paga per Di Maio? Bella domanda per una risposta che non può essere elusa dal fustigatore degli altrui costumi!

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Redazione21 Maggio 2019

Nelle mani di Matteo Salvini il crocefisso ed il rosario diventano degli strumenti di sovranismo feticista. Per cui, come ha sentenziato il vescovo di Mazara del Vallo Domenico Mogavero, il leader leghista non può essere considerato un cristiano. Queste affermazioni stanno a dimostrare che una ventata di neo-manicheismo elettoralistico sta fischiando sulla Chiesa cattolica italiana. Pur di impedire a Salvini di conquistare un successo elettorale nel voto del 26 maggio, autorevoli esponenti delle gerarchie e della stampa cattolica non esitano a pronunciare anatemi fondati sul nulla che rischiano di provocare lacerazioni insanabili tra i credenti ed i non credenti.

Usare il crocefisso per scopi elettorali è sicuramente sbagliato. Ma stabilire che lo stesso crocefisso sia il simbolo solo di quella parte della Chiesa che predica la politica dell’accoglienza senza limiti e contesta la linea salviniana dei porti chiusi, è molto più di un semplice sbaglio. Chi compie un errore così grave rifiuta di riconoscere una verità storica banale. Dai tempi di Costantino il crocefisso non è solo il simbolo dell’amore cristiano ma è anche un potentissimo simbolo politico, usato in duemila anni da chiunque abbia cercato la legittimazione di Dio per dare forza alle imprese del proprio Cesare. È la storia del mondo occidentale.

Oggi la Chiesa di Papa Francesco stabilisce che questo uso è inaccettabile. Perché la politica va separata dalla religione. Soprattutto se questa politica non è in linea con l’indirizzo ideologico assunto dal Pontefice e si oppone a chi predica la solidarietà scaricando i problemi che essa pone sulle spalle dello Stato e dei cittadini.

Ma tanto neo-manicheismo non tiene conto che in duemila anni il crocefisso è diventato anche il simbolo della civiltà occidentale, cioè il simbolo in cui si identificano non solo i cattolici ma anche tutti quelli che cattolici non sono e si sentono cristiani solo per ragioni storiche e culturali.

La Chiesa bergogliana vuole cancellare questo dato di fatto. Sbaglia, perché l’intolleranza manichea ha sempre prodotto fratture scismatiche.

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Redazione20 Maggio 2019

L’augurio è che il ministro degli Affari Esteri, Enzo Moavero Milanesi, non abbia preso sul serio la lettera del capo delle Special Procedures dell’Alto Commissariato per i Diritti umani, Beatriz Balbin, in cui, a nome delle Nazioni Unite, si chiede di fermare il decreto sicurezza preannunciato dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini, in quanto “potenzialmente in grado di compromettere i diritti umani dei migranti”.

Una tale richiesta, infatti, va buttata rapidamente nel cestino della carta straccia. Non solo perché rappresenta una indebita ingerenza nelle questioni interne di un Paese come l’Italia che ha il diritto ed il dovere di decidere autonomamente sui problemi della propria sicurezza. Ma soprattutto perché in tema di immigrazione, in particolare quella che dal Nord Africa si indirizza verso il nostro Paese, l’Onu non ha alcun titolo giuridico, politico e morale per impartire alcun genere di lezione.

La ragione è che il fenomeno dell’immigrazione è in gran parte il frutto del fallimento delle Nazioni Unite. Nel Canale di Sicilia non affondano solo i barconi dei disperati, ma anche e soprattutto la credibilità e l’autorevolezza del massimo organismo internazionale incapace di esercitare qualsiasi tipo di funzione in grado di affrontare le cause di fondo dei grandi flussi migratori.

Il fallimento delle Nazioni Unite emerge ogni giorno con maggiore evidenza nello sviluppo del caos libico. L’opera dei rappresentanti del Palazzo di Vetro è risultata ininfluente. Il ché può essere anche comprensibile visto che l’azione politica dell’Onu diventa concreta solo quando può contare sul consenso delle grandi potenze e questo consenso è del tutto assente nelle vicende dell’ex colonia italiana. Ma in Libia l’Onu sta fallendo anche e soprattutto sul terreno della difesa di quei valori umani che teme possano essere messi in discussione in Italia con il decreto bis sulla sicurezza. Il controllo dei campi profughi dove si vive in condizioni disumane, si consumano prevaricazioni e torture di ogni genere e da dove si centellinano le partenze dei migranti in maniera ricattatoria verso il nostro Paese, è lasciato alle bande dei miliziani.

I rappresentanti del massimo organismo internazionale parlano ma non agiscono. Dovrebbero pretendere il controllo e la gestione delle masse di profughi ostaggio in Libia dei trafficanti di esseri umani camuffati da soggetti politici. Invece stanno a guardare con le mani in mano salvo salire in cattedra per impartire lezioni che riguardano solo il loro operato. Moavero, quindi, farebbe bene di rinviare la lettera al mittente. E l’intero Governo italiano si dovrebbe affrettare a sollevare a livello internazionale il problema del fallimento dell’Onu sull’immigrazione!

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Redazione17 Maggio 2019

Non bisogna essere dei fini politologi o giuristi per rilevare la sproporzione esistente tra la debolezza delle accuse contro esponenti lombardi della Lega e di Forza Italia (finanziamento illecito, nomine pilotate per voto di scambio) e la bomba atomica della denuncia di una nuova Tangentopoli di matrice leghista lanciata dal capo politico del Movimento Cinque Stelle, Luigi Di Maio.

Questa montagna di accuse poggia su basi vaghe. Debbono essere dimostrate e portate al vaglio di processi in cui possono essere smontate facilmente. E proprio perché non rappresentano un nuovo caso Chiesa e non scoperchiano la pentola in cui si nasconde il vizio di fondo della Repubblica ma solo (ed eventualmente) l’inevitabile scarto di macchine di potere in funzione da molto tempo, rendono fin troppo evidente come il lancio del missile a testata nucleare della Nuova Tangentopoli sia un atto troppo grave per non essere il frutto di una strategia attentamente programmata.

Matteo Salvini è convinto che la bomba serva ad impedire in extremis la vittoria elettorale della Lega. E sospetta che l’iniziativa estrema dei grillini nasca dai tradizionali rapporti privilegiati esistenti tra i pentastellati ed alcune procure. Ma non tiene conto che è proprio l’esilità della presunta giustizia ad orologeria a rendere esasperata l’accusa di Nuova Tangentopoli lanciata da Di Maio. Il sospetto di un qualche combinato disposto tra grillini e qualche magistrato continua ad esistere. Ma il leader della Lega dovrebbe convincersi che la partita non è quella solita tra magistratura e politica con il Movimento Cinque Stelle a cavalcare a proprio vantaggio la rivoluzione giudiziaria. Rispetto al passato la novità è rappresentata dal fatto che un flebile pretesto giudiziario serve al partito con cui la Lega governa il Paese di lanciare un mezzo estremo di distruzione di massa contro il proprio alleato. Tutto questo per scongiurare l’ipotesi di una vittoria elettorale in un voto, come quello del 26 maggio, che non incide nei rapporti di forza del Parlamento nazionale. Il ché dovrebbe imporre a Salvini di chiedersi quale tipo di guerra estrema potrebbe scatenare Di Maio nel caso di elezioni politiche anticipate. Ma, soprattutto, se sia mai possibile continuare a tenere in piedi una alleanza in cui il partner non si limita a sognare di farti lo sgambetto, ma si prepara a dissolverti nell’acido.

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Redazione16 Maggio 2019

L’aspetto più singolare della campagna elettorale non è dato dalla baruffe proporzionalistiche di Lega e Movimento 5 Stelle. Fanno parte di un copione scontato e, con ogni probabilità, finiranno subito dopo le solite strumentalizzazioni dei risultati del voto. Matteo Salvini e Luigi Di Maio sanno perfettamente che l’unica alternativa all’attuale quadro politico è rappresentata dallo scioglimento delle Camere e dalle elezioni anticipate. E fino a quando l’eventualità non farà gola ad uno dei due alleati l’Esecutivo giallo-verde rimarrà in piedi anche se paralizzato.

Di veramente singolare, bizzarro ed anche ridicolo di questi giorni di vigilia del 26 maggio, invece, c’è la spinta degli intellettuali e dei giornalisti di sinistra alla Cacciari ed alla Gruber a radicalizzare in senso progressista la linea del Movimento Cinque Stelle nella convinzione che in questo modo si costruiscono le condizioni per una futura alleanza tra il Movimento grillino ed il Partito Democratico. Costoro vivono ancora con gli schemi della Prima Repubblica adattati alla Seconda e sono convinti che la riproposizione della polarizzazione destra-sinistra sia possibile per marginalizzare a destra la Lega e l’uomo nero Matteo Salvini e spingere il Movimento Cinque Stelle a diventare il braccio armato di una sinistra ancora e sempre egemonizzata dagli eredi del Pci. Ma gli schemi sono cambiati. E più si spinge a sinistra il Movimento Cinque Stelle, che alle ultime elezioni ha raccolto quasi il doppio del voto del democratici post-comunisti, più si amplia lo spazio elettorale dei grillini e, automaticamente, si riduce quello del Partito Democratico depurato dal renzismo e riportato alla sua radice da Nicola Zingaretti.

Quest’ultimo sembra compiacersi dell’impegno degli intellettuali confusi e dei giornalisti in cerca di audience progressista. Ma farebbe bene a cercare di frenare un fenomeno del genere. Perché costoro stanno di fatto boicottando il suo tentativo di ricompattare il mondo della sinistra tradizionale e recuperare almeno una parte dei voti persi e stanno aiutando il Movimento Cinque Stelle a riportare a casa gli elettori delusi da un anno di governo ed indirizzati verso la protesta astensionistica. Mai come in questo momento calza per Zingaretti ed il Pd l’antico detto “dagli amici mi guardi Iddio!”.

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Redazione15 Maggio 2019

Con il blitz dell’Elemosiniere del Papa che ha riattaccato la corrente, staccata per una morosità di trecentomila euro, al palazzo romano occupato da cinquecento tra migranti e disperati nostrani, la Chiesa di Francesco è entrata ufficialmente nella politica italiana. Non che in precedenza non avesse fatto pesare la propria influenza insistendo su quel tema dell’accoglienza senza vincoli che costituisce il pilastro dell’antagonismo di sinistra al “prima gli italiani” del populismo sovranista di Matteo Salvini. Ma prima del gesto del Cardinale tutto era lasciato alle parole e nulla ai fatti. Ed il fatto rappresentato da una consapevole e calcolata infrazione delle regole in nome di un valore considerato superiore, quale quello della solidarietà, costituisce un precedente politico di primaria importanza destinato non solo a segnare l’esito della campagna elettorale ma anche a condizionare gli sviluppi futuri della politica nazionale.

Il messaggio dell’atto, concreto oltre che essere simbolico, dell’Elemosiniere del Papa indica che per la Chiesa la solidarietà è al di sopra della legalità. Gli sciocchi dirigenti grillini che plaudono al gesto non capiscono che la sua portata va oltre l’antisalvinismo e colpisce direttamente lo stato di diritto. Quello da loro totalmente ignorato ma a cui si appellano ottusamente quando parlano di onestà e di legalità. Quello che si fonda sul rispetto delle regole basilari di una società civile retta da un sistema democratico e che viene messo pesantemente in discussione quando si dimostra che tali regole possono e vanno ignorate in nome di un valore etico considerato superiore.

Il primo a compiere ed a rivendicare il diritto di infrangere il diritto in nome della solidarietà è stato il sindaco di Riace Mimmo Lucano. Ma la sua è stata considerata una scelta inconsapevole di un orecchiante della vulgata buonista. L’intervento del Vaticano di Papa Bergoglio, invece, esclude la non consapevolezza buonista e costituisce un atto di voluto e diretto attacco eversivo allo stato di diritto della democrazia italiana.

È probabile che questo intervento politico poco possa incidere sui risultati elettorali del 26 maggio. I cattolici bergogliani sono da tempo schierati a sinistra o a sostegno dei Cinque Stelle. Ma l’atto eversivo ha una portata molto più lunga. Introduce nella politica nazionale una sorta di komeinismo francescano diretto a contrapporre allo stato di diritto democratico quello dello stato etico di emanazione vaticana. Una sorta di nostalgia di Pio IX in salsa peronista di sinistra (anche se ai tempi del Papa Re e del potere temporale al posto dell’Elemosiniere del Papa sarebbero arrivati i gendarmi!).