L’Opinione delle Libertà


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Redazione19 ottobre 2018

Non ci sono manine o manone dietro il caso del decreto sulla pace fiscale che minaccia di far saltare il patto di governo tra Lega e Movimento Cinque Stelle. E non ci sono neppure distrazioni, incomprensioni, amnesie o totale cretinaggine da parte di quei dirigenti grillini, Luigi Di Maio in testa, che hanno partecipato alla stesura del provvedimento su cui è nato tanto scandalo. C’è solo una grossolana operazione d’immagine condotta dal Vice Presidente del Consiglio tesa a far apparire al popolo dei cinque stelle convocato per fine settimana al Circo Massimo il gruppo dirigente grillino come il difensore impavido della purezza del Movimento ed il vincitore nella competizione in atto con il partner governativo della Lega.

In realtà Di Maio ed i capi grillini, da Fico a Di Battista fino a Grillo e Casaleggio, hanno sempre saputo che le richieste programmatiche della Lega erano la rottamazione della legge Fornero e la pace fiscale per i contribuenti in difficoltà. Erano richieste che bilanciavano la esigenza non mediabile del M5S del reddito di cittadinanza allargato al maggior numero di persone possibile. Ed anche se a nessuno, tantomeno a Fico, Di Maio, Di Battista , Grillo e Casaleggio, era sfuggito che la pace fiscale equivaleva ad un condono, tutti avevano acconsentito a che l’esigenza della Lega di andare incontro ad un bisogno del proprio elettorato di imprenditori e professionisti del centro nord entrasse a far parte del contratto di governo insieme alla esigenza dei grillini di accontentare con il reddito di cittadinanza i propri elettori del centro sud.

Ma sabato a Roma si celebra l’anniversario della fondazione del Movimento. L’appuntamento diventa l’occasione per mettere in mostra i risultati del governo di cui i grillini dovrebbero essere parte dominante. Ed al popolo de “ l’onestà, onestà” non è facile far digerire che tra questi risultati c’è una pace fiscale voluta dalla Lega che è molto simile a quei condoni da sempre presentati ai fedeli del grillismo come il segno incancellabile dell’illegalità e del malaffare. Così Di Maio si è inventato la manina su cui scaricare la responsabilità ed ha dato vita alla sceneggiata che dovrebbe consentirgli di arrivare al Circo Massimo con la corona d’alloro del vincitore sul concorrente Salvini e di garante della santità e della purezza del Movimento.

Purtroppo per lui e per noi, però, tutto avviene mentre la Ue boccia la manovra dell’Italia. Così che la sensazione che il governo sia sull’orlo della crisi s’intreccia con le manovre politiche dei commissari europei interessati a colpire l’Italia sovranista. Ed in questo modo si crea una tempesta perfetta che porta i mercati a far schizzare alle stelle lo spread e scarica i suoi effetti perversi su tutti i cittadini italiani.

Questi ultimi, comunque, sanno chi debbono ringraziare. E questo è l’unico risultato positivo di questa brutta pagina di cronaca politica scritta da Luigi Di Maio e compagni irresponsabili e cialtroni!

 

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Redazione18 ottobre 2018

Non è molto difficile prevedere come andrà a finire la vicenda del decreto che Luigi Di Maio ha definito manipolato da una mano non identificata. L’assenza di una qualsiasi alternativa politica all’attuale maggioranza esclude l’eventualità di una rottura tra la Lega e il Movimento Cinque Stelle. Di conseguenza, tutto finirà con una ricucitura da realizzare sulle pelle di qualche malcapitato a cui spetterà il ruolo del capro espiatorio.

Prevedere, dunque, non serve. Meglio, invece, è rilevare come il modo con cui la questione si è aperta costituisca la cifra più illuminante dello stile di governo del Movimento Cinque Stelle. Uno stile che, a chi ha esperienza della politica tradizionale, appare come ispirato all’esigenza di finalizzare ogni comportamento ed ogni decisione all’esigenza di una campagna elettorale permanente. Ma che, più semplicemente, risulta essere perfettamente in linea con lo stile dominante sulla Rete. Quello dell’esasperazione perenne. Che esclude la riflessione, l’approfondimento, la mediazione e privilegia sempre e comunque la forzatura. Con l’obbiettivo di colpire, stupire, strappare l’attenzione senza alcuna pretesa di far comprendere.

Di Maio, dunque, va a “Porta a Porta” a denunciare la presunta manipolazione del decreto sulla pace fiscale applicando lo stesso metodo con cui è presente e cerca visibilità attraverso i social network. Non sa per sua stessa ammissione chi abbia effettivamente manipolato il provvedimento che, comunque, ancora è in corso di perfezionamento a Palazzo Chigi. Ma lancia accuse, minaccia l’intervento della magistratura, compie una forzatura che non è solo politica ma anche istituzionale incurante del fatto che tutto potrebbe risolversi con una bolla di sapone.

Altro che fantasia al potere, come chiedevano i giovani del ’68! Questa è esasperazione al potere. E solo per bucare l’indifferenza di una opinione pubblica mitridatizzata da dosi costanti di urla, grida, minacce, insulti e falsità ripetute all’infinito per essere trasformate in verità inconfutabili.

Può essere che si tratti dello spirito del tempo. Non è forse vero che un altro campione dell’esasperazione al potere, il ministro Danilo Toninelli, si è recato a compiere un’ispezione dei piloni dei viadotti abruzzesi accompagnato da una troupe de “Le Iene”? Ma questo spirito non tiene conto che nel tempo presente gli spiriti dominanti non vivono a lungo. Presto o tardi arriva il momento dell’“ora basta” da parte dell’opinione pubblica troppo esasperata e bisognosa di tranquillità!

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Redazione17 ottobre 2018

Il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, è un buon agitatore politico. In questa veste è andato all’assemblea dell’Ance, l’associazione dei costruttori italiani, e ha definito “allarmante” lo stato di alcuni piloni dei viadotti dell’Autostrada dei Parchi, la grande arteria che collega Roma con l’Abruzzo e con l’Adriatico. Nello svolgere con efficacia il proprio ruolo di agitatore politico, Toninelli ha però dimostrato di essere un pessimo ministro. Perché all’allarme lanciato sullo stato di un’autostrada che viene percorsa giornalmente da migliaia e migliaia di cittadini, avrebbe dovuto affiancare un qualche immediato provvedimento teso a garantire la sicurezza e la tranquillità degli utenti. L’allarme riguarda un pericolo grave e immediato? Toninelli avrebbe dovuto imporre il fermo dell’autostrada. L’allarme non riguarda un pericolo grave e immediato ma solo uno stato di manutenzione ordinario al massimo da accelerare? Toninelli avrebbe dovuto convocare riservatamente i responsabili della Concessionaria dell’Autostrada dei Parchi ed affrontare la questione della manutenzione senza provocare un allarme ingiustificato e generalizzato in qualche milione di italiani interessato al traffico tra Roma e l’Abruzzo.

Ma perché Toninelli ha voluto vestire i panni dell’agitatore politico invece che quelli di un responsabile ministro delle Infrastrutture? Solo perché inadeguato, incapace, inconsapevole e del tutto irresponsabile al punto da essere stato ribattezzato “Tontinelli”? Niente affatto. Il nostro uomo non sarà una cima, ma non è affatto un tontolone come alle volte si sforza di apparire. In realtà la sortita dell’esponente governativo dei Cinque Stelle costituisce un nuovo capitolo dell’offensiva che, dopo la vicenda del ponte Morandi di Genova, il movimento grillino ha lanciato contro le diverse concessionarie delle autostrade italiane. In Liguria è toccato alla società dei Benetton. In Abruzzo ora tocca alla Holding di Toto. L’obbiettivo strategico è di ridiscutere tutte le concessioni e, magari, tornare a nazionalizzare le autostrade espellendo i privati dalle infrastrutture italiane.

Un disegno del genere può essere discusso e contestato ma non si può negare la piena legittimità di una forza politica nel perseguirlo. Ciò che va denunciato, invece, è che un disegno del genere diventa illegittimo e irresponsabile se viene portato avanti sulla pelle dei cittadini. Da adesso in poi chi viaggia sull’Autostrada dei Parchi accenderà un cero alla Madonna (o a San Gabriele, il cui santuario si trova lungo il percorso) al momento della partenza. All’arrivo, invece, potrà legittimamente definire il ministro delle Infrastrutture un pericoloso “Tontinelli” e chiederne le dimissioni!

 

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Redazione16 ottobre 2018

In una democrazia liberale la maggioranza governa e l’opposizione controlla con l’obbiettivo di diventare a sua volta governo. Non è detto, ovviamente, che questo obbiettivo sia facilmente conseguibile e l’alternanza al governo si possa realizzare con una qualche continuità. Ma se la democrazia dell’alternanza è bloccata non in maniera autoritaria ma solo per incapacità dell’opposizione di convincere il corpo elettorale a determinare la trasformazione o di creare le condizioni parlamentari per ribaltare il quadro politico, il sistema continua a funzionare correttamente. Nel breve l’assenza di alternativa non produce effetti negativi. Se invece il sistema risulta bloccato per troppo tempo per assenza reale dell’opposizione, la maggioranza tende a trasformarsi in regime in cui il controllo della minoranza tende progressivamente a perdere di efficacia.

Calate nella realtà politica italiana del momento, queste regole generali rendono evidente due fattori specifici. Il primo è che la democrazia dell’alternanza della Seconda Repubblica si era interrotta nel 2011 dando vita ad una democrazia bloccata che si è rapidamente trasformata in regime durante i tre anni della Presidenza del Consiglio di Matteo Renzi. La seconda è che la fine del precedente regime, provocata prima dalla bocciatura del referendum costituzionale renziano e successivamente dal voto del 4 marzo, ha prodotto un sistema che rischia di bloccarsi e diventare a sua volta regime a causa dell’assenza totale di una opposizione di fatto inesistente e che ha delegato la sua funzione ad alcuni dei principali media tradizionali del Paese.

Semplificando e schematizzando, in sostanza, si potrebbe dire che in Italia l’unica opposizione esistente è rappresentata dai quotidiani cartacei e dai media televisivi che erano i principali puntelli informativi e culturali del precedente regime.

Si dirà che questa anomalia è presente anche negli Stati Uniti ed in tutti i Paesi occidentali dove le forze populiste e sovraniste hanno conquistato il governo a spese dei partiti convertiti all’egemonia della cultura politicamente corretta. Ma mentre negli altri Paesi i partiti tradizionali sconfitti usano i media nostalgici dei vecchi equilibri, in Italia sono i media a cavalcare e condizionare i partiti incapaci di superare il trauma della sconfitta e della perdita del potere.

I media, però, non sono una alternativa alla maggioranza. Possono esercitare il controllo ma al governo non andranno mai. Per cui abituiamoci all’idea che il governo giallo-verde possa diventare un regime. Aiutato, paradossalmente, da una opposizione che si chiama “la Repubblica” ed il “Corriere della Sera”.

 

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Redazione15 ottobre 2018

È passata quasi sotto silenzio l’accusa di Jean-Claude Juncker all’Italia di non rispettare i patti. Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno replicato rinnovando la polemica personale che va avanti da tempo con il Presidente della Commissione Ue. Ma senza alcuna impennata di risentimento. Anche perché nel frattempo il braccio di ferro tra governo ed autorità europee ed internazionali è andato avanti con nuove forzature e nuove marce indietro e l’accusa di Juncker è stata di fatto derubricata a semplice episodio di una lunga ed interminabile sequela di insulti e male parole.

Invece mai come in questa occasione una replica molto più risentita sarebbe stata opportuna. Perché se è vero che la maggioranza degli italiani sembra ormai convinta che l’accusa di non mantenere i patti non è poi una faccenda tanto grave, come se l’inaffidabilità dovesse essere considerata un peccato lieve da sanare con un pater, ave e gloria, fuori del nostro Paese sembra fatto apposta per far scattare uno degli stereotipi più gravi e pesanti che perseguitano la penisola ed i suoi abitanti dal Seicento ad oggi. Quella di non rispettare gli impegni internazionali, di essere il Paese dei giri di walzer, di tradire sempre e comunque i propri alleati in nome non di un qualche interesse nazionale superiore ma di una sorta di difetto genetico ed antropologico che rende l’Italia e gli italiani dei perenni voltagabbana su cui non fare mai alcun affidamento.

Salvini e Di Maio sono giovani, hanno alle spalle studi limitati e lacunosi o, forse, per loro fortuna, non hanno la consapevolezza di questo fardello storico che i nemici e gli avversari del nostro Paese gettano in campo quando vogliono colpirlo nella maniera più efficace e sanguinosa. Ma in campo internazionale la memoria è molto più lunga e piena di pregiudizi radicati rispetto a quella vuota dei due vice presidenti del Consiglio. Dovrebbero non derubricare a semplice esternazione da eccesso alcolico una battuta che punta a risvegliare antiche pregiudiziali ed il massimo del dileggio. E regolarsi di conseguenza, ponendo a loro volta una pregiudiziale netta e rigidamente personale nei confronti di Juncker. Che si crede Bismark ma è solo un poveretto incolto e pieno di pregiudizi. Con il Bismark dei poveri non si tratta! E Antonio Tajani, che è presidente del Parlamento europeo, non dovrebbe tacere su questo punto!

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Redazione12 ottobre 2018

Ha pienamente ragione il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella quando ricorda che la Costituzione garantisce e tutela le autorità indipendenti in un quadro di pesi e contrappesi destinato a rendere equilibrato il rapporto tra il potere politico e gli altri poteri ed organismi istituzionali dello stato. In questo modo il Capo dello Stato ha risposto indirettamente alle bordate lanciate dai viceministri Salvini e Di Maio all’indirizzo di Bankitalia colpevole, a loro modo di vedere, di tentare di condizionare l’azione del governo criticando la manovra economica in fase di difficile gestazione.

La sortita di Mattarella va interpretata alla luce dell’invito dei dioscuri governativi al Bankitalia di presentarsi alle elezioni e diventare un soggetto politico prima di contestare la linea del governo. In questa luce la lezione impartita dal Quirinale appare giustificata e meritoria. Ciò detto va però rilevato come i pesi ed i contrappesi che debbono impedire lo strapotere del potere politico debbano valere anche nei confronti delle autorità indipendenti. Ognuno, in sostanza, è tenuto a rimanere entro il ruolo fissato dalla Costituzione. E se ad esondare è chi rappresenta l’autorità indipendente, la lezione di Mattarella deve valere anche per l’esondatore ingiustificato.

La considerazione è fin troppo banale. Ma va comunque ribadita. Perché la tendenza ad esondare da parte di ogni soggetto provvisto di una qualsiasi responsabilità istituzionale è diventata generalizzata. Il caso del Presidente dell’Inps Boeri è fin troppo significativo. Nessuno gli può negare il diritto ed il dovere di muovere appunti e rilievi ai provvedimenti sulle pensioni predisposti dal governo. Ma se Boeri si impegna in una campagna politica contro il governo in carica dopo essere stato nominato al vertice dell’Inps dal governo precedente, sarebbe opportuno che qualcuno gli ricordasse l’opportunità di dare corpo alla sua battaglia rassegnando le dimissioni dal proprio incarico. Per una questione di decenza e di equilibrio dei pesi e dei contrappesi. Quello di Boeri, però, è solo un esempio tra i tanti. Come quello del presidente della Camera Roberto Fico che si reca in Egitto ed in Europa a predicare una politica estera diversa da quella portata avanti dal titolare della Farnesina.

Si dirà che, come Boeri, anche Fico è un cittadino pienamente legittimato a manifestare le proprie opinioni liberamente. Ma non sarebbe il caso che tutti  esercitassero i loro legittimi diritti spogliandosi della carica che li dovrebbe obbligare a comportamenti diversi e più misurati?

La lezione di Mattarella, quindi, vale per tutti. Peccato che a rispettarla non ci sia più quasi nessuno!

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Redazione11 ottobre 2018

Il “partito dello spread” ha una doppia articolazione. Una estera ed europea, formata dai commissari dell’Unione europea cresciuti all’ombra del compromesso storico tra popolari e socialisti ed educati al rispetto dell’egemonia tedesca sul Vecchio Continente. L’obiettivo di questa articolazione è usare lo spread per impedire che la prossima campagna elettorale per il Parlamento Ue diventi la tomba del vecchio modello di Ue e l’avvio di una nuova fase dominata dai cosiddetti sovranisti e in cui la sinistra sia posta in una condizione marginale. Poiché l’attuale governo italiano è la punta di lancia del sovranismo continentale, ecco spiegato il super-attivismo dei commissari teso a creare le condizioni per il rilancio dello spread e per l’aumento delle difficoltà a danno del nemico Matteo Salvini.

All’articolazione europea del “partito dello spread” si affianca, come avviene nella storia del nostro Paese dai tempi dei franchi e dei longobardi, un’articolazione italiana a sua volta suddivisa in due tronconi precisi. Quella formata dalle diverse sinistre operanti nel Paese e quella rappresentata dal gruppo dirigente di Forza Italia. Entrambi i tronconi vorrebbero che lo spread servisse a far saltare l’asse giallo-verde ed a mandare a casa il governo grillo-leghista. Ma mentre il troncone delle sinistre pensa che l’eventuale caduta del governo a mezzo spread potrebbe aprire la strada ad un governo tra le stesse sinistre ed il Movimento Cinque Stelle, il troncone del vertice di Forza Italia non può perseguire l’ipotesi di un governo di centrodestra visto che in Parlamento non ci sono i numeri. Per cui si deve limitare a sperare che la polemica anti-governativa condotta cavalcando la speculazione finanziaria possa servire ad arginare il travaso dei voti forzisti verso la Lega e ad impedire che le prossime elezioni europee segnino il tracollo definitivo del partito un tempo asse portante del centrodestra.

Naturalmente anche il troncone delle sinistre si rende conto che un governo tra Pd-Leu-M5S sarebbe di difficilissima realizzazione. Ma spera che attraverso l’opposizione frontale l’intero fronte della sinistra si possa ricompattare e tornare ad essere competitivo nello scenario politico nazionale. Per il troncone di Forza Italia, invece, l’obbiettivo è molto più limitato. È quello della riduzione del danno. Il ché, in politica, è sempre deleterio. Perché il danno in questione è quello percepito solo dal gruppo dirigente. E pretendere che gli elettori si immolino per impedire danni a chi li ha portati dal 30 all’8 per cento è un’autentica follia.

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Redazione10 ottobre 2018

Ha perfettamente ragione Giovanni Toti quando denuncia il declino di Forza Italia condannata da un gruppo dirigente autoblindato a portare avanti una linea politica per lei innaturale che la schiaccia sulla sinistra, la allontana progressivamente dal centrodestra e la trasforma in un contenitore dove Lega e Partito Democratico possono attingere a piene mani. Ma esiste un modo per interrompere questo declino? La ricetta che è stata attribuita al Governatore della Liguria è di dare vita ad una nuova formazione politica insieme a Fratelli d’Italia in vista delle elezioni europee in cui il partito di Giorgia Meloni e un pezzo di Forza Italia potrebbero superare il quorum di fatto del quattro per cento e gettare le basi per una nuova aggregazione in grado di dare corpo alla seconda gamba del centrodestra.

L’idea non è peregrina. Ma rappresenta una risposta tattica e contingente ad un problema, quello del declino di Forza Italia, che richiede una soluzione strategica e radicale. Questa soluzione si chiama democratizzazione del partito un tempo leaderistico ed oggi soltanto oligarchico. E democratizzazione significa congressi regionali, congresso nazionale e primarie per la scelta delle candidature in Parlamento ed ai vertici forzisti.

Fino a quando la leadership del fondatore Silvio Berlusconi è stata forte la democratizzazione non è stata né possibile, né necessaria. Il metodo dominante è stato quello della cooptazione del gruppo dirigente. Ed i risultati elettorali di un ventennio hanno dimostrato che il metodo della delega totale al leader era efficace e vincente. Ma nel momento in cui la leadership si è allentata per ragioni anagrafiche, di salute, di disinteresse per il “teatrino della politica”, il metodo della cooptazione è stato sostituito, grazie al sistema delle candidature previsto dalla legge elettorale, da quello dell’auto-blindatura del gruppo dei precedenti cooptati. Cioè alla separazione netta ed invalicabile tra la cosiddetta “Area Alta” degli eletti e la cosiddetta “Area Bassa” dei militanti, dei simpatizzati e degli elettori a priva di qualsiasi forma di incidenza e di condizionamento della politica del partito e della sua dialettica interna.

Non c’è da stupirsi, allora, se i sondaggi indicano l’emorragia continua della base elettorale di Forza Italia. Dove altro può andare se non fuori da un partito in cui ha solo la funzione di applausometro nelle convention di un gruppo dirigente interessato solo alla propria personale sopravvivenza politica?

Se si vuole evitare l’emorragia ed il declino, allora, non c’è altra strada oltre quella di dare all’”Area Bassa” la possibilità di far sentire la propria voce all’interno del partito e di incidere sulla sua linea politica. Una linea che non può essere quella della conversione a “forza spread” degli europeisti acritici, ma quella della rivendicazione dei suoi valori originari radicati in un elettorato che da sempre si ispira alla religione della libertà.

Certo, congressi e primarie comportano la scalabilità di Forza Italia. Ma questa è la democrazia. Che è sempre meglio del declino e della scomparsa!

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Redazione9 ottobre 2018

Il complotto non c’è ma c’è l’avvio di una campagna elettorale per il Parlamento europeo che per la prima volta nella storia non si svolgerà all’interno di ogni singolo Stato aderente all’Ue ma si svilupperà in maniera unitaria sull’intero territorio dell’Europa sovranazionale. Fino alle precedenti elezioni le campagne elettorali avevano rispettato i confini ignorando le regole di Schengen. Nella prossima primavera, invece, il trattato che elimina le frontiere nazionali verrà applicato integralmente incominciando paradossalmente a rendere politicamente concreta quella Europa unita che oggi appare in profonda crisi.

La partita che verrà giocata, quindi, non sarà solo tra le forze politiche nazionali in una dimensione assolutamente domestica. Come è sempre avvenuto fino ad ora. Ma tra correnti di pensiero ed orientamento politico sovranazionale che verranno rappresentate da leader destinati a perdere la loro dimensione domestica ma ad assumere quella dell’intera Unione. L’incontro tra Salvini e Marine Le Pen costituisce una spia precisa del fenomeno in atto. Così come le polemiche continue tra il presidente francese Emmanuel Macron e lo stesso ministro dell’Interno Italiano stanno ad indicare che la prossima campagna elettorale si giocherà nella contrapposizione frontale tra sovranisti ed anti-sovranisti e che ad impersonificare il primo schieramento sarà sicuramente Salvini insieme alla Le Pen ed Orbán mentre a rappresentare lo schieramento opposto ci sarà sicuramente Macron contornato da qualche leader nazionale minore (nel gruppo non ci sarà la Merkel ormai in chiaro declino).

La politica che ignora i confini ed applica Schengen è il segno inconfondibile dell’avvio di un processo di progressiva affermazione del progetto di unità politica dell’Europa. In passato le oligarchie burocratiche annidiate a Bruxelles e Strasburgo hanno utilizzano le barriere nazionali per consolidare il loro potere. E se queste barriere saltano la speranza di arrivare agli Stati Uniti d’Europa diventa più concreta. Ma a giocare la partita non sono solo i rappresentanti delle diverse aree politiche continentali ma anche i cosiddetti mercati, che sono ormai globali e sovranazionali da tempo ma che tendono a lasciarsi condizionare pesantemente dall’andamento della campagna elettorale. Per cui se gli attuali commissari europei, espressione del fronte antisovranista, avviano la campagna elettorale picchiando duro sul governo italiano composto da forze avverse, borse e spread si muovono con riflesso pavloviano.

Questo non è il complotto. Ma è qualcosa di peggio. È l’uso strumentale della finanza per lo scopo politico di non perdere le elezioni europee e rimanere a Bruxelles a dettare legge!

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Redazione8 ottobre 2018

“Ma quante divisioni ha il Papa?”. La domanda ironica di Giuseppe Stalin torna d’attualità nel momento in cui Papa Francesco conferma di voler intervenire nel dibattito politico non solo italiano ma europeo schierandosi sul fronte dei nemici del cosiddetto populismo. Quante “divisioni” ha allora Papa Francesco? E quanto potranno influire sull’esito delle prossime elezioni europee ormai trasformate in una sorta di scontro epocale tra europeisti globalisti ed antieuropeisti populisti?

La risposta che questa domanda ebbe negli anni di Stalin non può essere riproposta oggi. Perché allora la Chiesa cattolica non aveva divisioni militarizzate come all’epoca delle crociate, ma godeva di una autorità religiosa talmente forte in tutto il Vecchio Continente, anche nei Paesi dell’Est finiti dietro la cortina di ferro, da diventare il collante politico più resistente e vincente all’espansionismo sovietico ed ai partiti comunisti del mondo occidentale.

Quell’epoca è finita da tempo. Il processo di laicizzazione avvenuto in Europa nel secondo dopoguerra anche grazie allo sviluppo prorompente del consumismo capitalista, ha trasformato le divisioni non militarizzate ma potenti di allora in manipoli ristretti di organismi ed associazioni di militanti la cui identità religiosa risulta assolutamente sbiadita e marginale rispetto a quella politica, culturale, ideologica. In Europa i manipoli di Papa Francesco sono ridotti e si identificano in quelle stesse caste privilegiate e ristrette che hanno governato l’Unione europea negli ultimi decenni provocando la separazione sempre più marcata tra istituzioni e popolo. In Italia la situazione è diversa. Perché il peso delle gerarchie ecclesiastiche è tradizionalmente più forte. Ma la sostanza non è poi troppo dissimile dal quadro continentale. Azione Cattolica, Comunità di Sant’Egidio, Caritas, Acli, associazioni scoutistiche e di volontariato sociale sono le punte di lancia di un movimento che però non solo è elitario e minoritario nel Paese, come ha dimostrato il suo appiattimento sulle diverse organizzazioni politiche della sinistra nelle elezioni del 4 marzo, ma è anche isolato e ridotto rispetto alla totalità dei cattolici italiani.

Naturalmente anche questi manipoli di Papa Francesco non vanno sottovalutati. Perché, al di là del loro radicamento ridotto nella società nazionale, possono contare sul sostegno dei tradizionali poteri forti della Chiesa italiana. Ma la loro partecipazione attiva alla prossima campagna elettorale europea nasconde un pericolo che Papa Francesco dovrebbe tenere ben presente anche se a promuovere questa partecipazione è stato lui stesso. Quello della politicizzazione dello scontro in atto all’interno della Chiesa. E la formazione di una frattura nel mondo cattolico di difficilissima ricomposizione.