L’Opinione delle Libertà


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Redazione24 Luglio 2019

La notizia riportata dai maggiori giornali in Italia sostiene che nella riunione convocata a Parigi dal presidente francese ed a cui hanno partecipato 14 Paesi della Ue è stato trovato un accordo per creare un meccanismo di solidarietà in grado di redistribuire in Europa i migranti. Nelle pieghe degli articoli dedicati al vertice parigino si scopre, però, che nel corso della riunione il presidente Emmanuel Macron ha ribadito che “quando una nave lascia le acque della Libia e si trova in acque internazionali con rifugiati a bordo deve trovare accoglienza nel porto più vicino”, cioè in Italia o a Malta. E, con il consenso dei rappresentanti del 14 Paesi europei presenti, ha contestato al governo italiano la chiusura dei porti chiedendone la riapertura ed ha criticato la scelta italiana di non partecipare al vertice parigino.

Ma qual è la notizia più importante e significativa? Quella che Macron ed alcuni Paesi europei sono d’accordo nel procedere alla realizzazione di un piano che preveda la ridistribuzione dei migranti? Oppure quella che, in attesa di questo piano che sarebbe sottoscritto solo dai 14 Paesi del vertice parigino e non da tutti i 28 Paesi della Ue, l’Italia e Malta riaprano i porti e tornino ad essere i centri di accoglienza di tutti i profughi ed i trasmigranti provenienti dall’Africa e dal resto del Sud del mondo?

Se si presenta come notizia principale, quella dell’intesa per un piano di redistribuzione da concretizzare nel futuro, si compie una scelta politica precisa. Ci si schiera dalla parte degli interessi di Macron e di quei 14 Paesi che, guarda caso, a partire dalla Germania fino al Portogallo, Lussemburgo, Finlandia, Lituania, Croazia ed Irlanda, non hanno porti nel Mediterraneo o, come Francia e Croazia, hanno porti ben distanti dalle rotte delle navi che partono dalla Libia.

Una scelta del genere viene compiuta sulla base della convinzione che l’Europa debba essere sempre e comunque a trazione franco-tedesca. Il ché è sicuramente legittimo. Ma comporta come corollario che l’Italia (ed il suo interesse a non tornare ad essere un campo di concentramento per migranti che non si sa come e quando dovrebbero essere ridistribuiti) sia condannata al ruolo di Paese vassallo dell’asse Macron-Merkel dominante.

Come definire questi media che sono fermi ad una concezione carolingia dell’Europa e non capiscono che in questo modo servono solo ad alimentare l’astio per l’Europa squilibrata ed il consenso di Matteo Salvini? La “quinta colonna” macroniana in Italia o il concentrato del masochismo nazionale?

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Redazione23 Luglio 2019

Giuseppe Conte è diventato l’ultima speranza ed il nuovo campione dei perenni golpisti nostrani, quelli che considerano la democrazia parlamentare lo strumento più adatto per infischiarsene della volontà popolare espressa dalle urne ed indirizzare la politica nazionale secondo i propri interessi ed a tutela dei propri privilegi.

Conte viene dipinto da costoro come il nuovo Mario Monti, cioè il tecnico che in caso di crisi di governo dovrebbe succedere a se stesso contando su una nuova maggioranza di unità nazionale formata da Partito Democratico, Movimento Cinque Stelle e Forza Italia in grado di chiudere nel ghetto dell’estrema destra la Lega e Fratelli d’Italia, portare la legislatura fino alla scadenza naturale e, nel frattempo, eleggere un successore di Sergio Mattarella rigorosamente in linea con il tradizionale establishment italiano, europeo e Vaticano.

Ma i teorici di questa versione montiana dell’attuale Presidente del Consiglio scambiano le loro speranze in realtà e non fanno i conti con alcuni dati di fatto incontrovertibili. I più evidenti sono che Cinque Stelle, Partito Democratico e Forza Italia non sono affatto delle falangi macedoni pronte ad immolarsi in maniera compatta di fronte agli umori prevalenti del corpo elettorale per consentire ai golpisti di continuare all’infinito nei lori giochi antidemocratici. Riportare al governo il Pd, sia pure con la copertura di una presunta unità nazionale, costituirebbe un trauma per gli elettori ed una parte cospicua dei gruppi parlamentari del Movimento grillino. Conte sarebbe in grado di rassicurare costoro o, proprio perché benedetto dal Colle, dal Vaticano e dalla Ue di Angela Merkel ed Emmanuel Macron, diventerebbe il simbolo del tradimento dei valori e degli ideali del giustizialismo grillesco?

È certo, poi, che il Pd seguirebbe compatto l’ispiratore Dario Franceschini ed il suo esecutore Nicola Zingaretti nell’impresa di camuffare Conte da Monti e Mattarella da Napolitano?

La ripresa della guerra in atto all’interno del partito tra i sostenitori dell’attuale segretario e gli amici di Matteo Renzi, che conta sempre su molti sostenitori nei gruppi parlamentari, è significativa. All’appuntamento franceschiniano il Pd arriverà lacerato e molti dei suoi voti non finiranno mai a sostegno del Conte-bis in versione montiana. Lo stesso vale, e forse ancora di più, per Forza Italia. Di fronte all’ennesimo golpe cattocomunista solo qualche disperato potrebbe essere tentato di rompere ogni rapporto con i propri elettori in cambio di una ininfluente poltroncina di sottogoverno.

Conte, infine, sarebbe sul serio disposto a svolgere il ruolo di fantoccio dei poteri declinanti in Italia ed in Europa dopo essere stato quello di Matteo Salvini e Di Luigi Maio?

L’esperienza di Monti, usato e gettato, gli dovrebbe essere da insegnamento!

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Redazione22 Luglio 2019

Il capo della rivoluzione giudiziaria non era un rivoluzionario. Francesco Saverio Borrelli si era ritrovato casualmente in mano lo strumento per determinare una svolta autenticamente rivoluzionaria nella storia del secondo dopoguerra italiano cancellando la Prima Repubblica dei partiti e sostituendola con la repubblica fondata sul regime delle toghe “illuminate” e non elette dal popolo. Ma aveva provocato consapevolmente la distruzione dell’assetto politico fondato sulla democrazia parlamentare senza però avere la capacità di passare dal colpo di stato alla instaurazione del nuovo regime di cui aveva gettato le basi insieme al Pool di “Mani Pulite”.

Oggi la scomparsa di Borrelli diventa l’occasione, secondo la consuetudine corrente, per celebrarne tutte le qualità umane e private del personaggio. Ma volendo dare un giudizio rigorosamente politico e storico dell’operato pubblico dell’artefice principale della cosiddetta rivoluzione giudiziaria, si deve necessariamente concludere che si trattò di un rivoluzionario inconsapevole e fallito. Pronto e tempestivo nel distruggere ma totalmente incapace di costruire.

Naturalmente, dal punto di vista di chi come me ha scritto nel 1995 il primo libro dedicato al cosiddetto golpe giudiziario (“Tecnica post-moderna del colpo di stato: magistrati e giornalisti”), quella incapacità di essere rivoluzionario fino in fondo, è stata salutare. Il Paese ha avuto la fortuna di non finire sotto un regime autoritario formato da magistrati-colonnelli convinti di avere una missione salvifica da portare avanti con la spada della giustizia fiammeggiante, ma del tutto ignari dei problemi e delle necessità reali del Paese. Questo fallimento della rivoluzione non è minimamente dipeso dalla fedeltà ai valori della libertà e della democrazia. Valori che in Borrelli e nei componenti del suo Pool erano del tutto assenti. Ma solo dalla mancanza assoluta di capacità politica. Se fossero stati dei Khomeyni, oggi l’Italia sarebbe retta da un sistema teocratico e totalitario simile a quello komeinista iraniano. Ma Borelli ed i suoi erano e sono rimasti dei magistrati buoni ad esondare nel campo della politica, ma geneticamente impossibilitati a trasformare l’esondazione in un qualche risultato politico stabile.

Questo deficit genetico, va ribadito, è stato salutare. Ma è anche il responsabile del caos istituzionale dei 25 anni successivi alla fine dalla rivoluzione giudiziaria fallita. Il caos di uno stato di diritto che non è più tale per via di un populismo giudiziario nato alla metà degli anni Novanta e che tiene paralizzato il Paese agli equivoci ed alle incapacità di quel tempo. Forse è arrivato il momento non solo di dare pietà ai morti, ma anche di dare speranza ai vivi di un sollecito ritorno allo stato di diritto senza esondazioni di sorta.

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Redazione19 Luglio 2019

I separati in casa della Lega e del Movimento Cinque Stelle continuano a picchiarsi di santa ragione ma spiegano che non possono dividere i loro destini perché non saprebbero dove andare. I grillini escludono qualsiasi alleanza con il Partito Democratico e la Lega fa altrettanto con il ritorno all’alleanza con Silvio Berlusconi.

A queste affermazioni, però, nessuno fa alcun affidamento. Per la semplice ragione che tutti sanno come di fronte ad una sempre più probabile crisi di governo scatterebbe nel Parlamento un meccanismo di autodifesa della propria poltrona che potrebbe rendere possibile qualsiasi papocchio politico in grado di impedire la fine anticipata della legislatura ed elezioni anticipate destinate a mandare sul lastrico più della metà degli attuali parlamentari.

L’argomento può sembrare marginale ed anche poco consono a quella sacralità delle assemblee legislative a cui fanno spesso riferimento il Presidente della Camera Roberto Fico ed il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Ma se si escludono i deputati ed i senatori della Lega e di Fratelli d’Italia, i due partiti in ascesa rispetto alle passate elezioni, consapevoli di poter contare su una sicura ricandidatura ed una ancora più certa rielezione, tutti gli altri non scommetterebbe cinquanta centesimi sul loro eventuale ritorno a Palazzo Madama ed a Montecitorio.

In questa condizione ci sono sicuramente i deputati ed i senatori del Movimento Cinque Stelle, che formano un esercito di precari a cui le condizioni politiche favorevoli della precedente tornata elettorale hanno assicurato un lavoro ed uno stipendio sicuro. Costoro, certi che in caso di ritorno alle urne saranno decimati dai propri elettori in costante riduzione, sarebbero disponibili a qualsiasi pastrocchio pur di non perdere prima del tempo la fortuna loro capitata. E lo stesso vale per una parte dei parlamentari del Pd, scelti dal precedente segretario Matteo Renzi e fin troppo sicuri di non venire ripresentati dall’attuale segretario Nicola Zingaretti. Oltre che per una larghissima fetta di quelli di Forza Italia, ben coscienti di vivere il tramonto del proprio partito.

In Parlamento, in sostanza, ci sono le condizioni per la formazione del partito del “si salvi chi può” pronto a tutto pur di non tornare a casa in anticipo. I vecchi marpioni dell’ex Pci e dell’ex sinistra democristiana lo sanno bene. Per cui faranno di tutto pur di cavalcarne le paure ai propri fini!

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Redazione18 Luglio 2019

Gianluca Savoini sta a Matteo Salvini come Mario Chiesa stava a Bettino Craxi e le olgettine a Silvio Berlusconi. Forti di queste equivalenze, è partita la caccia mediatico-giudiziaria contro il leader della Lega e vicepresidente del Consiglio secondo gli schemi e le tecniche sperimentate nel passato. Di questa caccia ciò che colpisce non è solo la ripetitività del lessico che viene usato, delle procedure che vengono attivate e dei toni esasperati fino al limite dell’isteria che rendono irrespirabile il clima politico del Paese. Sono i soggetti che danno vita a questa campagna d’odio, gli stessi che portarono avanti le campagne di linciaggio condotte nei decenni passati contro Craxi e Berlusconi. Oggi invecchiati ma così carichi di livore da far pensare che partecipare al circo mediatico-giudiziario contro il nemico di turno sia per loro una sorta di terapia per ritornare indietro nel tempo e rivivere i tempi felici della propria giovinezza.

Può essere che trasformare Salvini nella “bestia braccata” che presto o tardi farà la stessa fine di Craxi e Berlusconi sia un metodo di ringiovanimento dei vecchi tromboni. Ma non è detto che riesca a conseguire gli stessi risultati ottenuti in passato. Per la semplice ragione che il circo mediatico-giudiziario, quello che produsse la rivoluzione giudiziaria degli anni Novanta con la cancellazione di tutti i partiti democratici del dopoguerra e produsse la frantumazione del centrodestra che governava il Paese e l’espulsione dal Governo e dal Parlamento del Cavaliere, è stato superato dalle innovazioni tecnologiche e dalle trasformazioni politiche e sociali.

I media tradizionali, dai giornali alle televisioni che erano gli unici soggetti in grado di incidere sull’opinione pubblica, sono stati sopravanzati dai social network. E la magistratura, che per un ventennio è stata dipinta come la spada fiammeggiante destinata a recidere tutte le nequizie e le storture della politica, ha perso il ruolo di vendicatore etico sotto il peso del discredito derivante dalla propria crisi interna e dal protagonismo ingiustificato ed insopportabile di alcuni suoi componenti.

La caccia alla “bestia braccata”, allora, non ha un esito scontato come nel passato. Rischia di essere controproducente. Come l’esempio di Donald Trump negli Stati Uniti insegna.

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Redazione17 Luglio 2019

Giudicata inidonea a gestire i tremila chilometri della rete autostradale italiana per via della tragedia del Ponte Morandi, la società Atlantia viene considerata pienamente adeguata a gestire e rilanciare la rete dei trasporti aerei della compagnia di bandiera Alitalia. Non si tratta di uno scherzo, ma della realtà. Una realtà che non riguarda l’aspetto tecnico della decisione di Ferrovie di accogliere come partner il colosso dei Benetton già operante nel settore con Aeroporti di Roma escludendo le proposte di altri aspiranti soci in possesso di tutte le garanzie bancarie richieste per partecipare all’impresa. Lo scherzo riguarda l’aspetto politico della vicenda. E che ha come interprete unico e solo il capo politico del Movimento Cinque Stelle, Luigi Di Maio, che si è esibito in una serie di acrobatiche giravolte logiche e lessicali durante la lunga fase costitutiva del consorzio Alitalia. Prima ha sostenuto che una società a cui stavano per essere tolte le concessioni autostradali sarebbe fallita e, per questo motivo, non avrebbe mai potuto contribuire in alcun modo alla ripartenza della compagnia di bandiera. Successivamente, ha ammorbidito la posizione di partenza sottolineando come la questione delle concessioni autostradali andava nettamente separata da quella dell’Alitalia. E infine, a decisione presa e con Atlantia inserita nel consorzio in una posizione minoritaria rispetto al capitale pubblico ma di grande rilievo, ha annunciato che la compagnia aerea nazionale può essere finalmente rilanciata anche se la richiesta del Movimento Cinque Stelle di revoca delle concessioni autostradali al colosso dei Benetton rimane ferma ed intoccabile.

Il problema, va ribadito, non è la soluzione tecnica trovata al nodo-Alitalia. Gli esclusi in possesso di tutti i requisiti richiesti possono dolersene, ma ne debbono prendere atto. Il problema è che il metodo di governo messo in mostra da Luigi Di Maio rasenta l’incredibile e costituisce un motivo di estrema preoccupazione.

Se questo è il modo con cui si gestisce il Paese e la sua crisi economica e morale si deve automaticamente concludere che una simile dimostrazione di assenza di serietà e di logica costituisce il miglior viatico per la rovina. Con questa gente al governo il futuro è decisamente oscuro.

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Redazione16 Luglio 2019

Matteo Salvini che scarica Gianluca Savoini fa parte del normale gioco politico, ma Giuseppe Conte che scarica Salvini non è un normale gioco politico ma una scelta precisa. Che indica come il Presidente del Consiglio abbia deciso di mettere in difficoltà il proprio vicepresidente leghista e schierarsi dalla parte dell’altro vicepresidente grillino deciso a sfruttare la vicenda delle presunte tangenti russe per mettere in difficoltà l’alleato concorrente.

La scelta di Salvini non provoca sussulti di sorta negli equilibri nazionali. Quella di Conte, che conferma in maniera clamorosa come il capo del Governo non sia affatto “terzo” rispetto alle due componenti della propria maggioranza ma sia espressione diretta del Movimento Cinque Stelle, non può non provocare uno scossone al quadro politico presente. Può essere che Salvini non voglia seguire le pressioni di chi dall’interno del suo partito gli chiede di staccare la spinta. E può essere che per fare bel viso a cattivo gioco il leader leghista accetti di presentarsi in Parlamento per parlare di cene e di inchieste fasulle. Ma lo strappo esiste. E nasconderlo sarebbe molto più grave di quanto sia il disconoscimento della conoscenza di Savoini.

Perché lo strappo favorito e sostenuto dal Premier non è solo una lite tra separati in casa, ma è l’occasione per disegnare la diversa maggioranza politica che Conte e Di Maio potrebbero perseguire nel caso la Lega decidesse di far saltare la maggioranza puntando alle elezioni anticipate a settembre o nella prossima primavera. Il caso dei rubli russi alla Lega costruito da ignoti servizi segreti sta diventando il banco di prova della possibile alleanza tra Cinque Stelle e Partito Democratico nel caso l’attuale Esecutivo dovesse venire affondato da Salvini. Una diversa maggioranza che potrebbe essere immediatamente benedetta dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, da sempre contrario alle elezioni anticipate e culturalmente agli antipodi della Lega e dell’intero centrodestra. E che potrebbe non trovare ostacoli neppure in quel Matteo Renzi che, dopo aver deciso di non puntare ad una scissione ma di cercare di riprendersi il partito, potrebbe trovare assolutamente conveniente favorire un ritorno al governo di un Partito Democratico di cui tornare ad essere il padre-padrone.

Per Salvini una spada di Damocle di questo genere può trasformare in salita la strada che fino ad ora ha percorso in facilissima discesa per l’inconsistenza politica dei grillini. Nel calcolo se mandare a quel paese Conte e Di Maio o piegare la testa non può non tenere conto di questa ipotesi, che più il tempo passa e più può diventare concreta.

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Redazione15 Luglio 2019

Nella vicenda del presunti finanziamenti russi alla Lega ci sono aspetti non solo inquietanti ma anche ridicoli. Come definire altrimenti l’accusa di alto tradimento a Salvini da parte del Partito Democratico, cioè del partito erede diretto del Pci e della sinistra democristiana d’ispirazione dossettiana, per non essere stato fedele alla Nato chiedendo il ritiro delle sanzioni alla Russia? Oppure l’insistenza con cui il leader della Lega continua a negare di conoscere Gianluca Savoini malgrado le centinaia di foto che lo ritraggono con lo stesso Savoini al suo fianco, di lato, di sopra e di sotto? O, infine, l’incredibile tempestività con cui la Procura di Milano ha annunciato l’esistenza di una inchiesta sulla pista dei soldi russi alla Lega trasformando in notizia di reato un pettegolezzo da bar riportato da un oscuro sito americano?

C’è poco da ridere, però, se si considerano gli aspetti inquietanti della faccenda. Primo fra tutti la certezza assoluta che dietro l’intera vicenda ci sia la mano dei servizi. Ma quali? Sedicenti esperti danno per scontato che le “barbe finte” in questione siano americane. Altri esperti altrettanto sedicenti assicurano che si tratta di spie russe. Quelle americane avrebbero voluto punire Salvini per il suo filo-putismo. Quelle russe avrebbe deciso di fare altrettanto per la conversione trumpista del leader leghista. Se questi sono gli esperti di intelligence siamo veramente alla frutta! Perché sulla base della stessa logica da pizza e fichi si potrebbe sostenere che gli spioni potrebbero essere francesi, decisi a punire Salvini per l’anti-macronismo , tedeschi per l’anti-merkelismo o agenti di qualche “Spectre” al servizio delle multinazionali finanziarie decisa a far pagare al “capitano” il suo nazional-sovranismo. Ma perché la Procura di Milano non apre un’indagine sulle spie che dall’interno e dall’esterno del Paese cercano di condizionarne le scelte politiche? Forse perché un’indagine del genere non si presterebbe a speculazioni?

La questione non è di poco conto. Perché di speculazioni inquietanti ce ne sono fin troppe. Prima fra tutte quella che vede il Movimento Cinque Stelle impegnato a pugnalare alle spalle il proprio alleato leghista nella convinzione che Salvini non può reagire aprendo una crisi di governo destinata sfociare nelle elezioni anticipate. Ma un Esecutivo che si regge sul ricatto tra i suoi partners quale affidabilità può avere agli occhi dell’opinione pubblica?

Salvini farebbe bene a riflettere su questo punto. D’ora in avanti non sarà più un vantaggio l’essere il motore portante di un governo infido.

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Redazione12 Luglio 2019

Non c’è necessità di essere complottisti per immaginare che dietro le rivelazioni dei presunti finanziamenti russi alla Lega ci siano le “manine” o le “manone” di qualche agenzia di servizi, pubblica o privata che sia.

La vicenda incriminata non è recente ma avvenuta in occasione della visita a Mosca di Matteo Salvini di sette mesi fa. Il sito americano che ha lanciato lo scoop è sconosciuto e nessuno è in grado di sapere come sia venuto in possesso di una registrazione che non è stata effettuata dai propri redattori visto che altrimenti la notizia sarebbe stata messa in Rete immediatamente. Bastano questi due elementi per alimentare il sospetto di una storia di “barbe finte”. Ma non serve affatto cercare di calarsi all’interno di un complotto di cui non si possono conoscere i particolari ed i contorni. È più che sufficiente fermarsi alle considerazioni generali che la vicenda porta con sé. In primo luogo quella che dice come il nostro Paese stia progressivamente ritornando ad essere quel terreno di confronto spionistico tra grandi e piccole potenze che è stato dalla fine del Secondo conflitto mondiale fino al termine della Guerra fredda e del crollo del muro di Berlino. In quei decenni il nostro territorio di confine tra i due blocchi è stato trasformato nell’area di azione dei Servizi segreti americano e sovietico in primo luogo, ma anche di ogni altro Paese europeo e mediorientale interessato agli equilibri nel Mediterraneo. Quanto abbia inciso questa guerra di spie di mezzo mondo sulle vicende politiche italiane è impossibile calcolarlo. Forse tra decenni sarà possibile fare luce su questo pezzo di storia che appare come una storia di un Paese assoggettato agli interessi non solo delle potenze vincitrici della guerra mondiale ma di tutte quelle altre che, al seguito ed in autonomia delle prime, hanno fatto il bello ed il cattivo tempo in Italia ponendola in una condizione di autentico servaggio.

La vicenda del sito americano che a sette mesi di distanza dagli avvenimenti diffonde una notizia che può innescare una grave crisi politica, dimostra che il pericolo di una riedizione del passato servaggio (ma è poi mai passato?) è più grave che mai. Con l’aggravante che nei decenni della Guerra fredda i ruoli dei contendenti erano bene o male definiti: gli occidentali contro i sovietici e via di seguito. Oggi tutti operano in maniera autonoma e separata. Ed il servaggio rischia di diventare selvaggio.

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Redazione11 Luglio 2019

Cresce la preoccupazione per la presunta deriva autoritaria in atto che minaccerebbe di trasformare la nostra democrazia in un regime illiberale in cui i diritti civili vengono conculcati e le libertà individuali cancellate.

A sostegno di tale preoccupazione montante vengono portati i decreti sulla sicurezza, le misure contro le Ong, le affermazioni di Vladimir Putin e la predicazione – come ha detto il sottosegretario Vincenzo Spadafora facendosi portavoce del sentimento diffuso nella sinistra grillina e tradizionale – sessista, omofoba e razzista del leader della Lega Matteo Salvini.

Ciò che più colpisce di questa preoccupazione talmente debordante da apparire una sorta di ossessione paranoica, è che a nutrirla e manifestarla con la massima intensità sono gli illiberali di una volta. Quelli che si definiscono i veri liberali del presente ed in questa veste danno lezioni di liberalismo a chiunque capiti loro sottomano, compresi quelli che liberali lo sono sempre stati e non hanno bisogno di ripassi fatti da convertiti dell’ultima ora o da folgorati sulla via di Croce o Popper per esigenze ed opportunità politiche contingenti.

Il metro che i neo-difensori del liberalismo ostentato usano per distinguere tra i liberali veri, cioè quelli che sono dalla loro parte, e gli illiberali, cioè quelli che si trovano dalla parte opposta, è Salvini. Se si è schierati contro il vicepresidente leghista e lo si considera il prototipo dell’illiberalisimo rozzo ed antidemocratico, si fa parte degli illuminati dal verbo della libertà. Se per accidente si è schierati con i suoi sostenitori o si condivide qualcuna delle sue posizioni, si è automaticamente collocati nel girone degli antidemocratici illiberali pronti a favorire ogni genere di deriva autoritaria. Da quelle presenti di Orbán, Putin e Trump a quelle passate di Mussolini, Hitler e Franco.

Ed è proprio l’esistenza di un metro del genere che fa mettere in discussione l’esistenza di un pericolo illiberale sulla democrazia italiana. Perché quelli che oggi lo usano per separare i buoni antisalviniani dai cattivi salviniani, sono gli stessi che hanno usato il metro Berlusconi (e prima ancora quello Craxi e quello De Gasperi degli albori della democrazia repubblicana) per separare i buoni dai cattivi e porsi sempre e comunque come i detentori della luce della verità in contrapposizione ai portatori di tenebre.

Il metodo è dunque antico e anche molto usurato. Ma poggia su una condizione favorevole. I liberali veri hanno voci troppo flebili per smascherare una volta per tutte i liberali finti, che da decenni denunciano derive autoritarie che non si verificano mai e che servono solo a nascondere il fallimento delle loro ideologie di partenza.