L’Opinione delle Libertà


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Redazione22 Novembre 2019

Non è detto che la crisi del Movimento Cinque Stelle sia destinata a scaricarsi direttamente sul governo. Tutte le componenti della coalizione giallorossa sono terrorizzate dalla prospettiva di elezioni anticipate. E questa paura è il solo ed unico puntello su cui può continuare a reggere l’esecutivo di Giuseppe Conte. È assolutamente sicuro, però, che la crisi grillina abbia conseguenze nefaste sul Partito Democratico. Al suo interno le ormai probabili sconfitte elettorali nelle regionali dell’Emilia-Romagna e dalla Calabria non potranno non innescare lo scoppio delle tensioni fino ad ora frenate dall’armistizio tra correnti su cui poggia la segreteria di Nicola Zingaretti.

Quest’ultimo rischia di essere vittima di una singolare sorte. Pur essendo stato il più restio tra i dirigenti del Pd a stringere l’accordo di governo con il Movimento Cinque Stelle, ora pare condannato a diventare la prima e principale vittima del fallimento di questa alleanza certificato dal voto sulla rete Rousseau con cui la base grillina ha bocciato la linea politica indicata dal gruppo dirigente nazionale. Stessa sorte per il capo politico del M5S Luigi Di Maio. Anche lui non aveva nascosto la sua contrarietà all’accordo governativo con il Pd ed era stato costretto a piegarsi alle indicazioni di Beppe Grillo suffragate dal sostegno di un apposito voto su Rousseau. Ma anche lui, come il segretario dem, pare condannato ad essere la vittima più diretta della scelta dei militanti di non sacrificare le proprie liste a vantaggio del Pd e dell’alleanza di governo alle prossime elezioni regionali.

Simul stabunt, simul cadent, allora? Per Zingaretti e Di Maio pare proprio di si. L’accordo che i due avevano osteggiato è stato terremotato ed loro due sono condannati a rimanere sotto le macerie di ciò che non avrebbero voluto. D’ora in avanti nei rispettivi partiti si aprirà la lotta senza tregua per la loro successione. Una lotta che potrebbe essere interrotta solo da elezioni anticipate a febbraio o, come spera Giuseppe Conte, dal rinvio della caduta del governo al momento in cui i travagli interni di Pd e M5S saranno terminati.

Il vero guaio di tutta questa storia è che i cocci della rottura tra Pd e M5S non sono i loro ma dell’intera società nazionale.

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Redazione21 Novembre 2019

Fino alla settimana scorsa sul Movimento Cinque Stelle gravava il rischio di una scissione o di una progressiva frantumazione dei suoi gruppi parlamentari. Adesso le discussioni e le polemiche sulla opportunità o meno di presentare le liste del movimento alle elezioni regionali in Emilia-Romagna, in Calabria e nelle regioni dove si voterà alla fine della prossima primavera, il pericolo è cambiato. O meglio, a quello preesistente di scissione verticale si è aggiunto il rischio sempre più concreto ed incombente di una scissione orizzontale, cioè di una spaccatura tra il vertice e la base grillina, tra il gruppo dirigente nazionale e quelli locali, tra i gruppi parlamentari di Camera e Senato ed i quadri regionali che vorrebbero inserirsi nelle istituzioni locali ma che, con la mancata presentazione delle liste, sarebbero condannati alla esclusione non solo dai consigli regionali ma, anche e soprattutto, dalla dialettica politica dei propri territori.

Fino ad ora è sembrato che il problema principale del M5S fosse quello della scissione verticale, della frantumazione del gruppo dirigente nazionale e della leadership di Luigi Di Maio sempre più discussa e contestata all’interno del massimo vertice del movimento. Ma ora l’ombra di possibili scissioni orizzontali, con i gruppi locali decisi a presentare le liste contro l’indicazione in favore della rinuncia per assicurare la desistenza al Pd e continuare a mantenere in piedi l’attuale governo giallorosso, diventa il pericolo maggiore per il movimento grillino segnato da un vertice diviso che è, a sua volta, separato da una frattura invalicabile con la propria base.

Questa separazione è il segno inequivocabile della crisi del Movimento Cinque Stelle. Gli esponenti che hanno avuto la fortuna di cogliere il vento favorevole alle ultime elezioni politiche ed hanno conquistato un seggio alla Camera ed al Senato, hanno come unica preoccupazione quella di conservare la loro conquista il più a lungo possibile evitando qualsiasi comportamento possa mettere in crisi l’alleanza con il Pd, provocare la crisi di governo e spalancare il baratro di elezioni anticipate destinate a rimandarli in gran parte a casa. Da parte loro i grillini locali, pur consapevoli che presentare liste alle regionali li condannerebbe a rappresentanze estremamente esigue, non hanno alcuna intenzione di scomparire dalle scene politiche dei propri territori per consentire ai fortunati del vertice nazionale di conservare i propri privilegi.

Il finale della storia è già scritto. I privilegiati si aggrapperanno allo spasimo ai loro privilegi e gli aspiranti privilegiati locali cercheranno di presentare le liste per ottenere anche loro un pezzettino di posto al sole. Il declino del M5S è segnato!

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Redazione20 Novembre 2019

Sono temi identitari da sbandierare in campagna elettorale quelli messi in campo negli ultimi giorni dalle diverse componenti della maggioranza di governo. Renzi lancia lo sblocca cantieri emergenziale, Zingaretti lo ius soli, Di Maio il reddito minimo ed il conflitto d’interessi e Leu non lancia nulla perché non ha alcuna ragione di sottolineare una identità che ormai è tornata ad identificarsi con quella del Partito Democratico.

Tutto questo sbandieramento lascerebbe intendere che il voto anticipato sia ormai imminente. Come se Pd, M5S e Iv fossero ormai convinti che la ricerca di una “anima comune” del governo Conte sia impossibile e che l’unica strada per fermare il processo di logoramento dei partiti di maggioranza sia quella di chiudere l’esperienza dell’esecutivo giallorosso e di andare ad elezioni anticipate dirette alla cosiddetta riduzione del danno.

Ma questo schema ha un limite. Che è rappresentato paradossalmente dalla totale incapacità dei partiti governativi di elaborare un qualsiasi schema di comportamento. Si procede a tentoni, alla giornata. Una volta assicurando il massimo sostegno a Conte e ribadendo la ferma volontà di arrivare fino al termine della legislatura per non regalare la Presidenza della Repubblica alle “forze della reazione in agguato”. E la volta seguente, che è sempre immediata, esibendo con il massimo clamore i propri fattori identitari volti a marcare le differenze ed accentuare la concorrenzialità all’interno della coalizione.

Tanta schizofrenia non produce una accelerazione verso un qualsiasi chiarimento politico ma, al contrario, solo paralisi ed immobilismo. Con il governo che va avanti ma senza risolvere nulla ed ingarbugliando al massimo tutti gli scottanti dossier sul tappeto. Dall’ex Ilva all’Alitalia, dal Mose a tutte le infrastrutture che non partono, dalla ricostruzione delle zone terremotate bloccata a tutto il resto delle infinite questioni aperte a cui non viene data alcuna risposta.

Ipotizzare che possano essere i partiti di governo a rompere l’immobilismo è pura illusione. Ma in assenza di un qualsiasi segno di vitalità della maggioranza spetterebbe ad una autorità superiore il compito di suonare un campanello d’allarme.

E questa autorità è solo il Presidente della Repubblica. Che aspetta il Capo dello Stato Sergio Mattarella ad inviare un messaggio alle Camere per invocare una qualche forma di risveglio e di assunzione di responsabilità?

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Redazione19 Novembre 2019

Si fa sempre più concreto il rischio che la vicenda dell’ex Ilva diventi un caso di schizofrenia italiana destinato ad avere una rilevanza mondiale. La scelta del governo, su intimazione del Movimento Cinque Stelle, di delegare alla magistratura la soluzione della questione incomincia a produrre i primi effetti nefasti. Le Procure di Milano e di Taranto, che con le loro azioni giudiziarie puntano a costringere l’Arcelor Mittal a rinunciare al recesso del contratto di acquisizione dell’acciaieria, stanno creando le condizioni per far esplodere una delle più gravi contraddizioni del sistema giudiziario italiano, quella della cosiddetta giustizia arlecchino segnata dai comportamenti conflittuali dei magistrati delle più diverse Procure.

Se le inchieste aperte a Milano ed a Taranto, dirette ad accertare le responsabilità civili e penali di chi attenta alla produttività ed agli interessi nazionali bloccando l’impianto tarantino, andranno avanti, dovranno necessariamente prendere atto dell’esistenza di una disposizione della Procura di Taranto che impone alla ArcelorMittal di procedere entro il 13 dicembre o al risanamento ambientale o alla chiusura dell’altoforno 2. Questa disposizione, visto che l’azienda considera impossibile risanare gli impianti entro la data stabilita dalla Procura, comporta la chiusura anche degli altri due altoforni e la paralisi definitiva dell’acciaieria.

Esiste dunque la possibilità concreta che i magistrati milanesi e tarantini entrino in aperto conflitto con i colleghi di Taranto che, sulla base di lunghe inchieste precedenti sugli effetti devastanti dell’inquinamento ambientale sui lavoratori e sui residenti della città pugliese, stanno costringendo l’ArcelorMittal a staccare la spina. E c’è di più. Se alcune Procure minacciano la galera nel caso l’acciaieria venga chiusa ed un’altra Procura minaccia il carcere se la stessa acciaieria rimanga aperta, quale potrà mai essere il comportamento di chi fa impresa in Italia o pensa di poter far impresa in un paese come il nostro dove la politica demanda la politica industriale alla magistratura e quest’ultima indaga se stessa cancellando ogni possibilità di iniziativa industriale?

È arrivato il momento di dire “basta” a tanta follia!

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Redazione15 Novembre 2019

Mittal chiude gli altiforni dell’ex Ilva entro gennaio e il governo prepara le carte per quella che il Premier Giuseppe Conte ha definito “la battaglia legale del secolo”. Le due diverse vicende ricompattano il Movimento Cinque Stelle che raggiunge il traguardo della chiusura dell’acciaieria considerato come un obbiettivo identitario della propria azione politica e vede spostare l’intera questione dal livello politico a quello giudiziario, cioè all’altro e principale obbiettivo identitario della propria battaglia rappresentato dalla sostituzione dell’equilibrio dei poteri del tradizionale stato di diritto con il trionfo della supremazia della potere giudiziario sugli altri due.

I cinque stelle ricompattati dietro Luigi Di Maio non si curano del fatto che mentre il governo prepara le carte per la battaglia giudiziaria del secolo destinata ad esaltare il ruolo della magistratura, i diecimila lavoratori tarantini e gli oltre ventimila dell’indotto pugliese e nazionale rischiano la perdita del posto di lavoro. Per loro la questione è di facile soluzione. Se ne occuperà lo stato, con una nazionalizzazione piena o parziale e con l’applicazione a pioggia della cassa integrazione per tutto il tempo (cioè per anni ed anni) necessario per lo svolgimento della battaglia giudiziaria. Il costo di una operazione del genere non turba il gruppo dirigente grillino. Male che vada, lasciano intendere, c’è sempre la Cassa Depositi e Prestiti che può intervenire per tappare l’ennesima falla che si apre sulle casse dello stato. Come se la Cassa fosse una Ong caritatevole privata e non un organismo interno dello stato stesso.

Quella dei grillini può apparire come una posizione folle. In realtà è solo la dimostrazione che per loro l’ideologia della decrescita che porta al pauperismo egualitario a spese di uno stato totalmente assistenzialista (in quanto tale anche totalitario) deve avere sempre e comunque la priorità assoluta sui problemi reali. Di folle, semmai, c’è la passività con cui gli alleati del Movimento Cinque Stelle accettano una azione di governo subordinata alla priorità dell’ideologia grillina sulla realtà del paese. Presto o tardi quest’ultimo chiederà il conto di tanta passività. E sarà particolarmente alto e salato!

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Redazione14 Novembre 2019

Per onestà intellettuale bisogna ammettere che se Giuseppe Conte non fosse andato a Venezia sarebbe stato criticato. Ma ora che il Presidente del Consiglio ha compiuto la sua passerella a piazza San Marco, è necessario rilevare che la sua visita è servita solamente a creare intralcio e perdita di tempo alle autorità locali impegnate a fronteggiare l’emergenza del maltempo. Sul piano della visibilità, poi, la passeggiata di Conte tra le calli con una conferenza stampa finale segnata da una frettolosità giustificata dall’esistenza di impegni per verifiche di non precisata natura, non è servita ad aumentare la popolarità del Premier. Semmai ad instillare nell’opinione pubblica la sensazione che il Presidente del Consiglio o confonda il proprio ruolo con quello di una pop-star nella convinzione che il pubblico non abbia alcuna capacità di distinguere l’uno dall’altro o che voglia usare l’esposizione mediatica per nascondere le difficoltà che incontra nell’affrontare i problemi reali del paese.

Tutto sommato, quindi, Conte avrebbe fatto meglio se fosse rimasto a Palazzo Chigi. Per definire al meglio gli interventi straordinari che lo stato deve attuare per dare una risposta efficace alla emergenza veneziana. E per dimostrare con i fatti di essere in grado di guidare con autorevolezza e competenza il governo nella vicenda, altrettanto emergenziale, dell’ex Ilva senza subire passivamente le pressioni, i ricatti e le contraddizioni delle componenti della coalizione governativa in lite fra loro.

Certo, esibirsi nella passerella a Venezia è molto più facile che dipanare la matassa intricata di Taranto. Ma anche se con il video a piazza San Marco si va sui siti e sulle tv di tutto il mondo, il futuro della vocazione manifatturiera del paese si gioca dentro e fuori l’acciaieria pugliese. Ed un Presidente del Consiglio consapevole del proprio ruolo deve obbligatoriamente evitare di imitare le star dello spettacolo ed occuparsi delle questioni concrete. Nella consapevolezza che Venezia si salva solo se si rilancia la crescita complessiva del paese. Perché con la decrescita infelice le città d’arte italiane sono destinate a sgretolarsi per mancata cura e manutenzione.

Per Conte, dunque, meno passerelle e più fatti concreti. Altrimenti è meglio che si dia alla televisione ed al cinema!

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Redazione13 Novembre 2019

Insieme con l’acqua alta a Venezia cresce nella maggioranza di governo l’idea di andare al voto anticipato subito dopo la manovra per ridurre i danni prodotti da uno sfaldamento dell’esecutivo che ha assunto un andamento incredibilmente veloce.

A coltivare l’idea del voto anticipato c’è una parte consistente del Pd che teme di non reggere a lungo la concorrenza di Italia Viva e crede che andare avanti continuando a far assumere al partito il ruolo di principale puntello del governo Conte possa avere un prezzo insostenibile da pagare al momento della verifica elettorale. Nicola Zingaretti, che già in agosto non aveva nascosto la sua propensione ad andare al voto invece che allearsi con i cinque stelle, si va sempre più convincendo che per bloccare il logoramento in atto per il Pd e liquidare una volta per tutte il concorrente Matteo Renzi non ci sia altra strada che si debba votare al più presto. Ed una parte crescente del partito sembra essere d’accordo che sia meglio perdere andando ad elezioni rapidamente piuttosto che straperdere rinviando di un altro anno le esequie di un governo di fatto già fallito.

Fino a ieri l’idea delle elezioni anticipate non aveva grandi sostenitori nel resto della maggioranza. Tutti temevano che il voto avrebbe duramente penalizzato i partiti della coalizione ed avevano trasformato questo terrore nel mastice destinato a tenere in piedi il Conte-bis. La vicenda dell’ex Ilva, però, dimostrando che non basta il mastice del timore per tenere in piedi un esecutivo composto da partiti in totale disaccordo tra di loro, ha incominciato a creare un clima diverso. La convinzione che si va determinando è quella della esigenza della cosiddetta riduzione del danno attraverso l’interruzione della fallimentare esperienza del governo giallorosso . A spingere in questa direzione non c’è solo la convinzione dell’ala più radicale del Movimento che andando alle elezioni sbandierando le proprie istanze identitarie sia possibile bloccare un declino altrimenti inarrestabile. Ma anche un calcolo niente affatto peregrino sulla circostanza che votando nei primi mesi del prossimo anno non ci sarebbe tempo di cambiare i collegi adeguandoli alla riduzione dei parlamentari e di varare una nuova legge elettorale. Si voterebbe, dunque, per dare vita ad Assemblee legislative composte dall’attuale numero di deputati e senatori. E la circostanza diventerebbe lo strumento principale per ridurre il danno a carico del M5S derivante dal voto anticipato.

La faccenda è sicuramente paradossale. Ma per i grillini è meglio un paradosso che un fallimento completo!

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Redazione12 Novembre 2019

Il Movimento Cinque Stelle è un partito che alle ultime elezioni ha conquistato il trentadue per cento dei consensi e che rappresenta la forza di maggioranza relativa del paese. Se oggi si dilania sull’alternativa se presentarsi o meno alle elezioni regionali in Emilia Romagna vuol dire che è in preda non solo a decrescita infelice ma ad una caduta verticale che non ha precedenti nel nostro paese.

Chi ha paragonato il movimento grillino a quello qualunquista di Guglielmo Giannini ha rilevato come la crisi dei qualunquisti sia giunta all’apice in occasione del loro avvicinamento al Pci così come quella del M5S sia esplosa al momento della collaborazione di governo dei seguaci di Grillo con il Partito Democratico. Ma nella parabola del movimento di Guglielmo Giannini non c’è mai stata la presenza al governo. Ed il suo declino non è mai dipeso dalla delusione provocata sul proprio elettorato per una qualche responsabilità nella gestione del paese.

La caduta grillina, invece, dipende direttamente dalle esperienze di governo non solo nazionale ma anche locale del movimento. Giunti nelle stanze del potere locale (Roma, Torino, Livorno e varie) ed in quelle dell’esecutivo nazionale sulla spinta di un consenso prorompente, i dirigenti del movimento non sono stati in grado di essere all’altezza delle aspettative che avevano suscitato. A Roma non si è verificato il fallimento di Virginia Raggi ma dell’intero gruppo dirigente grillino locale e nazionale, risultato totalmente incapace di assicurare alla sindaca il supporto indispensabile di competenze e capacità per affrontare i problemi complessi di una grande metropoli. Lo stesso è avvenuto a Torino, a Livorno e, soprattutto, al governo del paese dove l’unica forma di capacità espressa dal gruppo dirigente nazionale è stata quella di nascondere le proprie carenze e contraddizioni dietro una cortina di comunicazioni tanto roboanti (“abbiamo vinto la povertà”) quanto ridicole.

La caduta verticale del M5S, dunque, è dipesa dalla sua incapacità di governo. Che lo porta oggi ad interrogarsi se presentarsi o meno alle regionali. Ma che dovrebbe far interrogare i suoi alleati del momento (quelli dell’anno passato si sono sganciati in tempo) se non sia il caso di sciogliersi dall’abbraccio con il cadavere!

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Redazione11 Novembre 2019

C’è la banalità del male, che va condannata sempre e comunque senza dubbi e riserve di sorta. Ma c’è anche l’imbecillità del bene, che va denunciato senza debolezze e ritrosie di sorta perché è proprio questa forma di imbecillità compiuta in nome del bene che rievoca, diffonde ed alimenta la criminale banalità del male.

Nella banalità e nella criminalità del male rientrano li minacce e gli insulti che i vigliacchi della rete inviano a Liliana Segre. Ma nella imbecillità del bene rientra anche l’assurdo tentativo della sinistra di sostenere che i vigliacchi sono rappresentativi non delle proprie personali paranoie ma dell’intero centro destra italiano bollato, conseguentemente, come razzista ed antisemita in blocco.

Quanti sono gli odiatori antisemiti e razzisti che si nascondono dietro la rete per compiere le loro aggressioni verbali? E quanti sono gli esponenti ed i militanti delle frange di estrema destra che si fanno portatori dell’antisemitismo e del razzismo?

La risposta è che gli odiatori saranno qualche centinaio ed i militanti e gli esponenti dichiaratamente neonazisti poche migliaia. Stabilire che questo pugno di persone esprime i sentimenti profondi di più della metà degli italiani costituisce non solo una offesa alla ragione ed al più elementare buon senso ma un riconoscimento di fatto di valore politico e sociale per una minoranza infima priva di qualsiasi consistenza e ruolo nella società nazionale.

I singoli odiatori sono dei frustrati alla ricerca disperata di una credibilità personale inesistente. Le frange estremiste non hanno altra preoccupazione di conquistare una visibilità che altrimenti non avrebbero mai. L’attenzione ossessiva che viene rivolta nei loro confronti in nome della lotta al male soddisfa le smanie di protagonismo dei paranoici individuali ed assicura il massimo di notorietà per i gruppuscoli politici condannati normalmente alla marginalità ed alla semiclandestinità.

Ma a produrre risultati del genere è solo l’imbecillità del male o il riflesso pavloviano dello schema sempre usato dalla sinistra di costruire artificiosamente un nemico da demonizzare per poter continuare a giustificare la propria esistenza?

Entrambe le ipotesi sono fondate. L’imbecillità va a braccetto con la strumentalizzazione!

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Redazione8 Novembre 2019

Lo scenario possibile dell’evoluzione politica del caso ex Ilva è quello verificatosi con la Tav. In Parlamento il Movimento Cinque Stelle vota contro il decreto che reintroduce lo scudo penale per i dirigenti ed i quadri della acciaieria di Taranto e di tutte le aziende in cui si deve realizzare un piano di risanamento ambientale. E per impedire la decadenza del decreto che porterebbe alla chiusura dell’azienda ed al disastro sociale per il Mezzogiorno d’Italia, il centro destra riempie il vuoto lasciato dai grillini e provoca, di fatto, il cambio della maggioranza politica su cui regge il Conte bis.

Se questo evento si dovesse verificare è facile prevedere che il Presidente del Consiglio reagirebbe come già fatto in occasione della conclusione parlamentare della vicenda Tav. Cioè negando il valore politico del voto e separando la sorte del governo da quella della sua maggioranza. Ma è altrettanto facile prevedere che le possibili argomentazioni del Premier, pur andando incontro alla paura della stragrande maggioranza dei parlamentari di finire in una crisi destinata a sfociare in un voto anticipato di tre anni sulla scadenza naturale, non sarebbero in grado di nascondere il senso politico più evidente della questione. Non solo il cambio di maggioranza sull’ex Ilva ma soprattutto la considerazione, quella che Matteo Salvini ha dato alla sua decisione di aprire la crisi in agosto, che con il Movimento Cinque Stelle è impossibile governare il paese.

Nel primo anno dell’attuale legislatura a sbattere il muso contro questa verità è stata la Lega. Ora l’amaro destinato tocca alla sinistra nelle sue diverse articolazioni. Al Pd, a Leu e a quella Italia Viva che dopo aver dato il via con il voltafaccia di Matteo Renzi sul M5S, alla realizzazione del secondo esperimento di presenza grillina nel governo, sembra essersi già reso conto che per il paese era meglio avere un aumento articolato dell’Iva piuttosto che un esecutivo condizionato dagli sfasciacarrozze.

La morale, dunque, è che governare con il Movimento guidato da Luigi Di Maio è dannoso per le forze politiche che lo consentono ed è devastante per la società nazionale che subisce le conseguenze di tanta iattura. All’interno del Pd ci sono ancora molte resistenze a prendere atto della verità emergente dai primi due anni della legislatura. Ma, per fortuna, la consapevolezza che il posto più naturale del M5S è quello di stare all’opposizione a coltivare le follie della decrescita felice, incomincia a diffondersi con forza tra gli stessi grillini. E questa circostanza potrebbe portare al paradosso di essere salvati dagli sfasciacarrozze. Con l’apertura della crisi e le elezioni anticipate a febbraio!