L’Opinione delle Libertà


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Redazione5 Febbraio 2019

Nel contratto di governo è previsto tutto. Anche una camera di compensazione delle interpretazioni divergenti tra Lega e Movimento 5 Stelle dello stesso contratto. Ma anche i contratti civilistici più articolati ed esaustivi non possono prevedere e normare l’imponderabile. Che non è la tensione tra i due stipulanti che diventano concorrenti durante le campagne elettorali regionali ed europee e riproducono in quelle fasi politiche il naturale bipolarismo conflittuale che il contratto cerca di trasformare in una sorta di compromesso storico rivisitato ed adattato ai tempi.

L’imponderabile è il danno che la naturale conflittualità, divenuta compressa per la suprema esigenza dei belligeranti di rimanere sempre e comunque al governo, provoca alla società italiana. Il caso della Tav è emblematico. Si può dare per certo che dopo il 10 febbraio, data in cui si voterà in Abruzzo per il rinnovo del presidente della Regione, lo scontro tra Matteo Salvini ed i vari Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Danilo Toninelli e compagnia tornerà a livelli molto bassi. Passata l’emergenza elettorale i tre cavalieri dell’apocalisse grillina rinunceranno alle loro “supercazzole”, ai loro “rompicoglioni” ed ai loro “buchi” inutili per evitare di intrecciare la vicenda della Tav con quella del voto sull’autorizzazione a procedere contro Salvini ed evitare di provocare la crisi di governo. Ma il ritorno alla normalità del contratto ed alla sua tranquilla camera di compensazione non ripagherà il Paese del danno provocato dalla forzatura ideologica su una infrastruttura che ha già impegnato grandi risorse e che, in caso di rinuncia, provocherà ulteriori e pesanti spese a carico dello Stato, cioè di tutti i cittadini.

Lega e Cinque Stelle troveranno comunque un accordo per evitare di mandare all’aria l’Esecutivo giallo-verde. Ma la frittata, sotto forma di fermo dei lavori per mesi e mesi e di conseguenze per un qualsiasi accordo al ribasso sulla realizzazione dell’opera, ricadranno sulle tasche degli italiani. I quali, è vero, potranno aspettare il momento delle elezioni politiche per far pagare il dovuto ai responsabili del danno. Ma che avrebbero tutto il diritto di pretendere fin da subito di chiedere conto agli irresponsabili di pagare materialmente il costo delle loro sciocchezze. Qualcuno ha evocato il danno erariale e la necessità di investire la Corte dei Conti della questione. Ma perché non procedere più speditamente con una denuncia sottoscritta in massa da chi si sente danneggiato? Che aspettano le forze dell’opposizione ad usare le armi della legalità contro la falsa onestà che fa danni?

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Redazione4 Febbraio 2019

Maduro ha ringraziato tutti coloro che, nei diversi paesi del pianeta, si sono schierati dalla sua parte e non hanno appoggiato lo sfidante Guaidò. La sua gratitudine è andata a chi, a New York, Parigi, Londra, ha manifestato in suo favore. Ma, soprattutto, si è rivolta verso i governi di quei paesi che hanno scelto di non interferire nelle vicende interne del Venezuela preferendo ignorare che la crisi economica, politica e sociale della nazione sudamericana non produce effetti devastanti solo a Caracas ma in tutto il continente americano ed anche in quello europeo. Ma chi sono questi governi, oltre naturalmente a quello castrista di Cuba, che tra Maduro, caudillo erede di Chavez, ed il democratico Guaidò, hanno scelto di lavarsi le mani della questione sostenendo di fatto il primo ed abbandonando al proprio destino il secondo? La risposta è semplice. In Europa a schierarsi  con Maduro sono stati il governo italiano e quello dello stato del Vaticano. Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e Papa Francesco si sono comportati come Ponzio Pilato assicurando a Maduro un sostegno indiretto che consente al dittatore di resistere all’offensiva dell’oppositore democratico sbandierando ai cattolici venezuelani ed alla importante comunità italo-venezuelana la benedizione del Papa e dell’Italia.

La scelta di Bergoglio non stupisce. Reduce da un viaggio in Centro America in cui ha ribadito la propria ostilità di stampo peronista all’imperialismo capitalista degli Usa , il Papa argentino non avrebbe mai potuto smentire se stesso ponendosi dalla parte di chi, come Guaidò, è sostenuto da Trump e dalla stragrande maggioranza dei paesi occidentali. Ma se il Vaticano ha una giustificazione ideologica per la sua oggettiva difesa del dittatore Maduro qual’é la giustificazione di Giuseppe Conte e del governo italiano? Forse la scoperta che sotto il contratto di governo stipulato da due partiti dichiaratamente post-ideologici si nasconde un residuo di ideologia antidemocratica, terzomondista e chavista di qualche post-comunista filo-castrista trasmigrato nel Movimento Cinque Stelle?

In parte è sicuramente così. Tra i grillini sono confluiti molti eredi di ideologie rottamate dalla storia. Ma c’è una ragione decisamente più forte che spiega l’atteggiamento del governo italiano. Quello presieduto da Conte è l’esecutivo più clericale del secondo dopoguerra. Purtroppo per la società italiana che si ritrova con un Papa peronista e con il governo che lo scimmiotta!

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Redazione1 Febbraio 2019

Serve una legge. Che uniformi il comportamento delle procure rispetto alle navi delle ong. Perché i trafficanti di uomini e donne che fuggono dall’Africa hanno già mangiato la foglia da tempo. Se le navi delle ong arrivano a Siracusa possono contare sul sostegno dei magistrati della locale procura. Se invece il battello ha la ventura di arrivare nel porto di Catania, il rischio di un’azione giudiziaria ai danni della nave e del suo equipaggio diventa molto alto. Il caso della Sea-Watch 3 è fin troppo illuminante. Il Viminale ha chiesto che la nave si sposti da Siracusa a Catania, perché spera che il procuratore Zuccaro la ponga sotto sequestro. Ma il comandante dell’imbarcazione si sforza di trovare ogni genere di pretesto per non muoversi da Siracusa, dove ha trovato magistrati favorevoli all’accoglienza e contrari a qualsiasi provvedimento giudiziario ai danni dei migranti e di chi li porta in Italia.

Serve, dunque, una legge che uniformi il comportamento delle procure nei confronti delle navi delle ong. In modo da impedire che l’anarchia giudiziaria, ormai radicata nella penisola, possa essere sfruttata da chi vorrebbe trasformare il nostro Paese nel campo di concentramento dei profughi africani ed asiatici, capace di impedire che i flussi migratori arrivino nei Paesi del Nord Europa.

Naturalmente una legge sulle ong non basterà a debellare il fenomeno della giustizia-arlecchino, cioè della giustizia che si amministra a seconda del colore culturale, ideologico e politico dei singoli procuratori o pubblici ministeri. Ci vorrebbe una riforma complessiva della giustizia che renda uniforme, in ogni angolo della penisola, l’applicazione delle leggi, limitando la discrezionalità delle toghe allo stretto indispensabile. Ma partire dalla legge sulle ong, per cercare, almeno, di impedire le sicure furbizie di chi si nasconde dietro lo spirito umanitario, allo scopo di trasformare l’Italia nello Stato-cuscinetto destinato a preservare i Paesi nordici dal problema dell’immigrazione incontrollata, sarebbe sicuramente un buon inizio.

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Redazione31 Gennaio 2019

Non avrebbe alcun senso rimanere in Afghanistan dopo il ritiro delle truppe americane. Per cui l’annuncio della ministra della Difesa, Elisabetta Trenta, dell’avvio delle procedure tecniche per il rientro in patria della missione italiana a Kabul è sbagliato nella forma ma corretto nella sostanza. Non ci sarebbe voluto un grande sforzo nel comunicare la decisione, nel corso di una qualsiasi riunione del Consiglio dei ministri, anche al ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi. In questo modo, oltre la sostanza, sarebbe stata rispettata anche la forma. Ed il Governo avrebbe evitato di fornire una ennesima dimostrazione di scollamento tra protagonismi e personalismi motivati dalla semplice ricerca di visibilità.

Ma la vicenda del ritiro dall’Afghanistan non si risolve con una considerazione sull’assenza di bon ton tra i ministri o con qualche tirata anti-americana sulle guerre sbagliate degli Stati Uniti. Nel dibattito parlamentare che dovrà necessariamente chiudere formalmente la fine della missione militare sarà indispensabile affrontare un tema appena sfiorato dalla ministra Trenta nell’annuncio del rientro dei soldati. Quello che riguarda l’interesse nazionale per una presenza militare nel Mediterraneo ed in Africa piuttosto che in qualche Paese lontano dall’area geopolitica nazionale.

Si può essere d’accordo o in disaccordo sulle parole della ministra della Difesa. Ma bisogna essere soprattutto consapevoli che quelle parole contengono una radicale revisione della linea sulle cosiddette missioni umanitarie seguita per decenni dai più disparati governi italiani. Fino ad ora sono stati gli impegni con gli organismi internazionali (dalla Nato all’Onu) a determinare l’impiego delle Forze Armate all’estero. D’ora in poi, seguendo una linea neo-isolazionista, si sceglie l’interesse nazionale a quello, spesso ipocrita, dell’umanitarismo internazionale.

Il Parlamento, poi, non si deve limitare a registrare questo cambio di strategia. Deve anche chiarire quali possono essere i confini dell’interesse nazionale stabilendo se al loro interno rientra l’impiego sul terreno delle Forze Armate. Cioè se nell’area geopolitica italiana è consentito l’uso delle armi in difesa dell’interesse nazionale.

In Nigeria, ad esempio, si andrebbe come corpo di polizia di frontiera o come missione militare? Ed in Libia, dove a detta del presidente Emmanuel Macron le truppe francesi sono già impegnate “sul terreno” in appoggio al generale Khalīfa Belqāsim Ḥaftar contro i terroristi, i nostri soldati si dovrebbero limitare ad addestrare le truppe scarse del governo di Tripoli o imitare quelle francesi, magari controllando i porti da dove partono gli scafisti, anche a rischio di sollevare l’accusa di interventismo neo-colonialista?

C’è da augurarsi che la ministra Trenta vada in Parlamento e risponda a questi interrogativi. Magari dopo averne parlato in Consiglio dei ministri!

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Redazione30 Gennaio 2019

Il Governo appare unito e compatto sulla linea delle massima fermezza contro le provocazioni delle navi Ong. Luigi Di Maio e Danilo Toninelli fanno a gara nel ribadire che nella vicenda passata della “Diciotti” ed in quella presente della “Sea Watch” la posizione di Matteo Salvini non è stata e non è personale ma ha rispecchiato e rispecchia quella dell’intero governo. Come a dire che se si vuole chiamare in giudizio il ministro dell’Interno contestandogli il sequestro di persone per i migranti della “Diciotti” si debbono chiamare in giudizio tutti i componenti dell’Esecutivo, Presidente del Consiglio Giuseppe Conte in testa, per lo stesso reato contestato al responsabile del Viminale.

Questa compattezza svuota di ogni significato l’ipotesi di una crisi di governo sulla linea dura per l’immigrazione. E spiega il silenzio del Presidente della Camera dei deputati, Roberto Fico, che deve essere stato prontamente informato come l’esigenza di non aprire una crisi al buio sia mille volte più importante di qualsiasi ispirazione umanitaria.

Tanta unità, però, mal si concilia con l’annuncio dei giorni scorsi di Luigi Di Maio sulla decisione del Movimento 5 Stelle di votare a favore dell’autorizzazione a procedere contro Salvini in Senato e della scelta dello stesso ministro dell’Interno non solo di non annunciare la propria disponibilità a salire alla sbarra ma anche di chiedere all’Assemblea di Palazzo Madama di respingere la richiesta del Tribunale dei Ministri di Catania.

È fin troppo evidente la contraddizione tra il Governo che rivendica la propria compattezza sulla linea della fermezza ed il movimento grillino che annuncia di votare contro Salvini e contro se stesso. Ma non stupisce affatto. Perché l’evidente schizofrenia dei comportamenti tra il governo, i suoi principali esponenti e le sue componenti politiche sembra essere diventata la cifra caratterizzante dell’attuale quadro politico. Ognuno va per la sua strada alla ricerca, ossessiva e quotidiana, di visibilità personale. Nella certezza che tanto tutto si tiene grazie all’assenza di una alternativa possibile al patto giallo-verde. Per cui, come capita che la ministra della Difesa annunci il ritiro del contingente italiano dall’Afghanistan senza avvisare il ministro degli Esteri, può tranquillamente avvenire che i grillini votino per l’autorizzazione a procedere contro Salvini dopo aver fatto quadrato attorno alla linea del responsabile del Viminale.

Doveva essere il “Governo del cambiamento”. Pare la fiera delle vanità degli squilibrati!

 

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Redazione29 Gennaio 2019

È una logica decisamente semplicistica quella che ha spinto Luigi Di Maio ad annunciare ufficialmente che i parlamentari del Movimento Cinque Stelle voteranno a favore della richiesta del rinvio a giudizio di Matteo Salvini per la vicenda della nave “Diciotti”.

I grillini, ha spiegato il capo politico del Movimento, non possono tradire la loro ispirazione originaria favorevole alla trasformazione automatica di ogni avviso di garanzia in una verifica processuale. “Tanto – ha aggiunto a sua volta il leader grillino extraparlamentare Alessandro Di Battista spiegando che il processo a Salvini non mette in discussione l’alleanza di governo con la Lega – poi lo assolvono”.

Come dire che il Movimento Cinque Stelle è convinto che l’iniziativa del Tribunale dei Ministri di Catania è totalmente infondata e porterà inevitabilmente alla assoluzione di Salvini. Ma per rispettare fino in fondo la propria identità giustizialista in Parlamento voterà a favore del rinvio a giudizio del leader leghista. Non si capisce bene come questa decisione del M5S si concili con la richiesta di Salvini di vedere respinta dal Senato l’autorizzazione a procedere. Ma tant’è!

Sulla carta la soluzione grillina al conflitto tra politica e magistratura riproposto dalla vicenda “Diciotti” sembra essere l’uovo di Colombo. Sì al processo al vicepresidente del Consiglio perché la previsione che la sua assoluzione sarà scontata eviterà qualsiasi pericolo di crisi di governo. In questo modo la natura giustizialista grillina viene salvaguardata e la crisi di governo evitata.

Purtroppo, però, la semplicità dello schema nasconde alcuni problemi. Il primo è che l’assoluzione di Salvini non è affatto scontata. Non perché le argomentazioni dei magistrati catanesi siano chiaramente infondate. Ma perché la giustizia italiana è una ruota della fortuna impazzita, che può riservare qualsiasi sorpresa. Anche una condanna tesa a far saltare un governo!

Il secondo dei problemi, poi, è quello più serio e grave. Se, come vogliono i grillini, si fissa il principio che il giudizio della magistratura è comunque prevalente sulle scelte della politica, si crea una situazione in cui qualsiasi iniziativa del governo rischia di essere sottoposta alla verifica dei giudici. Anche quella del blocco della Tav e delle altre grandi opere, compresa quella ricostruzione delle zone terremotate del centro Italia mai avviata né dai governi del centrosinistra, né da quello giallo-verde. Chi paga il danno erariale provocato da scelte politiche irresponsabili come quelle che bloccano i lavori e non ricostruiscono il Paese? E se un qualsiasi Tribunale dei Ministri chiedesse il processo del Presidente del Consiglio e dei vertici dei Cinque Stelle, Luigi Di Maio, Danilo Toninelli in testa, per i danni provocati alle casse dello Stato ed al Paese?

 

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Redazione28 Gennaio 2019

Matteo Salvini lo ha detto con estrema chiarezza. Non ci sarà crisi di governo neppure se i parlamentari del Movimento Cinque Stelle dovessero votare a favore del suo processo per la vicenda della nave “Diciotti”. È dunque avvisato chi spera che il rinvio a giudizio del Vice Presidente del Consiglio chiesto dai magistrati del Tribunale dei Ministri di Catania possa mandare all’aria l’esecutivo giallo-verde. Di crisi, almeno prima delle elezioni europee, non se ne parla. Per la semplice ragione che Lega e Movimento Cinque Stelle sono perfettamente d’accordo non solo nel proseguire nella gestione del potere ma anche nel cercare di occupare tutti gli spazi politici possibili attuando il ruolo di partiti di governo che svolgono al tempo stesso anche quello dei partiti d’opposizione. Sulla questione dell’immigrazione, ad esempio, il compito di fare l’opposizione al governo viene svolto dall’ala ortodossa del movimento grillino, con Fico, Di Battista, Grillo, che attacca la Lega con l’obbiettivo evidente di strappare i voti alla sinistra in declino e catturare quelli dell’elettorato cattolico allineato sulle posizioni peroniste di Papa Bergoglio. Viceversa, sul tema della Tav, Tap ed infrastrutture varie, il compito di vestire i panni dell’opposizione viene coperto dalla Lega che contesta il “fronte del no” grillino puntando a svuotare gli elettorati degli alleati nelle regioni Forza Italia e Fratelli d’Italia.
Il gioco non è privo di rischi. Perché le diversità tra leghisti e pentastellati sono talmente tante e profonde che la continua divisione e confusione dei ruoli può facilmente provocare la scintilla destinata a far saltare la “santabarbara” del governo. Ma può anche durare a lungo. Non solo fino alle europee, anche dopo. Ed in questo caso per le forze che stanno fuori del recinto governativo la partita diventa sempre più difficile e la prospettiva di venire progressivamente fagocitate dalla Lega da un lato e dal Movimento Cinque Stelle dall’altro si fa sempre più concreta.
Chi spera che il gioco si rompa da solo s’illude. Ma per romperlo dall’esterno ci vuole grande fantasia. E questa, al momento, sembra mancare totalmente!

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Redazione25 Gennaio 2019

È difficile trovare una qualche differenza tra “un atto politico” ed un “atto dettato da ragioni politiche”. Sta di fatto che questa differenza, ravvisata dai magistrati del Tribunale dei Ministri di Catania, costringerà il Parlamento a decidere se mandare a processo il ministro dell’Interno Matteo Salvini e, soprattutto, imporrà allo stesso Parlamento di stabilire se la politica del Paese nei confronti dell’immigrazione viene decisa dalle Assemblee dei rappresentanti eletti dal popolo o dalla magistratura.

Non è facile capire se i tre componenti del Tribunale dei Ministri di Catania si siano resi perfettamente conto della portata della loro richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti del leader della Lega. Ma è fin troppo evidente che la scoperta di una differenza tra “atto politico” ed “atto dettato da ragioni politiche” non solo riapre lo scontro ventennale tra politica e magistratura dimostrando come il problema non era costituito da Silvio Berlusconi e, prima ancora, da Giulio Andreotti o da Bettino Craxi e dall’intera classe politica della Prima Repubblica ad eccezione dei comunisti e dei democristiani di sinistra, ma pone una questione di effettiva agibilità democratica in un Paese in cui alcuni singoli magistrati possono ribaltare gli indirizzi della politica nazionale richiesti dal voto della maggioranza dei cittadini.

Nessuno dubita che il Parlamento respingerà la richiesta dei magistrati catanesi. Se avvenisse il contrario, il Governo giallo-verde si sbriciolerebbe in un istante. Ma il voto parlamentare non riuscirà in alcun modo a cancellare la convinzione, che grava ormai da alcuni decenni sul nostro Paese, secondo cui il modo più proficuo di combattere un avversario politico è quello della via giudiziaria ammantata di legalità formale ma destinata a stravolgere le regole della democrazia e dello stato di diritto.

In questa luce appare inutile cercare di capire quale possa essere la differenza tra “atto politico” ed “atto dettato da ragioni politiche”. Per la semplice ragione che la differenza in questione è stata annullata dagli stessi magistrati dei ministri di Catania. L’“atto politico dettato da ragioni politiche” lo hanno compiuto loro!

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Redazione24 Gennaio 2019

Secondo le Nazioni Unite e le sue organizzazioni che si occupano dei migranti e dei rifugiati, la Libia non costituisce un “porto sicuro”. Perché il Paese è conteso tra due governi ufficiali ed una miriade di milizie al servizio di potenze straniere o, più semplicemente, dei propri interessi banditeschi. Dello stesso avviso sono le Organizzazioni non governative, quelle che hanno le navi e quelle che operano a terra. Sono loro a ripetere che la frase principale dei naufraghi recuperati in mare è “meglio morti che in Libia” ed a sostenere la tesi secondo cui il caos libico che rende insicuri i suoi porti impone all’Italia, Paese europeo più vicino alle coste dell’ex scatolone di sabbia, di tenere aperti i suoi porti sicuri per accogliere senza limiti di sorta chi fugge dall’Africa.

Ma se il problema è solo quello della Libia “Paese insicuro”, perché mai l’Onu e tutte le organizzazioni umanitarie al seguito non intervengono per rendere il Paese nord-africano un posto sicuro? Seguendo il ragionamento schematico dei responsabili delle Nazioni Unite, che vorrebbe imporre all’Italia l’apertura indiscriminata dei propri porti in quanto sicuri, si arriva facilmente a concludere che nel Mediterraneo e nelle sue coste meridionali non si consuma la crisi morale ed umanitaria dell’Italia e neppure quella di una Europa che perde progressivamente la propria unità di fronte ai fenomeni migratori di massa, ma quella politica dell’Onu.

Chi, se non le Nazioni Unite, avrebbero titolo, legittimità ed autorità per intervenire in un Paese in preda all’anarchia e ristabilire le condizioni basilari per la sopravvivenza di chi ci vive? Non sarebbe una novità visto che i caschi blu sono presenti in tante parti del pianeta proprio per garantire le popolazioni che vi abitano dai rischi delle guerre e dell’anarchia. Anzi, sarebbe una azione addirittura scontata visto che, almeno sulla carta, l’Onu è nata proprio per questo. Invece i rappresentanti della più alta organizzazione internazionale si riempiono regolarmente la bocca di ragioni umanitarie ma si guardano bene dal dare seguito a queste ragioni applicando concretamente la ragione fondante delle Nazioni Unite.

Sarà per questa crisi della sovranità internazionale che cresce il sovranismo delle singole nazioni?

 

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Redazione23 Gennaio 2019

La denuncia del neocolonialismo francese avrebbe un senso se facesse parte di una strategia diretta non solo a creare le condizioni più adatte a frenare il flusso di profughi provenienti dai Paesi africani verso l’Italia, ma anche a stabilire rapporti meno squilibrati tra Italia e Francia all’interno dell’Unione europea e sulla questione della Libia.

Invece, l’iniziativa contro la “sorella latina” non rientra in alcuna strategia complessa elaborata per difendere e garantire gli interessi nazionali. È solo una trovata elettorale. Serve a dotare il Movimento Cinque Stelle, in difficoltà nei confronti del proprio elettorato per una difficile gestione del governo che delude l’ala più radicale del partito, di un argomento di facile presa popolare in grado di bilanciare la tematica contro la facile accoglienza che ha fatto e continua a fare la fortuna della Lega di Matteo Salvini.

Cavalcare l’antipatia di gran parte degli italiani verso la “sorella “ d’Oltralpe così carica di complessi di superiorità nei confronti della consanguinea meridionale, è fin troppo facile. È dai tempi della disfida di Barletta che nel sentire comune della società italiana scorre un fiume carsico di antipatia per l’arroganza con cui i governi francesi trattano quelli nostrani. Ma c’è modo e modo di gestire questa antipatia. E Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista sembrano aver scelto solo quello più immediato e becero. Manca solo che dopo aver accusato di colonialismo Parigi per le vicende del centro-Africa e per la guerra contro Gheddafi i due massimi dirigenti del M5S non lancino una campagna per il recupero di Briga e Tenda e per la Corsica italiana.

Insomma, si può gestire il rapporto con la Francia imitando Cavour e lo si può fare scopiazzando Mussolini. Di Maio e Di Battista ignorano il primo e mal conoscono il secondo. E non hanno dubbi nel seguire l’esempio di cui hanno una vaga conoscenza piuttosto di quello di cui non sanno assolutamente nulla. Anche perché il loro obiettivo è solo quello di recuperare qualche voto alle prossime elezioni europee. E per questo basta la propaganda di stampo fascista che smuove l’Ettore Fieramosca che si nasconde nella pancia degli italiani.

E dopo? Per Di Maio e Di Battista il dopo si ferma alle elezioni. Anche perché la colpa dei disastri si potrà sempre scaricare sugli altri!