L’Opinione delle Libertà


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Redazione24 Febbraio 2020

Grazie alla diffusione del coronavirus nel nostro paese il governo evita la crisi e rinvia a data da destinarsi quella verifica che avrebbe probabilmente certificato la sua incapacità di andare avanti.

La circostanza viene accolta dai dirigenti dei partiti della maggioranza con un grande sospiro di sollievo. In nome di una emergenza superiore si accantona il problema di un esecutivo indebolito dai contrasti interni e la prospettiva di una consultazione politica anticipata destinata fatalmente a provocare il ritorno della sinistra all’opposizione e l’avvento del centro destra alla guida del paese.

Ma il salvataggio del governo giallorosso operato dal coronavirus non modifica di una virgola la questione della affidabilità o meno della coalizione governativa. Al contrario, anche se formalmente rinvia la sua verifica ad un momento successivo, la rende ancora più urgente e drammatica. Perché il quesito ora non è più se il governo sia in grado di sopravvivere alle proprie contraddizioni ma se sia capace o meno di fronteggiare l’emergenza superiore del diffondersi dell’epidemia nel paese.

L’interrogativo che va posto è dunque se il governo salvato dal coronavirus sia in grado di combattere ed eliminare lo stesso coronavirus.

Chi ringrazia l’epidemia per aver messo la sordina alla debolezza dell’esecutivo sostiene che non è questo il tempo per sollevare interrogativi del genere e suscitare polemiche che possono intaccare l’unità di intenti e di responsabilità indispensabili per essere all’altezza della situazione.

Ma gli appelli all’unità, anche quello lanciato dal Presidente della Repubblica, non riescono ad espellere da una opinione pubblica fino a ieri colpita dalla debolezza del governo la preoccupazione che una coalizione così lacerata e divisa non sia in grado di bloccare il coronavirus. Ci si può fidare di chi prima ha volutamente sottovalutato il pericolo dell’epidemia considerandolo una esasperazione ingiustificata dei neo-razzisti del centro destra e nel momento in cui si accorge che il rischio è reale mette in stato d’assedio le regioni settentrionali del paese?

Chi pensa che l’emergenza del coronavirus sia la salvezza del governo compie un errore clamoroso. Non calcola che finita l’emergenza anche gli errori nel fronteggiare l’insorgere dell’epidemia verranno messi ingigantiti nel conto da far pagare a Giuseppe Conte. A quel punto non ci potranno più essere responsabili di sorta a cui aggrapparsi per non scomparire!

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Redazione21 Febbraio 2020

Non c’è stata alcuna risposta alla domanda su quale tipo di prevenzione sarebbe stata prevista dalle nostre autorità nei confronti dei duemilacinquecento cinesi della Toscana recatisi in Cina per il capodanno del loro paese e rientrati in Italia al termine delle feste. Tanto silenzio non stupisce. La preoccupazione prioritaria del nostro governo è di non creare problemi con quello cinese e di evitare comportamenti che potrebbero essere considerati discriminatori per motivi razziali nei confronti della comunità immigrata in Italia.

Ma si può, per il timore di suscitare l’irritazione di Pechino o di subire dalla cultura politicamente corretta della sinistra l’accusa di neo-razzismo, evitare di affrontare apertamente un problema che non solo è particolarmente grande ma suscita la legittima preoccupazione della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica nazionale?

La dimensione della questione è data dall’ampiezza della comunità cinese in Italia. Che è formata da più di trecentomila persone, residenti in gran parte a Prato e nelle grandi città, Roma e Milano in primo luogo. Si tratta di una comunità ben integrata, particolarmente attiva e molto apprezzata dagli italiani per la sua capacità di adattamento e per la totale assenza di motivi di scontro o di contrasto con il resto della popolazione.

Quanti di questi oltre trecentomila si sono recati in Cina per il Capodanno? Quanti di loro sono tornati e dove? E perché mai se un italiano che torna dalla Cina deve passare un periodo di quarantena in un ospedale specializzato, un cinese che torna sempre dalla Cina deve adattarsi ad una prevenzione “fai da te” ponendosi autonomamente in auto-quarantena all’interno della propria casa ed a stretto contatto con la propria famiglia e con la propria comunità?

Si comprende facilmente come un problema così grande sia di difficile soluzione. Non esistono ospedali specializzati così capienti da poter ospitare migliaia e migliaia di cinesi italiani per la quarantena a cui sono sottoposti gli italiani non cinesi. Ma ignorare ostentatamente il problema non significa risolverlo. Significa aggravarlo per paura di una accusa di discriminazione razzista che, però, produce una discriminazione sanitaria.

Perché censire e monitorare i cinesi di ritorno in Italia dalle feste non li discriminerebbe ma consentirebbe di tutelare la loro salute. Una salute indispensabile per l’intera comunità italiana. A quando qualche segnale in proposito?

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Redazione20 Febbraio 2020

La proposta dell’elezione diretta del Premier può essere interpretata come la proposta al centro destra di sostituire il governo Conte-bis con un esecutivo d’emergenza destinato a realizzare la grande riforma istituzionale e portare il paese alle urne. Ma può essere anche considerata un modo per preannunciare che Italia Viva si batterà contro la modifica in senso proporzionale della legge elettorale e che la rottura su questo terreno con il Pd ed il resto della maggioranza si aggiungerà a quelle già esistenti sulla giustizia, sulle autostrade, sullo sblocco delle opere pubbliche e via di seguito.

Si può discutere su quale sia il significato più profondo e vero dell’iniziativa di Matteo Renzi. Ma non può esistere alcun dubbio sul fatto che essa rappresenti una uscita definitiva di Italia Viva dalla coalizione governativa.

Il Presidente del Consiglio può anche reagire facendo finta di niente ed il Pd lanciando una campagna di demonizzazione del secondo Matteo destinata ad affiancarsi a quella contro il primo. Ma indifferenza forzata e parificazione di Renzi a Salvini sul terreno del linciaggio politico non cambia la realtà costituita dalla rottura del patto di maggioranza.

Al governo nato quadripartito manca ora una gamba. Logica vorrebbe che il Presidente del Consiglio, che ostenta sicurezza di avere in Parlamento i voti necessari per continuare a governare, si presentasse prima al Quirinale comunicando la lacerazione subita dalla coalizione governativa e poi alle Camere per sollecitare una nuova fiducia da parte della restante maggioranza e per scoprire se esista o meno una stampella parlamentare per puntellare il proprio esecutivo ora tripartito.

Contro questa logica si schierano quanti rilevano che se la verifica di Conte finisse in un fallimento non ci sarebbe alcuna possibilità di andare ad elezioni anticipate. Perché si dovrebbe attendere l’esito del referendum sulla riduzione dei parlamentari e la successiva ridefinizione dei collegi. E perché se la riforma elettorale in senso proporzionale non dovesse andare in porto si dovrebbe votare con l’attuale sistema proporzional-maggioritario considerato il più funzionale ad una vittoria del centro destra.

Ma bastano queste argomentazioni ad impedire al Parlamento di prendere atto che il governo quadripartito è diventato tripartito e non ha più una maggioranza definita?

L’interrogativo investe Conte e, se il Presidente del Consiglio da questo orecchio non ci sente, ricade automaticamente sulle spalle del Presidente della Repubblica che non può fare a meno di affrontarlo e risolverlo. Quanto meno con una formale chiamata al Quirinale del Premier!

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Redazione19 Febbraio 2020

La comunità cinese della Toscana è composta da più di ventimila persone concentrate soprattutto a Prato. Di questa comunità duemilacinquecento tra donne ed uomini si è recata nel paese d’origine in occasione del capodanno cinese ed ora si accinge a rientrare in Italia e riprendere le proprie normali attività lavorative.

Tutti gli italiani che tornano dalla Cina vengono sottoposti alla quarantena per evitare il diffondersi dell’epidemia del coronavirus. Le autorità di governo hanno trasformato i rientri, da quello del ragazzo a quelli dei passeggeri delle navi crociera, nell’occasione per mettere in mostra la propria capacità di saper salvaguardare la salute degli italiani.

Ma questa operazione d’immagine non sembra riguardare i cinesi della Toscana e di Prato. Questa comunità ha deciso autonomamente di puntare sull’autoquarantena per evitare il rischio di contagio. Ogni cinese di ritorno dalla Cina si chiuderà in casa per almeno due settimane e se per caso avvertirà dei sintomi rientranti in quelli del coronavirus dovrà avvisare o recarsi ad un apposito centro medico predisposto dalla locale Asl.

L’autoquarantena della comunità cinese costituisce un atto di responsabilità meritorio ed apprezzabile. Ma non sembra in grado di costituire una prevenzione accettabile ed efficace dell’epidemia. Per la semplice ragione che i cinesi rientrano nelle loro abitazioni e nelle loro aziende e non possono fare a meno di stare in contatto con i propri familiari e con gli addetti alle proprie attività. Esiste il concreto e drammatico pericolo, in altri termini, che il rientro in Italia dei cinesi toscani senza alcun controllo e misura preventiva delle autorità sanitarie nazionali possa far scattare una esplosione dalle dimensioni gigantesche ed incontrollabili dell’epidemia all’interno del nostro paese.

Ma è possibile che un governo così attento a mandare allo Spallanzani ogni italiano di rientro dalle zone a rischio con il concorso della massima enfasi mediatica, ignori totalmente il pericolo rappresentato dal rientro in Italia dei duemilacinquecento cinesi toscani?

Qualcuno avvisi Conte ed i suoi collaboratori che la diffusione del coronavirus è un rischio maggiore degli strappi di Matteo Renzi. E che preoccuparsi della salute dei cinesi italianizzati non è razzismo ma solo buon senso!

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Redazione18 Febbraio 2020

Chi punta a realizzare un sistema proporzionale pare convinto che cancellando il maggioritario, da cui uscirebbe sicuramente vincitore il centro destra, si realizzerebbe un sistema in cui, come è avvenuto per la formazione del governo giallorosso di Giuseppe Conte, il Pd diventerebbe l’asse portante e potrebbe realizzare facili alleanze con i diversi pezzi della sinistra in nome della comune opposizione alla destra.

L’aspetto singolare di questa convinzione è l’uso della logica maggioritaria nel portare avanti la proposta del ritorno al proporzionale. Perché mai si dovrebbe riprendere il meccanismo della rappresentanza divisa tra i singoli partiti se poi il risultato di questa divisione dovrebbe essere l’unione di tutte le forze di sinistra per contrastare le destre richiuse nel ghetto delle forze estranee al patto costituzionale? Ma accanto a questa bizzarria logica ce n’è una seconda ancora più evidente. Consiste nella applicazione al futuro sistema proporzionale dello stesso schema di riflessione del vecchio sistema proporzionale della Prima Repubblica. Quello secondo cui la Dc collocata al centro dello schieramento dava stabilità al sistema alleandosi alle forze riformiste della sinistra o applicando la politica dei due forni. Uno schema che adottato nel futuro darebbe al Pd la stessa funzione della Dc e lo trasformerebbe nell’asse del sistema consentendogli di giocare come avviene adesso con il forno del M5S e quello dei Italia Viva o realizzando un fronte progressista con l’ala di sinistra del movimento grillino.

La bizzarria dello schema è nel non prendere neppure in considerazione che in un sistema proporzionale non è la collocazione politica ad assegnare i ruoli ma è la dimensione numerica dei partiti. La Dc della Prima Repubblica svolgeva il compito di asse portante del sistema non solo perché godeva della conventio ad excludendum imposta dalla guerra fredda ma anche perché superava il 30 per cento dei consensi e risultava determinante per qualsiasi maggioranza di governo.

In un sistema proporzionale, in altri termini, il centro è rappresentato da chi può contare su un consenso superiore al 30 per cento. In questa legislatura la forza di centro è stata il Movimento Cinque Stelle, che non a caso ha formato i governi prima con la Lega e poi con il Pd. Nella prossima sarà il partito che avrà superato l’asticella del 30 per cento. Con ogni probabilità la Lega. Che incomincia a muoversi in questa prospettiva!

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Redazione17 Febbraio 2020

Con la decisione di salire al Colle per informare il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella della situazione esistente all’interno della maggioranza a causa dello scontro sulla prescrizione con Italia Viva, Giuseppe Conte ha formalmente presentato la propria dichiarazione di guerra a Matteo Renzi. Una guerra che prima ancora che politica è personale visto che il Presidente del Consiglio teme di fare la fine di Enrico Letta e Paolo Gentiloni e nutre nei confronti dell’ex Premier una diffidenza ed una ostilità assolutamente identiche a quelle nutrite nei confronti del nemico giurato Matteo Salvini.

Questa ostilità personale si carica, ovviamente, di precise motivazioni politiche. Proprio perché non vuole fare la fine di Letta e Gentiloni e non si vuole ritrovare per la seconda volta sgambettato da un Matteo, Conte aggiunge alla inimicizia personale il progetto politico di porsi in prospettiva come il leader di quel fronte progressista che al termine della legislatura dovrebbe essere formato dal Pd, da un pezzo del M5S e da quella parte dell’establishment che potrebbe aggregarsi attorno alle proprie insegne personali. Con la dichiarazione di guerra a Renzi, in sostanza, Conte apre la corsa alla futura leadership della sinistra nella convinzione che solo battendo ed umiliando il capo di Italia Viva potrà conquistare il ruolo di leader incontrastato del futuro fronte progressista.

Il disegno dell’attuale inquilino di Palazzo Chigi è comprensibile. Ma per essere realizzabile ha bisogno di due condizioni essenziali. La prima è l’esistenza di defezioni tra i senatori di Italia Viva e di apporti di responsabili proveniente dal gruppo misto o da Forza Italia in grado di azzerare il potere di condizionamento che i voti dei renziani hanno nei confronti della maggioranza. La seconda è l’avallo ed il sostegno del Capo dello Stato che deve accettare senza creare ostacoli di sorta una operazione così trasformista e rischiosa come quella prospettata da Conte.

Il rischio, infatti, è che il progetto che prevede l’azzeramento personale e politico di Renzi non vada in porto e che la guerra porti a quella fine anticipata della legislatura che Matterella vorrebbe scongiurare.

La possibile sconfitta di Conte, però, segnerebbe anche la sconfitta di Mattarella. Al Quirinale hanno calcolato questa eventualità?

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Redazione14 Febbraio 2020

Il dilemma dei presunti “responsabili” è simile a quello che lacerava Nanni Moretti. L’attore regista si chiedeva se veniva notato di più se si faceva vedere o non si presentava ad un particolare evento. I parlamentari che vengono indicati come possibili responsabili si sentono ora divisi dall’interrogativo se per salvare la loro poltrona e la legislatura sarebbe meglio andare con Giuseppe Conte e tenere in piedi il governo Pd-M5S o seguire Matteo Renzi e sostenere un esecutivo istituzionale di emergenza magari guidato da Mario Draghi e destinato a durare per i prossimi tre anni.

È probabile che questo dilemma sia solo fantapolitica e che i possibili responsabili non siano in grado né di aiutare Conte a rimanere a Palazzo Chigi, né favorire Renzi a fare lo sgambetto all’attuale Presidente del Consiglio. In tutto questo guazzabuglio, però, un dato inequivocabile esiste. Ed è rappresentato dall’esaurimento completo del Conte-bis, esaurimento causato dalla stessa ragione che aveva mandato all’aria il governo del Conte-primo. A provocare la caduta dell’esecutivo gialloverde fu la decisione della Lega di non poter più restare all’interno di una coalizione che non era più in grado di governare a causa della incapacità del Premier di sapere mediare a trovare compromessi tra le diverse componenti dell’allora maggioranza. A portare l’esecutivo giallorosso sull’orlo dell’abisso, a stare almeno alle prese di posizione degli esponenti di Italia Viva, c’è l’incapacità del Presidente del Consiglio di costringere M5S e Pd a mediare e trovare compromessi con il partito guidato da Renzi.

Insomma, la paralisi del Conte-primo era provocata, secondo la Lega, dalla inadeguatezza di un Premier tanto presuntuoso quanto incapace. La paralisi del Conte-bis sarebbe provocata, secondo i renziani, dalla totale subordinazione del Premier ai voleri dei partiti maggiori e dalla sua testarda pretesa di non accettare la banale esigenza di una coalizione quadripartita di avere un Presidente del Consiglio in grado di essere terzo tra le parti e saper mediare tra le diverse posizioni.

Insomma, se il governo gialloverde è morto e quello giallorosso è in agonia, la colpa è di Conte. Sarà per questo che i responsabili sono ora pieni di dubbi sul loro prossimo cammino?

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Redazione13 Febbraio 2020

Durante gli anni dell’accoglienza indiscriminata suggerita dalla Chiesa di Papa Francesco e realizzata dai governi del Pd di Letta, Renzi e Gentiloni, non c’è stato un solo magistrato che abbia contestato ad un ministro dell’Interno o ad un Presidente del Consiglio il reato di favoreggiamento di immigrazione clandestina o di qualche altro reato connesso con una fattispecie molto simile alla tratta degli schiavi. L’obbligatorietà dell’azione penale vale per qualsiasi tipo di reato. Ma se, a dispetto della obbligatorietà, non c’è stato un solo magistrato che abbia avviato una qualche iniziativa giudiziaria a carico di quei governanti che hanno favorito l’immigrazione senza alcun tipo di controllo, la ragione è che in ogni Procura domina incontrastata una concezione dell’accoglienza in linea con il pensiero politicamente corretto condiviso da una larga fetta della popolazione italiana. Questa concezione impone una interpretazione delle leggi contraria ad ogni forma di limitazione e di controllo dei flusso immigratori ed esclude ogni tipo di interpretazione alternativa destinata a far considerare reato il favoreggiamento dell’immigrazione indiscriminata.

Alla luce di tale considerazione c’è un problema di fondo che viene posto dalla vicenda di Matteo Salvini. Se dalle prossime elezioni politiche dovesse scaturire una ampia maggioranza di centro destra contraria all’accoglienza indiscriminata e favorevole a forme di limitazione dei flussi migratori, il pensiero dominante presente all’interno della magistratura consentirebbe al governo di realizzare il programma di limitazione voluto dagli elettori? Oppure si assisterebbe ad una serie di iniziative giudiziarie dirette a contrastare la volontà popolare applicando la legge secondo la propria interpretazione particolare?

In apparenza sembra che l’argomentazione riproponga la questione dello squilibrio esistente tra giustizia e politica che si è accentuato negli ultimi trent’anni a causa dell’espandersi della cultura giustizialista. Nella realtà, invece, l’argomentazione pone un problema politico generale. Potrebbe bastare l’investitura popolare per consentire al centro destra di governare il paese? Oppure qualunque governo non di sinistra verrebbe di fatto delegittimato per via giudiziaria dalla parte ideologicamente orientata della magistratura?

La questione è seria. E pone come esigenza primaria di un centro destra al governo per volontà popolare la riforma radicale del sistema giudiziario e della magistratura!

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Redazione12 Febbraio 2020

Il Giorno della Memoria avrebbe dovuto essere la giornata in cui rendere omaggio alle vittime della pulizia etnica e politica scatenata dai partigiani comunisti del Maresciallo Tito ai danni delle popolazioni italiane dell’Istria, della Dalmazia, di Trieste e del Friuli e ai duecentocinquantamila profughi che per sfuggire a quella violenza si rifugiarono in Italia andando incontro non solo ai disagi ed alle sofferenze imposte dalla loro condizione di migranti forzati ma anche all’ostilità dei comunisti italiani convinti che solo dei fascisti potevano abbandonare il paradiso rosso realizzato dalla rivoluzione proletaria.

Il bilancio di questa giornata indica invece che a prevalere non è stata la memoria che avrebbe dovuto essere celebrata ma quella secondo cui gli infoibati ed i profughi avevano pagato il prezzo di vent’anni di repressione e persecuzioni delle popolazioni slave compiute dal regime fascista e dei due anni di occupazione dell’ex Jugoslavia da parte dell’esercito italiano durante la Seconda Guerra Mondiale.

Il Giorno della Memoria, dunque, è stato il giorno della Memoria Ribaltata. Quello in cui le parole del Presidente della Repubblica, dei titolari delle massime istituzioni repubblicane e di quelle di chi è intervenuto nelle manifestazioni ufficiali sono state prima bilanciate e poi sopravanzate da quelle di chi hanno sostenuto che i morti e gli esuli avevano cercato la loro sorte in quanto complici e corresponsabili del fascismo.

Chi si stupisce che ha più di settant’anni da quei tragici eventi si sia potuto verificare un fenomeno del genere, non tiene conto della tradizionale abilità della sinistra italiana, in tutte le sue molteplici articolazioni, nell’uso politico della storia. Una sinistra che per l’intero secondo dopoguerra ha usato l’antifascismo per nascondere la sua condizione di minoranza nel paese e portare avanti la sua pretesa di essere la forza legittimata dalla Resistenza a non essere mai esclusa dal governo. E che oggi ha approfittato del Giorno della Memoria per tornare ad usare politicamente la storia e stabilire che alla destra attuale non va riconosciuta la legittimazione a concorrere per il governo del paese in quanto complice dei complici dei fascisti del passato.

La vergogna non è solo la Memoria Ribaltata. Ma è anche che non siano bastati 75 anni per rendere impossibile un uso così distorto ed antidemocratico della storia!

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Redazione11 Febbraio 2020

Nessuno mette in discussione la tesi secondo cui la polemica sulla prescrizione sia cavalcata da Matteo Renzi solo per assicurare ad Italia Viva più visibilità possibile e conquistare definitivamente all’interno del centro sinistra il marchio di unica forza riformista. Nessuno, in altri termini, esclude che Renzi stia cavalcando strumentalmente la questione non per salvaguardare il principio costituzionale della presunzione d’innocenza ma per ottenere un sostanzioso vantaggio politico rispetto alle forze concorrenti non solo della sinistra ma anche di una parte del fronte moderato.

Ma la strumentalità renziana non è un fenomeno isolato. Strumentale è anche la rigidità con cui il Movimento Cinque Stelle difende il blocco della prescrizione considerando questa difesa una battaglia identitaria indispensabile per la propria sopravvivenza politica. Strumentale è la posizione del Presidente del Consiglio Antonio Conte che ha dimostrato di non conoscere la differenza tra giustizialismo e garantismo ma che ha come unica preoccupazione quella di non dover uscire da Palazzo Chigi a causa degli interessi di Renzi. Più strumentale di tutte, infine, è la posizione del Partito Democratico. Che ha definito la propria posizione sulla prescrizione non sulla base dei principi della civiltà giuridica ma solo ed esclusivamente in riferimento alle proprie convenienze politiche contingenti e future. La convenienza contingente è, come per Conte, quella di non far cadere un governo fuori dal quale il Pd non avrebbe altro possibile sbocco politico oltre quello di finire stabilmente all’opposizione in seguito ad elezioni anticipate dall’esito scontato. Quella di prospettiva è invece la necessità di incalzare il Movimento Cinque Stelle con la proposta di una alleanza organica da attuare fin dalle prossime elezioni regionali in nome della superiore esigenza di costruire un fronte progressista ed una sinistra unità da contrapporre negli anni a venire al blocco del centro destra.

Ma se tutte le posizioni dei partiti dell’area governativa sono strumentali perché mai, secondo i maggiori media del paese, quelle del Pd e del M5S sono nobili e mentre quella renziana è di bassa cucina? La spiegazione è nella versione dominante della storia della sinistra italiana. Quella secondo cui il Pci ed i suoi eredi hanno sempre ragione. Anche e soprattutto quando hanno torto!