L’Opinione delle Libertà


No more posts
diaconale30novembre2018.jpg
Redazione30 novembre 2018

Mao sosteneva che quando la confusione sotto il cielo diventava grande, la situazione si faceva eccellente. Ma il Presidente della Camera dei deputati, Roberto Fico, rappresenta la terza carica dello Stato e tra i suoi compiti non ci può essere quello di creare confusione per meglio andare avanti in una propria personale “lunga marcia” verso il trionfo della rivoluzione proletaria.

La decisione di Fico di proclamare l’interruzione di ogni tipo di relazione tra il Parlamento italiano e quello egiziano, in segno di protesta per i ritardi e le reticenze del governo de Il Cairo sul caso riguardante Giulio Regeni, rappresenta un atto irrituale destinato a creare una grande confusione istituzionale. Può essere che il Presidente della Camera sia convinto che il proprio ruolo gli possa consentire di svolgere contemporaneamente le funzioni del Premier e del ministro degli Esteri. E può anche essere che i capigruppo di Montecitorio abbiano avallato all’unisono la decisione di Fico immaginando di poter scavalcare e sostituire Palazzo Chigi e la Farnesina. Ma tutte queste convinzioni e certezze o sono il frutto di una pericolosa confusione mentale o sono dirette a provocare una gravissima confusione istituzionale.

In un corretto stato di diritto fondato sulla tripartizione dei poteri, il Presidente della Camera non stabilisce le linee di politica estera che dovranno essere applicate in una fase successiva dal Presidente del Consiglio e dal responsabile del ministero degli Affari Esteri. L’esponente del Movimento Cinque Stelle, che una sorte decisamente bizzarra ha voluto piazzare sullo scranno più alto di Montecitorio, confonde il suo ruolo di leader politico con quello di responsabile di una delle massime cariche istituzionali della Repubblica. E sarebbe opportuno che Giuseppe Conte ed Enzo Moavero Milanesi si affrettassero a spiegargli che sarebbe meglio evitare gesti inconsulti destinati a mettere in difficoltà sul terreno internazionale il Governo italiano.

Quest’ultimo, ovviamente, ha tutto il diritto di entrare in rotta di collisione con Il Cairo e compiere ogni tipo di pressione nei confronti dell’Egitto. Ma se Roberto Fico decide di mettersi il cappello di Napoleone e minaccia una nuova battaglia delle Piramidi, il Governo deve intervenire. In nome della tripartizione ma anche della sanità mentale!

diaconale29novembre2018-1280x800.jpg
Redazione29 novembre 2018

Il Global Compact sui migranti preparato dall’Onu è un documento in cui vengono fissate linee guida sulla gestione dei flussi migratori ispirate a quella cultura politicamente corretta che domina incontrastata il Palazzo di Vetro e che è il frutto dell’intreccio tra l’obamismo dei democratici americani ed il revanscismo dei Paesi del cosiddetto Terzo Mondo nei confronti dell’Occidente. Sul piano pratico il Global Compact è un breviario di buoni proposti e frasi fatte che non troveranno mai una applicazione concreta da parte di uno qualsiasi dei Paesi interessati alla gestione dei flussi migratori. Ma sul piano politico questo coacervo di sciocchezze in libertà, oltre a denunciare l’ormai conclamato fallimento delle Nazioni Unite, può diventare l’interessante terreno di coltura di un singolare esperimento sui possibili equilibri futuri della politica italiana.

L’idea di Matteo Salvini di rimettere al Parlamento la decisione ultima sulla approvazione o meno del documento dell’Onu è motivata dalla volontà di evitare un ennesimo motivo di scontro tra Lega e Movimento Cinque Stelle. Non a caso il Premier Giuseppe Conte, che a differenza del leader leghista si è dichiarato favorevole all’approvazione, si è affrettato a cogliere al balzo la proposta del rinvio per spostare il più lontano possibile il momento in cui leghisti e grillini non potranno non dividersi.

Ma nello scaricare sulle Camere il compito di approvare o bocciare la pappa lessa dell’Onu, Salvini e Conte non hanno calcolato che la circostanza diventerà l’occasione per verificare se esistono equilibri parlamentari alternativi a quelli attuali. Qualcuno ipotizza che al momento del voto parlamentare sul Global Compact le opposizioni si affiancheranno in blocco al Movimento Cinque Stelle per rendere palese l’isolamento della Lega anche sul tema dell’immigrazione. Ma dare per scontato che tutto il Partito Democratico e tutta Forza Italia, oltre che alla sinistra di Pietro Grasso e Laura Boldrini, si schiereranno con il M5S per isolare Salvini e dimostrare che in caso di crisi di governo esiste una maggioranza alternativa a quella attuale, è sicuramente un azzardo.

Più probabile, al contrario, è che il Global Compact diventi il momento in cui fare la prova generale da un lato di una eventuale alleanza M5S-Pd e sinistre varie e dall’altro del ricompattamento del tradizionale centrodestra allargato a chi teme il rischio di un inedito fronte popolare a guida Di Maio-Di Battista.

La conclusione, dunque, è semplice. Salvini, Conte e Di Maio avrebbero fatto meglio a litigare subito per una sciocchezza piuttosto che rinviare e trovarsi di fronte alla prospettiva di uno scontro sul modello di bipolarismo futuro.

diaconale28novembre2018.png
Redazione28 novembre 2018

Si può essere garantisti fin che si vuole e rilevare che fino a quando non verrà fatta chiarezza nella vicenda del padre di Luigi Di Maio, magari attraverso documenti ed atti processuali, bisogna evitare il “crucifige!” nei confronti del capo politico del Movimento Cinque Stelle. Ma anche da garantisti non si può fare a meno di essere realisti. E prendere atto che il clamore mediatico che si è scatenato dopo le rivelazioni delle “Iene” produce una criminalizzazione oggettiva di Di Maio e di tutta la sua famiglia.

Matteo Renzi e Maria Elena Boschi gioiscono al pensiero che tocca oggi a chi li aveva messi alla gogna per colpa dei rispettivi genitori subire quanto avevano dovuto incassare nel tempo passato. Ma, senza prendere in considerazione la tesi balzana secondo cui ci sono figli e figli e quello di papà Di Maio è sicuramente più virtuoso di quelli di papà Renzi e papà Boschi, non è accettabile questa sorta di applicazione pavloviana della legge del contrappasso.

Sapere che la gogna di cui si è stati vittime si scarica oggi sui propri persecutori è un modo di concepire la giustizia in termini di semplice vendetta. “Ieri a me, oggi a te”. Con l’evidente non detto che questo meccanismo possa essere perpetuato all’infinito trasformando il metodo della gogna mediatica nello strumento primario del confronto politico democratico.

Nessuno, ovviamente, può pensare che la lotta politica possa avere regole da duello tra gentiluomini con le armi spuntate. L’uso degli scandali, veri o presunti, per liquidare gli avversari politici è vecchio quanto il genere umano. Ma un garantista non può accettare che la legge del contrappasso della gogna diventi la sola regola del confronto tra avversari e concorrenti nel sistema democratico. Non solo per una ragione etica ma anche per un motivo pratico. Il metodo della gogna mediatica imbarbarisce la società in cui viene applicata perché abitua i cittadini a credere che calunnia, dileggio e violenze verbali varie siano non tanto lo strumento con cui frange estreme della classe dirigente regolano i loro conti quanto la consuetudine naturale della convivenza ordinaria.

Forse è una battaglia contro i mulini a vento indignarsi per le gogne mediatiche di qualsiasi genere a chiunque siano rivolte. Ma è il solo modo per difendere i valori del vivere civile in un Paese assediato dall’inciviltà!

diaconale27novembre2018.jpg
Redazione27 novembre 2018

Scrivere un libro è sempre un atto di presunzione e di narcisismo. E chi lo compie dovrebbe esserne sempre consapevole. Ma una dose misurata di presunzione ed un pizzico di narcisismo sono componenti indispensabili della professione di giornalista. Ed il libro che ho pubblicato per l’editore Rubbettino, “Santità, ma possiamo continuare a dirci cristiani?”, costituisce, come tutti gli altri scritti nel passato, una sorta di seguito e completamento della mia attività di giornalista specializzato in analisi politica.

Nel 1995, al termine del cosiddetto “biennio rivoluzionario” di Mani Pulite, scrissi “Tecnica post-moderna del colpo di Stato, magistrati e giornalisti“, in cui sostenni per primo la tesi secondo cui il circo mediatico-giudiziario formato da alcune Procure e dalla grande stampa aveva realizzato in maniera del tutto inconsapevole un golpe formalmente legale. Era il risultato ultimo delle mie analisi quotidiane scritte per “L’Opinione”.

Negli anni successivi scrissi il pamphet “Attacco alla libertà“ in cui denunciai i rischi per la democrazia provocati dalla egemonia culturale di un pensiero comune imposto dai media di proprietà dei grandi centri di potere economico e finanziario. Ed anche questo libro rappresentava la continuazione della mia attività quotidiana. Nel 2005, poi, scrissi “Iran, Israele e l’olocausto nucleare“, che metteva in evidenza come la dissennata politica dei democratici americani nel Medio Oriente rischiava di condannare Israele alla distruzione nucleare per mano di un Iran in possesso dell’arma atomica. Successivamente, scrissi sempre per Rubbettino “Per l’Italia, una idea liberale, una idea nazionale“, in cui tentai di dare una lettura anticonformista dei momenti determinanti dello Stato unitario per dimostrare la necessità di un nuovo Risorgimento fondato sui valori della libertà e sugli interessi nazionali.

Oggi, infine, pubblico un libro in cui cerco di esprimere il punto di vista di un giornalista ed analista politico laico e liberale nei confronti non dell’apostolato religioso di Papa Francesco ma della Chiesa di Bergoglio intesa come soggetto politico e culturale. Un giornalista laico e liberale che sulla scia di Benedetto Croce non può non dirsi cristiano nella consapevolezza di essere il frutto di duemila anni di cultura occidentale. Ma che non può non dirsi perplesso e preoccupato se a mettere in discussione questa identità è un capo della Cristianità deciso a rinunciare alla identità occidentale in nome di una forma di misericordia globalizzata che rischia di trasformare la Chiesa in una Ong senza navi. Di qui l’interrogativo, provocatorio quanto si vuole ma niente affatto irriverente (ed anzi angoscioso) del “Santità, ma possiamo continuare a dirci cristiani?”.

Nell’elencare i miei libri mi sono reso conto di essere andato sempre e comunque controcorrente. Non è stato affatto conveniente. Ma per un professionista che ha lavorato con Indro Montanelli di certo qualificante!

 

diaconale26novembre2018-1280x853.jpg
Redazione26 novembre 2018

C’è un merito, del tutto inconsapevole, che va riconosciuto all’attuale Governo giallo-verde. Quello di aver fatto crescere nel Paese la consapevolezza che per uscire dalla crisi non si può fermare il tempo alla ricerca di una inesistente età dell’oro primigenia mai esistita, ma è necessario non perdere colpi in quella corsa alla modernità in cui le nazioni un tempo arretrate sono già molto più avanti di noi.

Si dirà che questo merito non è stato voluto e che si è verificato solo per gli errori compiuti in prima persona dal Movimento Cinque Stelle ed avallati, sia pure riottosamente, dalla Lega. Ma se questi errori non fossero stati compiuti aleggerebbe ancora sulla società nazionale la favola della decrescita felice impostata sul principio del “meno lavoro per tutti” e, soprattutto, non ci sarebbe stato il risveglio di larghi settori dell’opinione pubblica e dei ceti produttivi per la convinzione che solo la crescita ed il lavoro impediscono di tornare ai tempi della povertà diffusa. Per cui, pur rilevando che sarebbe stato meglio raggiungere la consapevolezza senza bisogno di compiere errori, bisogna ringraziare il Governo giallo-verde di averli compiuti con grande impegno e totale irresponsabilità perché, altrimenti, saremmo ancora a combattere con il fantasma del pauperismo felice.

Naturalmente non bisogna lasciarsi tranquillizzare da questa tesi paradossale. Perché il Governo non ha ancora completato del tutto l’operazione di vaccinazione degli italiani dal morbo del masochismo beota. L’insistenza con cui la componente grillina dell’Esecutivo insiste nel combattere e frenare la grandi opere indispensabili, dalla Tav alla Tap, dal ponte di Genova ai termovalorizzatori campani e via di seguito, rende indispensabile una mobilitazione continua contro il rischio di danni irreversibili e ritardi incolmabili. Così come l’insistenza nell’idea di trasformare un popolo naturalmente portato al lavoro produttivo in un popolo di poveri perenni assistiti dallo Stato, impone di contrappore con sempre maggiore forza a questo falso mito la prospettiva vincente della società in cui la povertà viene combattuta con il merito e la competenza.

In ogni caso, però, la prima dose di vaccinazione è stata inoculata. Aspettiamo il richiamo, fissato alla data delle prossime elezioni europee. E poi basta!

pd.jpg
Redazione23 novembre 2018

Ma quanti sono i candidati alla segreteria del Partito Democratico? Al momento mezza dozzina ma il numero potrebbe tranquillamente aumentare. Perché c’è chi ci sta pensando ed ancora non ha deciso e chi non ci pensa affatto ma potrebbe deciderlo all’ultimo momento. Un fiorire così rigoglioso di candidature farebbe pensare ad un Partito Democratico in pieno risveglio ed in forte crescita. In realtà è il segno inequivocabile che la crisi non è affatto finita e che tutto questo fermento di aspiranti alla poltrona di comando non è altro che un segno della tendenza del Pd a ripiegare su se stesso nell’incapacità di trovare un nuovo ruolo da svolgere fuori dalle proprie ridotte strutture e dentro la società italiana ed internazionale.

Tanti candidati, infatti, indicano che con ogni probabilità non ce ne sarà nessuno in grado di superare la soglia del cinquanta per cento dei consensi delle primarie e conquistare senza problemi la palma di segretario. I contendenti torneranno così all’Assemblea Nazionale dove si apriranno i giochi dei posizionamenti, delle trattative, delle intese palesi e nascoste sui futuri equilibri interni. Il segretario nascerà da questo rimescolamento del gioco delle correnti e ne sarà fatalmente condizionato. Né più, né meno di quanto lo sia stato Maurizio Martina, che dopo aver svolto il ruolo di segretario dimezzato punta a ripetere l’esperienza nella consapevolezza che se mai venisse confermato sarebbe dimezzato e condizionato molto di più di quanto sia avvenuto negli ultimi mesi.

Un Pd in queste condizioni non serve alla democrazia italiana. Non può essere una alternativa credibile all’attuale coalizione di governo e neppure un alleato possibile di chiunque abbia l’intenzione di dare vita ad un fronte consistente antagonista di Lega e Movimento Cinque Stelle. Non è un caso, allora, che Matteo Renzi abbia deciso di non partecipare alle primarie ed alla vita interna del Pd e sia tutto proiettato nella formazione di quei comitati civici che potrebbero essere l’embrione di una nuova formazione politica.

Questo significa che dopo la fase dei riposizionamenti interni dei singoli capibastone il Pd subirà una nuova scissione? L’ipotesi non è peregrina. E non perché al peggio non c’è mai fine, ma perché se non si arriva al fondo non si può mai risalire.

 

Piazzale-Loreto.jpg
Redazione22 novembre 2018

Due ragazzine minorenni che partecipano ad una manifestazione milanese indetta per contestare Matteo Salvini esibiscono un cartello in cui compare una frase del rapper Kento che promette al leader della Lega una fine simile a quella toccata a Benito Mussolini.

“Il mio sogno nel cassetto non è stato rimosso – questa la frase – Salvini sappia che a Piazzale Loreto c’è ancora posto”. Le due ragazze sono fotografate mentre esibiscono il cartello con grandi sorrisi. Al punto che Salvini posta la foto commentandola con un “poverette, ridono pure”. Il post suscita i commenti dei sostenitori del “capitano” della Lega che, come sempre capita sulla Rete, si traducono in insulti feroci contro le ragazze. E spinge le Donne Democratiche del Pd milanese a minacciare azioni giudiziarie contro Salvini se non dovesse cancellare prima possibile il post ed i successivi commenti che auspicano alla ragazzine di “fare la fine di Desirée”.

La vicenda sembra tratta da una cronaca degli anni Settanta. Quando i giovani dell’estrema sinistra scendevano ogni settimana in piazza esibendo cartelli in cui si sosteneva che “uccidere un fascista non è un reato” e che “a Piazzale Loreto c’è ancora posto”. Quelle cronache antiche, da cui il rapper Kento si è ispirato per promettere a Salvini una impiccagione a testa in giù, rievocano un tempo ( Kento, che è del ’76, o non era ancora nato o aveva appena visto la luce) in cui una buona parte della sinistra italiana sognava e tentava di praticare il ritorno non tanto alla guerra civile del ’43-’45 quanto a quello della resa dei conti dei giorni e dei mesi immediatamente successivi alla conclusione della Seconda guerra mondiale.

Quel sogno, che produsse il decennio degli anni segnati dal piombo della guerra civile strisciante, svanì dopo aver prodotto un assurdo lago di sangue. E la memoria del Paese avrebbe dovuto cancellarlo in maniera definitiva. Anche perché Piazzale Loreto non evoca solo l’immagine della macelleria dei gerarchi fascisti, ma anche quella dei partigiani fucilati dalla Brigate Nere. Cioè l’immagine di una guerra civile da tenere ben chiusa nell’archivio della storia. Invece quel sogno ricompare. E viene alimentato non solo da rapper che giocano alla “Resistenza sonora” e da ragazzine inconsapevoli delle tragedie che vanno evocando ma, anche e soprattutto, da tanti “cattivi maestri” che non conoscono altro mezzo di contrasto nei confronti degli avversari che quello di una violenza verbale che gli sconsiderati tendono sempre con il trasformare in violenza fisica.

Salvini, dunque, tolga pure il post che ha suscitato commenti feroci. Ma le donne del Partito Democratico la smettano di giocare con il fuoco di un assurdo ritorno al passato che espone la ragazzine inconsapevoli a rischi assurdi e inaccettabili. Anche perché a Piazzale Loreto non c’è più posto per i morti ammazzati. Solo (e per fortuna) per le macchine!

 

CAMERA-1-1280x860.jpg
Redazione21 novembre 2018

La bocciatura da parte dell’Unione europea, lo spread che continua a salire, gli incidenti di percorso in Parlamento, l’incompatibilità sempre più marcata tra leghisti e grillini. Insomma, la strada del Governo è sempre più simile a quelle piene di buche della Roma di Virginia Raggi. Al punto che si parla con sempre maggiore insistenza della ipotesi di elezioni anticipate. Da tenere prima o dopo le elezioni europee se non, addirittura, in contemporanea con il voto per il Parlamento di Strasburgo.

Per esorcizzare questo fantasma si è sempre detto che il vero e principale ostacolo allo scioglimento anticipato delle Camere è rappresentato dalla ostilità dichiarata del Presidente della Repubblica all’eventualità di chiudere la legislatura dopo appena un anno dal suo inizio. Ma questo ostacolo, che pure è importante, non è il solo. Accanto alla opinione contraria e dichiarata di Sergio Mattarella c’è l’interesse, non esplicito ma fin troppo concreto, della stragrande maggioranza dei parlamentari di tutti i partiti con la sola eccezione della Lega di rimanere abbarbicati ai loro seggi di Palazzo Madama e di Montecitorio per i prossimi quattro anni. I primi a mettere i cavalli di Frisia attorno ai propri scranni parlamentari sono i deputati ed i senatori del Movimento Cinque Stelle. Per la stragrande maggioranza di loro, l’elezione è stata come la vincita alla lotteria di Capodanno. Unica, irripetibile e destinata ad assicurare uno stipendio ben remunerato (anche dopo i versamenti al gruppo e l’iscrizione obbligata al Rousseau) per cinque anni di seguito. Quelli del primo mandato non tornerebbero alla disoccupazione o ai bassi redditi di un tempo neppure sotto la minaccia delle armi. E quelli al secondo mandato, consapevoli che non sarà facile aggirare la norma statutaria interna che impedisce una terza candidatura, sono pronti ad immolarsi nei cortili interni di Camera e Senato pur di impedire la fine anticipata della pacchia.

Ma sarebbe ingiusto sostenere che solo i deputati ed i senatori del Movimento Cinque Stelle sono ostili allo scioglimento anticipato. Contrarissimi, per ovvio fatto personale, sono quelli dei partiti d’opposizione. In particolare del Partito Democratico e di Forza Italia, partiti che potrebbero uscire pesantemente penalizzati dalla verifica elettorale lasciando a casa molti degli attuali parlamentari. Il peso dell’interesse personale, che grava sulla stragrande maggioranza dei senatori e dei deputati, non va sottovalutato. In fondo l’ipotesi di un Governo di centrodestra sostenuto da gruppi di “responsabili” poggia solo su questo pilastro inamovibile!

CAMERA-1280x853.jpg
Redazione20 novembre 2018

È chiaramente priva di qualsiasi ragionevolezza la tesi di Luigi Di Maio secondo cui ciò che non è previsto nel contratto di governo è un problema inesistente. La vita delle persone e quella della società è un divenire continuo. E pensare di bloccare in un accordo di tipo contrattuale il corso naturale degli eventi è del tutto privo di senso.

Ma Di Maio ed il gruppo dirigente del Movimento Cinque Stelle non sono degli sciocchi. Sanno perfettamente che il sacro testo contrattuale di cui il Premier Giuseppe Conte è divenuto il supremo custode non può imbrigliare la realtà. E se hanno fatto appello alla sacralità del documento per bloccare la sortita di Matteo Salvini sulla questione dei rifiuti, è solo per dimostrare al proprio elettorato di non essere succubi del leader leghista e di essere capaci di rendere la pariglia allo scomodo e brutale alleato difendendo senza cedimenti i propri principi fondanti.

Quella che si è consumata nei giorni scorsi è stata, dunque, una semplice scaramuccia tra contraenti di un patto che incomincia a stare stretto ad entrambi. Ai leghisti sul tema dei termovalorizzatori, ai grillini sul Decreto sicurezza. Il ritmo e l’intensità con cui si consumano simili scaramucce sono però in sensibile aumento. Il ché per un verso annuncia l’imminente apertura della campagna elettorale per le elezioni europee e per l’altro lascia intendere che le scaramucce presto o tardi diventeranno una guerra senza esclusione di colpi dagli effetti dirompenti sugli equilibri politici del Paese.

L’ipotesi di elezioni anticipate in contemporanea con il voto europeo non è affatto peregrina. Così come non è del tutto improbabile che di fronte alla prevedibile contrarietà del Presidente della Repubblica di sciogliere le Camere si possano creare in Parlamento le condizioni per la formazione di un Governo di massima emergenza per la salvezza della Repubblica.

Fino ad ora si è sempre ragionato sulle due ipotesi alternative o di un Governo formato da Cinque Stelle e Partito Democratico o di un nuovo centrodestra sostenuto da transfughi grillini. Ma l’esplosione dell’Esecutivo giallo-verde sarebbe talmente distruttiva da rendere impossibili sia il primo che il secondo scenario. L’unica strada percorribile, oltre quella di elezioni anticipate da celebrare in un clima da “tutti a casa”, sarebbe quella del Governo d’emergenza aperto alle forze più responsabili.

Per questo va tenuto d’occhio il prossimo congresso del Pd. Che potrebbe anche portare alla formazione di gruppi di “responsabili” distinti e separati da quelli della sinistra più ortodossa. Il contratto non lo prevede, ma il problema di quanto accadrà dopo che l’intesa giallo-verde sarà saltata si pone e va affrontata per tempo.

MINNITI-1280x853.jpg
Redazione19 novembre 2018

Nell’annunciare la propria candidatura alla segretaria del Partito Democratico, Marco Minniti ha rilavato l’assoluta necessità di chiudere la fase del partito in cui si parla solo di persone e poco di politica e tornare a discutere di politica lasciando da parte il tema delle persone. Il proposito è più che comprensibile. Dopo gli anni della personalizzazione massima del renzismo, sfociati nel risultato del 4 marzo, appare del tutto logico che il gruppo dirigente del Pd voglia girare pagina avviando un percorso segnato dalla prevalenza delle idee sulle personalità dei leader.

Non è un caso, quindi, che il proposito di Minniti sia lo stesso di tutti gli altri candidati alla segreteria. A partire da Nicola Zingaretti fino al segretario dimissionario ma deciso a puntare alla riconferma, Maurizio Martina. Questa comunanza di volontà di chiudere una volta per tutte con la fase del leaderismo renziano dovrebbe essere seguita dall’indicazione delle diverse idee con cui i singoli candidati vorrebbero rinnovare e rilanciare il Partito Democratico.

Al momento, però, una differenza di linee strategiche tra i vari aspiranti alla segreteria non sembra ancora emergere. Minniti, Zingaretti, Martina, tutti di provenienza post-comunista, sembrano indirizzati a riorganizzare il Pd risvegliando la sua identità di sinistra nella convinzione che presto o tardi quella parte di elettorato trasmigrato nelle file del Movimento Cinque Stelle abbandonerà i dilettanti allo sbaraglio e tornerà alla casa madre nel frattempo tornata ad essere la più sicura e solida forza progressista del paese. Per singolare paradosso, quindi, i partecipanti alle future primarie del Pd non dovranno scegliere tra diverse posizioni politiche ma tra le diversità personali dei singoli candidati ricadendo in quella personalizzazione che si vorrebbe eliminare.

Questa è una bizzarria a cui se ne aggiunge una seconda di identico rilievo. Matteo Renzi, che poi è il soggetto della personalizzazione eccessiva che i candidati segretari vogliono archiviare al più presto, sembra essere l’unico in grado di esprimere una linea politica diversa da quella di Minniti, Zingaretti e Martina. Che non punta alla rigenerazione del tradizionale partito della sinistra, ma al suo superamento attraverso l’aggregazione di quelle forze civiche e quelle maggioranze silenziose che guardano non alla sinistra ma al centro dello scenario politico italiano.

Può essere che le due linee niente affatto parallele, quella del partito che punta a sinistra e quella delle forze esterne proiettate al centro, possano in qualche modo convivere. Ma le idee camminano sulle gambe delle persone. E le persone in questione sono talmente diverse da lasciar pensare che questa possibilità sia solo una pia illusione!