L’Opinione delle Libertà


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Redazione8 Ottobre 2019

Una delle regole auree dei capi democristiani della Prima Repubblica stabiliva che chi era permaloso non poteva svolgere il ruolo di Presidente del Consiglio di governi di coalizione. Perché ogni forza componente della maggioranza governativa aveva la necessità di caratterizzarsi rispetto agli altri e questa esigenza di caratterizzazione spesso comportava l’uso strumentale di polemiche che potevano riguardare la stessa persona del Premier. Chi prendeva per fatto personale queste polemiche si trasformava nel primo affossatore della propria coalizione. Per cui chi stava e voleva restare a Palazzo Chigi si doveva armare di santa pazienza, sgomberare il campo di ogni permalosità personale e caricarsi il peso di una continua mediazione tra i partiti governativi.

Giuseppe Conte non ha appreso questa lezione. Di fronte alle operazione di caratterizzazione politica dei partiti della propria coalizione, in particolare quelle di Matteo Renzi e di Luigi Di Maio, usa il Corriere della Sera per comunicare piccato di non “sopportare i prepotenti” e, per quanto riguarda i risvolti spionistici italiani della vicenda Russiagate, di essere nei confronti dell’amministrazione americana perfino “più duro di quanto fu Bettino Craxi a Sigonella”.

Conte, naturalmente, ha tutto il diritto di non sopportare le prepotenze di Renzi e Di Maio (ma soprattutto quelle del primo). Per sua sfortuna, però, non si trova a Palazzo Chigi in quanto eletto direttamente dal corpo elettorale. In realtà non è stato neppure mai eletto in una Camera legislativa ma è solo il prescelto da quattro leader di partito per essere punto di equilibrio tra forze diverse e concorrenti. Il ruolo gli impone di sopportare i prepotenti. E se non riesce a farlo deve mettere in conto di non essere tagliato per il mestiere di Presidente del Consiglio di governi nati da alchimie parlamentari.

Quanto poi al paragone con il Craxi di Sigonella non può limitarsi a dirlo a parole ma deve dimostrarlo con i fatti. Cioè facendo chiarezza su quello che secondo i servizi segreti Usa fedeli al Presidente Trump sarebbe un complotto organizzato dai servizi segreti Usa fedeli al vecchio Presidente Obama che avrebbero utilizzato un agente provocatore provvisto di una copertura offerta dalla Link, l’università privata italiana presieduta dall’ex Ministro dell’Interno democristiano Vincenzo Scotti, per incastrare Trump nel Russiagate.

Da Conte non ci si aspetta il muso duro di Craxi a Sigonella ma solo chiarezza sul gioco di spie che si sarebbe svolto nel territorio italiano e sulla natura della Link di Scotti. Università vera o una centrale spionistica al servizio di settori di osservanza democratica degli apparati di sicurezza americani?

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Redazione7 Ottobre 2019

La vera partita non è tra Giuseppe Conte e Matteo Renzi. L’attuale Presidente del Consiglio è un dilettante rispetto all’ex Premier, professionista della politica, in possesso della golden share del governo. Ed è destinato a subire, senza reagire se non con stizza personale, alle manovre con cui il leader di Italia Viva marca la presenza del proprio partito all’interno della maggioranza. Lo scontro tra i due viene enfatizzato dai media ma la lotta più seria e decisiva è quella tra l’attuale segretario del Pd e l’abile scissionista che è stato decisivo per la formazione dell’esecutivo solo per avere la possibilità di crearsi il proprio partito.

Sotto questa luce la conflittualità esistente all’interno della maggioranza può essere considerata come una sorta di nuovo capitolo dell’eterno congresso che la sinistra italiana continua a celebrare sulla pelle del paese. Si tratta di un congresso anomalo. Perché non è più incentrato sulla battaglia tra le correnti ma tra un partito che continua ad essere formato da più leader correntizi in lite tra di loro ed un partito espressione di leader solo padrone assoluto del proprio gruppo. Ma, anche se anomalo, sempre di congresso si tratta. Perché si svolge all’interno del recito della sinistra e perché ha come posta in palio la conquista della egemonia della sinistra stessa.

Chi pensa che Renzi voglia formare un partito di centro riesumando la vecchia Dc sbaglia di grosso. L’ex Premier sa bene che la estrema polarizzazione della politica italiana (ma anche internazionale) rende impossibile tornare ai tempi della Prima Repubblica. Non rinuncia, ovviamente, a cercare di rimpolpare la rappresentanza parlamentare di Italia Viva raccogliendo profughi provenienti da Forza Italia o da qualche altra area post-democristiana. Ma il suo obbiettivo è smantellare la componente post-comunista dello schieramento progressista per far nascere una nuova sinistra a vocazione maggioritaria in grado di competere con la nuova destra per il governo del paese.

Nicola Zingaretti, che avrebbe potuto cancellare l’ambizioso sogno renziano puntando sulle elezioni anticipate, sa bene che questa partita andrà avanti a lungo e sarà segnata dalla progressiva perdita di pezzi del Pd a vantaggio di Italia Viva. Può resistere, giocare di rimessa, chiudersi a quadrato con le correnti più fedeli. Ma sa altrettanto bene di aver perso l’occasione per lo scacco matto allo sfidante e che l’esito della battaglia è scontato.

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Redazione4 Ottobre 2019

Abolire quota cento, il reddito di cittadinanza, gli ottanta euro di renziana memoria ed investire le somme risparmiate sulla riduzione drastica del cuneo fiscale. La ricetta per rilanciare l’economia del paese proposta dal presidente dell’Assolombarda Carlo Bonomi non fa una grinza. È fondata sulla considerazione  che per far ripartire lo sviluppo non c’è altra strada che cancellare l’assistenzialismo. E proprio per questo non può non essere condivisa e sostenuta da chi da sempre si batte contro lo stato burocratico-assistenziale che ingoia risorse ed impedisce di produrne.

Per onestà intellettuale, però,  alla proposta del Presidente dell’Assolombarda vanno mosse due osservazioni di fondo. La prima è che chiedere al governo formato dall’incontro tra due forze che hanno come unico punto di coesione l’assistenzialismo è totalmente illusorio. Può essere che la quota cento fortemente voluta dalla Lega nel primo governo di Giuseppe Conte venga lasciata decadere dal secondo governo dello stesso Conte. Ma è certo che le risorse derivanti dalla scomparsa della misura voluta da Matteo Salvini per sanare i guasti provocato dalla legge Fornero, verrebbero investite in altre forme di assistenzialismo. Perché a questo porta la natura del governo giallo-rosso. Ma, soprattutto, perché l’assistenzialismo è l’unico modo con cui ogni forza politica arrivata al governo cerca di conservare il consenso nei tempi brevi.

Chiedere la drastica riduzione del cuneo fiscale attraverso la eliminazione delle misure assistenzialiste, quindi, è solo una mozione di principio senza alcuna possibilità di applicazione pratica. A Bonomi ed agli imprenditori italiani, però, non possono essere rimproverati per la riproposizione di un principio sacrosanto. Semmai, ed è questa la seconda osservazione di fondo, va contestato loro la scarsa coerenza tra la condanna dell’assistenzialismo e la tendenza ad essere sempre e comunque al fianco di tutti i governi che hanno fatto delle spese assistenziali per guadagnare consenso il loro impegno esclusivo.

Il governismo degli imprenditori italiani, si sa, è fisiologico. Per precise ragioni storiche. Ma per crescere, oltre al taglio del cuneo fiscale, non sarebbe necessaria anche una misurata autonomia dal potere dello stato?

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Redazione3 Ottobre 2019

C’è un terzo incomodo nella relazione tra M5S e Pd che secondo il sensale di nozze Dario Franceschini dovrebbe portare i due partiti ad un matrimonio indissolubile.

Questo incomodo si chiama Roma. Perché dem e grillini possono fidanzarsi in Umbria, in Emilia Romagna ed in qualsiasi altra parte d’Italia ma nella Capitale sono duramente e ferocemente conflittuali a causa della sindaca grillina Virginia Raggi.

Questa conflittualità si manifesta anche in maniera fisica. Come ha dimostrato lo scontro tra la polizia ed i dimostranti di fronte alla sede di Roma Metropolitane che ha provocato il ricovero in ospedale del parlamentare e consigliere comunale di Leu Stefano Fassina. Ma ha una ragione politica profondamente radicata e difficilmente eliminabile. La Raggi è diventata sindaca di Roma sull’onda della contestazione grillina di tutte le amministrazioni precedenti del Partito Democratico. Non si è trattato di una contestazione contenuta ma dura, intransigente ed a tratti addirittura feroce. Che ha portato ad una sorta di plebiscito in favore di Virginia Raggi trasformata nel simbolo della ripulsa popolare del Partito Democratico e della sua classe dirigente. A sua volta il Pd, una volta finito all’opposizione, ha ricambiato la furibonda ostilità grillina con una ostilità altrettanto radicale tutta rivolta a dimostrare l’incapacità mostrata dalla Raggi e dal suo partito nel gestire una città complessa e problematica come Roma. È possibile che tanto odio reciproco possa portare al matrimonio anche a livello romano tra Pd e Movimento Cinque Stelle? Il sensale di matrimoni Franceschini può anche sperare di trasformare l’odio in amore. Ma nel frattempo il Pd e Leu, in compagnia di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, hanno lanciato contro la giunta asserragliata in Campidoglio una offensiva che potrebbe risultare mortale. Le sinistre alleate con i grillini nel governo nazionale hanno accusato la sindaca Raggi di voler far fallire l’Ama, l’azienda comunale che si occupa della raccolta dell’immondizia romana, per poterla spacchettare e privatizzarla a vantaggio di operatori privati.

Non si tratta di una accusa di poco conto. È l’affondo più duro che si sarebbe mai potuto portare contro l’amministrazione della Raggi. Al punto da far pensare che il matrimonio nazionale tra M5S e Pd si possa realizzare solo sulla pelle di Virginia.

Ma Di Maio, Grillo e Casaleggio possono permettersi di perdere Roma per convolare a ingiuste nozze con il Pd?

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Redazione2 Ottobre 2019

Pare che Giuseppe Conte sia molto infuriato con Matteo Renzi che non ha permesso l’aumento dell’Iva sugli acquisti in contante facendo così saltare un introito indispensabile per far quadrare i conti della manovra economica. L’irritazione del Presidente del Consiglio è probabilmente il frutto della scarsa dimestichezza con i metodi con cui gestire un governo di coalizione formato da quattro partiti diversi. Nel precedente esecutivo a Conte bastava incontrare Di Maio e Salvini per superare gli intoppi. Ora deve vedersela con Zingaretti, Speranza, lo stesso Di Maio ed il quarto incomodo Renzi. E le difficoltà aumentano in misura esponenziale condannando l’inesperto Premier ad una incazzatura continua. Ad alimentare questo stato di perenne inquietudine contribuisce poi non solo la necessità politica di Di Maio e di Renzi (così come di Zingaretti e di Speranza) di puntare sulle differenze per ottenere visibilità ma anche un’altra circostanza fino ad ora scarsamente considerata. Si tratta della conflittualità in progressiva crescita tra Italia Viva ed il Partito Democratico. La scissione, presentata come consensuale ed amichevole, si sta trasformando in conflittuale. Franceschini, che è il capo delegazione del Pd al governo, non riesce a trattenere l’acrimonia nei confronti di Renzi e dei suoi seguaci. E lo stesso Zingaretti, che recita il ruolo del cuor contento, non è capace di nascondere la rabbia e l’ostilità per il suo predecessore artefice dell’ultima lacerazione del partito.

La scissione, in sostanza, incomincia a dare i suoi frutti. Che non sono solo la concorrenza normale tra due partiti provenienti dallo stesso ceppo. Ma sono soprattutto le antipatie e gli odi personali sedimentati nel tempo e che ora sgorgano in maniera inarrestabile creando un clima di tensione permanente tra le due forze politiche ed all’interno della coalizione governativa.

Per il momento a nessuno conviene dare fuoco alle polveri. Ma è bene che Conte si prepari a quando qualcuno deciderà di avere convenienza ad accendere la miccia. Il botto sarà clamoroso!

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Redazione1 Ottobre 2019

Il Segretario di Stato Mike Pompeo è arrivato in Italia per capire da quale parte stia il nuovo governo di Giuseppe Conte. Con la Ue o con gli Usa sulla faccenda dei dazi? Con gli americani o con i cinesi nella questione delle tecnologie? Pompeo, che è di origini italiane, avrebbe potuto tranquillamente evitare un viaggio del genere. Perché non c’è bisogno del colloquio con l’attuale Presidente del Consiglio succeduto a se stesso alla guida di un governo totalmente diverso da quello precedente, per capire la posizione dell’Italia. E figuriamoci se sia necessario andare alla Farnesina dal neo-ministro degli Esteri Luigi Di Maio per avere una qualche rassicurazione sulle scelte di campo internazionali del nostro paese.

L’Italia rappresentata dall’attuale governo giallo-rosso è di qua e di la, di sopra e di sotto. È ovunque. Nella piena e completa fedeltà a quel motto dei secoli passati che ormai andrebbe inserito nella bandiera tricolore. Quello che recita “Franza o Spagna, purché se magna”. Conte, infatti, che pure è una creatura dell’Unione Europea, se si trova a parlare con il Presidente Trump si cala nella parte del suo lontano predecessore De Gasperi di fronte al Presidente Truman. È più atlantista di ogni atlantista. Al tempo stesso, però, se sale a Parigi o a Berlino a rendere l’omaggio dovuto del vassallo ai propri imperatori Macron e Merkel, si trasforma in europeista ferreo ed intransigente. Di qua e di la. Per fare in modo che gli Usa ci lascino vendere l’olio ed il parmigiano senza dazi a New York e la Ue ci consenta di aumentare il debito pubblico senza massacrarci con lo spread alle stelle. Figuriamoci poi Di Maio. Che è troppo impegnato a trasformare il palazzone bianco nato per ospitare il Partito Nazionale Fascista nella sede del Movimento Cinque Stelle per preoccuparsi di rassicurare Pompeo (ma fosse parente di quello liquidato da Giulio Cesare?) che stare dalla parte di Maduro ed accettare di entrare a far parte del piano di colonizzazione lanciato dalla Cina non comporta in alcun modo la fine dalla amicizia con gli Stati Uniti. Perché le ideologie sono superate. Come giustamente avevano stabilito gli antenati del “ Franza o Spagna….”.

Può essere che Pompeo sia venuto per parlare con Papa Francesco. Ma anche in questo caso che c’è venuto a fare? Solo per avere la conferma che per gli Stati Uniti il meno affidabile di tutti è proprio lui?

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Redazione30 Settembre 2019

La manovra economica che il governo si accinge a varare serve all’Europa ma non serve all’Italia. Garantisce alla Ue che il nostro paese è pienamente allineato all’asse franco-tedesco che guida il vecchio continente con sempre maggiori difficoltà ma non è in grado di realizzare quella scossa che appare sempre più urgente ed indispensabile per far ripartire in maniera stabile l’economia italiana.

La Ue ha favorito in ogni modo la nascita dell’esecutivo guidato da Giuseppe Conte ed assicura il massimo sostegno ala suo precario cammino. In cambio si aspetta che l’Italia non esca neppure di un millimetro dal percorso che le è stato assegnato e che esclude colpi di testa politici ed economici in grado di creare problemi aggiuntivi a quelli esistenti per gli attuali poteri europei.

Dall’Italia, in sostanza, la Ue pretende un comportamento obbediente e privo di acuti di alcun genere. E la manovra del governo giallo-rosso sembra pienamente rispondente a questa richiesta. Non prevede alcuna forzatura del patto di stabilità ma solo una serie di misure destinate ad alzare la pressione fiscale attraverso le aliquote differenziate dell’Iva ed i provvedimenti punitivi del contante, aumento che serve a finanziare l’assistenzialismo voluto congiuntamente dal Movimento Cinque Stelle e dal Partito Democratico.

La manovra, dunque, sarà una manovrina. In perfetta continuazione con quelle dei governi a guida di sinistra di Letta, Renzi e Gentiloni. Che non creerà fastidi all’Europa ma non risolverà in alcun modo i problemi italiani.

Questi ultimi, infatti, possono essere affrontati e risolto solo con misure traumatiche. Che possono essere o la patrimoniale dedicata all’abbattimento del debito o lo sforamento del patto di stabilità per interventi massici capaci di rilanciare l’economia. Ma che rimangono in piedi e si aggravano se si pensa di curarli con i pannicelli caldi che i poteri della Ue pretendono per non avere guai aggiuntivi rispetto a quelli già presenti.

Riflessioni del genere non sono sovraniste o antieuropee. Sono semplicemente ispirate al realismo. Quello che manca a Palazzo Chigi ed a Bruxelles!

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Redazione27 Settembre 2019

Il governo nato ufficialmente per evitare l’aumento dell’Iva si accinge ad intervenire  scegliendo fior da fiore i prodotti su cui l’Imposta per il Valore Aggiunto dovrà salire dal 10 per cento al 22 per cento. In questo modo Giuseppe Conte e tutti quelli che hanno voluto il governo giallo-rosso per evitare l’aumento dell’imposta potranno gloriarsi di aver raggiunto il risultato promesso ma l’Iva non aumentata nel suo complesso nasconderà tante Iva aumentate alla faccia di tutte le assicurazioni date all’opinione pubblica del paese.

La faccenda non è solo una autentica truffa ai danni dei cittadini, ma è anche una operazione destinata a provocare una serie di danni alle aziende dei prodotti sottoposti all’aumento dal 10 al 22 per cento ed una colossale distorsione del mercato interno.

I prodotti con l’Iva dimezzata saranno favoriti mentre quelli con l’Iva al 22 saranno duramente penalizzati.  Ma quale sarà il criterio con cui si stabilirà chi premiare e chi colpire? E chi sarà l’artefice di queste scelte?

Rispondere a tali quesiti al momento è impossibile. Si può ipotizzare che uno dei criteri potrà essere quello della demagogia ambientalista tanto in voga tra grillini gretini e cattolici integralisti. E gli altri criteri? Sulla base di quale regola verrà deciso quale settore bastonare e quale privilegiare? Si applicherà il principio della decimazione o quello del privilegio per gli amici e della aggressione per i nemici?

Se questa è la “svolta epocale” annunciata dal Presidente del Consiglio durante il suo recente viaggio a New York, bisogna incominciare a temere sulla natura democratica dell’attuale governo giallo-rosso. Nessuno nega la grande difficoltà di evitare un aumento generalizzato dell’Iva e mettere in piedi una manovra economica in grado di essere accettata dai tutori europei dell’esecutivo.

Ma tutte le difficoltà esistenti non possono giustificare i giochi delle tre carte, le truffe ammantate ipocritamente da motivi etici e le bastonature di aziende e di settori che non godono del consenso politicamente corretto ma che danno lavoro a larghe fasce di cittadini.

La misura da una, dieci e cento Iva diverse è da regime autoritario. Conte come Maduro?

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Redazione26 Settembre 2019

Si dice che il sistema maggioritario dovrebbe assicurare la stabilità dei governi mentre quello proporzionale la rappresentatività del corpo elettorale. Ma che assicura il taglio di duecentotrenta deputati e di centoquindici senatori? I partiti che fino ad ora hanno votato a favore della modifica costituzionale fortemente voluta dal Movimento Cinque Stelle, cioè la Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, non hanno fornito una qualsiasi risposta all’interrogativo. Si sono limitati a subire la pressione dei grillini nella convinzione che non sarebbe stato popolare opporsi a quella che in cuor loro considerano una misura esclusivamente demagogica. Al tempo stesso, però, anche i partiti che nei tre passaggi parlamentari hanno votato contro, il Pd e Leu, non hanno mosso alcuna obiezione di principio al taglio di trecentoquindici parlamentari fermandosi semplicemente e rilevare come la riduzione potrebbe determinare degli squilibri nella formazione dei collegi e la necessità di rivedere la legge elettorale per evitare la scomparsa di senatori nelle regioni più piccole e una distorsione maggioritaria a vantaggio della Lega nei risultati delle future elezioni.

Questa assenza di obiezioni di principio avrà come conseguenza che i partiti fino ad ora contrari alla modifica costituzionale, Pd e Leu, non avranno alcuna difficoltà a cambiare posizione ed a votare a favore per evitare inciampi al governo giallo-rosso. E quelli che erano favorevoli, cioè le forze del centro destra, continueranno a votare a favore per non mettersi di traverso al presunto umore popolare.

La conseguenza sarà che la sola e reale motivazione alla modifica della Costituzione rimarrà quella indicata fin dall’inizio dal Movimento Cinque Stelle. Cioè il risparmio di cinquecento milioni sui costi delle assemblee parlamentari. Un risparmio che provocherà da un lato una riduzione drastica della rappresentatività del corpo elettorale con collegi che assumeranno dimensioni quasi simili a quelli delle elezioni europee in cui il rapporto tra elettore ed eletto è inesistente. E dall’altro uno spaventoso aumento dei costi elettorali visto che i candidati saranno costretti a triplicare le già alte spese per le loro campagne elettorali. A queste conseguenze si assommeranno quelle provocate dalla distorsione causata dall’attuale legge elettorale calibrata su collegi da settantamila elettori e non da centocinquantamila. Cioè la rappresentanza gonfiata per i partiti maggiori e la sostanziale eliminazione dal Parlamento dei partiti minori. Cioè la fine della rappresentatività del proporzionale unita ad una costante precarietà della governabilità del maggioritario.

Su chi ricadrà la responsabilità di un colpo così pesante alla democrazia rappresentativa? Solo alla demagogia dei grillini od anche (e soprattutto) alla pavidità imbecille delle altre forze politiche?

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Redazione25 Settembre 2019

Un mese, un mese solo di attesa. Ed i magistrati che il giorno stesso della nascita del nuovo partito di Matteo Renzi hanno avviato l’inchiesta sui finanziamenti alle Fondazioni create dall’ex premier, avrebbero evitato l’accusa di giustizia persecutoria ad orologeria. Ma tant’è. Ormai l’opinione pubblica italiana è talmente abituata a sospettare l’esistenza di interessi politici ed ideologici nelle iniziative delle Procure che la politicizzazione viene data per scontata. Come se l’uso politico della giustizia fosse ormai entrato a fare parte della Costituzione materiale e facesse parte integrante dei metodi e dei meccanismi della vita pubblica del paese.

Naturalmente indagare sulla provenienza dei finanziamenti ai potenti è più che legittimo. Anzi, dovrebbe diventare una prassi costante da applicare, magari ad opera dell’Anticorruzione, nei confronti di ogni soggetto politico. Perché finito il finanziamento pubblico dei partiti, qualsiasi organizzazione intenda partecipare alla vita pubblica non può fare a meno di raccogliere fondi per sostenere le proprie attività. E rendere trasparente questa raccolta sarebbe indispensabile per mettere in condizione i cittadini di compiere al meglio le proprie scelte.

Invece la legislazione attuale, segnata da vincoli facilmente aggirabili, sembra fatta apposta per rendere oscura la fase del finanziamento privato dei partiti. Il nodo centrale è quello del rapporto tra forze politiche e lobby. Cioè tra associazioni non riconosciute (i partiti) ed organismi privati che perseguono i propri interessi senza alcun tipo di riconoscimento o regolarizzazione sul piano giuridico.

I partiti, soprattutto quelli che si trovano al governo (ma le grandi lobby non dimenticano mai anche le forze d’opposizione che un giorno potrebbero entrare nella stanza dei bottoni), sono oggetto continuo delle attenzioni dei portatori di interessi che chiedono norme e provvedimenti a proprio vantaggio. È la normalità. Così come è assolutamente ricorrente che in cambio dei vantaggi si trovino formule di pagamento capaci di aggirare le ridicole norme sul finanziamento delle forze politiche. Ciò che è anormale è che tutti siano consapevoli che la corruzione passi attraverso questi buchi, che nessuno rilanci il tema del finanziamento pubblico e di una legge sulle lobby e che il controllo della magistratura non sia preventivo nei confronti di tutti i soggetti interessati ma sempre e soltanto successivo e sulla base di una qualsiasi opportunità politica.

Chi finanziava le Fondazioni di Renzi si aspettava riconoscenza. Ma anche chi finanzia Rousseau o qualsiasi organismo creato delle forze politiche per raccogliere fondi non lo fa per beneficenza. Anticorruzione per tutti!