L’Opinione delle Libertà


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Redazione14 Ottobre 2019

L’idea del “campo largo” di Goffredo Bettini prevede l’alleanza tra Partito Democratico con il Movimento Cinque Stelle con l’aggiunta di Italia Viva di Matteo Renzi e di quei pezzi di Forza Italia che non sopportano l’egemonia di Matteo Salvini sul centro destra. Questo “campo largo” di bettiniana ispirazione dovrebbe presentarsi unito da un patto alle prossime elezioni e rappresentare l’alternativa virtuosa e vincente al populismo leghista che se andasse al governo, secondo l’esponente del Pd, imprimerebbe una svolta autoritaria ed illiberale alla società italiana.

Sulla carta l’idea di Bettini potrebbe funzionare alla grande. A mettere insieme i numeri virtuali di Pd, M5S, renziani e forzisti disposti ad andare a sinistra si supera abbondantemente il cinquanta per cento del corpo elettorale e si garantisce la stabilità per l’intera legislatura al governo che dovrebbe essere espresso da una coalizione del genere. Nel concreto, invece, la proposta di Bettini appare di difficile realizzazione. In primo luogo perché la formazione di un “campo largo” e di un patto pre-elettorale dovrebbe comportare una legge elettorale maggioritaria. Lo stratega del Pd, invece, propone una legge proporzionale con lo sbarramento alto ed un doppio turno sul modello francese. Cioè una formula fatta apposta per negare al partito di Renzi ed a qualsiasi altra formazione minore del “campo largo” di avere rappresentanza parlamentare.

Ma Renzi, a cui i sondaggi attribuiscono una percentuale che oscilla tra il 4 ed il 5 per cento, sarebbe mai disposto a lasciarsi “asfaltare” in maniera così brutale dal progetto furbesco di Bettini? E Calenda e gli eventuali profughi provenienti da Forza Italia perché mai dovrebbero accettare una proposta che prevede il loro suicidio politico?

Le risposte a questi interrogativi sono scontate. Ed è facile prevedere che l‘idea di Bettini  di riesumare sotto forme e maniere diverse il vecchio fronte popolare con annessi gli “utili idioti” di turno non faciliterà la convivenza all’interno della attuale coalizione di governo.

Essere troppo furbi, alle volte, diventa controproducente!

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Redazione11 Ottobre 2019

La minaccia del sultano turco Erdogan di inviare in Europa i tre milioni e mezzo di profughi presenti nel suo paese è inaccettabile per la sua assurda brutalità ma ha un paio di effetti collaterali che non sono affatto negativi. Il primo, e principale, è che impone a tutti i paesi dell’Unione Europea di affrontare il tema dell’immigrazione che fino ad ora è stato considerato una questione riguardante solo i paesi mediterranei. Tre milioni e mezzo di profughi in marcia verso il cuore dell’Europa non rappresentano più un problema da scaricare sulle sole spalle di Italia, Malta, Grecia e Spagna. Diventano una questione prioritaria anche per gli stati del Nord, quelli che fino ad ora si sono sentiti protetti dal cuscinetto formato dalle nazioni meridionali o che hanno furbescamente realizzato una politica di accoglienza selettiva aprendo le frontiere solo ai migranti provvisti di preparazione professionale e tecnica utile al proprio sistema produttivo e chiudendo le porte a quelli poveri e disperati.

La minaccia di Erdogan, dunque, diventa una potente sveglia per quegli europei che si erano cullati nel sogno di poter ignorare o tenere sotto stretto controllo il fenomeno migratorio a cui i paesi mediterranei non riescono a dare una risposta efficace. Se una massa di milioni di persone minaccia di muoversi verso il cuore del Vecchio Continente il sogno si spezza in maniera drammatica. Soprattutto per le conseguenze che il sogno spezzato provoca all’interno delle società fino ad ora addormentate. Come insegnano i rigurgiti di razzismo ed antisemitismo della Germania dell’Est.

È difficile immaginare come l’Europa possa e sappia reagire al problema incombente. Non ha una politica estera comune, non ha un apparato di difesa comune ed ha in comune solo la sudditanza a quell’egemonismo tedesco che ha indirizzato la sua volontà di potenza solo sul terreno dell’espansionismo economico.

La stessa incertezza grava sul secondo effetto collaterale, quello che riguarda direttamente il nostro paese. Qual è la politica dell’attuale governo nei confronti del fenomeno migratorio di ampie dimensioni? Al momento si sa solo che l’idea della ripartizione dei profughi in Europa è fallita, che i rimpatri risultano impossibili e che gli accordi con paesi-fonte dell’immigrazione si rivelano sempre di più carta straccia.

Qual è, allora, la politica italiana sull’immigrazione? Boh!

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Redazione10 Ottobre 2019

È probabile che abbia ragione il ministro Fraccaro quando assicura che non ci saranno scissioni nel Movimento Cinque stelle. Per determinare una scissione, infatti, ci vuole una linea politica alternativa e conflittuale con quella del gruppo dirigente. Ed, al momento, all’interno del movimento grillino non esiste neppure un abbozzo di linea alternativa a Luigi Di Maio ed al suo cerchio magico. Ma escludere la scissione di gruppo non significa escludere la scissione individuale dei singoli parlamentari, cioè quel fenomeno che è già in corso e che vede la trasmigrazione verso altri gruppi parlamentari di singoli dissidenti irrecuperabili alla causa dei vertici del M5S.

Fino a quando esisteva la prospettiva di elezioni anticipate le dissociazioni individuali rimanevano contenute. Per i dissidenti c’era sempre la speranza di venire ricandidati dal gruppo dirigente. Ma adesso che è passata la riforma costituzionale del taglio dei parlamentari che di fatto blinda la legislatura almeno fino a quando non sarà varata una nuova riforma elettorale, è facile prevedere che la transumanza individuale diventerà sempre più intensa svuotando progressivamente il Movimento Cinque Stelle in misura addirittura maggiore di quanto avrebbe potuto provocare una scissione vera e propria.

Il rischio di dissociazioni individuali, ovviamente, non riguarda solo il movimento grillino. La blindatura della legislatura attraverso il taglio dei parlamentari costituisce una sorta di “tana libera tutti” per chi si trova a disagio all’interno dei propri partiti ed in assenza di garanzie di rielezione da parte dei propri capi cerca assicurazioni e maggiori sicurezze in altre formazioni politiche. D’ora in avanti, quindi, il Parlamento diventerà il terreno in cui si verificheranno le più impreviste e spericolate manovre individuali alla ricerca della certezza perduta. Ed è prevedibile che a pagare il maggior scotto di questo andirivieni da una parte all’altra in nome della singola sopravvivenza politica saranno i due maggiori partiti dell’attuale maggioranza.

Questo significa che il governo corre il pericolo di cadere? Niente affatto, perché manca l’alternativa e non si può andare a votare. Ma la composizione del governo può essere messa in discussione e modificata. Come ai tempi della Dc della Prima Repubblica. Conte è avvisato!

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Redazione9 Ottobre 2019

Con il taglio dei parlamentari ha vinto l’anti-casta diventata, nel frattempo, casta. Nel varare la riforma costituzionale che riduce il numero di senatori e deputati, la casta dell’anti-casta ha blindato la legislatura e garantito la propria sopravvivenza politica ed economica per tutti gli anni che mancano alle future elezioni.

Sarebbe sbagliato indicare come componenti della casta dell’anti-casta solo i parlamentari del Movimento Cinque Stelle. La responsabilità diretta del provvedimento che costituisce l’ultimo attacco alla democrazia parlamentare ricade, ovviamente, sui grillini. Che in questo modo hanno scongiurato il fantasma ossessivo delle elezioni anticipate destinate a farli ripiombare in una vita di lavori precari e difficoltà economiche e che, almeno per quanto riguarda l’aspetto politico della vicenda, consente al M5S di continuare ad essere il partito di maggioranza relativa alla Camera ed al Senato pur avendo subito un drastico dimezzamento nel consenso popolare. Ma accanto alla casta dell’anti-casta guidata da Luigi Di Maio anche tanti altri esponenti degli altri partiti, che hanno votato il taglio dei parlamentari, vanno considerati come i privilegiati schierati a quadrato in difesa del proprio personale vantaggio. Costoro sono i nominati, i cooptati, i prescelti, quelli che non sarebbero mai entrati in Parlamento se non fossero stati nella manica cortigiana del leader del proprio partito e che, in caso di voto anticipato, sarebbero stati costretti ad abbandonare scranno ed appannaggio e tornare nel più deprimente ed assoluto anonimato.

A vincere, però, non sono stati solo quelli del partito del “tengo famiglia”. Perché la blindatura della legislatura, effetto diretto del taglio dei parlamentari, non avvantaggia solo grillini e nominati ma chi avrebbe avuto politicamente da perdere in caso di elezioni anticipate. In particolare quel Matteo Renzi contro cui i vari Franceschini e Bettini non possono più agitare lo spettro di un voto anticipato a cui Italia Viva non è preparata per tenerlo a freno e ridurne l’incidenza all’interno della coalizione governativa.

D’ora in avanti il più blindato di tutti è proprio Renzi. Che senza il pericolo di elezioni anticipate può divertirsi ad usare come meglio crede la golden share che ha conquistato e che tanto irrita il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

Nei prossimi due anni ci sarà da divertirsi con le lotte interne del fronte governativo!

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Redazione8 Ottobre 2019

Una delle regole auree dei capi democristiani della Prima Repubblica stabiliva che chi era permaloso non poteva svolgere il ruolo di Presidente del Consiglio di governi di coalizione. Perché ogni forza componente della maggioranza governativa aveva la necessità di caratterizzarsi rispetto agli altri e questa esigenza di caratterizzazione spesso comportava l’uso strumentale di polemiche che potevano riguardare la stessa persona del Premier. Chi prendeva per fatto personale queste polemiche si trasformava nel primo affossatore della propria coalizione. Per cui chi stava e voleva restare a Palazzo Chigi si doveva armare di santa pazienza, sgomberare il campo di ogni permalosità personale e caricarsi il peso di una continua mediazione tra i partiti governativi.

Giuseppe Conte non ha appreso questa lezione. Di fronte alle operazione di caratterizzazione politica dei partiti della propria coalizione, in particolare quelle di Matteo Renzi e di Luigi Di Maio, usa il Corriere della Sera per comunicare piccato di non “sopportare i prepotenti” e, per quanto riguarda i risvolti spionistici italiani della vicenda Russiagate, di essere nei confronti dell’amministrazione americana perfino “più duro di quanto fu Bettino Craxi a Sigonella”.

Conte, naturalmente, ha tutto il diritto di non sopportare le prepotenze di Renzi e Di Maio (ma soprattutto quelle del primo). Per sua sfortuna, però, non si trova a Palazzo Chigi in quanto eletto direttamente dal corpo elettorale. In realtà non è stato neppure mai eletto in una Camera legislativa ma è solo il prescelto da quattro leader di partito per essere punto di equilibrio tra forze diverse e concorrenti. Il ruolo gli impone di sopportare i prepotenti. E se non riesce a farlo deve mettere in conto di non essere tagliato per il mestiere di Presidente del Consiglio di governi nati da alchimie parlamentari.

Quanto poi al paragone con il Craxi di Sigonella non può limitarsi a dirlo a parole ma deve dimostrarlo con i fatti. Cioè facendo chiarezza su quello che secondo i servizi segreti Usa fedeli al Presidente Trump sarebbe un complotto organizzato dai servizi segreti Usa fedeli al vecchio Presidente Obama che avrebbero utilizzato un agente provocatore provvisto di una copertura offerta dalla Link, l’università privata italiana presieduta dall’ex Ministro dell’Interno democristiano Vincenzo Scotti, per incastrare Trump nel Russiagate.

Da Conte non ci si aspetta il muso duro di Craxi a Sigonella ma solo chiarezza sul gioco di spie che si sarebbe svolto nel territorio italiano e sulla natura della Link di Scotti. Università vera o una centrale spionistica al servizio di settori di osservanza democratica degli apparati di sicurezza americani?

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Redazione7 Ottobre 2019

La vera partita non è tra Giuseppe Conte e Matteo Renzi. L’attuale Presidente del Consiglio è un dilettante rispetto all’ex Premier, professionista della politica, in possesso della golden share del governo. Ed è destinato a subire, senza reagire se non con stizza personale, alle manovre con cui il leader di Italia Viva marca la presenza del proprio partito all’interno della maggioranza. Lo scontro tra i due viene enfatizzato dai media ma la lotta più seria e decisiva è quella tra l’attuale segretario del Pd e l’abile scissionista che è stato decisivo per la formazione dell’esecutivo solo per avere la possibilità di crearsi il proprio partito.

Sotto questa luce la conflittualità esistente all’interno della maggioranza può essere considerata come una sorta di nuovo capitolo dell’eterno congresso che la sinistra italiana continua a celebrare sulla pelle del paese. Si tratta di un congresso anomalo. Perché non è più incentrato sulla battaglia tra le correnti ma tra un partito che continua ad essere formato da più leader correntizi in lite tra di loro ed un partito espressione di leader solo padrone assoluto del proprio gruppo. Ma, anche se anomalo, sempre di congresso si tratta. Perché si svolge all’interno del recito della sinistra e perché ha come posta in palio la conquista della egemonia della sinistra stessa.

Chi pensa che Renzi voglia formare un partito di centro riesumando la vecchia Dc sbaglia di grosso. L’ex Premier sa bene che la estrema polarizzazione della politica italiana (ma anche internazionale) rende impossibile tornare ai tempi della Prima Repubblica. Non rinuncia, ovviamente, a cercare di rimpolpare la rappresentanza parlamentare di Italia Viva raccogliendo profughi provenienti da Forza Italia o da qualche altra area post-democristiana. Ma il suo obbiettivo è smantellare la componente post-comunista dello schieramento progressista per far nascere una nuova sinistra a vocazione maggioritaria in grado di competere con la nuova destra per il governo del paese.

Nicola Zingaretti, che avrebbe potuto cancellare l’ambizioso sogno renziano puntando sulle elezioni anticipate, sa bene che questa partita andrà avanti a lungo e sarà segnata dalla progressiva perdita di pezzi del Pd a vantaggio di Italia Viva. Può resistere, giocare di rimessa, chiudersi a quadrato con le correnti più fedeli. Ma sa altrettanto bene di aver perso l’occasione per lo scacco matto allo sfidante e che l’esito della battaglia è scontato.

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Redazione4 Ottobre 2019

Abolire quota cento, il reddito di cittadinanza, gli ottanta euro di renziana memoria ed investire le somme risparmiate sulla riduzione drastica del cuneo fiscale. La ricetta per rilanciare l’economia del paese proposta dal presidente dell’Assolombarda Carlo Bonomi non fa una grinza. È fondata sulla considerazione  che per far ripartire lo sviluppo non c’è altra strada che cancellare l’assistenzialismo. E proprio per questo non può non essere condivisa e sostenuta da chi da sempre si batte contro lo stato burocratico-assistenziale che ingoia risorse ed impedisce di produrne.

Per onestà intellettuale, però,  alla proposta del Presidente dell’Assolombarda vanno mosse due osservazioni di fondo. La prima è che chiedere al governo formato dall’incontro tra due forze che hanno come unico punto di coesione l’assistenzialismo è totalmente illusorio. Può essere che la quota cento fortemente voluta dalla Lega nel primo governo di Giuseppe Conte venga lasciata decadere dal secondo governo dello stesso Conte. Ma è certo che le risorse derivanti dalla scomparsa della misura voluta da Matteo Salvini per sanare i guasti provocato dalla legge Fornero, verrebbero investite in altre forme di assistenzialismo. Perché a questo porta la natura del governo giallo-rosso. Ma, soprattutto, perché l’assistenzialismo è l’unico modo con cui ogni forza politica arrivata al governo cerca di conservare il consenso nei tempi brevi.

Chiedere la drastica riduzione del cuneo fiscale attraverso la eliminazione delle misure assistenzialiste, quindi, è solo una mozione di principio senza alcuna possibilità di applicazione pratica. A Bonomi ed agli imprenditori italiani, però, non possono essere rimproverati per la riproposizione di un principio sacrosanto. Semmai, ed è questa la seconda osservazione di fondo, va contestato loro la scarsa coerenza tra la condanna dell’assistenzialismo e la tendenza ad essere sempre e comunque al fianco di tutti i governi che hanno fatto delle spese assistenziali per guadagnare consenso il loro impegno esclusivo.

Il governismo degli imprenditori italiani, si sa, è fisiologico. Per precise ragioni storiche. Ma per crescere, oltre al taglio del cuneo fiscale, non sarebbe necessaria anche una misurata autonomia dal potere dello stato?

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Redazione3 Ottobre 2019

C’è un terzo incomodo nella relazione tra M5S e Pd che secondo il sensale di nozze Dario Franceschini dovrebbe portare i due partiti ad un matrimonio indissolubile.

Questo incomodo si chiama Roma. Perché dem e grillini possono fidanzarsi in Umbria, in Emilia Romagna ed in qualsiasi altra parte d’Italia ma nella Capitale sono duramente e ferocemente conflittuali a causa della sindaca grillina Virginia Raggi.

Questa conflittualità si manifesta anche in maniera fisica. Come ha dimostrato lo scontro tra la polizia ed i dimostranti di fronte alla sede di Roma Metropolitane che ha provocato il ricovero in ospedale del parlamentare e consigliere comunale di Leu Stefano Fassina. Ma ha una ragione politica profondamente radicata e difficilmente eliminabile. La Raggi è diventata sindaca di Roma sull’onda della contestazione grillina di tutte le amministrazioni precedenti del Partito Democratico. Non si è trattato di una contestazione contenuta ma dura, intransigente ed a tratti addirittura feroce. Che ha portato ad una sorta di plebiscito in favore di Virginia Raggi trasformata nel simbolo della ripulsa popolare del Partito Democratico e della sua classe dirigente. A sua volta il Pd, una volta finito all’opposizione, ha ricambiato la furibonda ostilità grillina con una ostilità altrettanto radicale tutta rivolta a dimostrare l’incapacità mostrata dalla Raggi e dal suo partito nel gestire una città complessa e problematica come Roma. È possibile che tanto odio reciproco possa portare al matrimonio anche a livello romano tra Pd e Movimento Cinque Stelle? Il sensale di matrimoni Franceschini può anche sperare di trasformare l’odio in amore. Ma nel frattempo il Pd e Leu, in compagnia di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, hanno lanciato contro la giunta asserragliata in Campidoglio una offensiva che potrebbe risultare mortale. Le sinistre alleate con i grillini nel governo nazionale hanno accusato la sindaca Raggi di voler far fallire l’Ama, l’azienda comunale che si occupa della raccolta dell’immondizia romana, per poterla spacchettare e privatizzarla a vantaggio di operatori privati.

Non si tratta di una accusa di poco conto. È l’affondo più duro che si sarebbe mai potuto portare contro l’amministrazione della Raggi. Al punto da far pensare che il matrimonio nazionale tra M5S e Pd si possa realizzare solo sulla pelle di Virginia.

Ma Di Maio, Grillo e Casaleggio possono permettersi di perdere Roma per convolare a ingiuste nozze con il Pd?

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Redazione2 Ottobre 2019

Pare che Giuseppe Conte sia molto infuriato con Matteo Renzi che non ha permesso l’aumento dell’Iva sugli acquisti in contante facendo così saltare un introito indispensabile per far quadrare i conti della manovra economica. L’irritazione del Presidente del Consiglio è probabilmente il frutto della scarsa dimestichezza con i metodi con cui gestire un governo di coalizione formato da quattro partiti diversi. Nel precedente esecutivo a Conte bastava incontrare Di Maio e Salvini per superare gli intoppi. Ora deve vedersela con Zingaretti, Speranza, lo stesso Di Maio ed il quarto incomodo Renzi. E le difficoltà aumentano in misura esponenziale condannando l’inesperto Premier ad una incazzatura continua. Ad alimentare questo stato di perenne inquietudine contribuisce poi non solo la necessità politica di Di Maio e di Renzi (così come di Zingaretti e di Speranza) di puntare sulle differenze per ottenere visibilità ma anche un’altra circostanza fino ad ora scarsamente considerata. Si tratta della conflittualità in progressiva crescita tra Italia Viva ed il Partito Democratico. La scissione, presentata come consensuale ed amichevole, si sta trasformando in conflittuale. Franceschini, che è il capo delegazione del Pd al governo, non riesce a trattenere l’acrimonia nei confronti di Renzi e dei suoi seguaci. E lo stesso Zingaretti, che recita il ruolo del cuor contento, non è capace di nascondere la rabbia e l’ostilità per il suo predecessore artefice dell’ultima lacerazione del partito.

La scissione, in sostanza, incomincia a dare i suoi frutti. Che non sono solo la concorrenza normale tra due partiti provenienti dallo stesso ceppo. Ma sono soprattutto le antipatie e gli odi personali sedimentati nel tempo e che ora sgorgano in maniera inarrestabile creando un clima di tensione permanente tra le due forze politiche ed all’interno della coalizione governativa.

Per il momento a nessuno conviene dare fuoco alle polveri. Ma è bene che Conte si prepari a quando qualcuno deciderà di avere convenienza ad accendere la miccia. Il botto sarà clamoroso!

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Redazione1 Ottobre 2019

Il Segretario di Stato Mike Pompeo è arrivato in Italia per capire da quale parte stia il nuovo governo di Giuseppe Conte. Con la Ue o con gli Usa sulla faccenda dei dazi? Con gli americani o con i cinesi nella questione delle tecnologie? Pompeo, che è di origini italiane, avrebbe potuto tranquillamente evitare un viaggio del genere. Perché non c’è bisogno del colloquio con l’attuale Presidente del Consiglio succeduto a se stesso alla guida di un governo totalmente diverso da quello precedente, per capire la posizione dell’Italia. E figuriamoci se sia necessario andare alla Farnesina dal neo-ministro degli Esteri Luigi Di Maio per avere una qualche rassicurazione sulle scelte di campo internazionali del nostro paese.

L’Italia rappresentata dall’attuale governo giallo-rosso è di qua e di la, di sopra e di sotto. È ovunque. Nella piena e completa fedeltà a quel motto dei secoli passati che ormai andrebbe inserito nella bandiera tricolore. Quello che recita “Franza o Spagna, purché se magna”. Conte, infatti, che pure è una creatura dell’Unione Europea, se si trova a parlare con il Presidente Trump si cala nella parte del suo lontano predecessore De Gasperi di fronte al Presidente Truman. È più atlantista di ogni atlantista. Al tempo stesso, però, se sale a Parigi o a Berlino a rendere l’omaggio dovuto del vassallo ai propri imperatori Macron e Merkel, si trasforma in europeista ferreo ed intransigente. Di qua e di la. Per fare in modo che gli Usa ci lascino vendere l’olio ed il parmigiano senza dazi a New York e la Ue ci consenta di aumentare il debito pubblico senza massacrarci con lo spread alle stelle. Figuriamoci poi Di Maio. Che è troppo impegnato a trasformare il palazzone bianco nato per ospitare il Partito Nazionale Fascista nella sede del Movimento Cinque Stelle per preoccuparsi di rassicurare Pompeo (ma fosse parente di quello liquidato da Giulio Cesare?) che stare dalla parte di Maduro ed accettare di entrare a far parte del piano di colonizzazione lanciato dalla Cina non comporta in alcun modo la fine dalla amicizia con gli Stati Uniti. Perché le ideologie sono superate. Come giustamente avevano stabilito gli antenati del “ Franza o Spagna….”.

Può essere che Pompeo sia venuto per parlare con Papa Francesco. Ma anche in questo caso che c’è venuto a fare? Solo per avere la conferma che per gli Stati Uniti il meno affidabile di tutti è proprio lui?