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Redazione9 Agosto 2019

Il voto anticipato è la vera e grande occasione di cambiamento per quella parte del Paese, ormai maggioritaria, che si vuole liberare una volta per tutte dalla casta di potere dominante dagli anni Sessanta del secolo scorso ad oggi. Il governo tra Lega e Movimento Cinque Stelle ha fallito proprio perché non è stato in grado di realizzare questo tipo di cambiamento. La galassia grillina, imbevuta di giustizialismo regressivo e priva di una qualche visione politica, ha rappresentato la palla al piede di chi avrebbe voluto e vorrebbe operare una svolta epocale per risvegliare e dare nuovo slancio alla società italiana.

Le prossime elezioni non saranno lo scontro di Matteo Salvini contro tutti. Saranno la partita finale tra chi chiede il rinnovamento e chi vuole invece rimanere fermo ad un passato segnato da interessi di pochi privilegiati e da una cultura ormai asfittica ed agonizzante.

È per questo motivo, per chi ha tenuto accesa per anni la fiaccola della cultura liberale conculcata e schiacciata da quella cattocomunista al potere, che non ci possono essere dubbi su quale debba essere la scelta di campo. Il populismo e il carattere irruento e deciso di Matteo Salvini spaventano? Chi nutre simili timori ma vuole uscire dalla paralisi deve considerare che le caratteristiche personali del leader leghista possono essere la leva indispensabile per scoperchiare la cappa di piombo che schiaccia il Paese e provocare il trauma indispensabile per la liberazione della società italiana.

Sia pure sotto forme diverse, in sostanza, ora si riaccende il sogno della rivoluzione liberale, quella non realizzata nel ventennio berlusconiano a causa del conflitto d’interessi del Cavaliere e delle resistenze di alleati intrisi e succubi della vecchia cultura e delle vecchie caste.

Tutto questo, ovviamente, non comporta la corsa in massa sul carro del vincitore. Comporta, al contrario, l’appello a Salvini a dare vita ad una coalizione in cui il blocco populista e sovranista di Lega e Fratelli d’Italia sia affiancato da forze autenticamente di destra liberale decise a perseguire il cambiamento. Forza Italia può essere considerata una di queste forze? Solo se depurata da cortigiani e pesi morti interessati esclusivamente alla sopravvivenza politica personale.

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Redazione8 Agosto 2019

In un sistema parlamentare il Parlamento è il luogo in cui si forma la maggioranza che esprime il governo.  Ed è anche il luogo in cui si certifica, con il voto su questioni politicamente qualificanti, la fine della maggioranza e la conseguente caduta del governo.

Si può considerare il tema della Tav come una questione politicamente irrilevante? Ovviamente la risposta è negativa. È stato uno dei principali argomenti fondativi del Movimento Cinque Stelle e rappresenta la cartina di tornasole della totale differenza di impostazione politica e strategica tra la Lega ed i grillini. Questi ultimi sostengono che non il voto sulla Tav non riguarda e non tocca il governo. Ma la loro non è soltanto una manifestazione di analfabetismo istituzionale ma è anche e soprattutto una trovata dialettica per salvare la faccia rispetto ad un elettorato a cui avevano promesso che una volta al governo avrebbero bloccato la Tav e tutti i grandi lavori considerati la fucina di ogni forma di corruzione e malaffare del “ partito del cemento”.

La contraddizione, nel presentare come politicamente irrilevante la sconfitta subita in Parlamento sul tema più identitario della propria azione politica, è fin troppo evidente. Tanto più che questa sconfitta è avvenuta grazie al voto congiunto delle forze dell’opposizione e dell’altra componente della maggioranza. Ma quel che è peggio è che una contraddizione del genere non tranquillizza affatto l’elettorato del Movimento Cinque Stelle. Che sarà pure formato da ingenui giustizialisti ma non da babbei imbesuiti destinati a bere qualsiasi fandonia viene loro propinata dal gruppo dirigente grillini. La toppa, in sostanza, è peggiore del buco. E Beppe Grillo, che non è un babbeo, si è guardato bene da sostenerla limitandosi a prendere atto che sulla richiesta di cancellazione della Tav il Movimento non ha la maggioranza in Parlamento. Come a dire che gli elettori grillini se ne debbono fare una ragione e non possono non apprezzare la battaglia di principio condotta dal Movimento pur sapendo di andare incontro ad una sconfitta certa.

I grillini, allora, sono con le spalle al muro. Debbono subire passivamente le proteste della propria base e sono alla mercé, per quanto riguarda la loro sopravvivenza al governo, dalle decisioni di Matteo Salvini. Il che, paradossalmente rinvia la crisi almeno all’autunno. Perché mai il leader leghista dovrebbe rinunciare a sfruttare durante l’estate la condizione di difficoltà e di vassallaggio a cui i grillini si sono assoggettati?

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Redazione7 Agosto 2019

Il dramma della sinistra è di essere vittima e succube di quel ceto mediatico che si raccoglie attorno ai grandi giornali ed ad alle principali reti televisive e che la stessa sinistra ha allevato, istruito, favorito e trasformato in casta elitaria chiusa ad ogni fattore di novità della società italiana.

Questo dramma non è nuovo. Si può dire che dalla morte di Enrico Berlinguer in poi la guida del popolo di sinistra si è spostata dal gruppo dirigente del Pci al ceto mediatico privilegiato. Negli anni Novanta il fenomeno si è arricchito del circo mediatico-giudiziario che ha consentito la cosiddetta rivoluzione di “Mani Pulite”. Cioè del rafforzamento del ruolo di guida dei media politicamente schierati che non si sono più limitati a sostituire il gruppo dirigente della sinistra in genere e del Pci in particolare, ma hanno aggiunto al novero dei loro seguaci anche una larga fetta della magistratura. Non è forse vero che in questo periodo l’obbiettivo principale di ogni Pm impegnato nelle inchieste tese a fare pulizia nel mondo politico è stato di avere il può largo consenso popolare attraverso il totale appoggio dei media?

Nel ventennio berlusconiano il ruolo del ceto mediatico messo in piedi dalla sinistra e divenuto suo “padrone” è diventato ancora più marcato. Anche perché l’assenza di una visione innovativa della società da parte della sinistra è stata supplita dalle campagne di odio e denigrazione portate avanti con la massima spregiudicatezza ed intolleranza lanciate a getto continuo contro il nemico comune dagli intellettuali, dai giornalisti e dai loro interessati finanziatori facenti parte di quella che nel frattempo si era trasformata in casta carica di privilegi e di potere.

Questo meccanismo ha retto fino a quando la rivolta popolare e populista, iniziata con l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti, non si è estesa anche in Europa ed ha segnato profondamente anche il nostro Paese. Ora il ruolo dominante sulla sinistra del ceto mediatico privilegiato è venuto completamente alla luce. Il Pd ed il resto del fronte politico progressista affonda nella propria crisi di idee e si affida totalmente ai propri media di riferimento. Questi ultimi, però, che per tanti anni sono stati in sintonia con la parte progressista dell’opinione pubblica, adesso che questa parte progressista si è invecchiata ed ha perso ogni forma di vigore, risulta totalmente scissa dalla realtà. Sempre più chiusa nei propri privilegi e sempre più autoreferenziale, interpreta i fermenti più profondi della società con gli schemi logori della propria vetusta egemonia culturale. E condanna la sinistra a non rinunciare a quella identità elitaria che la sta portando ad isolarsi sempre di più rispetto al comune sentire del popolo italiano e ad avvoltolarsi tragicamente drammaticamente nella propria crisi.

La faccenda non dispiace affatto. Anche al tramonto della sinistra e dei suoi padroni mediatici seguirà fatalmente un’alba diversa. Come dare corpo e sostanza a questa diversità è la vera sfida per il futuro!

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Redazione6 Agosto 2019

Il paradosso è che Silvio Berlusconi, dopo essere stato vittima nel corso della sua lunga storia politica di operazioni di palazzo (da Clemente Mastella a Gianfranco Fini, da Angelino Alfano a Denis Verdini), abbia deciso di compiere un’operazione di palazzo che appare destinata a danneggiare se stesso.

L’Altra Italia è un disegno che si realizza solo tra gli intimi, i fedelissimi del Cavaliere ed i rappresentanti dei tanti cespugli che gravitano nella cosiddetta area centrista. La caratteristica principale di tutti costoro è che operano esclusivamente all’interno del vecchio mondo di vertice del movimento berlusconiano e non hanno alcun seguito popolare. Né più, né meno di come a loro tempo Alfano e Verdini (Fini lo avrebbe avuto se non si fosse suicidato politicamente). Nei prossimi appuntamenti elettorali, quindi, il compito di rastrellare consensi spetterebbe sempre e comunque al Cavaliere, che ha sicuramente sette vite ma che, come tutti i vecchi leoni, è un simbolo del passato e non può tenere il passo con quelli più giovani.

Nel frattempo che succede tra quegli esponenti di Forza Italia che hanno conquistato voti nei propri territori alle amministrative e si ritrovano strettamente alleati con la Lega e Fratelli d’Italia nelle regioni e nei comuni avendo un vertice nazionale che, volendo diventare il centro, prende sempre più le distanze dalle forze che occupano la destra?

La risposta è più che semplice. La stragrande maggioranza di questo personale politico di Forza Italia sarà costretto a compiere una scelta. Tra la prosecuzione dell’alleanza del centrodestra con cui hanno raccolto i propri voti e conquistato le proprie posizioni nelle amministrazioni e la prospettiva di una avventura in cui non c’è garanzia per nessuno.

È difficile immaginare che saranno in tanti a scegliere l’incerto rispetto al certo ed è facile prevedere che l’esodo verso la Lega, Fratelli d’Italia ed eventualmente una nuova forza decisamente collocata nel centrodestra sarà massiccio. All’insegna, se non della conversione al sovranismo, al principio del primum vivere. Che in politica è sempre determinante.

E l’Altra Italia? Da operazione di Palazzo si esaurirà nel Palazzo. Diventando un raro esempio di masochismo di un leader!

 

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Redazione5 Agosto 2019

Si accettano scommesse sulla tenuta del Governo in occasione del voto del Senato sul Decreto sicurezza bis. Il rischio di defezioni da parte dei dissidenti del Movimento Cinque Stelle è inesistente. Se mai si profilasse l’eventualità di una carenza di voti per l’Esecutivo, ci sarebbero sempre alcuni “responsabili” nascosti tra i partiti d’opposizione. Magari attraverso una assenza strategica dall’aula per far scendere il quorum e mettere in sicurezza la compagine governativa.

Insomma, tutto lascia prevedere che il gioco delle polemiche reciproche tra Lega e Cinque Stelle con annesse minacce di crisi destinate sempre a dissolversi, si ripeterà da metà settembre in poi. Ed andrà avanti non solo fino a quando Matteo Salvini continuerà ad incassare consensi tenendo in piedi un governo in cui svolge il ruolo di vero oppositore, ma anche fino a quando i grillini non si renderanno conto che in questo modo si stanno scavando la fossa e la crisi delle opposizioni, Forza Italia e Partito Democratico, non avrà trovato una qualche risoluzione.

Quest’ultimo aspetto sembra marginale per la sorte del Governo ma, in realtà, è tra quelli decisivi. La crisi del Pd, lacerato dal conflitto tra l’area zingarettiana e quella renziana, e quella di Forza Italia, sconquassata dalle lotte intestine di un gruppo dirigente allo sbando, costituiscono la garanzia che le elezioni anticipate non si terranno a tempi brevi. Nessun parlamentare di questi due partiti vuole tagliare il ramo su cui siede prima di avere una qualche certezza sul proprio futuro. E questo consente a Salvini di allungare a piacimento i tempi di una crisi che potrà aprirsi solo nel momento di massima convenienza per il leader leghista.

Più che guardare alle esibizioni danzanti del ministro dell’Interno e fare del moralismo d’accatto ricordando che Aldo Moro andava in spiaggia in doppiopetto e cravatta, bisogna prestare la massima attenzione all’evoluzione delle crisi interne del Pd e di Forza Italia. Da questa evoluzione si saprà se il Paese potrà contare in futuro su una opposizione seria ed autorevole o se è invece condannato a tenersi sul groppone il regime giallo-verde degli inadeguati.

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Redazione2 Agosto 2019

Il Ridotto della Valtellina, come la storia insegna, non divenne mai realtà. Nel momento finale ognuno dei fascisti che aveva seguito Benito Mussolini nella Repubblica Sociale cercò di salvare la pelle all’insegna del “si salvi chi può”. Ci sono analogie con l’implosione di Forza Italia? Manca il sangue dei vinti ma c’è il “si salvi chi può”. Con una differenza di fondo. Mussolini finì a Piazzale Loreto. Silvio Berlusconi è a Strasburgo e, seppure gravato dall’età e dagli acciacchi fisici, conta di operare come quando era il leader incontrastato del centro destra e di un partito che un tempo rappresentava l’asse portante della coalizione.

Un uomo della sua potenza economica, dei suoi rapporti internazionale e della sua indomita energia non può essere sottovalutato. Può ancora dire la sua nella politica nazionale ed europea. Ma è condannato dalla naturale tendenza a perpetuare sempre e comunque il modello del leader incontrastato che non accetta di dividere il potere assoluto con nessuno, a cercare di incidere nella vita pubblica in piena e perfetta solitudine.

Naturalmente non si tratta di una solitudine fisica. A suo fianco ci saranno sempre i devoti, i fedelissimi che gli debbono tutto e quelli che hanno la vocazione naturale a vestire i panni indossati da Ugo Tognazzi nel film “ Il federale” di Luciano Salce. Ma questo contorno sarà politicamente nullo. Perché il solo ad avere la forza di parlare appellandosi al vecchio carisma sarà lui.

Il fenomeno rappresentato da un personaggio che fa politica da solo e senza un partito alle spalle andrà sicuramente studiato dai futuri storici. Ma, al momento, se da un lato non si può non rimanere colpiti della sua determinazione, dall’altro non si può non rilevare come il fondatore di Forza Italia sia diventato il liquidatore della propria creatura politica.

È prevedibile che il “si salvi chi può” porti alla scissione di Giovanni Toti, alla presa di distanze di Mara Carfagna ed agli esodi personali di parlamentari ed amministratori forzisti verso la Lega, Fratelli d’Italia e magari, per qualcuno anche il Pd.

Può essere che il Cavaliere si illuda di dire la sua attraverso la federazione “ Altra Italia”. Ma sarà un’altra storia. Il ciclo del partito liberale di massa è finito!

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Redazione1 Agosto 2019

Continuare a governare con il Movimento Cinque Stelle significa procurare danni al Paese ed alla stessa Lega. Matteo Salvini dovrebbe tenere conto di questa considerazione. Perché fino ad ora il “Contratto di governo” si è retto su una sorta di scambio paritario di concessioni tra i due alleati. I pentastellati hanno avallato il provvedimento sulle pensioni che era diventato il cavallo di battaglia elettorale dei leghisti. E questi ultimi hanno digerito il “Reddito di cittadinanza” su cui il Movimento 5 Stelle aveva impostato il proprio programma per le elezioni.

I risultati dei due provvedimenti non sono stati brillanti ma, soprattutto, sono risultati sbilanciati. Quota cento ha risolto il problema di una ristretta fascia di cittadini. Il reddito di cittadinanza è apparso come la prosecuzione della linea assistenziale inaugurata da Matteo Renzi con gli 80 euro, ha riguardato meno della metà di quanti programmati ma ha introdotto, con i navigator, la figura dei “clientes” di partito ad esclusivo vantaggio del Movimento Cinque Stelle come è chiaramente emerso con il recente incontro tenuto da Luigi Di Maio con i prescelti. Con l’economia stagnante, a che servono i navigator impossibilitati a distribuire posti di lavoro inesistenti se non a fornire una milizia a carico dello Stato del gruppo dirigente pentastellato?

Per il futuro la posizione dei grillini è fin troppo chiara. In cambio di una autonomia rivisitata e corretta pretenderanno il salario minimo garantito nella loro versione massimamente demagogica. In cambio della Gronda di Genova, il taglio senza copertura del cuneo fiscale. In cambio della ridicola riforma della giustizia firmata da Alfonso Bonafede, l’abolizione del Canone Rai e via di seguito. Cioè in cambio di riforme necessarie chiederanno misure ispirate ad esigenze esclusivamente elettoralistiche destinate a provocare danni inestimabili. Il salario minimo garantito versione Di Maio rischia diventare una fabbrica di disoccupati e di lavoro nero. Il taglio del cuneo fiscale, di per sé una misura ottima, diventa un peso insopportabile non solo per le casse dello Stato ma per cittadini che dovranno pagare nuove tasse per sostenerlo se non si trovano le coperture.

Quanto, infine, all’abolizione del Canone Rai, solo degli avventurosi dementi possono immaginare una misura capace di sconvolgere il sistema informativo nazionale provocando un buco al suo centro, con la scomparsa parziale o completa dell’azienda pubblica, destinato ad essere coperto dalle grandi compagnie radiotelevisive straniere.

D’ora in avanti lo scambio tra Lega e M5S diventa totalmente sbilanciato e carico di conseguenze devastanti per la salute del Paese. Il cambiamento, se mai c’è stato, è fallito. E per i leghisti passare da corresponsabili a complici il passo è breve!

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Redazione31 Luglio 2019

Strana storia quella del ragazzo americano accusato di aver ucciso il povero carabiniere Mario Cerciello Rega ripreso con la benda sugli occhi negli uffici dell’Arma. Talmente strana da far sorgere una marea di dubbi e di interrogativi. Innanzitutto: perché bendare il presunto assassino? Per confonderlo, per compiere una pressione psicologica, per intimidirlo? In realtà non sembra che il bendaggio faccia parte dei metodi di interrogatorio in uso nel nostro Paese. Tanto più che il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Roma, Giovanni Salvi, ha precisato che l’interrogatorio dei due indagati si è svolto in maniera assolutamente regolare ed alla presenza dei difensori. Inoltre, come può essere saltato in testa ad un qualsiasi carabiniere di scattare una foto dell’indagato bendato: per rivalsa nei confronti del presunto assassino di un proprio collega? O per il vezzo ormai dilagante di immortalare sempre e comunque qualsiasi immagine per poter dire “io c’ero”? E poi, come può essere saltato in testa di diffondere la fotografia senza minimamente prevedere le conseguenze del proprio comportamento?

La spiegazione più probabile è che la causa sia un misto tra dabbenaggine ed esibizionismo da social. Ma come escludere una ragione diversa, più sottile, diretta a creare un caso mediatico dai risvolti clamorosi ed imprevedibili?

Sicuramente non ci sono complotti da smascherare. Anche perché non si capisce quale obiettivo avrebbero perseguito. Ma un minimo di indagine sarebbe auspicabile. Anche perché quella stupida fotografia è diventata una macchia oscura sull’immagine del Paese. Che viene dipinto come un Venezuela mediterraneo dove non esiste alcuna forma di tutela per gli indagati. Rispondere a questa ondata di dileggio, che non è solo esterno ma anche di produzione interna per precisi interessi politici uniti ad una vocazione masochistica imbecille, non è facile. Ma mai come in questo momento servirebbe un atto di difesa forte, compiuto da un governo autorevole e stabile. Cioè proprio quello che non c’è e non ci potrà essere se non dopo un sempre più urgente ritorno alle urne.

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Redazione30 Luglio 2019

All’interno del Governo italiano qualcuno dovrebbe chiedersi se esista una qualche connessione tra le iniziative militari del generale Khalīfa Belqāsim Ḥaftar contro il governo di Tripoli e la ripresa delle partenze dei barconi dei migranti verso le coste italiane. Nessuno è in grado di stabilire che la connessione esista. Ma basta usare un minimo di logica per rilevare come i barconi dei migranti diventino molto spesso degli strumenti di pressione nei confronti del governo italiano e di quelli europei per indurli, sotto il ricatto dell’invasione dei disperati, a frenare Haftar e continuare ad aiutare Fayez al-Sarraj.

Dare per certa questa eventualità, però, non significa aver trovato un rimedio per sfuggire ai giochi dei signori della guerra libici. Anche perché al momento un rimedio non esiste. Sia a causa delle divisioni sempre più marcate tra i partners europei sulla vicenda libica. Con la Francia che continua imperterrita a sostenere gli avversari del governo di Tripoli, anche se come si è visto con l’attacco all’ospedale italiano, il gioco diventa pesante e tende a danneggiare i nostri medici ed i nostri interessi. Sia perché gli interessi nell’area dei Paesi arabi in conflitto tra di loro sconsiglia tassativamente qualsiasi intervento umanitario che verrebbe visto come la ripresa del colonialismo occidentale sulla “quarta sponda”.

Una soluzione, però, dovrebbe essere comunque trovata. Scaricare al-Sarraj e puntare su Ḥaftar come il nuovo Gheddafi? Oppure infischiarsene dei francesi e sostenere con ogni mezzo Tripoli bloccando ogni velleità egemonica del generale?

L’impressione è che il Governo italiano voglia soltanto vivere alla giornata senza assumere nessuna decisione in merito e, anzi, utilizzando i giochini libici in funzione della politica interna del Paese. Se è così non c’è altro che farsene una ragione. Non ci sarà alcuna soluzione alla questione libica fino a quando Donald Trump e Vladimir Putin non avranno concordato come sbrogliare la matassa. Contare poco e non aver un minimo di coraggio porta a questo!

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Redazione29 Luglio 2019

Si può discutere quanto si vuole se il governo italiano abbia fatto bene a non partecipare al vertice indetto da Macron sul tema dei migranti a cui hanno presenziato solo i rappresentanti degli Stati che non hanno “porti sicuri” nel Mediterraneo. Andare e bocciare il documento finale in cui il presidente francese ha ribadito che spetta all’Italia ed alla Grecia accogliere non avrebbe cambiato molto la sostanza del problema.

I francesi, affiancati da chi non vede barconi dal tempo dei vichinghi, vogliono che i Paesi più esposti del Mare Nostrum non perdano tempo nel fare accoglienza in attesa che scatti una futura intesa tra tutti i componenti della Ue per la ridistribuzione di chi, intanto, va inserito in campi adeguatamente attrezzati. Italia e Malta (la Grecia non ha alcun potere negoziale con Bruxelles) respingono il diktat di Macron e, come sta avvenendo con la nave Gregoretti, chiudono i porti ed impediscono gli sbarchi.

David Sassoli, neo presidente del Parlamento europeo, definisce “assurda” la posizione del nostro governo. Ma di veramente assurdo in questa vicenda c’è solo la pretesa di chi è stato eletto alla massima carica della Camera europea con una maggioranza prona agli interessi dell’asse franco-tedesco e di stare sempre e comunque dalla parte di Macron e della Merkel. Asserviti? Probabilmente, no. Ma convinti che non ci possa essere altra Unione europea oltre quella dominata dall’asse franco-tedesco.

E decisi a battersi anche a dispetto dell’interesse nazionale pur di salvaguardare l’unica Europa che loro concepiscono. Ma non è affatto vero che la sola Ue possibile sia quella del dominio assoluto di francesi e tedeschi. Una Europa del genere non solo è totalmente sbilanciata in favore di un potere che tra l’altro è in fase progressivamente declinante. Ma non rispecchia affatto gli ideali dei fondatori provvisti dell’elementare buon senso di creare una struttura assolutamente equilibrata per non ripetere gli errori degli anni Trenta. David Sassoli, quindi, farebbe bene a fare un ripassino della storia europea. Gli squilibri provocano sempre rotture disastrose!