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Redazione19 Aprile 2019

Ingenui o ciarlatani? Ormai da tempo divenuto fin troppo lungo ci si interroga sulla natura più profonda degli esponenti del Movimento Cinque Stelle. Interrogativo che torna ad essere riproposto dalle ultimissime vicende che hanno visto come protagonisti Alessandro Di Battista ed alcuni ministri grillini guidati sul terreno del dilemma dal vicepresidente del Consiglio, Luigi Di Maio.

Di Battista, a cui l’anno sabbatico e guatemalteco dalla politica deve aver accentuato lo spirito umanitario, ha colto al volo l’incendio di Notre-Dame per denunciare la protervia dell’Occidente capitalista ed imperialista che si prepara ad investire grandi somme per la ricostruzione della Cattedrale parigina e non stanzia neppure un euro per la ricostruzione e gli aiuti alla Libia in fiamme. Ma si è mai posto il buon Di Battista il problema di come ed a chi fornire soldi per la Libia nel caso il protervo Occidente decidesse di intervenire finanziariamente? Con bonifici alle banche di riferimento del generale Khalifa Haftar o del premier Fayez al-Sarraj? Con valigette di banconote ai capi delle decine di tribù e milizie che si contendono fette di territorio libico? E come impedire che i soldi per gli aiuti umanitari o per la ricostruzione possano venire impiegati dai leader e capi libici in nuovi armamenti per andare avanti nella guerra civile? Di Battista pensa che basterebbe chiedere ai libici di applicare il decreto spazzacorrotti e mandare gli agenti provocatori suggeriti da Piercamillo Davigo per risolvere il problema?

Sul piano dell’irrealismo, comunque, Di Battista è in buona compagnia. Di Maio, seguito a ruota dalla ministra della Difesa, Elisabetta Trenta, ha deciso di approfittare della minaccia di un’invasione di ottocentomila profughi per mettere in difficoltà Matteo Salvini chiedendogli di ottenere dai Paesi europei sovranisti di accogliere dentro le loro frontiere una parte dei fuggitivi. La ministra della Difesa, a sua volta, ha rincarato la dose alimentando una sorta di levata di scudi dei generali delle Forze Armate contro il ministro dell’Interno leghista, colpevole non solo di continuare a proporre la soluzione dei porti chiusi, ma anche di pensare che la tenuta dell’ordine pubblico all’interno dei confini sia di sua competenza.

Di Maio e la Trenta sono sul serio convinti che di fronte ad ottocentomila profughi arrivati in Italia sarebbe possibile procedere ad un’equa distribuzione negli altri Paesi europei. Come? In aereo? Nei carri ferroviari piombati? O dichiarando guerra a chi si rifiutasse di accogliere la propria quota di centomila e passa profughi?

Di fronte a queste dimostrazioni di assoluta irresponsabilità il dilemma se i grillini siano ingenui o ciarlatani appare inutile. Questi ci fanno e ci sono. E rappresentano un pericolo gravissimo per un Paese che oltre a combattere contro la crisi deve anche affrontare il problema di come liberarsi dei cretini al potere!

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Redazione18 Aprile 2019

Non ha avuto torto Vittorio Sgarbi quando si è infuriato con i parlamentari grillini che avevano espresso cordoglio per la scomparsa di Massimo Bordin accusandoli di essere degli ipocriti che piangono il morto ed uccidono Radio Radicale di cui il giornalista era diventato il simbolo. L’ipocrisia ed il cinismo di quanti hanno espresso cordoglio in maniera formale e strumentale nei confronti del giornalista, però, è aggravata dal fatto di essere stata espressa da chi non aveva neppure la più pallida idea di chi fosse lo scomparso. Per la stragrande maggioranza dei grillini, infatti, Bordin era un perfetto sconosciuto. Per la semplice ragione che in vita loro non avevano mai ascoltato il suo “Stampa e regime” e non avevano mai sintonizzato la propria radio sulle frequenze di Radio Radicale.

Prendiamo il caso del grillino più alto in grado nelle istituzioni. Quel Presidente del Consiglio Giuseppe Conte che ha giustificato la fine dei finanziamenti pubblici a Radio Radicale sostenendo che d’ora in poi l’emittente avrà la possibilità di sostenersi con la pubblicità raccolta sul mercato. Giustificazione che può venire solo da una persona che oltre a non conoscere nulla del mercato pubblicitario condizionato dalla raccolta pubblicitaria della Rai, ente di Stato, non può aver mai seguito una qualsiasi trasmissione di Radio Radicale. Quale azienda può investire pubblicità sulla registrazione di un processo, di una conferenza stampa di un partito o di un sindacato, sulla presentazione di un libro o su una delle infinite trasmissioni dedicate alla vita pubblica del Paese?

Lo stesso vale per il sottosegretario Vito Crimi, l’ex cancelliere di Tribunale definito da Bordin “gerarca minore”, artefice del provvedimento che determina la chiusura della radio creata da Marco Pannella. Quante volte in vita sua il sanculotto Crimi, che da buon grillino era ed è intriso di antipolitica, può aver mai ascoltato Radio Radicale diventata nel corso di alcuni decenni il simbolo stesso della politica italiana? La risposta è mai. E se per caso una qualche occasione ci sia stata, il suo effetto è sicuramente stato l’aumento dell’ostilità nei confronti di una emittente espressione di una politica concepita come il male assoluto dal sanculotto convinto di rappresentare il modo nuovo e virtuoso di fare politica.

Gli ipocriti ed i cinici di Sgarbi, dunque, sono in realtà degli inconsapevoli. Che non conoscendo Bordin hanno perso la possibilità di capire che la loro nuova politica è in tutto simile a quella vecchia. Solo più grossolana e pedestre. Bordin era colto e raffinato. Troppo per degli ignoranti.

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Redazione17 Aprile 2019

Simul stabunt, simul cadent. La citazione latina più in uso nel linguaggio politico italiano calza a pennello alle vicende parallele delle due forze di opposizione al Governo giallo-verde, il Partito Democratico da un lato e Forza Italia dall’altro. Non per quanto riguarda lo “stabunt”, che per le due forze politiche è sempre più precario e ballonzolante, ma per quanto riguarda il “cadent”, visto che entrambe sembrano ormai condannate ad una caduta estremamente rovinosa.

La campagna elettorale per il voto europeo avrebbe dovuto rappresentare l’occasione della ripresa per il Pd, guidato dal nuovo segretario Nicola Zingaretti e deciso ad invertire la parabola discendente iniziata con la segreteria di Matteo Renzi. Lo stesso sarebbe dovuto avvenire per Forza Italia, segnata da un ritorno in campo del leader storico Silvio Berlusconi destinato a risvegliare un partito caduto in depressione dopo i colpi subiti dal Cavaliere sul piano fisico, politico e giudiziario.

Ma è proprio questa campagna elettorale che appare segnata dal fallimento dei tentativi di rigenerazione del Pd e di Forza Italia. Su Zingaretti non è caduta solo la freddezza della componente renziana, ancora forte e radicata, per lo spostamento a sinistra deciso dal nuovo segretario. È piombata come un meteorite incontrollabile la vicenda dell’Umbria, che ha provocato non solo la caduta della giunta guidata da Catiuscia Marini, ma ha portato alla sbarra l’intero sistema di potere creato nei decenni dalla sinistra di tradizione comunista e post-comunista nelle regioni rosse del Paese.

Quella umbra non è la crisi del Pd di una regione da sempre guidata dalla sinistra. È la crisi di un sistema di cui Zingaretti è uno dei più autorevoli rappresentanti visto che non è solo segretario del Pd, ma anche Presidente della Regione Lazio. In queste condizioni il futuro si oscura tragicamente per il Partito Democratico. L’Umbria è persa, ma quel che è peggio è che il sistema di potere del partito è saltato e non può essere in alcun modo recuperato.

Un pessimismo analogo vale per Forza Italia. Chi sperava che la candidatura del “fondatore” fornisse una scossa salutare non solo agli elettori moderati ma anche e soprattutto al gruppo dirigente almeno fino alla data del 26 maggio, ha fatto male i suoi conti. Perché, paradossalmente, la consapevolezza che Berlusconi vivrà il suo tramonto politico in Europa non ha risvegliato gli elettori e ha addirittura anticipato lo sfaldamento dei vertici e l’avvio della guerra di successione al Cavaliere tra quanti non si faranno attirare dalle sirene della Lega e di Fratelli d’Italia. Lo stato di queste due opposizioni in caduta libera è la più grande ragione di sopravvivenza del Governo giallo-verde!

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Redazione16 Aprile 2019

La campagna elettorale ha raggiunto un livello di totale demenzialità. E la conferma non viene solo dall’accusa del vicepresidente del Consiglio Luigi di Maio all’altro vicepremier Matteo Salvini di credersi Napoleone e dalla contro-accusa di Salvini a Di Maio di lasciare marcire sul suo tavolo di ministro centinaia e centinaia di casi di crisi aziendale. Già questo basterebbe per prendere atto che la competizione tra alleati di governo è uscita fuori da qualsiasi binario di razionalità. Ma c’è una questione su cui grillini e leghisti sono andati oltre, raggiungendo un traguardo di rara follia. Quella posta dal Premier di Tripoli al-Sarraj con la minacciosa previsione che se mai il suo avversario Khalifa Haftar dovesse proseguire nell’assedio della capitale libica l’Italia potrebbe essere investita da una massa di ottocentomila disgraziati.

Se i componenti del Governo giallo-verde avessero ancora tutte le rotelle a posto la previsione di al-Sarraj sarebbe stata considerata come un appello poco amichevole nei confronti di Roma a non abbandonarlo al suo destino ed a sostenerlo più efficacemente contro il generale ribelle per non correre il rischio di una invasione proveniente dal Sud. Ma nessuno si è sognato di spiegare ad al-Sarraj che appelli di questo genere possono ottenere l’effetto opposto a quello sperato. Cioè convincere l’Italia di aver puntato nella vicenda libica sul cavallo sbagliato.

Tutti, al contrario, hanno cavalcato l’ipotesi dell’invasione degli ottocentomila solo per fare un po’ di propaganda elettorale a buon mercato sollevando il tema ridicolo dei porti chiusi o aperti e della differenza tra migranti e rifugiati. Luigi Di Maio e la ministra della Difesa Elisabetta Trenta hanno colto l’occasione per attaccare il cuore della politica leghista, quella fondata sul “no” irremovibile all’accoglienza, sostenendo che in caso d’invasione i porti andrebbero aperti almeno ai rifugiati se non anche ai migranti. A sua volta, Salvini ha attaccato la politica di mancato sviluppo di Luigi Di Maio ed ha affondato i suoi colpi sul fianco molle del Movimento Cinque Stelle rappresentato dalla gestione fallimentare di Roma.

Ed il pericolo, niente affatto aleatorio, degli ottocentomila invasori? Rimosso, cancellato, trasformato nel pretesto per un dibattito assurdo sulla differenza tra rifugiato e migrante. Come se nel caso centinaia di migliaia di persone cercassero di entrare in Italia sarebbe possibile effettuare una qualche distinzione e, soprattutto, accogliere un esercito d’invasione così numeroso senza incominciare a pensare su come bloccarlo alla partenza.

Ma la follia elettoralistica è più forte di qualsiasi considerazione razionale. Al punto da far tenere che non si possa placare neppure il 26 maggio!

 

 

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Redazione15 Aprile 2019

Non accenna a cessare la guerra a parole che il governo italiano combatte con la Francia per le vicende della Libia. Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ed il vicepresidente leghista Matteo Salvini non rinunciano ad ammonire il presidente francese Emmanuel Macron a non interferire nelle questioni libiche con lo scopo di strappare all’Italia gli interessi petroliferi presenti nella vecchia colonia. Per dare concretezza ai propri moniti, Conte non ha esitato a prospettare una crisi della comunità europea nel caso Macron dovesse continuare a sostenere il generale Khalīfa Ḥaftar nel tentativo di conquistare Tripoli e fare piazza pulita del governo di Fayez al-Sarraj sostenuto dall’Onu e dall’Italia.

Ma non uno di questi ammonimenti pare sia in grado di fare effetto. L’Eliseo smentisce ma risulta che gli aiuti ad Ḥaftar da parte della Francia continuino ad arrivare e sembra addirittura che sia stata accertata la presenza di “consiglieri” francesi tra le truppe del generale impegnate nell’assedio della capitale libica.

Le parole, in sostanza, non sembrano efficaci. Neppure quelle che ipotizzano una crisi dell’Unione europea. E non lo sono perché agli occhi di Macron l’Italia è un interlocutore troppo debole per poter fermare con i soli ammonimenti verbali la sua strategia di conquista degli interessi italiani in Libia.

Di fronte a questo atteggiamento si può gridare quanto si vuole contro l’arroganza e la prepotenza dell’inquilino dell’Eliseo. La sostanza, però, non cambia. Se l’Italia vuole che le sue rimostranze abbiano una qualche efficacia deve essere in grado di dare una qualche concretezza alle parole. Ma come?

L’opzione militare è stata esclusa sia da Conte che dalla ministra della Difesa, Elisabetta Trenta. Ed è logico che non possa essere presa in considerazione perché l’idea che l’Italia possa mandare le proprie truppe a sostenere il governo traballante di al-Sarraj non solo è irrealistica ma anche ridicola. Altrettanto priva di senso è l’ipotesi dell’opzione militare ridotta, cioè quella degli aiuti senza truppe di supporto per Tripoli. Perché legherebbe in maniera indissolubile il destino degli interessi italiani in Libia alla sorte di un governo destinato comunque al tramonto come quello di Tripoli.

Scartate queste possibilità, allora, dell’opzione militare rimane solo quella di non escludere la possibilità di interventi mirati solo alla difesa degli impianti petroliferi su cui si incentrano gli interessi italiani e solo nel tempo necessario per la pacificazione del Paese. Un azzardo? Forse. Ma se si teme di fornire anche la più minima manifestazione di forza è meglio ritirarsi del tutto dalla quarta sponda e prepararsi per tempo alla inevitabile invasione dei barconi che seguirà la caduta di Tripoli.

 

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Redazione12 Aprile 2019

Ha ragione Matteo Salvini quando sostiene che fino alla data delle elezioni europee gli esponenti del Movimento Cinque Stelle non smetteranno mai di attaccare lui e la Lega. I grillini hanno bisogno di frenare la parabola discendente del proprio partito che si è manifestata nelle ultime elezioni amministrative. E non possono fare altro che alzare il tiro contro la Lega nel tentativo di mobilitare il proprio elettorato geneticamente avverso a quello leghista e tentare di strappare voti ad una sinistra a cui la cura di Nicola Zingaretti non sembra aver prodotto benefici evidenti e duraturi.

Manca alla previsione di Salvini una qualche valutazione su come la polemica continua dei grillini possa incidere sul proprio elettorato. Servirà a far serrare le fila dei leghisti decisi a resistere ad oltranza all’offensiva dell’alleato di governo? O, al contrario, incomincerà ad instillare tra gli elettori della Lega la sensazione che per evitare una crisi di governo il proprio partito è disposto a subire ogni tipo di offesa ed accettare che il Movimento Cinque Stelle torni ad essere la forza trainante della compagine governativa?

Prevedere la possibile reazione dell’elettorato leghista è importante. Serve a definire il punto di rottura oltre il quale l’offensiva grillina diventa inaccettabile ed insostenibile. Ma, soprattutto, serve a stabilire se e quando staccare la spina del governo nella considerazione che andare oltre potrebbe provocare la fine dell’onda di consenso favorevole alla Lega e l’avvio di un lento ma progressivo disamore per il suo “capitano”.

Vista in questa luce, la campagna elettorale per le Europee assume un valore politico fin troppo importante. Diventa la cartina di tornasole di quanto la presenza nel governo a fianco del Movimento Cinque Stelle continui a convenire a Matteo Salvini ed al suo partito. Può essere, infatti, che il voto europeo sia inferiore ai dati trionfali forniti dai sondaggi. E che il risultato faccia scoprire ai leghisti l’opportunità di bloccare il processo di disamore liberandosi, prima che sia troppo tardi, della causa di malessere del proprio elettorato.

Certo, la prospettiva della rottura è frenata dall’assenza delle alternative all’attuale quadro politico. Ma le alternative si costruiscono. E chissà che il voto non serva anche ad avviare una costruzione del genere!

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Redazione11 Aprile 2019

È una ben magra consolazione quella ottenuta da Ignazio Marino con l’assoluzione per la vicenda degli scontrini delle cene consumate in qualità di sindaco di Roma. La sentenza non lo ripaga della cacciata dal Campidoglio ad opera del proprio partito, il Partito Democratico. Non gli consente di riprendere una carriera politica inesorabilmente spezzata. E, soprattutto, non lo risarcisce dell’umiliazione, del discredito e delle sofferenze morali subite nel corso degli anni in cui è stato sottoposto al massacro mediatico-giudiziario.

Ma trasformare la vicenda Marino in una questione privata da trattare solo con umana solidarietà è profondamente sbagliato. Perché la vittima di questa storiaccia non è solo l’ex primo cittadino della Capitale, ma è anche il sistema democratico del nostro Paese. Cioè tutti i cittadini italiani. Non solo quelli romani che alle elezioni comunali avevano espresso il proprio consenso nei confronti del chirurgo imprestato alla politica del Pd. Ma l’intera società nazionale che, a causa della defenestrazione di Marino per via mediatica e giudiziaria, ha visto alterato il corso della vita politica non solo di Roma ma dell’intera Italia a vantaggio delle forze d’ispirazione giustizialista arrivate al governo anche grazie al clamore provocato dalla vicenda in questione.

Qualcuno osserva che i responsabili diretti della cacciata dell’ex sindaco dal Campidoglio hanno pagato e stanno pagando la loro protervia nell’uso politico della giustizia. Matteo Renzi, che da segretario del Pd decise che Marino andava scaricato, vive in una sorta di autoesilio nel Parlamento nazionale. Il Partito Democratico è passato da una sconfitta all’altra e sembra condannato ad un lento ma inesorabile declino. Gli esponenti grillini che firmarono l’esposto da cui partì la campagna giustizialista anti-mariniana non stanno meglio. Dall’attuale sindaco di Roma Virginia Raggi, ad un passo dal seguire il destino del suo predecessore, all’ex presidente dell’Assemblea Capitolina Marcello De Vito, finito in carcere con l’accusa di corruzione.

Anche in questo caso, però, la consolazione è decisamente magra. Perché la questione non riguarda Marino e neppure i suoi persecutori ma l’intera comunità nazionale. Che non può più permettersi di vedere il proprio futuro nelle mani dei manipolatori della giustizia per il loro tornaconto politico di breve e squallido respiro. L’auspicio, allora, è che l’assoluzione di Marino serva a convincere gli italiani a rimettere le mani sul loro futuro guarendo una volta per tutte dall’ubriacatura giustizialista.

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Redazione10 Aprile 2019

Ilaria Cucchi ha vinto una battaglia che entrerà nei libri di storia imponendo con la sua determinazione il trionfo della verità nella vicenda della morte del proprio fratello. E ha avuto anche la forza di usare questa vittoria non per prendersi una rivincita morale sull’Arma dei carabinieri, ma per dare ampio riconoscimento alla Benemerita di essere in grado di autoriformarsi e rigenerarsi.

Ma la vicenda Cucchi non si esaurisce con la vittoria di Ilaria. La questione che ora si pone non è più quella di stabilire che la vittoria della famiglia Cucchi comporta l’automatica sconfitta dell’Arma dei carabinieri, ma fare in modo che questa sconfitta non si trasformi in una disfatta per la stessa Benemerita. Il comandante generale Giovanni Nistri ha pensato che per evitare un rischio del genere sia opportuno far presentare l’Arma come parte civile nel processo ai carabinieri responsabili della morte del giovane tossicodipendente. Contro questa decisione si è schierato il colonnello Sergio De Caprio, presidente del sindacato dei carabinieri, più noto al grande pubblico come “Capitano Ultimo” artefice della cattura del capo mafioso Riina, secondo cui meglio avrebbe fatto il comandante generale a dimettersi dal proprio incarico piuttosto che far perseguire dall’Arma i suoi militari accusati di aver provocato la morte del fratello di Ilaria.

È difficile stabilire se le dimissioni di Nistri chieste dal capitano Ultimo siano in grado, più e meglio della costituzione dell’Arma come parte civile nel processo, a cancellare l’onta che la vicenda Cucchi ha gettato sull’intero corpo. È molto più facile rilevare come l’iniziativa del colonnello De Caprio possa trasformare la vittoria di Ilaria in una valanga di polemiche e di discredito destinata a sconvolgere e travolgere l’asse portante delle Forze dell’Ordine del nostro Paese.

Quale esigenza deve avere la prevalenza in una vicenda del genere? Quella della responsabilità oggettiva del comandante generale che diventa automaticamente il capro espiatorio di una colpa divenuta collettiva nel corso dei lunghi anni della battaglia di Ilaria? Oppure quella di dimostrare la capacità dell’Arma di autorigenerarsi chiedendo una punizione esemplare per quei suoi dipendenti che non hanno rispettato i valori su cui hanno pronunciato un solenne giuramento?

Tra queste due esigenze c’è n’è una terza che non può non prevalere. Quella del superiore interesse del Paese. Una crisi dell’Arma sarebbe un colpo micidiale alla intera società nazionale!

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Redazione9 Aprile 2019

La vicenda libica dimostra che un conto è il turismo diplomatico ed un altro conto è la politica estera del Paese. Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte corre come una trottola tra le capitali europee ed africane, promuove convegni internazionali, incontra personaggi di spicco di questa o quell’altra nazione. Ma il suo frenetico attivismo non produce risultati di sorta. Per la semplice ragione che non ha una qualsiasi idea di politica estera da portare avanti. La responsabilità, ovviamente, non è la sua. Conte ha la ventura di guidare un governo formato da due forze politiche che da sempre brillano per una totale assenza di interesse per la politica estera.

La Lega limita la sua attenzione al solo bacino europeo limitandosi ad esprimere solo una avversione generica alle burocrazie che guidano l’Unione europea ed a perseguire l’obbiettivo politico di eliminare questo potere burocratico senza però approfondire in qualche modo come sostituirlo.

Il Movimento Cinque Stelle non ha neppure questa concezione parziale della politica estera. Più semplicemente esprime le idee personali e spesso balzane di qualche suo esponente di spicco. Così Roberto Fico attacca l’Egitto per cavalcare elettoralmente il caso Regeni. Manlio Di Stefano fa il filo Hamas. Alessandro Di Battista l’antiamericano e terzomondista. E Luigi Di Maio, capo politico del partito che costituisce l’asse politico governativo, si limita a cavalcare l’antifrancesismo presente nel Paese nella convinzione che blandire i gilet gialli ed attaccare Emmanuel Macron convenga elettoralmente.

Conte, in sostanza, fa turismo diplomatico perché non sa e non può dire nulla rispetto ad una linea di politica estera che non ha una stella polare da seguire, ma solo esigenze elettorali contingenti da assolvere. Il risultato è che l’Italia allenta i legami con l’Unione europea, si mette in rotta di collisione con gli Stati Uniti di Donald Trump, litiga con Macron, guarda da lontano la Russia di Vladimir Putin e fa accordi commerciali al ribasso con una Cina imperiale decisa a colonizzare economicamente Africa ed Europa.

Le vicende libiche sono il frutto del fallimento della politica estera del Governo Conte. Che appoggia al-Sarraj, sostenuto dai Fratelli Musulmani, dal Qatar e dalla Turchia, solo per contrastare la Francia e chiede di fermare Haftar, a sua volta sostenuto da Arabia Saudita ed Emirati arabi alleati degli Stati Uniti, senza capire che mettersi sulla linea dell’Onu significa semplicemente perpetuare all’infinito la guerra civile in Libia.

Il turismo diplomatico senza idee è costoso e, soprattutto, deleterio!

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Redazione8 Aprile 2019

L’unico precedente di due partiti attestati su posizioni antitetiche che si accordano per formare un governo è quello realizzato alla Regione Sicilia nel 1958 da Silvio Milazzo eletto a Presidente dell’Isola grazie ai voti del Partito Comunista Italiano e del Movimento Sociale Italiano. Milazzo era un democristiano contrario all’allora segretario Amintore Fanfani e riuscì a mettere insieme gli opposti rappresentati dai comunisti e dagli ex fascisti in nome dell’autonomismo siciliano minacciato dal centralismo fanfaniano.

Il milazzismo non ebbe vita lunga. Dopo qualche anno i comunisti riscoprirono l’antica avversione per gli ex fascisti e l’esperimento finì tra scandali ed infiltrazioni mafiose non senza aver dimostrato, anticipando il compromesso storico, che democristiani e comunisti potevano tranquillamente collaborare tra di loro.

Giuseppe Conte, ovviamente, non è Silvio Milazzo. Anche perché non è artefice della sua fortuna politica ma un semplice beneficiato della scelta grillina. Ma il Governo giallo-verde può essere considerato come un esempio di milazzismo, con due partiti che non sono stati scelti dagli italiani per governare insieme ma per competere da posizioni opposte e che solo dopo le elezioni hanno sottoscritto un patto di governo per evitare il voto anticipato ed una crisi di sistema.

Proprio perché esempio di una alchimia parlamentare e non di una scelta del corpo elettorale, l’esperimento giallo-verde è destinato a fare la fine del milazzismo. Ed a farla in tempi che rischiano di essere accelerati dalla campagna elettorale delle elezioni europee di fine maggio. Perché la competizione elettorale accentua la differenze e le distanze non tra i leader dei due partiti ma tra gli elettorati delle due forze politiche. E mentre le distanze tra Salvini e Di Maio possono essere facilmente colmate da una pizza condita dal sugo del potere, quelle tra due mondi socialmente e culturalmente alternativi diventano dei baratri insuperabili. Nessuno dubita che fino al 28 maggio leghisti e grillini possano continuare a combattersi a parole rinviando la soluzione dei problemi a data da destinarsi. Ma dopo il voto, quando si tratterà di decidere sulla Tav, sulla prescrizione, sulle infrastrutture, sull’ambiente e su qualsiasi altro argomento oggi oggetto di campagna elettorale, i veleni del presente agiranno pesantemente sui rispettivi corpi elettorali rendendo impossibile la convivenza governativa. Come all’epoca del milazzismo!