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Redazione14 dicembre 2018

La polemica tra “Famiglia Cristiana” e Matteo Salvini è solo la prima di una serie che si prospetta lunga e tormentata. Il leader della Lega ha accusato il settimanale cattolico di essere un giornale dell’ultrasinistra per aver indicato il suo decreto sulla sicurezza come uno strumento di prevaricazione ai danni dei migranti privi di diritti. E il ministro dell’Interno ha replicato definendo falsa la notizia su cui “Famiglia Cristiana” aveva basato la sua polemica (una famiglia ghanese espulsa da un centro di accoglienza) e ribadendo il valore e la necessità del provvedimento.

La vicenda non è isolata. Si inserisce nel contesto più generale formato dalla presenza di una parte del mondo cattolico che contesta a Salvini ed a chi sbandiera a Natale i simboli della tradizione cristiana di usare presepe e crocifisso non per fede ma per strumentalità politica. La tesi di questa parte cattolica, che poi è formata da vescovi, gerarchie varie ed associazioni di volontariato, è che non si può essere cristiani solo a Natale ma che per esserlo per tutto l’anno si deve esercitare la misericordia sempre e comunque nei confronti dei poveri e dei migranti. Di qui la polemica contro i provvedimenti salviniani e la sua politica di chiusura nei confronti delle migrazioni. E, sempre di qui, la facile previsione che fino a quando qualsiasi governo porrà freni e barriere ai flussi migratori, quella parte della Chiesa si collocherà all’opposizione caricandola di un significato religioso che avrà una componente di durezza ed intolleranza superiore a qualsiasi posizione politica.

Non va sottovalutata questa carica di intolleranza che il tratto ideologico caratterizzante del Papato di Bergoglio sta introducendo nel dibattito politico nazionale. Perché per un verso può provocare fratture e divisioni tra i cattolici, allargando le divisioni già esistenti tra i difensori dell’identità tradizionale della Chiesa ed i bergogliani decisi a cancellare i tratti identitari del passato sostituendoli con il solo valore della misericordia. Per un altro può progressivamente portare ad un isolamento e ad una trasformazione della Chiesa stessa che, se non capisce che la misericordia deve essere realistica e rapportata alle condizioni in cui versa la società dove viene applicata, diventa una Ong senza navi carica di veleni politici e sociali.

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Redazione13 dicembre 2018

La ministra della Difesa Elisabetta Trenta ha annunciato che, nel rispetto degli impegni internazionali assunti, cambierà tutte le missioni militari all’estero. Proposito lodevole. Se non fosse che prima di procedere al cambiamento sarebbe opportuno avere chiaro non solo il progetto complessivo dei mutamenti ma anche, e soprattutto, la visione strategica e geopolitica a cui ispirare il nuovo piano delle missioni all’estero. E questo progetto non esiste. Così come non si riesce a scorgere quale possa essere la visione strategica e geopolitica da perseguire per compiere la grande trasformazione.

Si dirà che sei mesi di governo sono pochi per poter affrontare e risolvere un problema di così ampia portata. In fondo la ministra è una capitana dell’Esercito ed ha bisogno di tempo per approfondire tematiche su cui ha la stessa competenza degli strateghi da caffè della Seconda guerra mondiale. Ma se il progetto manca e la visione è tutta da definire, perché mai si preannunciano cambiamenti che la stessa ministra non è in grado di conoscere?

La ragione di un annuncio così vuoto è solo quella di bilanciare in qualche modo le affermazioni fatte da Matteo Salvini in Israele sulla natura terroristica di Hezbollah. Il risultato è diverso ma simile a quello che la ministra Trenta ha contestato al leader della Lega. Se la linea filo-israeliana salviniana mette a rischio i soldati italiani schierati lungo il confine tra Israele e la parte del Libano controllata da Hezbollah, l’annuncio di un cambiamento radicale delle missioni provoca fibrillazioni ed agitazioni in tutti i militari impegnati in qualsiasi missione all’estero. Toglie loro delle certezze e li precarizza. Con tutte le conseguenze del caso, sicurezza compresa. Il tutto senza una sola motivazione diversa dalla necessità di non lasciare la scena della politica militare al solo Salvini.

Fino a quando si dovrà continuare ad assistere alle sceneggiate degli incompetenti al Governo?

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Redazione12 dicembre 2018

Il problema di Matteo Salvini è di arrivare alle elezioni europee tenendo in piedi l’attuale Governo per succhiare il maggior numero di voti all’alleato pentastellato ed al resto del centrodestra.

L’obiettivo è uscire dal voto con un consenso tale da trasformarlo nel leader di un partito diventato la principale forza politica del Paese. Viceversa, il problema di Luigi Di Maio è di contenere al massimo la fuoriuscita di voti verso i leghisti per non essere travolto dalla reazione furibonda della componente movimentista in caso di sconfitta troppo pesante. Salvini evita accuratamente di reagire alle provocazioni dei Cinque Stelle nel tentativo di lasciare nelle loro mani il possibile cerino della crisi. Di Maio è costretto a sfruttare ogni occasione per attaccare la Lega se non vuole uscire battuto dal voto europeo prima ancora che la campagna elettorale incominci ufficialmente.

Le strade dei due partiti che hanno sottoscritto il contratto di governo non sono parallele ma destinate fatalmente a scontrarsi. È possibile che Salvini riesca nel suo intento di rinviare l’impatto a dopo l’appuntamento europeo. Ma è probabile o che un qualsiasi incidente di percorso inneschi una esplosione incontrollabile o che Di Maio, per lisciare il pelo ai movimentisti e per salvare il proprio ruolo di capo politico del movimento, decida di staccare la spina subito dopo l’approvazione della Legge di Bilancio da parte del Parlamento e puntare, da gennaio fino a maggio, allo scontro frontale con l’alleato tornato ad essere nemico e principale concorrente.

Nessuno è in grado di fare previsioni al momento. Non tanto per quanto riguarda Salvini, il cui percorso è fin troppo evidente ed immodificabile. Ma soprattutto per il Movimento Cinque Stelle, che appare sempre di più come una aggregazione di ribellisti carichi di rabbie represse ma priva di una qualsiasi identità in grado di assicurare un credibile progetto politico per il Paese.

In fondo il vero punto debole di Luigi Di Maio è che il suo Movimento non ha alcuna identità. Il ché fino al 4 marzo è stato un vantaggio, ma dal momento dell’assunzione della responsabilità di governo è diventato un fattore di massima debolezza. Che Salvini, in possesso di una identità forte, non mancherà di sfruttare!

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Redazione11 dicembre 2018

È ridicolo il tentativo di trasformare in un problema di competenze infrante la polemica tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini per l’incontro avuto dal ministro dell’Interno con una delegazione di imprenditori guidata dal presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia. È patetico il vicepremier pentastellato quando rileva che “altrove si fanno parole” mentre “ fatti si fanno al Mise” e quando aggiunge che Salvini ha incontrato solo dieci imprenditori mentre lui ne incontrerà almeno trenta. Ma è risibile il commento di quegli autorevoli commentatori che pur di colpire il leader della Lega prendono le difese, in nome delle competenze ministeriali, del “capo politico” del Movimento Cinque Stelle rilevando che le decisioni sulle infrastrutture si prendono al ministero dello Sviluppo economico.

Gli aspetti ridicoli, patetici e risibili nascono dalla volontà di accettare che è iniziata la campagna elettorale per le elezioni europee e che Lega e Cinque Stelle sono in feroce competizione per strapparsi reciprocamente il maggior numero di consensi. È la politica, bellezza! E chi si schiera dalla parte di Di Maio rilevando con sussiego che Salvini deve occuparsi solo di ordine pubblico e sicurezza, si rifiuta di considerare che il leader di un partito non può occuparsi solo delle proprie competenze ministeriali ma deve obbligatoriamente affrontare i temi politici generali indicando le posizioni e le scelte di fondo della propria parte politica.

Da qui a maggio, cioè al momento delle elezioni, di polemiche di questo tipo se ne vedranno fin troppe. Perché la posta in palio è altissima (la conquista del ruolo di forza politica primaria nel Paese). E non è difficile immaginare che su temi di importanza fondamentale come le infrastrutture, la Tav e lo sviluppo, i limiti delle competenze saranno continuamente travolti. Anche a rischio di portare sull’orlo della rottura l’alleanza su cui si regge il Governo guidato da Giuseppe Conte e gestito da Salvini e da Di Maio.

Non si tratta di un dramma. Al contrario, è un chiarimento salutare. Gli elettori debbono sapere per chi votare. E non c’è nulla di grave se si chiarisce che su Tav, infrastrutture e sviluppo Lega e Cinque Stelle hanno idee assolutamente opposte. Di grave, semmai, è cercare di mettere una toppa a questo contrasto prevedendo che il dissidio venga risolto da un referendum popolare passato il quale il Governo va avanti tranquillamente. Chi perde pagherebbe comunque, anche se sarebbe giusto che oltre a pagare in termini politici venisse condannato a pagare i costi della consultazione popolare per danno erariale!

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Redazione10 dicembre 2018

Le due piazze di sabato della scorsa settimana, quella leghista di Piazza del Popolo a Roma e quella dei grillini No-Tav a Piazza Castello a Torino, hanno fornito l’immagine più illuminante e chiarificatrice delle diversità inconciliabili tra i due partiti alleati nel Governo giallo-verde.

A Roma il sentimento dominante dei militanti venuti ad ascoltare le parole del “capitano” Matteo Salvini era la frustrazione di dover continuare a sentirsi con “le mani legate” dai condizionamenti imposti dal Movimento Cinque Stelle. Ed a Torino l’umore generale era assolutamente identico a quello del popolo leghista convenuto nella storica piazza romana. I militanti pentastellati schiumavano rabbia per non poter mandare apertamente a quel paese Salvini ed i suoi seguaci e proclamare ai quattro venti il loro “no” imperativo alla realizzazione di qualsiasi infrastruttura, Tav in testa.

Questi sentimenti identici ed opposti indicano che il proposito sbandierato da Matteo Salvini e da Luigi Di Maio di “durare” per i prossimi cinque anni è del tutto campato in aria. Quando il sentimento dominante espresso dalla pancia di due partiti alleati al governo è quello di separarsi il prima possibile per recuperare la propria libertà d’azione, la separazione è solo questione di tempo. Può verificarsi rapidamente o in tempi meno immediati. Ma il finale di una alleanza così anomala ed innaturale è già scritto. L’interrogativo da porsi, quindi, diventa quello relativo a chi possa convenire maggiormente andare alla rottura cercando di smentire l’antico detto di Pietro Nenni sulle piazze piene e sulle urne vuote.

A stare ai sondaggi, la regola nenniana riguarderebbe il Movimento Cinque Stelle, che riempie Piazza Castello della sua base più ortodossa e tradizionale ma che, se andasse oggi al voto, si troverebbe con le urne drammaticamente svuotate dei consensi ottenuti alle ultime elezioni. I dirigenti pentastellati sono perfettamente consapevoli di questo pericolo. E reagiscono mettendo in azione la componente più movimentista del proprio partito. Quei No-Tav che costituiscono la base identitaria del grillismo e per i quali riscende in campo lo stesso fondatore Beppe Grillo, pronto a risvegliare l’intransigenza estremista della sua creatura a dispetto di tutte le esigenze e le prudenze del gruppo dirigente ministeriale.

I grillini, quindi, cercano di riempire le urne delle prossime elezioni europee ritornando all’estremismo delle origini. Può essere che riescano a sconfessare i sondaggi negativi. Ma è certo che l’alleanza innaturale andrà naturalmente in frantumi.

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Redazione7 dicembre 2018

I fondamentalisti sono tra di noi. Ma non sono islamici bensì cattolici ed, in particolare, sacerdoti di Santa Romana Chiesa. Si avvicina il Natale e questi sacerdoti in preda a frenesia fondamentalista annunciano che sono pronti a chiudere le loro chiese ed a gettare al macero tutto il ciarpame della tradizione cristiana natalizia (dal presepe al “Tu scendi dalle stelle”), per protestare contro quel Decreto sicurezza voluto da Matteo Salvini che a loro parere costituisce un atto di prevaricazione feroce ed ingiustificata nei confronti dei migranti clandestini.

Il fenomeno dei preti fondamentalisti, che rinnegano la tradizione in nome della misericordia nei confronti dei poveri e dei migranti, non è affatto una bizzarria dei tempi ma il segno inequivocabile non solo della grande trasformazione in atto nella Chiesa sulla base dei nuovi indirizzi del papato di Bergoglio, ma anche del rischio di un conflitto fratricida all’interno del mondo cattolico e della società italiana.

Questa nuova forma di guerra di religione intestina nasce dalla convinzione dei fondamentalisti, che in odio a Salvini anti-migranti odiano il Natale tradizionale, di considerare la misericordia l’unico e solo valore di riferimento della Chiesa del nuovo corso bergogliano. Un valore talmente forte, caratterizzante ed intollerante da cancellare non solo tutti gli altri, a partire dalla comprensione per le debolezze umane e dal valore del perdono, ma anche e soprattutto l’eredità culturale di due millenni di storia pieni sicuramente di errori e scelleratezze ma ancora più sicuramente di crescita civile e spirituale.

Questa specie di fondamentalismo cattolico, in sostanza, sta introducendo nella società italiana un germe di intolleranza estremamente pericoloso. Che trasforma automaticamente in eretico chiunque non ponga al centro dei proprio sistema dei valori quello dell’amore esclusivo e totalizzante nei confronti dei migranti (non dei poveri in generale, ma solo di quelli proveniente da altri Paesi). E trasforma questa convinzione religiosa in una scelta politica ispirata ad un estremismo carico di inusitata violenza intellettuale e verbale che rischia di provocare reazioni altrettanto intolleranti e violente non solo nel mondo cattolico ma anche nella società laicizzata.

Può essere che tanto conflitto possa provocare un qualche risveglio del sentimento religioso nel nostro Paese. Ma se il risveglio è frutto di intolleranza il risultato non è mai positivo.

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Redazione6 dicembre 2018

La questione della Tav Torino-Lione entra prepotentemente nella campagna elettorale delle elezioni europee. La decisione del ministro pentastellato Danilo Toninelli di trovare una intesa con le autorità francesi per rinviare a primavera la decisione finale sulla grande opera non nasce da esigenze tecniche come si è voluto far sapere. Nasce esclusivamente dall’esigenza del Movimento Cinque Stelle di arrivare al voto europeo sbandierando al proprio elettorato No-Tav l’assenza di qualsiasi scelta in proposito. Per dimostrare di non aver piegato la testa su una posizione di principio della propria base più radicale e per conservare quel pacchetto di voti senza cui le previsioni pessimistiche sui risultati elettorali pentastellati verrebbero tragicamente confermate.

I rappresentanti delle organizzazioni imprenditoriali schierate a favore della Tav sono usciti dall’incontro a Palazzo Chigi scuotendo la testa e protestando contro il rinvio di una qualche scelta certa alla prossima primavera. Ma se si dovessero limitare ad esprimere del semplice malumore è certo che il rinvio alla primavera diventerà un rinvio alle calende greche. I grillini hanno bisogno di uno scalpo da agitare alla vigilia della campagna elettorale. E questo scalpo, dopo che la capigliatura della Tap è stata salvata, è rappresentato solo dalla Tav.

Più che scuotere la testa, quindi, i Sì-Tav dovrebbero scatenare una campagna di forte denuncia della strumentalità elettoralistica che si nasconde dietro le scelte di Toninelli e del Premier Giuseppe Conte. Gli interessi del Paese vengono piegati e cancellati a vantaggio di effimeri interessi elettorali del Movimento Cinque Stelle. E questa campagna, oltre ad aprire gli occhi agli elettori, dovrebbe spingere la Lega a riflettere attentamente sul rischio di perdere il rapporto con i ceti produttivi del Nord per andare incontro alle esigenze grilline e salvare un Governo che dopo le elezioni europee sarà comunque a rischio.

Con lo scalpo Tav, Luigi Di Maio riuscirà a conservare solo un pugno di voti. Ma non si può, per un pugno di voti, mettere a rischio una grande opera indispensabile per la ripresa dell’economia nazionale.

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Redazione5 dicembre 2018

L’ex Premier Paolo Gentiloni auspica che sul Global Compact si possa creare in Parlamento un asse Pd-M5S in grado di prefigurare plasticamente la nuova maggioranza che dovrebbe sostituire quella esistente fondata sul contratto di governo tra Movimento Cinque Stelle e Lega.

L’auspicio di Gentiloni costituisce la vera piattaforma programmatica del futuro congresso del Partito Democratico, quella piattaforma che fino ad ora era stata nascosta dal profluvio di candidature alla segreteria che sembrava indirizzare la discussione sui nomi e non sulle idee.

Gentiloni, invece, pone al centro del dibattito congressuale il tema dell’accordo tra Pd e Movimento Cinque Stelle nella convinzione che il partito fondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio sia in realtà una costola della sinistra e che l’unico modo per far uscire il Paese dalla fase del sovranismo a guida leghista sia quella della riunificazione delle sinistre vecchie e nuove sotto la guida del Partito Democratico.

Se questo è il tema del prossimo congresso del Pd è facile prevedere che la partita non sarà più sui nomi ma si concentrerà solo ed esclusivamente sul dilemma se puntare o meno all’alleanza con i pentastellati. Un dilemma che non riguarda la bagattella politicamente corretta del Global Compact, ma che diventa centrale e decisivo per la sorte stessa del Pd.

Sulla scelta pro o contro l’intesa con il Movimento Cinque Stelle il partito, che avrebbe dovuto fondere armonicamente l’esperienza del Pci e quella della sinistra democristiana, rischia una nuova e più profonda e dolorosa spaccatura. Chi pensa che i grillini siano una costola della sinistra vuole ad ogni costo condurre il Pd a realizzare una sorta di rivisitazione del vecchio fronte popolare insieme con Roberto Fico e Alessandro Di Battista (Luigi Di Maio viene considerato ormai bollito). Ma chi la vede in maniera opposta e teme che l’abbraccio con il Movimento Cinque Stelle sia destinato ad uccidere definitivamente la sinistra riformista non può accettare in ogni caso la prospettiva di venire tragicamente grillizzato.

È possibile che l’auspicio di Gentiloni diventi il nodo centrale delle primarie e del congresso del Pd. Nel caso prepariamoci ad assistere ad una nuova ed ultima scissione!

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Redazione4 dicembre 2018

Sono tutti scomparsi i “macroniani” d’Italia, quelli che sognavano di poter assistere anche nel nostro Paese all’avvento di un personaggio in grado di sconfiggere destra e sinistra e dare vita ad una aggregazione centrista aperta all’area progressista. Inizialmente questi macroniani nostrani pensavano che il ruolo dell’attuale presidente francese dovesse spettare a Matteo Renzi, che sembrava il più adatto a realizzare una sorta di copia conforme dell’esperimento compiuto dai cugini d’Oltralpe. Ma il voto del referendum e quello successivo del 4 marzo hanno fatto svanire il sogno. E, sia pure con una certa lentezza, è iniziata una fase di disamoramento dell’esempio francese che si è chiusa in questi giorni alla vista della protesta montante dei gilet gialli contro un presidente incapace di comprendere i sentimenti più profondi del proprio popolo.

I macroniani italiani, dunque, sono tutti spariti. Anche quelli che consideravano addirittura facile raggiungere un risultato simile a quello francese mettendo insieme pezzi del Partito Democratico e di Forza Italia e rigenerare il Macron fallito Matteo Renzi trasformandolo nel “delfino” di Silvio Berlusconi. Diventa sempre più evidente, quindi, che non potrà mai verificarsi la nascita di un terzo polo centrista capace di battere destra e sinistra ma che il sistema politico, invece di diventare tripolare, si ristrutturerà nella forma di un bipolarismo inedito formato da un lato dal centrodestra a trazione leghista e dall’altro da una sinistra a trazione pentastellata.

In questa prospettiva non solo cade ogni ipotesi di un nuovo “Patto del Nazareno” tra Pd e FI, ma diventa facilmente intuibile che il punto di massima frizione tra i due poli saranno le aree moderate dei rispettivi schieramenti. Forza Italia, in altri termini, dovrà fatalmente cercare di strappare voti moderati e centristi al Partito Democratico ed, eventualmente, al partito che Renzi potrebbe formare in chiave di riedizione della vecchia Margherita.

Non sarà il centro a diventare l’asse politico del Paese, ma sarà al centro che si deciderà quale dei due poli antagonisti ed alternativi dovrà assumere questo ruolo decisivo per le sorti della società italiana. Forza Italia, allora, pur essendo minoritaria, può diventare decisiva. Sempre che i suoi dirigenti ne siano consapevoli e all’altezza!

 

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Redazione3 dicembre 2018

Non c’è alcun dubbio che la trattativa tra l’Unione europea ed il Governo giallo-verde italiano sulla manovra sia destinata a concludersi positivamente. L’Europa non ha alcuna intenzione di forzare la mano nei confronti di uno dei Paesi fondatori ed il nostro Governo vede come la peste l’ipotesi di una procedura d’infrazione che lo metterebbe in seria difficoltà soprattutto in vista di una crisi economica niente affatto superata.

Può essere che il punto di caduta sia il 2 per cento indicato dal ministro Giovanni Tria. Ma la questione più importante non è il cosiddetto “numeretto” in grado di far trovare il compromesso. È la natura di una manovra economica che viene definita espansiva, e quindi radicalmente diversa da quelle considerate “austere” degli anni precedenti, ma che nei fatti è solo assistenzialista e statalista. E, conseguentemente, non è per nulla in grado di far ripartire il Paese mettendolo in condizione di evitare i pericoli di recessione alle porte.

In caso di accordo con la Ue, Lega e Movimento 5 Stelle parleranno di successo sottolineando come l’intesa sarà stata raggiunta senza alcuna rinuncia ai punti sostanziali dei loro rispettivi programmi. Matteo Salvini alzerà la bandiera della Legge Fornero smantellata e Luigi Di Maio quella del reddito di cittadinanza confermato. Ma nella sostanza le modifiche al sistema pensionistico vedranno la luce con grande lentezza ed il tratto immediatamente percepibile della battaglia contro la povertà dei grillini diventerà l’assunzione di circa tremila addetti a quei centri per l’impiego che risulteranno essere centri di spesa pubblica passiva visto che gli impieghi da distribuire non esistono.

Chi pensa che una previsione del genere sia diretta a mettere in luce il fallimento del Governo di Giuseppe Conte, sbaglia. In realtà evitare la procedura d’infrazione sarà un buon risultato. Ma questo risultato non potrà nascondere che la manovra, sia pure in parte edulcorata ma sempre statalista ed assistenzialista, non sarà in grado di incidere in alcun modo sulla crisi e sarà servita solo a perpetuare per un altro anno lo stato di paralisi in cui versa l’economia e la società del nostro Paese.

Tanto cambiamento, quindi, per non cambiare nulla. Come sempre!