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Redazione22 Ottobre 2019

Il problema del governo giallo-rosso non è solo quello di un Presidente del Consiglio di un esecutivo di coalizione che invece di mediare vuole essere il protagonista principale della sua compagine di protagonisti in cerca di visibilità. È anche quello di un Movimento Cinque Stelle che conta sempre di meno nel paese e che è roso da una infinità di contrasti personali destinati inevitabilmente a provocare una esplosione devastante. Ma è soprattutto quello di un intreccio tra il protagonismo di Giuseppe Conte e le divisioni del movimento grillino.

Il Premier, infatti, che non ha un partito alle spalle, pensa di poterselo creare assumendo la guida di quella parte del M5S che soffre la leadership di Luigi Di Maio e se ne vorrebbe liberare il più rapidamente possibile sostituendola con quella di Giuseppe Conte.

Le difficoltà del governo giallo-rosso, ovviamente, non dipendono solo da Conte che cerca un partito e da mezzo M5S che cerca un diverso capo. Il Partito Democratico , in piena sindrome di superiorità morale e politica, si comporta come se fosse il partito di maggioranza relativa della coalizione pur avendo la metà dei voti dei grillini. E vestendo i panni non suoi di Lord Protettore dell’esecutivo che deve mediare, sopire e smussare non riesce ad elaborare una qualsiasi linea propria oltre quella del vecchio “tassa e spendi” che la espone alla concorrenza corsara di Matteo Renzi e della sua Italia Viva.

Ognuno di questi fattori è potenzialmente in grado di mandare a picco la coalizione di quattro litiganti guidata da un esibizionista alla ricerca di una futura leadership. Ma il più pericoloso di tutti è sicuramente quello rappresentato dal caso Conte. Che, istigato ed indirizzato da Casalino, sogna un avvenire radioso e trionfante sulla scena politica nazionale, magari nel ruolo di futuro Presidente della Repubblica. Senza però rendersi conto che da fattore più pericoloso può essere anche quello di più facile risoluzione. Basta cambiarlo prima che spacchi il MS5 ed il caso è risolto!

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Redazione21 Ottobre 2019

Tutti quegli esponenti di Forza Italia che sembravano tentati dall’idea di confluire con Matteo Renzi in odio alla destra populista e sovranista di Salvini, hanno avuto dalla gioiosa e straripante manifestazione di Piazza San Giovanni un messaggio chiaro ed inequivocabile. Loro possono pure trasmigrare a sinistra nella speranza di trovare uno strapuntino governativo o una promessa di nuova candidatura da parte di Italia Viva. Ma i voti degli elettori del fronte moderato stanno a destra, non si muovono ed, anzi, sono destinanti ad aumentare in misura direttamente proporzionale al cammino confuso ed inquietante del governo giallo-rosso. C’è stata una conversione all’estremismo sovranista e populista nell’elettorato del centro destra? Niente affatto. Il popolo che si oppone alla sinistra elitaria ed ai qualunquisti giustizialisti che si sono messi insieme solo per evitare una scontata sconfitta elettorale non ha avuto alcuna deriva estremista. È rimasto quello di sempre e si è addirittura allargato a quei settori più deboli della società italiana che si sentono abbandonati e minacciati da quella sinistra che li disprezza in nome di un elitarismo demenziale e da quei giustizialisti che li vorrebbero tutti in galera perché cercano di sopravvivere ad ogni costo. In questo popolo, secondo le definizioni cariche di pregiudizio dei media politicamente corretti, ci sono sicuramente i sovranisti ed i populisti. Ma sono rimasti e sono cresciuti i liberali, i riformisti, i popolari ed tutti quelli che non si lasciano piegare a quel pensiero unico che li vorrebbe mantenere sudditi passivi di uno stato burocratico in cui il dirigismo e l’assistenzialismo servono solo a realizzare l’egualitarismo pauperista nella società nazionale. Quei parlamentari di Forza Italia che pensano di sopravvivere politicamente compiendo una semplice trasmigrazione all’interno del Palazzo farebbero bene a capire in tutta fretta la lezione di Piazza San Giovanni. Possono andare dove meglio credono ma non saranno mai seguiti dai loro elettori che rimangono dove sono sempre più convinti di battersi per i valori di libertà contro le smanie autoritarie dei privilegiati e dei manettari paranoici.

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Redazione18 Ottobre 2019

Grande è la confusione sotto il cielo della politica estera del nostro paese ma la situazione, a dispetto di quanto diceva Mao, non è affatto eccellente. La confusione è data dall’anomalia di un governo che ha ben tre ministri degli esteri in contemporanea attività. C’è il titolare ufficiale della Farnesina, quel Luigi Di Maio che si sta impegnando a perfezionare il proprio inglese ma che avrebbe più bisogno di approfondire la geografia per svolgere al meglio la sua attività di capo della diplomazia nazionale. C’è poi il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte che si è intestato il rapporto con l’Unione Europea e che non perde occasione per sottolineare come spetti a lui, e solo a lui, trattare con Merkel e Macron considerati i “padri-padroni” dell’Europa. E c’è infine il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, a stare alla prassi ed alle norme della Costituzione, non dovrebbe svolgere ruoli politici spettanti esclusivamente al governo ma che, in viaggio negli Stati Uniti, tratta con il Presidente Usa Trump sui dazi sui prodotti europei ed italiani minacciati dall’amministrazione americana.

Come si è detto tanta confusione non produce una soluzione eccellente. Per la semplice ragione che tre ministri degli esteri non fanno una sola politica estera, visto che il titolare effettivo è un apprendista privo di fondamentali, il secondo è un Premier precario privo di qualsiasi esperienza internazionale ed il terzo, Sergio Mattarella, può anche tentare di mettere le toppe alle carenze fisiologiche dei primi due ma non ha grandi precedenti storici a cui rifarsi tranne quello di Giovanni Gronchi che in piena guerra fredda si recò a Mosca per aprire ai successori di Stalin provocando solo l’inquietudine degli americani.

Il problema vero, comunque, è che alle spalle di questo anomalo trio diplomatico manca una linea di politica estera definita su tutte le grandi questioni che riguardano direttamente o indirettamente l’Italia. La ragione di questa assenza è la mancanza di un governo solido, coeso, formato da partiti che non hanno come unico collante la paura delle elezioni ma una visione comune su quale debba essere la posizione e la missione dell’Italia nel mondo. E senza governo non ci può essere politica estera. Anche se i ministri sono tre!

 

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Redazione17 Ottobre 2019

Giuseppe Conte è convinto che il prossimo futuro non riserverà ribaltoni di sorta per il suo governo. Ma la manovra inviata all’Europa è segnata dalla formula “salvo intese” su alcune misure che Movimento Cinque Stelle ed Italia Viva considerano identitarie. Ed, a dispetto dell’ottimismo ostentato dal Presidente del Consiglio, appare logico e scontato porsi l’interrogativo su quanto potrebbe succedere se queste “intese” non dovessero arrivare. Che succede, infatti, se Italia Viva insiste sulla richiesta della cancellazione di “quota cento”? E se la componente grillina continua a prendere di modificare ad ogni costo il codice penale con un decreto legge per introdurre la pena del carcere per grandi e piccoli evasori?

Conte può pure sperare di essere in grado di superare agevolmente queste difficoltà riguardanti il “salvo intese”. Se non lo facesse dovrebbe automaticamente ammettere che il suo secondo governo è affondato prima ancora di prendere il mare.

Ma l’umana comprensione per i sentimenti del Premier non possono far illudere che le tempeste all’orizzonte dell’esecutivo, favorite dalla speranza di intese ancora tutte da definire, siano totalmente inesistenti. La formula usata per varare la manovra stabilisce che la precarietà è il segno distintivo dell’attuale coalizione governativa. L’equilibrio creato attorno a questa precarietà si può rompere da un momento all’altro e, soprattutto, per uno qualsiasi di quei motivi considerati identitari dai partiti della maggioranza. Il ché pone Conte sotto la mannaia degli interessi particolari e mutevoli non tanto del Pd e della sua costola di sinistra Leu quanto del Movimento Cinque Stelle e dell’Italia Viva.

La crisi, dunque, è dietro l’angolo. Può avvenire prima di Natale a seguito di un risultato particolarmente negativo per il fronte giallo-rosso in Umbria. Ma può anche slittare a Pasqua se il partito renziano dovesse stabilire che per crescere nel Palazzo e fuori non può rinunciare alla battaglia contro la “quota cento” e si deve opporre ad oltranza alla prospettiva del carcere per alcuni milioni di cittadini.

E chi sarebbe la vittima di questa crisi che non potrebbe sfociare in elezioni anticipate vista l’impraticabilità della modifica della legge elettorale? Conte, sempre Conte, fortissimamente Conte!

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Redazione16 Ottobre 2019

La manovra andata finalmente in porto conferma la natura precaria e conflittuale della coalizione governativa. Ogni partito, o frangia di partito o singolo leader, a partire dal Presidente del Consiglio, può rivendicare di aver imposto una sua particolare misura costringendo le altre componenti della maggioranza a piegare la testa. Ma il risultato complessivo di tutte queste mini-vittorie dei singoli non è la somma di una intesa collettiva ma solo la dimostrazione che nel governo ognuno pensa alla propria visibilità personale nella certezza che la blindatura della legislatura con il taglio dei parlamentari e la necessità di una nuova legge elettorale rendono impossibile una eventuale rottura con annesse elezioni anticipate e facilitano la conflittualità di coalizione.

In questa luce la finanziaria del governo giallo-rosso costituisce una sorta di prova generale di come il governo andrà avanti nei prossimi mesi: scontri continui e polemiche a non finire tra partiti e singoli leader all’insegna della ricerca del proprio personale posto al sole nella comune certezza che tanto non si vota.

Su questa convinzione grava però una incognita fondata sulla constatazione che alla stabilità sostanziale del quadro politico corrisponde una debolezza strutturale dell’esecutivo guidato da Giuseppe Conte. È come nella Prima Repubblica, quando la conventio ad excludendum nei confronti del Pci imposta dalle esigenze internazionali della guerra fredda rendeva inamovibile l’assetto politico generale lasciando però aperta la possibilità di cambiare i governi a seconda delle necessità contingenti delle forze politiche (partiti e correnti) di maggioranza.

Per il momento la concorrenzialità tra le componenti della coalizione giallo-rossa è destinata a rimanere sotto il livello di guardia. Ma tra qualche mese, magari sotto la spinta del risultati delle elezioni regionali, è facile prevedere che la tensione provocata dagli interessi delle parti e dei singoli potrà provocare una qualche esondazione. Di cui la prima vittima non potrà non essere l’attuale Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, come capitava regolarmente nella Prima Repubblica segnata dalla inamovibilità della formula del centro sinistra e dalla rotazione degli inquilini di Palazzo Chigi.

A quando “ Giuseppi stai sereno?”

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Redazione15 Ottobre 2019

Per tanti anni ho creduto che avesse ragione Pascal Salin quando diceva che “i liberali non stanno né a destra, né a sinistra ma stanno altrove”. Ed ho cercato questo “altrove” con l’ingenua intenzione, attraverso “L’Opinione”, di favorirne l’aggregazione per renderli protagonisti della vita pubblica del paese. Ma dopo tanti sforzi inutili e, soprattutto, dopo l’esaurimento del cosiddetto “partito liberale di massa”, mi sono reso conto che la formula di Pascal Salin non è applicabile alla realtà del tempo presente. I liberali stanno a sinistra, stanno a destra e quelli che si trovano “altrove” vivono fuori del contesto politico del paese, chiusi in un isolamento sicuramente nobile ma ancor più sicuramente privo di qualsiasi rilevanza politica. Per questo mi sono convinto che la linea coerente da me impressa a “L’Opinione” in più di vent’anni mi porta inevitabilmente a reagire al tramonto del “partito liberale di massa” prendendo atto della diaspora liberale e contribuendo agli sforzi di chi cerca di aggregare i liberali che non vogliono morire nella società dominata dalla sinistra delle tasse e dai giustizialisti autoritari delle galere.

I liberali che sono attratti da questa sinistra e sono vittime della sindrome di Stoccolma nei confronti del giustizialismo autoritario vadano dove meglio credono. Chi non vuole condannarsi alla sterilità politica non ha altra strada che contribuire a costruire una Destra Liberale non sotto forma di mini-partito ma sotto forma di associazione culturale segnata dalla finalità politica di difendere e promuovere i valori della libertà all’interno dell’area politica oggi all’opposizione.

Il convegno fissato per il 18 ottobre all’Hotel Parco dei Principi di Roma su iniziativa di Giuseppe Basini di Destra Liberale, di Alessandro Sacchi dell’Unione Monarchica Italia, di Michele Gelardi di Stato Minimo e da “L’opinione” da me diretto, segna il primo passo verso questo obbiettivo. Al convegno , a cui hanno assicurato la presenza l’on. Giancarlo Giorgetti,l’on. Riccardo Molinari, l’on. Claudio Durigon, l’on. Francesco Ziccheri e l’on. Cinzia Bonfrisco, partecipano imprenditori, professionisti, giornalisti ed esponenti di qualità di quella società civile che intendono mettere merito e competenza al servizio di una nazione oggi segnata dal dilettantismo e dalla facile demagogia.

Il messaggio che in occasione del Convegno intendo lanciare è semplice. Occorre dare vita ad una destra liberale in piena sintonia e collaborazione con le altre destre. Che non abbia come tratto caratteristico quello di una moderazione divenuta sinonimo di passività di una sinistra che non ha più motivazioni oltre quella della rabbiosa nostalgia per il potere franante. Ma che sia liberale, liberista e libertaria in maniera intransigente. Che sia laica, riformista e riformatrice senza remore di sorta. Che non possa non dirsi crocianamente cristiana ma che non abbia timori reverenziali nel criticare la svolta pauperista e terzomondista di una Chiesa che detesta la modernità occidentale e costituisce un ostacolo oggettivo alla speranza di una Europa unita e di una Italia artefice del proprio destino. Che difenda i valori cristiani della solidarietà e della misericordia ma che non dimentichi l’esistenza nel messaggio di Cristo del perdono e dell’amore. Che non si appiattisca su un europeismo di maniera politicamente corretto ma si batta con decisione per gli Stati Uniti d’Europa sul modello degli Stati Uniti d’America. Che sia strenua nemica dello statalismo burocratico che umilia e schiaccia l’individuo riportandolo alla condizione di suddito servitore delle epoche passate. Che nel rispetto dell’uguaglianza del diritti e dei punti di partenza difenda ad oltranza le differenze del merito, delle competenze, delle capacità e delle conoscenze. Che esalti e difenda il lavoro in tutte le sue forme perché è nel lavoro che si fonda gran parte della dignità umana ed è solo grazie ad esso che si può produrre crescita e sviluppo in grado di combattere la povertà, l’emarginazione e la disperazione dei ceti più deboli e svantaggiati. Che si opponga con la massima determinazione ad ogni forma di assistenzialismo figlio di una visione della società in cui l’unica forma di egualitarismo reale è quello del pauperismo generalizzato. Che riconosca i pregi ed i difetti della civiltà occidentale ma che, come per la democrazia, non dimentichi mai che nessuna altra civiltà abbia raggiunto il suo livello di libertà e di spiritualità. Che respinga ogni idea della giustizia come vendetta e si batta per una giustizia giusta al servizio del cittadino e non di una qualche etica giacobina elaborata da settari gonfi di autoritarismo. Che respinga ogni forma di razzismo e discriminazione ma sia cosciente che l’accoglienza irrealistica ed irresponsabile impedisce la corretta integrazione ed è fonte primaria di razzismo e discriminazione. Che, con tutte queste caratteristiche, sappia riaccendere negli italiani la speranza di una nuova rinascita, di una grande ripresa, di un futuro radioso per se stessi e per i propri figli!

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Redazione14 Ottobre 2019

L’idea del “campo largo” di Goffredo Bettini prevede l’alleanza tra Partito Democratico con il Movimento Cinque Stelle con l’aggiunta di Italia Viva di Matteo Renzi e di quei pezzi di Forza Italia che non sopportano l’egemonia di Matteo Salvini sul centro destra. Questo “campo largo” di bettiniana ispirazione dovrebbe presentarsi unito da un patto alle prossime elezioni e rappresentare l’alternativa virtuosa e vincente al populismo leghista che se andasse al governo, secondo l’esponente del Pd, imprimerebbe una svolta autoritaria ed illiberale alla società italiana.

Sulla carta l’idea di Bettini potrebbe funzionare alla grande. A mettere insieme i numeri virtuali di Pd, M5S, renziani e forzisti disposti ad andare a sinistra si supera abbondantemente il cinquanta per cento del corpo elettorale e si garantisce la stabilità per l’intera legislatura al governo che dovrebbe essere espresso da una coalizione del genere. Nel concreto, invece, la proposta di Bettini appare di difficile realizzazione. In primo luogo perché la formazione di un “campo largo” e di un patto pre-elettorale dovrebbe comportare una legge elettorale maggioritaria. Lo stratega del Pd, invece, propone una legge proporzionale con lo sbarramento alto ed un doppio turno sul modello francese. Cioè una formula fatta apposta per negare al partito di Renzi ed a qualsiasi altra formazione minore del “campo largo” di avere rappresentanza parlamentare.

Ma Renzi, a cui i sondaggi attribuiscono una percentuale che oscilla tra il 4 ed il 5 per cento, sarebbe mai disposto a lasciarsi “asfaltare” in maniera così brutale dal progetto furbesco di Bettini? E Calenda e gli eventuali profughi provenienti da Forza Italia perché mai dovrebbero accettare una proposta che prevede il loro suicidio politico?

Le risposte a questi interrogativi sono scontate. Ed è facile prevedere che l‘idea di Bettini  di riesumare sotto forme e maniere diverse il vecchio fronte popolare con annessi gli “utili idioti” di turno non faciliterà la convivenza all’interno della attuale coalizione di governo.

Essere troppo furbi, alle volte, diventa controproducente!

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Redazione11 Ottobre 2019

La minaccia del sultano turco Erdogan di inviare in Europa i tre milioni e mezzo di profughi presenti nel suo paese è inaccettabile per la sua assurda brutalità ma ha un paio di effetti collaterali che non sono affatto negativi. Il primo, e principale, è che impone a tutti i paesi dell’Unione Europea di affrontare il tema dell’immigrazione che fino ad ora è stato considerato una questione riguardante solo i paesi mediterranei. Tre milioni e mezzo di profughi in marcia verso il cuore dell’Europa non rappresentano più un problema da scaricare sulle sole spalle di Italia, Malta, Grecia e Spagna. Diventano una questione prioritaria anche per gli stati del Nord, quelli che fino ad ora si sono sentiti protetti dal cuscinetto formato dalle nazioni meridionali o che hanno furbescamente realizzato una politica di accoglienza selettiva aprendo le frontiere solo ai migranti provvisti di preparazione professionale e tecnica utile al proprio sistema produttivo e chiudendo le porte a quelli poveri e disperati.

La minaccia di Erdogan, dunque, diventa una potente sveglia per quegli europei che si erano cullati nel sogno di poter ignorare o tenere sotto stretto controllo il fenomeno migratorio a cui i paesi mediterranei non riescono a dare una risposta efficace. Se una massa di milioni di persone minaccia di muoversi verso il cuore del Vecchio Continente il sogno si spezza in maniera drammatica. Soprattutto per le conseguenze che il sogno spezzato provoca all’interno delle società fino ad ora addormentate. Come insegnano i rigurgiti di razzismo ed antisemitismo della Germania dell’Est.

È difficile immaginare come l’Europa possa e sappia reagire al problema incombente. Non ha una politica estera comune, non ha un apparato di difesa comune ed ha in comune solo la sudditanza a quell’egemonismo tedesco che ha indirizzato la sua volontà di potenza solo sul terreno dell’espansionismo economico.

La stessa incertezza grava sul secondo effetto collaterale, quello che riguarda direttamente il nostro paese. Qual è la politica dell’attuale governo nei confronti del fenomeno migratorio di ampie dimensioni? Al momento si sa solo che l’idea della ripartizione dei profughi in Europa è fallita, che i rimpatri risultano impossibili e che gli accordi con paesi-fonte dell’immigrazione si rivelano sempre di più carta straccia.

Qual è, allora, la politica italiana sull’immigrazione? Boh!

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Redazione10 Ottobre 2019

È probabile che abbia ragione il ministro Fraccaro quando assicura che non ci saranno scissioni nel Movimento Cinque stelle. Per determinare una scissione, infatti, ci vuole una linea politica alternativa e conflittuale con quella del gruppo dirigente. Ed, al momento, all’interno del movimento grillino non esiste neppure un abbozzo di linea alternativa a Luigi Di Maio ed al suo cerchio magico. Ma escludere la scissione di gruppo non significa escludere la scissione individuale dei singoli parlamentari, cioè quel fenomeno che è già in corso e che vede la trasmigrazione verso altri gruppi parlamentari di singoli dissidenti irrecuperabili alla causa dei vertici del M5S.

Fino a quando esisteva la prospettiva di elezioni anticipate le dissociazioni individuali rimanevano contenute. Per i dissidenti c’era sempre la speranza di venire ricandidati dal gruppo dirigente. Ma adesso che è passata la riforma costituzionale del taglio dei parlamentari che di fatto blinda la legislatura almeno fino a quando non sarà varata una nuova riforma elettorale, è facile prevedere che la transumanza individuale diventerà sempre più intensa svuotando progressivamente il Movimento Cinque Stelle in misura addirittura maggiore di quanto avrebbe potuto provocare una scissione vera e propria.

Il rischio di dissociazioni individuali, ovviamente, non riguarda solo il movimento grillino. La blindatura della legislatura attraverso il taglio dei parlamentari costituisce una sorta di “tana libera tutti” per chi si trova a disagio all’interno dei propri partiti ed in assenza di garanzie di rielezione da parte dei propri capi cerca assicurazioni e maggiori sicurezze in altre formazioni politiche. D’ora in avanti, quindi, il Parlamento diventerà il terreno in cui si verificheranno le più impreviste e spericolate manovre individuali alla ricerca della certezza perduta. Ed è prevedibile che a pagare il maggior scotto di questo andirivieni da una parte all’altra in nome della singola sopravvivenza politica saranno i due maggiori partiti dell’attuale maggioranza.

Questo significa che il governo corre il pericolo di cadere? Niente affatto, perché manca l’alternativa e non si può andare a votare. Ma la composizione del governo può essere messa in discussione e modificata. Come ai tempi della Dc della Prima Repubblica. Conte è avvisato!

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Redazione9 Ottobre 2019

Con il taglio dei parlamentari ha vinto l’anti-casta diventata, nel frattempo, casta. Nel varare la riforma costituzionale che riduce il numero di senatori e deputati, la casta dell’anti-casta ha blindato la legislatura e garantito la propria sopravvivenza politica ed economica per tutti gli anni che mancano alle future elezioni.

Sarebbe sbagliato indicare come componenti della casta dell’anti-casta solo i parlamentari del Movimento Cinque Stelle. La responsabilità diretta del provvedimento che costituisce l’ultimo attacco alla democrazia parlamentare ricade, ovviamente, sui grillini. Che in questo modo hanno scongiurato il fantasma ossessivo delle elezioni anticipate destinate a farli ripiombare in una vita di lavori precari e difficoltà economiche e che, almeno per quanto riguarda l’aspetto politico della vicenda, consente al M5S di continuare ad essere il partito di maggioranza relativa alla Camera ed al Senato pur avendo subito un drastico dimezzamento nel consenso popolare. Ma accanto alla casta dell’anti-casta guidata da Luigi Di Maio anche tanti altri esponenti degli altri partiti, che hanno votato il taglio dei parlamentari, vanno considerati come i privilegiati schierati a quadrato in difesa del proprio personale vantaggio. Costoro sono i nominati, i cooptati, i prescelti, quelli che non sarebbero mai entrati in Parlamento se non fossero stati nella manica cortigiana del leader del proprio partito e che, in caso di voto anticipato, sarebbero stati costretti ad abbandonare scranno ed appannaggio e tornare nel più deprimente ed assoluto anonimato.

A vincere, però, non sono stati solo quelli del partito del “tengo famiglia”. Perché la blindatura della legislatura, effetto diretto del taglio dei parlamentari, non avvantaggia solo grillini e nominati ma chi avrebbe avuto politicamente da perdere in caso di elezioni anticipate. In particolare quel Matteo Renzi contro cui i vari Franceschini e Bettini non possono più agitare lo spettro di un voto anticipato a cui Italia Viva non è preparata per tenerlo a freno e ridurne l’incidenza all’interno della coalizione governativa.

D’ora in avanti il più blindato di tutti è proprio Renzi. Che senza il pericolo di elezioni anticipate può divertirsi ad usare come meglio crede la golden share che ha conquistato e che tanto irrita il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

Nei prossimi due anni ci sarà da divertirsi con le lotte interne del fronte governativo!