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Redazione6 Dicembre 2019

Negli Stati Uniti la campagna elettorale per Trump la stanno facendo i democratici con l’ossessione per l’impeachment. In Italia la campagna elettorale per la Lega e, a cascata, per il centro destra, la stanno facendo il Pd ed il M5S con la loro ossessione nei confronti di Matteo Salvini.

Quest’ultimo potrebbe tranquillamente evitare di stancarsi girando per il paese a fare comizi su comizi. Gli basterebbe inviare un twitter al giorno di poche battute, tanto per onore di firma. Perché a lavorare per lui ci pensano quotidianamente tutti i suoi infiniti nemici. A cominciare dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte che ha trasformato la dialettica politica in fatto personale e non passa giorno senza lanciare un insulto feroce al suo avversario accusandolo di ogni possibile nefandezza, compresa quella di essere un ignorante patentato che non studia e non si informa sulle questioni di cui parla. Ma Conte, che ha anche annunciato di voler denunciare per calunnia Salvini, è in buona compagnia. Non esiste un solo esponente della maggioranza di governo che pronunci una qualche dichiarazione senza condirla con un riferimento critico o un accusa rovente verso il leader della Lega. Il caso del Ministero dell’Economia Gualtieri è significativo. Considerato tra i più misurati e riflessivi, l’esponente del Pd non ha resistito alla tentazione di lanciare all’indirizzo di Salvini l’accusa di aver aumentato le tasse ed alzato il debito pubblico oltre che di volere l’uscita dall’euro dimenticando che se mai lo abbia fatto non è stato certo da solo ma in compagnia di quel M5S oggi a fianco della sinistra nel governo giallorosso. E, come i politici governativi, non esiste un solo rappresentante del mondo della cultura e dell’informazione politicamente corrette che non condisca le sue osservazioni, opinioni e riflessioni sulla situazione politica concludendo alla Catone che comunque bisogna eliminare Salvini. Non è un caso che questa ossessione della casta politica ed intellettuale abbia prodotto il fenomeno delle sardine, cioè di gente che scende in piazza non per un progetto ma solo per manifestare la propria antipatia personale nei confronti dell’esponente di punta del centro destra.

Quest’ultimo, ovviamente, ringrazia. L’ossessione antiberlusconiana della sinistra ha garantito al Cavaliere più di vent’anni di vitalità e leadership politica. Di questo passo Salvini può anche sperare di battere il record!

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Redazione5 Dicembre 2019

Si scommette sulla sorte del governo. C’è chi punta sulla caduta a gennaio a causa di un pretesto qualsiasi, il Mes, la prescrizione o qualunque altra questione come l’ex Ilva o l’Alitalia su cui possa scoppiare un litigio tra gli alleati di governo. E c’è chi punta sulla sopravvivenza per almeno un altro anno dando per scontato che, con una giusta dose di rinvii e compromessi al ribasso, la maggioranza riesca a scavallare il 2020 anche a dispetto delle probabili sconfitte elettorali in Emilia-Romagna ed in Calabria e nelle altre regioni dove si andrà a votare nella tarda primavera.

Il fatto che si scommetta sulla durata dell’esecutivo costituisce una prova tangibile della estrema precarietà del Conte-bis. Se fosse solido nessuno affiderebbe ai dadi la previsione sulla sua durata. Ma accanto a questa circostanza c’è una seconda e più importante ragione che alimentano i più oscuri presagi sulla compagine ministeriale giallorossa. Si tratta della perdita progressiva delle motivazioni che avevano giustificato la nascita dell’attuale esecutivo.

Come si ricorda il Conte-bis è nato per scongiurare elezioni anticipate che avrebbero assicurato la sicura vittoria di Matteo Salvini, per evitare l’aumento dell’Iva , per arrivare alla scadenza del settennato presidenziale di Sergio Mattarella ed avere la possibilità di eleggere un Presidente sempre espresso dalla sinistra ed, infine, per avviare un processo di alleanza organica ed irreversibile tra Pd e Movimento Cinque Stelle.

Di tutte queste motivazioni neppure quella dell’antisalvinismo è ancora in piedi. Perché è vero che con il governo giallorosso sono state evitate le elezioni anticipate ma è ancora più vero che, grazie alla inerzia ed alla incapacità del governo, la Lega continua a volare nei sondaggi e, soprattutto, è riuscita a ricucire quella alleanza di centro desta che sembrava irrecuperabile e che è largamente maggioritaria nel paese. Accanto a quella antisalviniana tutte le altre motivazioni sono svanite miseramente. L’aumento dell’Iva è stato evitato ma a prezzo di una manovra ridicola e vessatoria che riesce addirittura a far pensare che sarebbe stato più conveniente per il paese ed i cittadini ritoccare selettivamente l’imposta sui consumi piuttosto che puntare ancora una volta su tasse e manette. L’eventualità che questo Parlamento possa esprimere un Presidente della Repubblica proveniente dalla sinistra appare sempre più avventurosa e complicata vista la tendenza all’isolamento identitario del M5S. Ed infine l’alleanza organica tra Pd e grillini è fallita prima ancora di nascere lasciando nella disperazione i teorici di questa innaturale e inattuabile fantasia politica.

Per quale ragione, allora, il governo giallorosso rimane in carica? In campo rimane una sola motivazione. Quella di fare danni!

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Redazione4 Dicembre 2019

Il governo giallorosso del Conte-bis segna il passaggio dalla politica intesa come arte del compromesso alla politica diventata arte del rinvio. La ferma determinazione del Premier nel difendere a spada tratta il Mes ribadendo che il testo dell’intesa salva-stati non sarebbe stato mai modificato, è diventata l’annuncio della propria disponibilità al rinvio della questione. A quando? Non prima di gennaio, dopo che il Ministro dell’Economia Gualtieri, altro difensore ad oltranza della intangibilità dell’accordo, non avrà trattato con la Ue qualche aggiustamento alle clausole del trattato pseudo-immodificabile.

La contorsione di Conte, ovviamente, trova una giustificazione nella necessità di non far cadere il governo contro l’ostinazione del M5S ad imporre la propria volontà tesa a rivedere il Mes all’alleato Partito Democratico, attestato come sempre ad oltranza sull’europeismo acritico. Ma l’arte del rinvio non si ferma al salva-stati. Dell’Ilva, ormai, non si parla più. Perché anche la soluzione della questione è stata rinviata a data da destinarsi e la grande stampa compiacente si è subito messa a disposizione del governo per mettere la sordina alla questione dell’acciaieria tarantina. Anche in questo caso il rinvio ed il silenzio sono motivati dalla esigenza di non mettere in difficoltà il governo. E l’Alitalia? A che serve il prestito-ponte di 400 milioni se non a rinviare nel tempo un problema a cui non si è saputo dare una qualsiasi risposta? Con l’ennesimo stanziamento del governo si andrà avanti ancora qualche mese. Poi, evitato l’inciampo immediato, si vedrà. Magari con un nuovo prestito-ponte in attesa di qualche volonteroso gestore disposto a tirare fuori dal fuoco le castagne lasciate bruciare dall’esecutivo.

L’elenco, com’è noto, può andare avanti all’infinito. Con le grandi opere, la gronda di Genova e tutti i casi di aziende in difficoltà paralizzate dall’arte del rinvio di un governo obbligato dalla propria inerzia e dalle proprie contraddizioni a gettare sempre la palla in tribuna non sapendo come debba e possa essere giocata.

Ma quando si fischia la fine della partita? Domandare all’arbitro del Quirinale!

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Redazione3 Dicembre 2019

La decisione di Matteo Renzi di non far partecipare la delegazione di Italia Viva all’ultimo vertice di maggioranza, quello dedicato al Mes, costituisce una oggettiva presa di distanza dalla maggioranza. Non siamo alla dissociazione ma al segnale che una rottura ed una uscita dal governo della componente renziana potrebbe non essere affatto lontana.

Fino ad ora si è dato per scontato che Renzi non avrebbe mai fatto saltare un Conte-bis di cui era stato l’artefice decisivo. E che avrebbe continuato a restare in maggioranza approfittando della presenza al governo per distinguersi in continuazione rispetto al Pd ed al Movimento Cinque Stelle e far crescere il proprio neonato partito in attesa di una legge elettorale proporzionale.

Ma su questa considerazione apparentemente granitica si sono abbattute due novità che potrebbero ben presto sgretolarla. La prima è che il Pd di Nicola Zingaretti ha capito che l’unico modo per sopravvivere e cercare di acquisire i voti della parte più di sinistra del M5S è riesumare il bipolarismo tradizionale tra destra e sinistra e puntare ad una legge elettorale maggioritaria cancellando ogni ipotesi di ritorno al proporzionale. La seconda è che nei confronti di Renzi e di Italia Viva è partita una offensiva giudiziaria che azzera la strategia della permanenza nel governo per logorare il Pd e radicarsi nel paese in attesa del momento migliore per staccare la spinta ed andare alle elezioni.

Senza più la speranza di ottenere una legge proporzionale e con la prospettiva di venire progressivamente logorato da una azione giudiziaria chiaramente diretta a cancellare Italia Viva dal quadro politico nazionale, Matteo Renzi non ha più alcun interesse a rimanere in un governo che agli occhi del paese sta battendo ogni record di incapacità e di inefficienza. Se in precedenza il sostegno a Conte gli assicurava il tempo necessario per crescere e rafforzarsi, ora per l’ex Premier la situazione si è ribaltata. Il tempo e la permanenza nel governo non giocano più a suo favore ma, con la persecuzione giudiziaria in corso, rappresentano i pericoli maggiori posti sulla sua strada. Altro che crescere e rinforzarsi! Più va avanti a sostenere un governo squalificato e più cresce l’offensiva dei magistrati, più diventa complicato non solo acquisire nuovi consensi ma addirittura conservare quelli acquisiti.

Nessuno stupore, allora, se a gennaio Renzi dovesse staccare la spina. Per lui meglio andare al voto subito e consolidare l’esistente piuttosto che accettare in sorte una morte lenta e dolorosa!

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Redazione2 Dicembre 2019

Non stupisce affatto che Paolo Gentiloni sia sceso in campo per difendere a spada tratta l’accordo sul fondo Salva-Stati escludendo tassativamente che da questa intesa possa scaturire qualche forma di rischio per l’Italia. L’ex Presidente del Consiglio non poteva comportarsi in maniera diversa. Sarebbe stata una singolare bizzarria se il suo esordio nella sua qualità di nuovo Commissario Europeo per l’economia fosse stato segnato da una critica nei confronti del Mes che avrebbe fatalmente assunto l’aspetto di una immediata dissociazione da quella Commissione in cui è appena entrato.

Ma se l’atteggiamento di Gentiloni è comprensibile, quello del Partito Democratico lo appare molto di meno. Non avendo partecipato alla trattativa sul fondo Salva-Stati compiuta dal precedente governo giallo-verde, il partito di Nicola Zingaretti avrebbe oggi potuto legittimamente porsi in posizione polemica nei confronti dell’intesa. Invece ha scelto la strada opposta della piena e totale difesa non solo della conclusione raggiunta dal negoziato ma del negoziato stesso, come se a condurlo non fosse stato il Conte nella passata versione dell’alleanza con la Lega ed il Conte nella presente versione giallorossa ma lo stesso Partito Democratico graniticamente fermo nel suo europeismo ad oltranza.

In questo atteggiamento, infatti, non c’è solo la decisione di Zingaretti di attribuire al Pd il ruolo di unica forza responsabile che ha l’obbligo di tenere a freno l’irresponsabilità degli alleati e garantire la sopravvivenza del governo. C’è anche e soprattutto la scelta strategica del Pd di considerare l’europeismo come il suo principale ed ormai quasi unico tratto identitario.

Buffa sorte quella degli eredi del Pci e della sinistra democristiana, passati dalla feroce contestazione di un tempo nei confronti di una Unione Europea bollata come bastione del capitalismo e dell’imperialismo americano a tratto distintivo di un partito che, persa la sua originaria matrice ideologica, ha scelto l’europeismo acritico come unica bandiera per marcare la propria natura.

Oltre che buffa, però, questa posizione è anche inevitabilmente ottusa. Perché attestarsi sempre e comunque in difesa di ciò che la Ue chiede espone il Pd al rischio di assumere agli occhi degli italiani il ruolo di partito degli euroburocrati o, peggio, degli interessi delle banche tedesche.

Un finale decisamente tragico per chi era nato come avanguardia della classe operaia!

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Redazione29 Novembre 2019

Salvini minaccia Conte di denunciarlo alla magistratura per aver concordato con la Ue l’intesa sul Salva Stati che rappresenta un gravissimo danno per il paese. A sua volta Conte replica  minacciando il leader leghista di querelarlo per averlo accusato ingiustamente e lo sfida a rinunciare all’immunità parlamentare e presentarsi in Tribunale a rispondere della sua calunnia.

Ma annunciare una denuncia è diverso dal presentare una denuncia. E la stessa differenza vale tra l’annunciare una querela per calunnia e presentare una denuncia per calunnia. Gli annunci sono delle intimidazioni. Ed in politica è pratica ricorrente enfatizzare le minacce per intimorire gli avversari e raccogliere consensi.

C’è una grande dose di strumentalità, quindi, nel duello ingaggiato tra il Presidente del Consiglio ed il leader dell’opposizione. Una strumentalità che però alimenta il rischio che l’eccessiva personalizzazione della vicenda possa far passare in secondo piano le due questioni principali poste dall’accordo con la Ue sul Salva Stati. La prima è se questo accordo, da chiunque sia stato discusso e da chiunque venga firmato, serva al nostro paese in termini di utilità pratica e politica. La seconda è se la cosiddetta benevolenza dell’Europa nei confronti dell’attuale governo e dell’attuale Presidente del Consiglio dipendano dalla promessa che l’Italia avrebbe comunque firmato l’intesa.

L’auspicio è che il dibattito previsto per l’inizio della prossima settimana alla Camera non ruoti attorno alla rissa personale tra Conte e Salvini ma contribuisca a chiarire a chi serve il Mes. Al paese o al governo giallorosso?

Il sospetto che serva più a Conte ed alla coalizione tra Pd e M5S piuttosto che all’Italia è forte. Un accordo che prevede il versamento di 14 miliardi e mezzo da parte del nostro paese in un fondo salva stati a cui non si potrà mai accedere a causa della clausola che esclude tra i beneficiari gli stati che non hanno i conti pubblici a posto, non sembra motivato da ragioni economiche ma solo da quelle politiche. Cioè dall’esigenza dell’attuale esecutivo di ottenere in cambio dai poteri forti europei quella benedizione e quel sostegno che rappresentano il suo principale puntello politico.

La questione è in questi termini? La risposta spetta al Presidente del Consiglio che non potrà evitarla puntando sul clamore della rissa personale con Salvini. A Conte il gioco è riuscito all’atto della caduta del suo primo governo ed alla nascita del secondo. Non può riuscire in eterno!

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Redazione28 Novembre 2019

Matteo Renzi non lo dice ed i suoi amici tacciono a sua imitazione. Ma sono assolutamente convinti di essere diventati l’oggetto di una offensiva politico-giudiziaria diretta a fare piazza pulita di Italia Viva prima delle future elezioni politiche. Ufficialmente non possono non dichiarare piena fiducia nella magistratura che ha aperto con grande risalto mediatico l’inchiesta sulla Fondazione costruita per finanziare le varie edizioni della Leopolda e sostenere economicamente le iniziative politiche dell’ex premier ed attuale leader del partito nato dalla scissione a destra del Partito Democratico. Ma dietro le dichiarazione formali appaiono assolutamente convinti che l’inchiesta dei Pm di Firenze debba essere inserita nel quadro delle azioni dirette a rendere la vita impossibile e ridurre al massimo l’agibilità politica degli scissionisti renziani del partito guidato attualmente da Nicola Zingaretti.

È impossibile stabilire se questi sospetti siano fondati o meno. Ma ciò che più colpisce è che sospetti di questo genere non stupiscono e non spaventano nessuno. Al contrario, vengono recepiti dall’opinione pubblica come se fosse ormai una prassi abituale, normale ed addirittura scontata che le battaglie politiche possano essere combattute per via giudiziaria.

Negli anni passati chiunque osava avanzare l’ipotesi che una parte della magistratura fosse condizionata dai propri interessi politici o partitici, veniva  subissato da proteste più o meno indignate dell’Anm e di una gran parte di cittadini stupiti che si potesse mettere in discussione l’indipendenza, l’autonomia e la terzietà delle toghe.

Oggi capita l’esatto contrario. Lo stupore scatta quando l’opinione pubblica viene a conoscenza dell’esistenza, anche nel nostro paese, del giudice a Berlino. Cioè di una inchiesta o di un giudizio che non appaiano segnati da un qualche interesse politico. L’anomalia, in sostanza, è diventata la normalità. Al punto che appare del tutto naturale e scontato che Matteo Renzi ed il suo neonato partito siano diventati il bersaglio di una inchiesta giudiziaria diretta a cancellare un concorrente diretto del Partito Democratico.

Vent’anni di giustizialismo forsennato hanno prodotto come risultato non la diffusione del principio di legalità ma il discredito e la delegittimazione della magistratura.

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Redazione27 Novembre 2019

L’idea di tornare all’Iri per risolvere tutte le grandi crisi industriali presenti nel paese pone una questione pregiudiziale a cui dare una risposta. È il mercato che non offre soluzioni o è la classe politica che non è all’altezza dei problemi complessi del momento?

Chi ipotizza la resurrezione dell’Iri non si pone l’interrogativo. Per costoro la priorità è ribadire il principio che lo stato deve sempre e comunque intervenire sul terreno economico stabilendo automaticamente l’assioma che la classe politica al governo dello stato non può non essere capace di svolgere il compito a cui è preposta.

Ma la realtà è più forte delle convinzioni ideologiche astratte. E se Alitalia, Ilva e tutti gli altri casi di grandi crisi aziendali non trovano risposte ormai da lungo tempo, non si può non sollevare il dubbio che il problema non sia il mercato ma l’incompetenza di chi avrebbe il compito di sciogliere i nodi di tali crisi.

La vicenda della compagnia di bandiera è sintomatica. La crisi viene da lontanissimo e le responsabilità vanno in gran parte ricercate nel passato. Ma si può dire che quando spetta ai rappresentanti del Movimento Cinque Stelle il compito di sbrogliare matasse così complesse e difficili l’impresa da disperata diventa impossibile?

Oggi si scopre che era inadeguata ed improponibile una cordata di salvatori dell’Alitalia in cui figurava una azienda che dopo essere stata accusata di non essere in grado di gestire tremila chilometri di rete autostradale avrebbe dovuto essere capace di convertirsi alla gestione di una rete aerea. Ma chi aveva chiesto l’immediato ritiro della concessione autostradale ad Atlantia dopo la tragedia del ponte Morandi era lo stesso che non aveva battuto ciglio di fronte all’ingresso della stessa Atlantia nella cordata Alitalia. Il fallimento di oggi, dunque, era stato annunciato allora. E se oggi i responsabili di quell’errore strategico scoprono che l’unico modo per uscire dalla vicenda è riesumare l’Iri (come se il ritorno alle Partecipazioni Statali servisse a rimettere in piedi una azienda condannata dalle condizioni del mercato a rimettersi in piedi solo dopo un drastico ridimensionamento in termini di strutture ed addetti), diventa legittimo chiedersi se i falliti non stiano preparando un nuovo fallimento scaricandolo sulle tasche di tutti gli italiani.

Il problema, allora, è che gli incapaci provocano danni. E che è sempre tardi quando si interviene per mandarli a casa!

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Redazione26 Novembre 2019

Don Biancalani, che nella sua parrocchia intona e fa cantare ai fedeli “Bella ciao”, non è un problema per Matteo Salvini, di cui il sacerdote è un oppositore deciso ed intransigente, ma  è un problema per la Chiesa e per i cattolici italiani. Lo è non perché faccia intonare una canzone che pur essendo stata composta negli anni successivi alla fine della guerra, rappresenta la Resistenza ed è diventata il simbolo di ogni diversa componente della sinistra italiana. Ma perché la motivazione della iniziativa di don Biancalani è tutta rivolta non a celebrare la lotta passata al nazifascismo ma quella presente contro uno schieramento politico ed un leader che vengono considerati dal fronte progressista l’anticamera moderna del fascismo e l’imitatore attuale di Mussolini e di Hitler.

Se la convinzione che il fascismo ed il nazismo sono alle porte su spinta del centro destra e dei suoi leader fosse condivisa dall’intero popolo dei cattolici e da tutte le sue gerarchie, sul sacerdote canterino non scatterebbe alcuna attenzione. Ma don Biancalani rappresenta solo una parte ben definita del mondo cattolico e delle sue gerarchie. L’altra parte, maggioritaria o minoritaria che sia, non condivide affatto la convinzione che il nuovo centro destra sia l’anticamera della dittatura del passato. Anzi, è più che mai certa della totale infondatezza di questa tesi e pensa che in realtà non sia la fede religiosa a suscitare simili sciocchezze ma solo i radicati pregiudizi ideologici presenti all’interno della sinistra e delle componenti progressiste del mondo cattolico.

Agli occhi di quest’altra parte Don Balancani sarebbe un perfetto cappellano del movimento delle sardine. Che non unisce il popolo di Dio ma provoca la sua divisione infettandolo con il virus dell’intolleranza politica. E spinge quei settori del mondo cattolico che considerano don Balancani un prete-sardina a reagire con sempre maggiore fastidio alle forzature politiche dei sacerdoti progressisti non solo disertando le Chiese trasformate in sezioni ma manifestando un sempre maggiore consenso nei confronti di Matteo Salvini, della Lega e del centro destra.

Il leader leghista, ovviamente, accende grandi ceri di ringraziamento. Se non ci fossero  preti-sardine se li dovrebbe inventare!

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Redazione25 Novembre 2019

Non c’è bisogno di riscoprire che in un lontano passato Beppe Grillo aveva chiesto la tessera del Pd per trovare la spiegazione della sua scelta di rilanciare l’alleanza tra il Movimento Cinque Stelle ed il partito guidato da Nicola Zingaretti e di ribadire la sua piena fiducia nel capo politico del movimento Luigi Di Maio. Grillo sarà pure un nostalgico della vecchia unità delle sinistre ma le sue indicazioni di sabato scorso, quella in favore dell’alleanza con il Pd e quella della riconferma della leadership di Di Maio, sono state assolutamente obbligate. Il fondatore del Movimento, in sostanza, non poteva fare altrimenti. E non solo perché se lo avesse fatto avrebbe provocato automaticamente la caduta del governo giallorosso spalancando sotto i piedi del M5S il baratro di elezioni anticipate a cui partecipare nel pieno di una devastante crisi del vertice e di malcontento e di smarrimento della base. Ma anche perché se avesse voluto mettere da parte Di Maio correndo il rischio della fine della legislatura non avrebbe saputo con chi sostituirlo.

Il problema dei Cinque Stelle, infatti, è che sicuramente l’attuale ministro degli Esteri è un capo in precipitoso declino. Ma è ancora più che tra i tanti aspiranti non c’è nessuno in grado di prenderne il posto nel ruolo di leader massimo. Non è un caso che tra i suoi critici neppure uno si propone come alternativa ma tutti manifestano il loro malcontento per il capo azzoppato dai suoi errori proponendo una guida collegiale formata dagli esponenti delle diverse anime del movimento.

Certo, ci sarebbe Alessandro Di Battista. Ma sostituire Di Maio con il rappresentante più qualificato della componente movimentista avrebbe avuto la stessa conseguenza dell’annuncio della rottura del patto di governo con il Pd con annessa crisi di governo ed elezioni anticipate. Per cui a Grillo non è rimasto altro che puntellare Di Maio e riconfermare l’alleanza con la sinistra fino al termine della legislatura. Nella speranza che nel corso degli anni di permanenza al governo la base grillina maturi e comprenda che il suo destino è di diventare a tutti gli effetti una costola della sinistra in una Italia tornata ad essere definitivamente bipolare.