Inizia la campagna elettorale per Roma | Arturo Diaconale

3 Marzo 2020
diaconale3marzo2020.jpg

Era assolutamente scontato l’esito delle elezioni suppletive nel collegio Roma 1 della Camera. Il candidato del Pd, appoggiato per l’occasione da Italia Viva e dalle altre formazioni non estremiste della sinistra, cioè Roberto Gualtieri, non poteva non vincere data la sua notorietà  e la enorme visibilità avuta durante il mese di campagna elettorale grazie al ruolo di Ministro dell’Economia del governo Conte-bis.

Ma la piena conferma delle previsioni della vigilia non impedisce di cogliere indicazioni significative dal mini-test elettorale della Capitale. La prima è che l’aver conquistato da parte di Gualtieri il 62 per cento del 17 per cento dei votanti non significa affatto che la sinistra romana è forte, compatta e sempre più radicata in quel centro storico che da anni ed anni rappresenta la sua roccaforte. Se il trionfo del più noto e visibile dei ministri di Conte avesse un significato del genere, il risultato sarebbe stato decisamente diverso. Alla luce dell’enorme vantaggio mediatico avuto nei confronti dei suoi competitori Gualtieri avrebbe dovuto ottenere un risultato più ampio sia nella percentuale dei consensi che in quella dei votanti. Invece il  suo partito è riuscito ad ottenere la mobilitazione di alcune associazioni e gruppi in grado di organizzare i propri aderenti ma non ha portato ai seggi il voto d’opinione della sua stessa area. La vittoria c’è stata comunque. Ma non per spinta popolare ma per voto espressione di un residuo d’apparato e di quella ristretta parte del volontariato cattolico di sinistra che opera all’ombra del Vaticano.

L’indicazione politica del successo di Gualtieri, cioè la vittoria del voto organizzato e l’assenza del voto d’opinione, vale anche per i risultati dei suoi antagonisti. È mancato a ciascuno di loro il voto d’opinione delle rispettive aree di riferimento. E se questo era prevedibile per il candidato del centro destra (quelli dell’ultra sinistra hanno invece fatto il pieno dei propri bacini di consenso), non lo era affatto per la candidata del Movimento Cinque Stelle Rossella Rendina, che si è fermata ad un 4,5 per cento malgrado i grillini siano al governo della città da oltre tre anni con la sindaca Virginia Raggi. Anche al M5S è mancato il voto d’opinione. E la mancanza è stata assolutamente determinante per un movimento che non ha apparati di sorta e che è cresciuto negli anni solo ed esclusivamente con i consensi d’opinione non organizzati. Ma se nel primo test elettorale che si tiene a Roma dopo le elezioni politiche ed europee e che precede di un anno e mezzo il voto per il rinnovo del governo del Campidoglio, i grillini non sono riusciti a risvegliare almeno in parte l’opinione di quei romani che avevano eletto trionfalmente Virginia Raggi, vuol dire che il vento di un tempo si è fermato e che la partita per Roma diventa tutta da giocare. Almeno da parte di quelle forze dell’area della non sinistra che in questa occasione non hanno saputo mobilitare il loro voto d’opinione ma che ora hanno tutto il tempo necessario per farlo con i progetti e le candidature più appropriate.

La campagna elettorale romana è, dunque, aperta. Senza esiti scontati ma con un esito tutto da definire!