L’Opinione delle Libertà


No more posts
diaconale10settembre2019-4.jpg
Redazione10 Settembre 2019

Si può fare opposizione al Conte-bis senza bisogno di scendere in piazza? Matteo Salvini e Giorgia Meloni dovrebbero sfuggire alla tentazione di considerare che il campo degli avversari del governo giallo-rosso debba comprendere solo quanti hanno intenzione di partecipare alle manifestazioni di protesta da tenere negli spazi pubblici del paese. L’area di chi considera una iattura il ritorno del Pd al governo in compagnia dei trasformisti del M5S, è molto più ampia di quella formata dai militanti di Lega e Fratelli d’Italia. Non c’è bisogno di ripercorrere la storia dell’Italia repubblicana per convincersi che lo schieramento avverso alla sinistra ed alle sue degenerazioni giustizialiste è formato da una serie di componenti tra loro molto diverse. Queste componenti aggiuntive a quelle formate da Lega e Fratelli d’Italia non sono solo i gruppi del cosiddetto centro moderato a cui sembra rifarsi Forza Italia. La stessa destra non si esaurisce in Salvini e nella Meloni ma ha una serie di articolazioni che vanno dai gruppi più radicali a quelli ispirati a valori liberali antagonisti ed alternativi alla sinistra.

Sarebbe un errore, allora, considerare opposizione solo quella della piazza. Un errore che porterebbe ad una autoghettizzazione che rischierebbe di isolare e marginalizzare le componenti del sovranismo populista regalando il paese al Partito Democratico ed al Movimento Cinque Stelle non per il resto della legislatura ma per un tempo molto più lungo.

Mai come in questo momento, invece, l’obbiettivo che Salvini e la Meloni dovrebbero perseguire è quello dell’allargamento a forze diverse e del coinvolgimento delle tante anime di una maggioranza che va in piazza ma che manifesta il proprio dissenso anche rimanendo in silenzio ed operando senza canti e bandiere.

Non si tratta di una impresa facile. Soprattutto per chi, come Salvini, è stato oggetto di una criminalizzazione interna ed internazionale tesa a escluderlo vita natural durante dal governo del paese. Ma il leader della Lega deve fare lezione di quanto avvenuto. E riprendere il cammino tenendo sempre presente che l’isolamento porta a fare la fine di Marine Le Pen.

diaconale9settembre2019-1280x478.jpg
Redazione9 Settembre 2019

Heri dicebamus. Il ritorno del Pd al governo viene presentato come la fine di una parentesi accidentale che aveva occasionalmente interrotto il processo ineluttabile ed irreversibile della presenza dei post-comunisti al vertice politico del paese.

La parentesi, ovviamente, è rappresentata da Matteo Salvini. Che viene presentata come il bizzarro incidente di percorso finalmente giunto alla sua inevitabile conclusione.

Ma è questo generale senso di sollievo, esibito con una enfasi decisamente eccessiva da parte di tutti i massima rappresentanti dei cosiddetti poteri forti europei e nostrani ( a Bruxelles, a Cernobbio, in Vaticano, al Quirinale e via di seguito), che mette in mostra una dei difetti più ricorrenti e clamorosi di certa sinistra politica ed intellettuale rappresentato dalla cosiddetta sindrome della ricottina. Quella del contadino che andando al mercato per vendere una ricotta si era autoconvinto che con i soldi della vendita avrebbe acquistato una mucca che gli avrebbe dato un reddito capace di fargli costruire una grande stalla piena di animali destinata a trasformarlo in un ricco possidente. E che mentre fantasticava sui rotoli di denaro che avrebbe inevitabilmente avuto perse l’equilibrio facendo cadere la ricotta e tutti i sogni ad essa connessi.

L’eccesso di enfasi per l’“heri dicebamus” e la fine dell’incidente non tiene conto di una realtà rappresentata da una ricottina governativa che può cadere da un momento all’altro all’interno di una società italiana in cui la maggioranza dei cittadini non ha alcun motivo di tirare lo stesso sospiro di sollievo della casta dei privilegiati.

Questo scollamento dalla realtà della sinistra e della sussistenza grillina giunta al suo seguito è un difetto genetico difficilmente superabile. Ed è il vero puntello su cui l’opposizione di centro destra può dare vita ad una alternativa ampia e credibile alla attuale coalizione degli scampati al voto anticipato.

Per non tornare ad essere un incidente di percorso, però, le diverse componenti dell’area di opposizione debbono incominciare ad evitare di dividersi se la vera opposizione si debba fare più nelle piazze che nel Palazzo. Ognuno scelga il suo modo di porsi in alternativa ai rossi con bande gialle. La diversità assicura una offerta di opposizione più articolata. L’importante è che si rimanga uniti nel proposito di far cadere la ricottina ed i sogni irrealistici della sinistra!

diaconale6settembre2019.jpg
Redazione6 Settembre 2019

A Papa Francesco non piacciono gli americani. Non solo quelli della destra cattolica Usa che lo attaccano e vorrebbero che si dimettesse seguendo l’esempio del proprio predecessore. Ma gli americani in genere. Quelli che non solo hanno inventato il consumismo ed esportato il capitalismo in tutti gli angoli del mondo ma hanno fissato, con la dottrina Monroe, che a comandare nelle due Americhe debbono essere solo loro.

Tutto questo dimostra che Papa Francesco è un peronista di sinistra? Probabilmente si. Ma la questione che si pone non è che il vicario di Cristo sia un convinto sostenitore di una teologia della liberazione in salsa peronista ma che abbia come unico obbiettivo quello di convertire l’intera Chiesa alla sua ideologia disinteressandosi completamente delle conseguenze pratiche e concrete che la sua scelta produce sulle società del mondo occidentale.

Un laico può anche infischiarsene se la Chiesa diventa peronista di sinistra e per farlo scatena al proprio interno una sorta di crociata contro chi non accetta una conversione così radicale. Il mondo cristiano è sempre stato segnato da feroci guerre intestine. E se un Papa ed una parte delle gerarchie ecclesiastiche decidono di lanciare interdetti, scomuniche e quant’altro contro i presunti eretici, sono fatti loro. Ma un laico non può non rilevare come le guerre fratricide tra i cattolici  abbiano conseguenze pesanti sulle realtà politiche e sociali dei paesi occidentali. E non può non denunciare la grandissima pericolosità dei risvolti politici delle scelte ideologiche ammantata da motivazioni religiose compiute da Francesco.

Certo, in un paese dominato da un conformismo papista pari a quello presente nel regime komeinista iraniano, criticare il Papa è un atto ai limiti del reato. Ma perché tacere se Francesco è anticapitalista ed anticonsumista e si è convinti che un capitalismo con regole ed un consumismo mitigato da limiti alle multinazionali costituiscono l’unica risposta allo sviluppo del pianeta ed ai problemi di povertà ed indigenza delle aree arretrate? E perché non contestare l’antiamericanismo peronista se si crede che l’Atlantismo sia mille volte meglio del servaggio all’egemonia franco-tedesca? E perché non opporsi all’obbiettivo del meticciato multietico del papato Ong non in nome di una inesistente purezza della razza ma sulla base del legittimo timore che l’apertura indiscriminata provochi tensioni sociali e politiche difficilmente gestibili? E perché, infine, se non si è d’accordo sul marchio papale dato al governo Conte-bis non dirlo senza timore di scomuniche ed interdetti?

Un Papa tutto politico non è infallibile ma contestabile!

diaconale5settembre2019-1.jpg
Redazione5 Settembre 2019

Tra le pieghe di una informazione edulcorata a beneficio del Conte-bis si scopre che la Cancelliera Merkel ha mal digerito l’annuncio della nomina a ministro degli Esteri di Luigi Di Maio  rinunciando a porre il proprio veto solo dopo aver avuto la rassicurazione che, come capitava con il precedente titolare della Farnesina, Enzo Moavero, a svolgere il ruolo di vero titolare della politica estera italiana sarebbe stato direttamente il Presidente del Consiglio. Non si sa se questa indiscrezione che ha fatto capolino tra le pieghe dei giornali sia vera. Assolutamente certo, invece, è che la Presidente designata della Bce Christine Lagarde, nel corso del suo intervento di presentazione alla Commissione Problemi Economici e Monetari del Parlamento Ue, ha espresso il proprio placet per il nuovo Ministro dell’Economia e Finanze, l’europarlamentare del Pd, Roberto Gualtieri. E lo ha fatto prima ancora che Giuseppe Conte salisse al Quirinale per sciogliere la riserva e presentare al Presidente della Repubblica la lista dei ministri.

Questo significa che il governo Conte-bis è nato con il beneplacito delle massime autorità europee o che queste ultime hanno interferito direttamente sulla formazione del nuovo esecutivo italiano? L’interrogativo è di lana caprina. Perché basta guardare l’andamento dello spread per avere la conferma certa e definitiva che il governo nato dall’alleanza innaturale tra M5S e Pd ha impresso sulla propria fronte il marchio dei massimi poteri della Ue. Nel 2011, quando il debito pubblico italiano aveva trecento miliardi in meno di quello di adesso, lo spread schizzò oltre i cinquecento punti per espellere Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi. Oggi che il debito è decisamente superiore e gli indicatori economici sono tutti negativi, lo spread scende sotto i 150 punti a dimostrazione che i mercati si muovono secondo gli interessi e le volontà di chi detiene il potere politico nella Ue.

Ma il governo Conte-bis non risulta eterodiretto solo dall’asse franco-tedesco. Accanto al marchio dei poteri forti europei c’è anche quello del Vaticano di Papa Francesco, che ha lanciato la sua crociata contro i sovranisti identitari scambiandoli per i nuovi Albigiesi e ne chiede lo sterminio ripetendo che “Dio riconoscerà i suoi”. Sulla fronte di “Giuseppi”, infine, c’è spazio anche per un marchio molto più piccolo, quello dell’Amministrazione Usa. Ma è un marchio che conta poco. Perché tra Trump e Dipartimento di Stato fanno a gara a chi capisce di meno delle vicende europee ed italiane. E da buoni italiani Conte ed gli uomini del Pd (quelli del M5S non contano) riconoscono perfettamente i propri padroni e sanno che il capo della loro catena non è tenuto negli Usa ma tra Parigi e Berlino.

Il governo che nasce, dunque, è un governo servo. Il ché non stupisce o scandalizza più di tanto. Ma chiarisce da che parte stare. Se con i padroni stranieri o con gli italiani da tornare ad affrancare dal solito servaggio!

diaconale4settembre2019-e1567589849765.jpg
Redazione4 Settembre 2019

I sessantamila attivisti che sulla rete Rousseau hanno votato per il “sì” all’alleanza tra M5S e Pd non si sono espressi in favore dell’incontro storico tra populismo grillino e sinistra ma solo ed esclusivamente per la sopravvivenza del loro movimento politico. Quella sopravvivenza che sarebbe stata messa in discussione nell’eventualità delle elezioni anticipate e che, come hanno spiegato il fondatore Beppe Grillo e la quasi totalità dei dirigenti parlamentari del movimento, verrà assicurata fino a quando il governo Conte-bis rimarrà in carica.

Questa motivazione è la stessa che in passato ha portato la maggioranza degli attivisti grillini a votare in favore del “contratto di governo” con la Lega e ad avallare la difesa di Matteo Salvini sul caso della “Diciotti”. A dimostrazione che ai militanti non importa nulla dell’accordo con la Lega o con il Pd ma si schiera sempre e comunque a sostegno della linea indicata dal vertice del Movimento con la motivazione della esigenza suprema della propria perpetuazione.

Il metodo Rousseau tanto esaltato da Di Maio e Casaleggio, quindi, non è un modello innovativo di democrazia diretta ma una forma di rivisitazione telematica del centralismo democratico dei vecchi partiti comunisti. Serve non a consultare gli umori e la volontà della base ma ad avallare passivamente le indicazioni ed i voleri del vertice. In questo metodo non c’è l’esempio dei referendum svizzeri ma quello dei plebisciti del Venezuela di Maduro .

Naturalmente i capi grillini hanno tutto il diritto di adottare questo sistema di mobilitazione interna diretta all’avallo delle proprie scelte. Ma nel momento in cui lo propongono come modello di democrazia diretta alternativo alla democrazia parlamentare non fanno altro che svelare come l’obbiettivo ultimo della loro azione politica sia quello di espiantare la democrazia rappresentativa per sostituirla con il centralismo democratico e con le pratiche plebiscitarie dei regime totalitari alla Maduro.

Sul Partito Democratico non dovrebbero attecchire suggestioni di questo tipo. Ma l’esigenza di sopravvivenza dei post-comunisti, che è la stessa dei grillini, potrebbe spingere a trovare compromessi anche su questo terreno. Il taglio dei parlamentari diventa la cartina di tornasole della impermeabilità del Pd al madurismo antidemocratico del Movimento pentastellato.

In ogni caso è bene prepararsi al peggio ed incominciare a creare i comitati per il referendum contro l’attacco alla democrazia parlamentare portato dai grillini in nome della loro deriva venezuelana.

diaconale3settembre2019.jpg
Redazione3 Settembre 2019

Aver scongiurato con una operazione super-trasformistica i ludi cartacei per poi finire con il celebrare i ludi telematici non è una sconfitta della democrazia rappresentativa. È, più semplicemente, il segno di quanto sia caduta in basso l’attuale classe dirigente e di quanto poco reattiva sia una opinione pubblica plasmata da servi mediatici della stessa casta trasformistica.

A rischio, dunque, non è la democrazia ma la coscienza di una società che appare ben felice di essere espropriata del proprio diritto di partecipazione alla determinazione della politica nazionale da parte di irresponsabili preoccupati solo di perseguire il proprio personale “particulare”.

Ma le litanie di protesta servono a poco. Di fronte alla prospettiva di un governo formato da forze che hanno come unico obbiettivo la loro sopravvivenza a dispetto della effettiva volontà popolare, serve un progetto concreto che da un lato punti a dare vita ad uno schieramento d’opposizione capace di non disperdere il consenso maggioritario su cui al momento può contare nel paese e dall’altro porti ad intaccare il sistema dell’informazione elitaria e distorta che educa all’omologazione conformistica la coscienza civile dei cittadini.

Sul tema della lotta al sistema informativo politicamente corretto ed al servizio della casta dominante si parte da zero. In oltre venti anni di presenza maggioritaria il centro destra tradizionale ha prodotto tante polemiche contro le casematte gramsciane dell’egemonia culturale della sinistra ma nessuna azione concreta diretta a smantellare la casematte stesse o affiancarle da strutture culturali ed informative alternative e concorrenti.

Basta questo per denunciare il fallimento del centro destra tradizionale. Ma non può bastare questa denuncia per dare vita ad una opposizione consapevole che per conservare il consenso maggioritario di cui gode nella società italiana non sarà sufficiente passare dal berlusconismo al salvinismo. Serve e servirà uno schieramento articolato in cui siano presenti tutte le sensibilità contrarie alle forze del trasformismo antidemocratico, schieramento che in attesa di una riforma elettorale in senso proporzionale tutta da definire, dovrà misurarsi nelle prossime battaglie elettorali per il rinnovo dei consigli di importanti regioni italiane.

Ignorare per egocentrismo questa esigenza (non vale solo per Salvini ma anche per Berlusconi) significa consegnare l’Italia per parecchi anni ai deliri di Grillo ed alla inadeguatezza di una sinistra allo sbando.

diaconale2settembre2019-1.jpg
Redazione2 Settembre 2019

Una volta era la Lega ad essere una costola della sinistra. Ma adesso la vecchia affermazione di Massimo D’Alema è diventata un interrogativo che non riguarda il partito di Matteo Salvini ma le due forze politiche che si accingono a formare un governo guidato da Giuseppe Conte, l’ex premier del passato governo giallo-verde pronto a presiedere un governo giallo-rosso affermando di non essere un “uomo per tutte le stagioni”.

Il quesito che riguarda Pd e Movimento Cinque Stelle è chi sia la costola dell’altro. È la sinistra tradizionale che è destinata a diventare una componente sempre più minoritaria e marginale della sinistra dei tempi nuovi rappresentata dal movimento grillino? Oppure è il Movimento Cinque Stelle che si accinge ad essere fagocitato da un Partito Democratico assolutamente convinto di poter uscire dalla propria crisi solo svuotando il proprio alleato dalla sinistra che ha in sè?

La partita sui ministeri e sulle vice presidenze del Consiglio non si gioca solo sui nomi e sulle ambizioni personali ma sulla risposta che i due alleati in competizione danno a questo interrogativo. Luigi Di Maio sarà pure un arrogante giovinotto deciso a non perdere una sola oncia del grande potere raggiunto nell’anno passato. Ma la sua motivazione di fondo è quella di dare vita ad un governo che fin dalla sua nascita stabilisca in maniera evidente che la sinistra tradizionale è destinata ad essere egemonizzata da quella nuova. A sua volta il segretario del Pd Nicola Zingaretti, in questo sostenuto dall’intero partito, non ha alcuna intenzione di trasformare la sinistra nella sussistenza dei cinque stelle e punta a ribadire che l’unica costola in circolazione è quella del M5S.

In questo quadro di assoluta chiarezza l’unico elemento ambiguo è rappresentato da Giuseppe Conte, che si dice di sinistra ma evita accuratamente di chiarire a quale delle due sinistre appartenga.

Vogliamo scommettere, vista la sua capacità camaleontica di passare dal verde-giallo al giallo-rosso, che scioglierà l’ambiguità quando avrà scoperto quale sarà  la sinistra vincente?

diaconale30agosto2019-1-1280x578.jpg
Redazione30 Agosto 2019

Il paradosso è che mentre il governo del Conte-bis nasce con il proposito di cancellare definitivamente il maggioritario e riesumare il sistema proporzionale dopo aver tagliato il numero dei parlamentari, il Partito Democratico sogna di tornare all’antico bipolarismo, quello della Seconda Repubblica, mettendosi ovviamente a capo del polo della sinistra allargato al Movimento Cinque Stelle.

C’è chi dice che in realtà Nicola Zingaretti voglia riesumare il proporzionale a  livello nazionale e ritornare al bipolarismo classico a livello regionale dove si vota sempre con un meccanismo di tipo maggioritario. Ma questa precisazione è solo una foglia di fico della vocazione egemonica dei post-comunisti convinti che la nascita del governo giallo-rosso li mette in condizione di tornare ad essere non solo l’asse portante dell’esecutivo ma anche la forza egemone di una sinistra di cui i grillini non sono altro che un gregge disperso da riportare all’ovile.

È evidente che, quando Grillo ha parlato con Dio ricevendone l’indicazione a sostenere Conte e l’alleanza tra M5S e Pd, non ha avuto alcuna raccomandazione al riguardo. Si vede che il Dio di Grillo non conosce la storia di quello che una volta si autodefiniva l’avanguardia dei lavoratori ed ignora totalmente che di questa forza politica l’unico e solo tratto identitario che non ha subito modifiche e trasformazioni nei decenni è proprio la sua vocazione egemonica nei confronti dell’intera sinistra.

Ma se Grillo non è stato messo in guardia dal proprio Altissimo sull’argomento, è probabile che all’interno della galassia grillina ci sia qualcuno in grado di riconoscere il pericolo a cui va incontro mettendosi sotto braccio di un compagno di strada così ingombrante e prepotente.

La sorte del Conte-bis dipenderà da questi “qualcuno” e dalla loro capacità di far comprendere al popolo grillino (non ai parlamentari che hanno evitato le elezioni anticipate e sono tutti contenti di poter continuare a contare sullo stipendio) che l’alleanza con il Pd comporta il rischio di estinzione politica del M5S.

Naturalmente nessuno può escludere che il Dio di Grillo lo abbia convinto che “meglio post-comunisti che morti”. Ma quel Dio, si sa, non conosce la storia!

Renzi-Grillo_.jpg
Redazione29 Agosto 2019

La discontinuità formale non c’è. Ma quella sostanziale è fin troppo evidente. Al governo Conte-Di Maio a trazione Salvini subentra un governo Conte a trazione Renzi. La crisi ha prodotto questo bizzarro risultato. Ha messo in crisi il capo politico del Movimento Cinque Stelle divenuto subordinato a Giuseppe Conte incoronato dal garante dei mondo grillino, cioè da Beppe Grillo, il vero leader del movimento. Ed ha consentito all’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi di uscire dalla limbo, in cui era stato costretto a rifugiarsi dopo il fallimento del referendum e la successiva sconfitta elettorale, ed a rilanciarsi nel ruolo di super-segretario di un Pd in cui il segretario ufficiale non può avere altri compito che adeguarsi alla linea del superiore.

Una discontinuità così forte ha un solo e grande difetto. Vale solo all’interno del Palazzo. Nel paese reale non viene minimamente percepita. Perché il messaggio di Conte che succede a se stesso è più forte di qualsiasi valutazione politica su chi sale e chi scende nelle gerarchie del potere politico nazionale e dei singoli partiti.

Nell’opinione pubblica, che ha una memoria storica sedimentata e profonda, il Conte-bis diventa una operazione trasformistica in tutto simile a quelle della Prima Repubblica che vedevano i maggiorenti democristiani andare a tornare a Palazzo Chigi facendo finta che tutto dovesse cambiare tranne le loro facce, i loro clientes ed i loro metodi di governo.

Sul piano dell’immagine, dunque, il nuovo esecutivo parte appesantito da un marchio trasformista difficilmente eliminabile. A questa difficoltà si aggiunge poi quella, non dell’immagine ma della sostanza, di dover dipendere dall’esito delle lotte interne del Movimento Cinque Stelle e della precarietà del rapporto esistente nel Pd tra il super-segretario Renzi ed il segretario minore Zingaretti.

Conte potrà pure tentare di comportarsi da grande statista forte delle benedizione di Trump, Macron, Merkel e Vaticano ma la sua permanenza a Palazzo Chigi dipenderà dai regolamenti di conti interni del mondo grillino e di quello della sinistra. Cioè dai capricci di Grillo e dalle giravolte di Renzi.

Nel dare il via ad un governo del genere Sergio Mattarella si è assunto una bella responsabilità!

diaconale28agosto2019-1.jpg
Redazione28 Agosto 2019

Una volta, in Italia, a parlare con Dio ci pensava solo il Papa. Ma quello di adesso, Francesco, è troppo impegnato a trasformare la Chiesa in una Ong senza navi per perdere tempo a dialogare con l’Altissimo. In compenso, però, pur non avendo avuto alcuna investitura dallo Spirito Santo, a parlare con Dio ci sono Eugenio Scalfari e Beppe Grillo. Il primo, che esibisce la propria testa come un tempo i parroci esibivano il Santissimo Sacramento ai fedeli intimoriti da una così alta visione, lo fa scrivendo libri ed editoriali domenicali. Nei primi tiene a ricordare al popolo di essere un Padreterno. Negli altri, pur dimenticando  che dagli anni giovanili della fede fascista ad oggi non ne ha mai azzeccata mezza, cerca di ribadire che gli oltre settanta anni di apostolato giornalistico livoroso ed intollerante gli assegnano il diritto di pretendere la genuflessione adorante dei poveri di spirito.

Più diretto e meno contorto intellettualmente è invece Beppe Grillo. Lui con Dio ci parla direttamente senza il bisogno di esibire titoli e benemerenze di sorta. E da Dio, a cui arriva in quanto auto-elevato, riceve le indicazioni da riportare ai comuni mortali immerso della loro desolante mediocrità ed ignoranza.

Ora nessuno può negare che il comico genovese abbia barba e capigliatura da attore americano impegnato ad interpretare Mosè in un qualche film del filone biblico.  Ma può bastare una rassomiglianza fisica ed una tendenza a trasformare la comicità in messianesimo a giustificare la tendenza di Beppe a salire il suo personale monte Sinai discendendone con le tavole della legge da consegnare al popolo grillino nel frattempo obnubilato dal vitello d’oro Di Maio?

Naturalmente Grillo ha tutto il diritto di atteggiarsi a Mosè che parla con Dio e trasmette i voleri dell’Altissimo ai peccatori colpevoli di essere mediocri e non capire un accidente. Ma non sarà il caso, come nella favola del bambino e del re nudo, che qualcuno incominci a denunciare non la lucida follia di Beppe ma la drammatica mattità di un paese talmente ammalato da arrivare addirittura a prendere sul serio chi si crede Mosè invece di credersi Napoleone?