Il complotto e la denuncia reale

25 febbraio 2016
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Dopo le rivelazioni sulle intercettazioni Usa ai danni del governo italiano presieduto da Silvio Berlusconi, ho predisposto con l’avvocato Valter Biscotti ed a nome del Tribunale Dreyfus una denuncia per spionaggio politico nei confronti della National Security Agency e di qualunque altro servizio segreto responsabile di azioni di inaccettabile ingerenza nelle vicende politiche italiane.

Avrei voluto presentare immediatamente la denuncia alla Procura di Roma. Non solo per far scattare prima possibile le indagini sulle vicende emerse in questi giorni, ma anche per dimostrare ai magistrati romani che l’analoga denuncia presentata dal Tribunale Dreyfus lo scorso anno contro gli ignoti autori del complotto interno ed internazionale del 2011 non era affatto infondata e non meritava di essere archiviata. Sui passaggi che portarono alle dimissioni di Berlusconi ed alla nascita del governo tecnico presieduto da Mario Monti grava il sospetto crescente di pesanti manovre illecite condotte da governi stranieri ai danni del legittimo governo del nostro Paese. E non sarà mai troppo presto quando la magistratura o il Parlamento, con una apposita commissione parlamentare, avvierà una qualche seria indagine per fare luce su quale forma di dipendenza coloniale gravi ancora sul nostro Paese a settant’anni dalla fine del Secondo conflitto mondiale.

Ma il modo con cui i media del nostro Paese hanno reagito alle rivelazioni sulle azioni di spionaggio della Nsa ha consigliato, a me ed all’avvocato Biscotti, di rinviare ad un momento successivo la presentazione della denuncia. Qualche giornale, come il Corriere della Sera, ha accuratamente nascosto la notizia relegandola ad una pagina interna, come se la scoperta che gli Usa tengono sotto controllo costante gli alleati fosse un avvenimento rientrante nell’ordine naturale delle cose. Qualche altro ha preferito utilizzarla per rilanciare il tema delle intercettazioni pruriginose del Cavaliere e nascondere la condizione di vassallaggio a cui viene sottoposta una nazione i cui vertici vengono tenuti sotto controllo costante dai servizi segreti della nazione che dovrebbe essere alleata ma che è soprattutto dominante.

La denuncia avrebbe, quindi, innescato un meccanismo mediatico già abbondantemente conosciuto. Da un lato una sottovalutazione ed un oscuramento progressivo. Dall’altro il pretesto non per sollevare il problema dei rapporti di lealtà reciproca che dovrebbero esistere tra alleati provvisti di pari dignità ed autonomia, ma per far ripetere la solita rincorsa alla ricerca di qualche bunga bunga telefonico capace di mettere alla berlina Berlusconi e dimostrare che se gli americani lo intercettavano in fondo se lo meritava.

Alla denuncia, ovviamente, non ci rinunciamo. Ma la presenteremo a tempo debito e quando sarà cresciuta nei media nazionali la consapevolezza che lo spionaggio ai danni di Berlusconi non è stata affatto una vicenda ordinaria ma è rientrata, come ha candidamente ammesso la stessa amministrazione statunitense, nel quadro delle azioni ritenute indispensabili per la sicurezza americana. Una sicurezza ritenuta a rischio non perché il Cavaliere tramestasse con i terroristi, ma perché cercava di ricucire i rapporti tra Israele e gli Stati Uniti e non nascondeva l’interesse italiano per conservare la politica della amicizia tra Usa, Europa e Russia sancita dal vertice di Pratica di Mare.

Le ammissioni Usa, quindi, confermano che il complotto internazionale ai danni del governo liberamente eletto dal popolo italiano ci fu. La denuncia è dunque nei fatti. Quella formale verrà a suo tempo!