Il Tribunale Dreyfus processa la narrazione di “Mafia Capitale”

14 novembre 2015
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La seduta del simbolico Tibunale Dreyfus tenutasi giovedì nelle sale del palazzo dei mutilati era stata dedicata tutta proprio al conflitto tra i penalisti della camera penale di Roma e i cronisti, ritenuti "embedded" della procura di Roma.

E’ giusto che un giudice, che in Italia neppure è terzo per carriera separata da quella dei magistrati dell’accusa, sia anche condizionato dalla pubblicazione seriale di atti giudiziari ben prima che si apra il processo su cui dovrà prendere decisioni?
E’ giusto che i giornalisti e gli editori scelgano la facile scorciatoia di copiare e incollare le carte che l’accusa molto gentilmente fornisce su supporto usb per ogni inchiesta che Dio manda in terra invece che studiarsele e separare il grano dal loglio?
Giovedì pomeriggio a venire messa alla sbarra, per una volta, è stata questa fantomatica idea di “narrazione” delle inchieste, nella fattispecie quella di “mafia capitale”. Gridare all’attentato alla libertà di stampa è buttarla in caciara. Andare fuori tema. La seduta del simbolico Tibunale Dreyfus, cioè la creatura di Arturo Diaconale, membro dell’attuale cda Rai e direttore storico de “L’opinione”, tenutasi giovedì nelle sale del palazzo dei mutilati, prospiciente il palazzaccio di piazza Cavour a Roma, era stata dedicata tutta proprio al conflitto tra i penalisti della camera penale di Roma e i cronisti, ritenuti “embedded” della procura di Roma. Nelle inchieste ad alto valore mediatico, come quella che ha portato al processo per la cosiddetta “mafia capitale”.
Non era in discussione infatti la violazione, inesistente, del segreto istruttorio, ma la scorciatoia professionale di copiare e incollare. E quindi violare il divieto si pubblicazione integrale degli atti di un procedimento prima del dibattimento prevista dall’articolo 114 del codice di procedura penale, un reato da nulla che si sana con una multa, una oblazione. La seduta del Tribunale Dreyfus era invece mirata tutta sulla professionalità giornalistica. Il corto circuito che è ormai diventato un sistema in Italia da decenni finisce per annullare ogni possibilità di terzietà dei giudici le cui carriere in Italia, va ribadito – neppure sono separate da quelle dei pubblici ministeri – .
E tutto perché editori e giornalisti non vogliono neanche fare la fatica di leggersi le carte e di scegliere quali pubblicare, magari riassumendole. Scorciatoia peraltro non premiata dai lettori visto che oggi il “Corriere della sera”, tra vendita digitale e cartacea diffonde meno della metà delle copie di dieci anni orsono quando c’erano solo le edicole classiche. Uno stato di fatto che ha portato uno degli avvocati del processo “mafia capitale”, Giovanni Pagliarulo, cofirmatario dell’esposto alla procura contro un centinaio di giornalisti e diciotto direttori di giornale, a fare sarcasmo su un articolo di “Repubblica” di tre giorni orsono, su un’ altra indagine, in cui “su 148 righe di pezzo 118 erano di copia incolla di atti processuali..”. Intervento chiuso con una terribile constatazione che di tanta sciatteria forcaiola è diretta conseguenza: “..e così il giornalista lo so fare anche io.” Come è noto la polemica tra penalisti e cronisti era nata all’indomani dell’esposto quando qualche genio della carta stampata aveva scritto alludendo a tattiche difensive dilatorie tipiche di avvocati di mafia. Solita accusa, anzi calunnia, mutuata dalle battute delle serie televisive.
Più duro ancora il giudizio di Valerio Spigarelli, ex presidente dell’Unione delle camere penali italiane: “il problema è che ormai i giornalisti si sentono indipendenti da ogni potere dello stato tranne quello giudiziario, cui sono perfettamente “embedded”.. è come se un cronista di guerra al seguito di un esercito impugnasse egli stesso le armi e sparasse”. Uno dei chiamati in causa di questa situazione, Carlo Bonini di “Repubblica”, sebbene invitato ieri non ha potuto essere presente e quindi è stato, per così dire, “processato in contumacia”. Sentite dalle agenzie le accuse generalizzate di scarsa professionalità – rivolte ai giornalisti che seguono con entusiasmo la narrazione dell’inchiesta “mafia capitale” dallo stesso presidente della camera penale di Roma Francesco Tagliaferri – Bonini ha pensato bene di replicare con un messaggio via facebook giunto alla giornalista Barbara Alessandrini, organizzatrice insieme ad Arturo Diaconale delle sedute del tribunale Dreyfus.
“Sono dispiaciuto per non essere con voi e vorrei che mi credeste quando vi assicuro che non è per sottrarmi al confronto – dice il post di Bonini esordendo con una sorta di “excusatio non petita” – sempre utile e stimolante, se non prevenuto, ma solo per impegni del giornale cui non posso sottrarmi.” ” Voglio solo dirvi che non penso che le camere penali di Roma siano un’associazione a delinquere di stampo mafioso, nè che gli eccellenti professionisti impegnati nel processo mafia capitale abbiano le stigmate di mafia – continua ancora Bonini sempre sulla falsariga di chi si sente in colpa – dunque, se ho detto qualcosa che lo abbia lasciato pensare o intendere me ne scuso. Con la stessa franchezza e sincerità, credo di poter pensare e ascoltare dalle camere penali e dagli avvocati romani una parola critica o quantomeno problematica sul l’iniziativa assunta nei confronti di 78 cronisti e 18 direttori di testata. Non sono per natura incline a fare la lagna e dunque affronterò serenamente un qualunque procedimento in cui debba rispondere di pubblicazione arbitraria di atti processuali. Dare le notizie è il mio mestiere e ne sono responsabile. E tuttavia non sono così sciocco da non vedere in quella iniziativa una natura strumentale. Non potendo accusare o non volendo accusare l’ufficio del pubblico ministero, si procede nei confronti di chi si ritiene ne sia l’acritica cinghia di trasmissione. Non è così. Se non può valere il sillogismo che un avvocato che difende un imputato di mafia sia un mafioso, altrettanto non vale l’equazione giornalista uguale portavoce del pubblico ministero…”
Tutte belle parole, anche se sempre fuori tema oltre che pervase da uno spirito auto assolutorio. Resta comunque inevasa la questione principale: non si tratta di un problema di libertà di stampa ma di giusto processo. E di professionalità dei giornalisti . La levata di scudi di Fnsi e dei cronisti più o meno direttamente interessati non aiuta a risolverlo , dato che rimane legato soprattutto alla coscienza del singolo. E non a fattori para sindacali o a interessi inconfessabilmente corporativi. E tanto meno all’articolo 21 della Costituzione.