Gli stimoli dell’intervista di Mattarella | Arturo Diaconale

5 Novembre 2018
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A qualcuno sarà pure venuto in mente di contestare al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella di aver rilasciato al Corriere della Sera una intervista sul centenario del 4 novembre del 1918 diretta non tanto a celebrare la vittoria nella Prima guerra mondiale quanto a denunciare il rischio del ritorno del nazionalismo estremo sotto forma di sovranismo antieuropeo.

Per fortuna, se anche fosse passata per la mente, questa polemica non si è manifestata. Un po’ in omaggio al ruolo del Presidente della Repubblica. E forse un po’ di più per il rispetto personale che Sergio Mattarella si è conquistato con lo stile mite e discreto che ha sempre segnato la sua intera carriera politica.

L’intervista è così finita nel novero delle solite celebrazioni da archiviare come tutte le altre. Ed è un peccato. Perché in un Paese dove la memoria è sempre troppo corta e c’è addirittura qualcuno che propone di cancellare la storia dalle materie di studio nelle scuole, le riflessioni del Capo dello Stato dovrebbero stimolare una maggiore attenzione per il periodo della vita del nostro Paese che fece da incubatore a tutti i grandi avvenimenti del secolo successivo.

La vulgata dominante sulla Prima guerra mondiale, che è riecheggiata anche nella intervista del Presidente della Repubblica, è quella fissata dalla cultura cattolica progressista secondo cui l’“inutile strage”, propiziata da un colpo di mano della piazza estremista e dalla classe dirigente nazionalista guidata dalla corte sabauda, invece di portare al superamento delle nazionalità chiuse proposto dalla visione del Presidente Usa Thomas Woodrow Wilson con la Società delle Nazioni anticipatrice dell’attuale Onu, provocò la nascita del fascismo e la tragedia della Seconda guerra mondiale.

È su questa vulgata del cattolicesimo progressista rinforzata nel secondo dopoguerra dalla cultura marxista che, per una elementare esigenza di correttezza storica, sarebbe necessaria una qualche riflessione correttiva ispirata ad una lettura più laica della storia nazionale. L’Italia del 1915 era un Paese che aveva raggiunto la sua unità da poco più di cinquant’anni, condizionato al suo interno da una ostilità del Vaticano e del mondo cattolico tradizionalista che non accettava la fine del potere temporale e che vedeva nell’Impero Asburgico (come era avvenuto per tutto il secolo precedente) il proprio protettore ed, eventualmente, vendicatore.

La guerra contro l’Austria-Ungheria, allora, non era solo per Trento e Trieste ma anche per scongiurare una volta per tutte il pericolo di perdere l’unità da poco conquistata sotto la spinta delle armate imperiali dall’esterno e dell’azione interna delle gerarchie cattoliche. Tutto questo produsse dopo la vittoria il fascismo? La cronologia degli avvenimenti dice di sì. Ma dice anche che la nazionalizzazione dei giovani cattolici avvenne nelle trincee e che a definire Benedetto Mussolini l’Uomo della Provvidenza non fu Benedetto Croce ma Pio XI.