Il caso “stadio” e le indicazioni serie | Arturo Diaconale

15 Giugno 2018
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L’inchiesta sui retroscena più o meno oscuri e inquietanti sullo stadio della Roma sembra fatta apposta per suscitare facili ironie, riproporre luoghi comuni stantii e alimentare la sfiducia più cupa sulla impossibilità del Paese di uscire dalla crisi morale che progressivamente lo soffoca. C’è chi coglie l’occasione per prendersi la rivincita su chi ha promesso in lungo e in largo l’avvento dell’onestà e si ritrova a sguazzare in una illegalità del tutto simile a quella del passato. C’è chi sfrutta l’incorruttibilità mostrata dall’assessore milanese Pierfrancesco Maran per ribadire lo stereotipo caro a suo tempo anche a Sant’Ambrogio sulla differenza tra la Milano virtuosa e la Roma sentina di ogni nequizia. E c’è chi trae dalla vicenda la conclusione che gli italiani, di qualunque fede o semplice collocazione politica possano essere, risultano sempre e comunque segnati da una vocazione antropologica al peccato, alla corruzione e al malaffare.

Purtroppo queste tesi hanno facile ascolto. E questa massiccia attenzione nasconde le due indicazioni più significative prodotte dalla spinosa vicenda. La prima riguarda la mancata selezione di classe dirigente da parte di un Movimento Cinque Stelle che ha fatto della negazione delle differenze qualitative tra le persone il principale postulato della propria azione politica. La scelta ideologica dei tardo-maoisti grillini di considerare il valore dell’uguaglianza totalmente superiore a quello della competenza, li ha liberati dall’incombenza di formare una classe dirigente in grado di sostituire quella delle ere politiche precedenti. Ma portare incompetenti in Parlamento è facile. Governare con gli incompetenti le amministrazioni locali è impossibile. Così Beppe Grillo, Davide Casaleggio e Luigi Di Maio sono obbligati a rivolgersi a soggetti competenti provenienti da esperienze passate e naturalmente portati a perpetuare metodi e sistemi delle epoche immorali.

Il grillismo al governo, in sostanza, non provoca alcun tipo di cambiamento ma solo la prosecuzione delle illegalità precedenti. A questa prima indicazione se ne affianca una seconda che non è affatto inedita ma che si conferma in maniera clamorosa e inequivocabile. Non c’è una sola opera pubblica, anche quella più popolare come lo stadio della Roma, che per partire non debba superare una serie infinita di passaggi burocratici dove si nasconde ogni tipo di tagliola corruttiva. In questo modo non c’è e non ci può essere opera pubblica che non sia segnata da fenomeni corruttivi più o meno marcati.

L’impossibilità dei Cinque Stelle di produrre una nuova classe dirigente è incurabile. Ma la semplificazione delle procedure per combattere la corruzione non è affatto irrealizzabile. Basta volerlo, seriamente!