La diseducazione civica della classe dirigente | Arturo Diaconale

13 Novembre 2018
diac13novembre2018-1280x852.jpg

Non è mancanza di educazione sportiva quella che ha provocato l’aggressione al giovane arbitro al termine di una partita di Promozione nel Lazio. È, molto più semplicemente, mancanza di educazione. Intesa come educazione non solo personale, ma soprattutto civica. Mancanza che non si manifesta solo sui campi di calcio dove giocano dilettanti o professionisti ma nelle strade, nelle piazze, negli autobus, nelle metropolitane e che ha occupato stabilmente i social network e l’intera classe politica del Paese. Il degrado non è lessicale, con l’uso smodato del turpiloquio e della violenza verbale divenuta talmente usuale da non poter essere più abbandonata. Il degrado è culturale e nasce da una totale assenza di valori di riferimento in grado di fissare i principi più elementari del vivere civile.

Il tema può essere esaminato ed approfondito in modi infiniti. Ma è chiaro che nessuna analisi potrà essere completa e nessuna risposta concreta potrà essere formulata se non si parte dalla responsabilità delle classi dirigenti. In particolare dei politici e dei giornalisti. Il combinato disposto della necessità dei politici di raccogliere attenzione forzando al massimo i toni dei loro discorsi e dell’esigenza dei media di forzare ulteriormente la narrazione delle vicende politiche sempre per strappare attenzione ad un pubblico perennemente distratto provoca il degrado della società.

E l’esempio più recente, quello della polemica tra Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista ed i giornalisti, conferma che il fenomeno non potrà mai essere fermato se politici e mass media non avranno la forza di fermare la spirale del degrado rinunciando alle forzature che cancellano ogni forma di civismo nell’opinione pubblica del Paese.

La vicenda del giovane direttore di gara preso a pugni da alcuni energumeni, che per novanta minuti lo avevano insultato con gli epiteti più feroci, è sintomatica del rischio a cui si va incontro. La violenza verbale, se reiterata, sfocia presto o tardi nella violenza fisica. Non stupiamoci, allora, se il clima di perenne esasperazione in cui vive la classe dirigente provocherà qualche scontro fisico tra politici e giornalisti.

“Quando ce vó ce vó”. Ha detto Di Maio giustificando gli epiteti di pennivendoli e puttane lanciati da lui stesso e da Di Battista ai giornalisti nemici! Il rischio che qualcuno dica lo stesso e finisca col prenderlo a calci nel sedere è serio!