L’aristocrazia dei fascisti antifascisti

15 Marzo 2019
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Metti una sera, all’ora di cena, al tavolo di Lilly Gruber, Marco Travaglio, Massimo Giannini e Paolo Mieli che discutono amabilmente con la padrona di casa di quanto sia disgraziato un Paese dove si tengono convegni sui valori della famiglia tradizionale organizzati da associazioni “omofobe e sessiste”, dove regna un clima di destra reazionaria creato ad arte da un razzista come Matteo Salvini e dove un personaggio come il Presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, manifesta la sua mancanza di cultura e di sensibilità politica ripetendo pappagallescamente quanto affermava nell’età giovanile a proposito di un Benito Mussolini capace di nefandezze ma anche di qualche buon risultato.

Una conversazione del genere non colpisce per la sicumera con cui i quattro personaggi manifestano all’unisono un pensiero comune fondato sulla convinzione di essere portatori di una verità assoluta e superiore. E neppure per la certezza inattaccabile di avere come compito nella vita di illuminare con questa verità le menti deboli del volgo inferiore oscurate da credenze sbagliate frutto di ignoranza, incultura e sordide motivazioni politiche.

Ciò che più lascia interdetti è la totale assenza di una qualsiasi voce dissonante, diversa, alternativa. Cioè il disprezzo per la più elementare forma di quel pluralismo delle idee che è al fondamento di quella Costituzione antifascista che troppo spesso viene usata da chi si considera l’aristocrazia illuminata della Repubblica per tappare fascisticamente la bocca agli estranei alla loro casta privilegiata.

L’assenza di pluralismo in una trasmissione televisiva di una emittente privata che da tempo rivendica con insistenza una sua presunta funzione pubblica non può non essere denunciata. Non perché si debba impedire a Lilly Gruber di invitare al tavolo della sua trasmissione solo chi la pensa alla sua maniera. La libertà di opinione prevede anche la libertà di riempire il proprio salotto solo di portatori del pensiero unico di casta. Ma la denuncia serve a ribadire che il servizio offerto da una trasmissione del genere non può essere in alcun modo considerato un servizio pubblico, ma talmente privato da risultare totalmente di parte. E chi vuole la parte, sia pure aristocratica e con la puzza sotto al naso, se la paga!