Le opzioni di Luigi Di Maio le decide il voto europeo | Arturo Diaconale

27 Febbraio 2019
diaconale27febbraio2019-1.jpg

Non sono molte le opzioni tra cui può scegliere Luigi Di Maio per bloccare il declino sempre più evidente ed accelerato del Movimento Cinque Stelle. In realtà sono solo due. Può cercare di fermare la parabola discendente mandando all’aria il governo e giocando la carta delle elezioni anticipate per salvare il salvabile prima che sia troppo tardi. O può pensare di interrompere ed invertire il fenomeno regressivo immaginando che la crisi sia dovuta solo a difetti strutturali provocati da una crescita inattesa ed abnorme e puntando su una riforma interna ispirata alle forme dei partiti tradizionali.

Al momento sembra che tra le due opzioni il “capo politico” del M5S abbia scelto la seconda. Quella della ristrutturazione di un movimento che dovrebbe correggere il caos organizzativo attuale con l’abolizione del tetto dei due mandati per i consiglieri comunali, con la possibilità di allearsi a livello locale con le liste civiche e con la creazione di un direttorio o Comitato centrale destinato ad affiancare il leader nei prossimi quattro anni del proprio incarico.

La seconda opzione, però, non cancella la prima. Perché la scelta definitiva sul modo in cui i grillini decideranno di invertire la propria decrescita dipenderà dal voto europeo. Il risultato delle elezioni di maggio, infatti, non sarà condizionato dalla mancanza di liste locali o dalla impossibilità di creare un personale politico di base stabile vista la regola della esclusione dalle cariche pubbliche dopo due mandati. Sarà un voto di pura opinione. In cui, vista la tradizione del Movimento, non conteranno neppure i nomi dei candidati ma solo il legame tra gli elettori pentastellati ed il simbolo del partito guidato da Di Maio.

Le Europee, in sostanza, saranno la radiografia esatta dello stato di salute della forza politica fondata a suo tempo da Beppe Grillo. Il loro esito dirà se la malattia in corso, quella che ha portato la perdita di venti punti in Abruzzo e di trenta in Sardegna, è temporanea e guaribile con una terapia da partito tradizionale o se, al contrario, è talmente grave da costringere ad un intervento estremo come la crisi di governo e le elezioni anticipate.

Ogni previsione, al momento, è azzardata. Anche se la storia passata dei movimenti populisti italiani, come quello qualunquista di Guglielmo Giannini, indica che quando la bolla si sgonfia non c’è intervento normale o straordinario in grado di salvarla.