Né vinti, né vincitori | Arturo Diaconale

19 Dicembre 2018
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Non è una partita di calcio il rapporto tra l’Italia e l’Unione europea. Chi stabilisce che sia finita a vantaggio dell’Europa o del Governo giallo-verde italiano o con un pareggio sbaglia pesantemente. Perché stabilire che ha vinto la Ue costringendo leghisti e grillini a rinviare l’applicazione delle loro riforme o che hanno vinto i due partiti di governo impedendo alla Commissione europea di far scattare la procedura d’infrazione alimenta qualche polemica ma non serve a capire che un rapporto conflittuale tra Ue ed uno Stato fondatore serve solo a fare danni ad entrambi i soggetti.

Oggi, sempre che l’accordo venga formalizzato, viene stabilito che l’Unione europea è troppo debole per poter colpire con la procedura d’infrazione uno degli Stati che l’hanno costruita. E, al tempo stesso, viene certificato che uno Stato fondatore non solo non ha alcuna possibilità di recuperare quella parte di sovranità lasciata a suo tempo all’istituzione europea, ma è obbligata a rinunciare ad una parte aggiuntiva di sovranità lasciando che della propria manovra finanziaria ed economica se ne occupi non il proprio Parlamento, ma la Commissione presieduta dal lussemburghese Jean-Claude Juncker. Si dirà che due debolezze a confronto portano ad un pareggio. Ma non è così perché il confronto tra due debolezze provoca la sconfitta sia della prima che della seconda. E, soprattutto, non pone al centro dell’attenzione il problema di una istituzione europea e di uno Stato semi-sovrano costretti a convivere ma incapaci di comprendere che il solo modo per impedire la conflittualità perenne del rapporto è di rinnovare l’istituzione trasformandola in una Federazione sul modello degli Stati Uniti d’America.

Sbagliano, allora, quanti cercano di trovare spunto dall’accordo per dimostrare che il Governo italiano è stato umiliato e battuto o che la Commissione europea è stata obbligata a rinunciare ai suoi iniziali propositi punitivi. Nessuno ha vinto e nessuno ha perso. È stato solamente dimostrato per l’ennesima volta che l’istituzione europea deve essere riformata profondamente perché non più adeguata alle esigenze dei tempi e che l’unico modo per realizzare la riforma non è il ritorno alle sovranità domestiche, ritorno ormai impossibile, ma è solo il salto in avanti verso la Costituzione Federale.