Pd e FI: simul stabunt, simul cadent

13 Febbraio 2019
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Per singolare combinazione i massimi dirigenti di Forza Italia e del Partito Democratico hanno dato una lettura identica del risultato ottenuto dai rispettivi partiti nelle elezioni regionali abruzzesi. I dirigenti forzisti si sono dichiarati molto soddisfatti di aver raggiunto quasi il 15 per cento. Quelli democratici hanno inneggiato alla conquista del 31 per cento e del ruolo di seconda forza politica abruzzese dopo la Lega e prima del Movimento Cinque Stelle ed hanno addirittura proposto il modello sperimentato sotto il Gran Sasso e la Maiella come modello da applicare a livello nazionale. In realtà il 15 forzista ed il 31 democratico sono il risultato della somma delle percentuali ottenute da Forza Italia e Pd insieme con le liste civiche, locali e minori che per l’occasione hanno deciso di affiancarsi al partito di Silvio Berlusconi ed a quello di un segretario ancora da decidere. Le cifre, quindi, non riflettono affatto il risultato reale dei due partiti. Senza il supporto esterno, infatti, Forza Italia è scesa sotto la soglia del 10 per cento finendo al 9,7 ed il Pd ha superato di un solo punto la quota minima a due cifre conquistando un faticoso 11 per cento.

La lettura rassicurante di Forza Italia e quella addirittura entusiastica dei dirigenti democratici è dunque molto simile in quanto provocata dalla comune preoccupazione di nascondere il declino congiunto ed apparentemente irreversibile delle due forze politiche. Il ché non è il frutto di un qualche destino “cinico e baro” ma dalla applicazione concreta della formula latina del “simul stabunt, simul cadent”. Per vent’anni il centrosinistra ha avuto come unico collante la contrapposizione con il polo moderato dominato da Berlusconi. Alla fine di questo ciclo alla parabola discendente del Cavaliere ed alla incapacità della classe politica forzista di colmare il vuoto oggettivo lasciato dal leader, corrisponde il crollo del Pd in cui la scomparsa del nemico principale svela una incapacità irreversibile di adeguarsi alle mutate condizioni politiche e sociali della società.

Qualcuno ipotizza che per superare le rispettive crisi i due partiti dovrebbero dare vita ad un fronte antisovranista. Ma chi spinge in questa direzione non si rende conto che, in assenza di classi dirigenti all’altezza e non ossessionate dalla salvezza personale, due crisi messe insieme non fanno una soluzione ma accelerano in maniera irreversibile il comune disastro.