Usa-Iran: un invito al Ministro Gentiloni

7 agosto 2015
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È sacrosanta la missione che il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ha compiuto in Iran accompagnato dai massimi esponenti delle aziende pubbliche e private italiane per riaprire i canali commerciali tra Italia e Teheran bloccati dalle sanzioni.

È sacrosanta la missione che il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ha compiuto in Iran accompagnato dai massimi esponenti delle aziende pubbliche e private italiane per riaprire i canali commerciali tra Italia e Teheran bloccati dalle sanzioni. Ma sarebbe altrettanto e forse addirittura più sacrosanto se, dopo essere stato in visita presso i massimi esponenti del regime komeinista iraniano, lo stesso ministro Gentiloni, magari accompagnato per l’occasione dal ministro della Difesa, Roberta Pinotti, si recasse negli Stati Uniti ad incontrare i massimi dirigenti dell’amministrazione statunitense per sottoporre loro il problema che la decisione di Obama di dare il via libera al nucleare iraniano ha creato non solo per il Medio Oriente ma per l’intero bacino del Mediterraneo, Italia compresa.

Il Presidente degli Usa sostiene che senza quell’accordo tra Stati Uniti e Iran non ci sarebbe altra strada che la guerra immediata per impedire al regime iraniano di costruire la bomba atomica e minacciare di sterminio non solo lo Stato di Israele, di cui si continua a predicare l’ineluttabilità della cancellazione dalla carta geografica, ma anche di tutti gli Stati dell’area mediorientale per nulla disposti a soggiacere alla vocazione egemonica degli eredi di Khomeyni.

Nessuno mette in discussione la preoccupazione del presidente americano. Può essere che senza quell’accordo la guerra sarebbe inevitabile. Ma rispetto a questa eventualità c’è nel frattempo una certezza di cui non si può non tenere conto. L’accordo Usa-Iran rinvia di una decina di anni la possibilità che il governo iraniano riesca a dotarsi di armamento atomico, ma innesca da subito una corsa forsennata a dotarsi di bombe nucleari e di strumenti per lanciarle da parte di tutti quegli stati limitrofi che, in quanto sunniti e non sciiti o perché decisi a perseguire un progetto egemonico alternativo a quello iraniano o perché preoccupato solo ed esclusivamente della propria sopravvivenza, temono di soccombere di fronte alle minacce di Teheran.

La sopravvivenza è un problema di Israele, che comunque è già in possesso di armamento atomico. Le altre problematiche riguardano invece gli Emirati del Golfo Persico, l’Arabia Saudita, l’Egitto, tutti Paesi che da adesso in poi saranno obbligati a dotarsi di armi atomiche per tentare di realizzare con l’Iran komeinista quell’equilibrio del terrore che garantì la pace tra i due blocchi all’epoca della guerra fredda.

Questo significa che l’Italia deve dotarsi anche lei di armamento atomico? Niente affatto. Significa molto più semplicemente che deve dotarsi di quei sistemi antimissilistici in grado di assicurare un’efficace difesa nei confronti di qualsiasi minaccia. Per tranquillizzare Israele, Obama ha promesso che gli Stati Uniti si faranno carico di assicurare a Tel Aviv un sistema di questo tipo. Ma i missili iraniani potrebbero colpire qualsiasi bersaglio del Mediterraneo, un mare che proprio a causa delle scelte della politica estera Usa è destinato a diventare sostanzialmente nuclearizzato.

L’Italia, in sostanza, è finita in prima linea grazie ad Obama. Non sarà il caso che il governo italiano chieda a quello americano di risolvere il problema che ha creato fornendo anche al nostro Paese i sistemi di difesa assicurati ad Israele ed all’Arabia Saudita?