Risposta a Feltri sulla Lazio | Arturo Diaconale

20 Maggio 2019
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Vittorio Feltri ha sostenuto che la Lazio non si deve vantare di aver vinto la Coppa Italia ma vergognarsi di averlo fatto a causa del rigore non concesso per il fallo di mano di Bastos e dell’invito ad andare in quel posto mandato da Claudio Lotito all’allenatore atalantino, imbufalito per la presunta ingiustizia subita.

Feltri ha scritto che la partita della Lazio è stata “vomitevole” e che la squadra biancoceleste si è comportata in maniera cafonesca, a conferma che la mancanza di stile sta dominando anche nel mondo del calcio.

Naturalmente, avendo visto la partita (dubito che Feltri l’abbia fatto), penso che definire vomitevole una partita giocata alla spasimo da entrambe le squadre sia una esasperazione giustificata solo dalla delusione di un tifoso convinto che la vittoria dovesse spettare per diritto (divino o semplicemente nordico) ai propri colori. Del rigore non parlo perché non lo ha visto nessuno, né in campo, né sulle panchine, né sugli spalti, né tra gli addetti del Var. Così come non parlo delle recriminazioni sui falli ai danni di Correa che avrebbero potuto portare all’espulsione di un difensore atalantino.

Mi permetto di avanzare una sola considerazione, invece, sul tema dello stile che per Feltri sarebbe degradato a cafonaggine per colpa laziale. La considerazione è che la predica giunge da una cattedra inappropriata. Feltri è un arbiter elegantiarum in tema di vestiario, ma è destinato a passare alla storia del giornalismo italiano come il promotore di uno stile e di un linguaggio talmente popolare e colorito da apparire troppo spesso sguaiato e volgare.

Il direttore di “Libero” rivendica il proprio diritto a scrivere e parlare come meglio crede. Ma pretendere di essere il bue che dà del cornuto all’asino è decisamente troppo. Anche per un tifoso deluso.