Redazione | Arturo Diaconale - Part 3


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Redazione14 Febbraio 2020

Il dilemma dei presunti “responsabili” è simile a quello che lacerava Nanni Moretti. L’attore regista si chiedeva se veniva notato di più se si faceva vedere o non si presentava ad un particolare evento. I parlamentari che vengono indicati come possibili responsabili si sentono ora divisi dall’interrogativo se per salvare la loro poltrona e la legislatura sarebbe meglio andare con Giuseppe Conte e tenere in piedi il governo Pd-M5S o seguire Matteo Renzi e sostenere un esecutivo istituzionale di emergenza magari guidato da Mario Draghi e destinato a durare per i prossimi tre anni.

È probabile che questo dilemma sia solo fantapolitica e che i possibili responsabili non siano in grado né di aiutare Conte a rimanere a Palazzo Chigi, né favorire Renzi a fare lo sgambetto all’attuale Presidente del Consiglio. In tutto questo guazzabuglio, però, un dato inequivocabile esiste. Ed è rappresentato dall’esaurimento completo del Conte-bis, esaurimento causato dalla stessa ragione che aveva mandato all’aria il governo del Conte-primo. A provocare la caduta dell’esecutivo gialloverde fu la decisione della Lega di non poter più restare all’interno di una coalizione che non era più in grado di governare a causa della incapacità del Premier di sapere mediare a trovare compromessi tra le diverse componenti dell’allora maggioranza. A portare l’esecutivo giallorosso sull’orlo dell’abisso, a stare almeno alle prese di posizione degli esponenti di Italia Viva, c’è l’incapacità del Presidente del Consiglio di costringere M5S e Pd a mediare e trovare compromessi con il partito guidato da Renzi.

Insomma, la paralisi del Conte-primo era provocata, secondo la Lega, dalla inadeguatezza di un Premier tanto presuntuoso quanto incapace. La paralisi del Conte-bis sarebbe provocata, secondo i renziani, dalla totale subordinazione del Premier ai voleri dei partiti maggiori e dalla sua testarda pretesa di non accettare la banale esigenza di una coalizione quadripartita di avere un Presidente del Consiglio in grado di essere terzo tra le parti e saper mediare tra le diverse posizioni.

Insomma, se il governo gialloverde è morto e quello giallorosso è in agonia, la colpa è di Conte. Sarà per questo che i responsabili sono ora pieni di dubbi sul loro prossimo cammino?

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Redazione13 Febbraio 2020

Durante gli anni dell’accoglienza indiscriminata suggerita dalla Chiesa di Papa Francesco e realizzata dai governi del Pd di Letta, Renzi e Gentiloni, non c’è stato un solo magistrato che abbia contestato ad un ministro dell’Interno o ad un Presidente del Consiglio il reato di favoreggiamento di immigrazione clandestina o di qualche altro reato connesso con una fattispecie molto simile alla tratta degli schiavi. L’obbligatorietà dell’azione penale vale per qualsiasi tipo di reato. Ma se, a dispetto della obbligatorietà, non c’è stato un solo magistrato che abbia avviato una qualche iniziativa giudiziaria a carico di quei governanti che hanno favorito l’immigrazione senza alcun tipo di controllo, la ragione è che in ogni Procura domina incontrastata una concezione dell’accoglienza in linea con il pensiero politicamente corretto condiviso da una larga fetta della popolazione italiana. Questa concezione impone una interpretazione delle leggi contraria ad ogni forma di limitazione e di controllo dei flusso immigratori ed esclude ogni tipo di interpretazione alternativa destinata a far considerare reato il favoreggiamento dell’immigrazione indiscriminata.

Alla luce di tale considerazione c’è un problema di fondo che viene posto dalla vicenda di Matteo Salvini. Se dalle prossime elezioni politiche dovesse scaturire una ampia maggioranza di centro destra contraria all’accoglienza indiscriminata e favorevole a forme di limitazione dei flussi migratori, il pensiero dominante presente all’interno della magistratura consentirebbe al governo di realizzare il programma di limitazione voluto dagli elettori? Oppure si assisterebbe ad una serie di iniziative giudiziarie dirette a contrastare la volontà popolare applicando la legge secondo la propria interpretazione particolare?

In apparenza sembra che l’argomentazione riproponga la questione dello squilibrio esistente tra giustizia e politica che si è accentuato negli ultimi trent’anni a causa dell’espandersi della cultura giustizialista. Nella realtà, invece, l’argomentazione pone un problema politico generale. Potrebbe bastare l’investitura popolare per consentire al centro destra di governare il paese? Oppure qualunque governo non di sinistra verrebbe di fatto delegittimato per via giudiziaria dalla parte ideologicamente orientata della magistratura?

La questione è seria. E pone come esigenza primaria di un centro destra al governo per volontà popolare la riforma radicale del sistema giudiziario e della magistratura!

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Redazione12 Febbraio 2020

Il Giorno della Memoria avrebbe dovuto essere la giornata in cui rendere omaggio alle vittime della pulizia etnica e politica scatenata dai partigiani comunisti del Maresciallo Tito ai danni delle popolazioni italiane dell’Istria, della Dalmazia, di Trieste e del Friuli e ai duecentocinquantamila profughi che per sfuggire a quella violenza si rifugiarono in Italia andando incontro non solo ai disagi ed alle sofferenze imposte dalla loro condizione di migranti forzati ma anche all’ostilità dei comunisti italiani convinti che solo dei fascisti potevano abbandonare il paradiso rosso realizzato dalla rivoluzione proletaria.

Il bilancio di questa giornata indica invece che a prevalere non è stata la memoria che avrebbe dovuto essere celebrata ma quella secondo cui gli infoibati ed i profughi avevano pagato il prezzo di vent’anni di repressione e persecuzioni delle popolazioni slave compiute dal regime fascista e dei due anni di occupazione dell’ex Jugoslavia da parte dell’esercito italiano durante la Seconda Guerra Mondiale.

Il Giorno della Memoria, dunque, è stato il giorno della Memoria Ribaltata. Quello in cui le parole del Presidente della Repubblica, dei titolari delle massime istituzioni repubblicane e di quelle di chi è intervenuto nelle manifestazioni ufficiali sono state prima bilanciate e poi sopravanzate da quelle di chi hanno sostenuto che i morti e gli esuli avevano cercato la loro sorte in quanto complici e corresponsabili del fascismo.

Chi si stupisce che ha più di settant’anni da quei tragici eventi si sia potuto verificare un fenomeno del genere, non tiene conto della tradizionale abilità della sinistra italiana, in tutte le sue molteplici articolazioni, nell’uso politico della storia. Una sinistra che per l’intero secondo dopoguerra ha usato l’antifascismo per nascondere la sua condizione di minoranza nel paese e portare avanti la sua pretesa di essere la forza legittimata dalla Resistenza a non essere mai esclusa dal governo. E che oggi ha approfittato del Giorno della Memoria per tornare ad usare politicamente la storia e stabilire che alla destra attuale non va riconosciuta la legittimazione a concorrere per il governo del paese in quanto complice dei complici dei fascisti del passato.

La vergogna non è solo la Memoria Ribaltata. Ma è anche che non siano bastati 75 anni per rendere impossibile un uso così distorto ed antidemocratico della storia!

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Redazione11 Febbraio 2020

Nessuno mette in discussione la tesi secondo cui la polemica sulla prescrizione sia cavalcata da Matteo Renzi solo per assicurare ad Italia Viva più visibilità possibile e conquistare definitivamente all’interno del centro sinistra il marchio di unica forza riformista. Nessuno, in altri termini, esclude che Renzi stia cavalcando strumentalmente la questione non per salvaguardare il principio costituzionale della presunzione d’innocenza ma per ottenere un sostanzioso vantaggio politico rispetto alle forze concorrenti non solo della sinistra ma anche di una parte del fronte moderato.

Ma la strumentalità renziana non è un fenomeno isolato. Strumentale è anche la rigidità con cui il Movimento Cinque Stelle difende il blocco della prescrizione considerando questa difesa una battaglia identitaria indispensabile per la propria sopravvivenza politica. Strumentale è la posizione del Presidente del Consiglio Antonio Conte che ha dimostrato di non conoscere la differenza tra giustizialismo e garantismo ma che ha come unica preoccupazione quella di non dover uscire da Palazzo Chigi a causa degli interessi di Renzi. Più strumentale di tutte, infine, è la posizione del Partito Democratico. Che ha definito la propria posizione sulla prescrizione non sulla base dei principi della civiltà giuridica ma solo ed esclusivamente in riferimento alle proprie convenienze politiche contingenti e future. La convenienza contingente è, come per Conte, quella di non far cadere un governo fuori dal quale il Pd non avrebbe altro possibile sbocco politico oltre quello di finire stabilmente all’opposizione in seguito ad elezioni anticipate dall’esito scontato. Quella di prospettiva è invece la necessità di incalzare il Movimento Cinque Stelle con la proposta di una alleanza organica da attuare fin dalle prossime elezioni regionali in nome della superiore esigenza di costruire un fronte progressista ed una sinistra unità da contrapporre negli anni a venire al blocco del centro destra.

Ma se tutte le posizioni dei partiti dell’area governativa sono strumentali perché mai, secondo i maggiori media del paese, quelle del Pd e del M5S sono nobili e mentre quella renziana è di bassa cucina? La spiegazione è nella versione dominante della storia della sinistra italiana. Quella secondo cui il Pci ed i suoi eredi hanno sempre ragione. Anche e soprattutto quando hanno torto!

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Redazione10 Febbraio 2020

I tifosi della Curva Nord hanno creato una tradizione di coreografie di altissimo livello che non solo resiste nel tempo ma che si arricchisce e migliora ogni anno di più. La settimana scorsa questa tradizione ha avuto una impennata che non può essere ignorata. L’aquila in volo disegnata con la luce dei telefonini, che ha occupato l’intera curva, va considerata una vera e propria opera d’arte. Perché se attraverso l’arte si vuole stupire, toccare al fondo i sentimenti, commuovere ed esaltare, si deve automaticamente riconoscere che quella compiuta dai tifosi della Nord è stata una vera, autentica, grandissima opera d’arte, meritevole di ogni applauso, considerazione e di un premio adeguato.

Questo premio deve essere fornito dalla società e dalla squadra biancoceleste con l’impegno ad andare avanti sul percorso di crescita che viene seguito con tanta determinazione ormai da parecchi anni. Nel calcio, si sa, non si può vincere o stravincere sempre. Ma se la volontà di onorare la maglia ed i propri tifosi continua ad esserci e diventa il tratto distintivo della Lazio dell’avvio del terzo millennio, è certo che gli artefici dell’ultima grande prova d’arte e di quelle precedenti della Curva Nord la debbono considerare come un premio alla loro genialità e passione.

Per troppo tempo c’è stata distanza e separazione tra società e tifoseria. Ora, però, quell’aquila di luce va considerata il segno che la distanza è stata finalmente colmata. Questo non significa che i tifosi si sono appiattiti sulla società o che è avvenuto il contrario. La tifoseria laziale non è fideistica ma dialettica e sa bene che il ruolo della società deve essere diverso da quello dei sostenitori e viceversa.  La distanza colmata significa invece che si è ritrovata una unità di intenti in nome di nuove speranze e più grandi ambizioni.

Si cammina fianco a fianco, dunque. Per una aquila sempre più grande e brillante. Alla faccia di chi cerca di ricreare le vecchie divisioni, magari diffondendo l’infamante sospetto che i tifosi laziali stanno perseguitando la mamma di Zaniolo (a cui va un augurio di pronta guarigione) arrivando addirittura a depredarne l’automobile. Gli artisti, infatti, non perseguitano. Creano!

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Redazione7 Febbraio 2020

La posta in palio della partita che si gioca all’interno della coalizione  di governo non è la tenuta dell’esecutivo con conseguente rischio di crisi e di elezioni anticipate ma la sorte del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

Nessuno immagina che lo scontro sulla prescrizione possa sfociare nell’interruzione anticipata della legislatura. L’idea di dover rinunciare ad altri tre anni di sinecura parlamentare fa venire i brividi a gran parte della maggioranza ed a buona parte dell’opposizione. In più è nota la contrarietà del Presidente della Repubblica allo scioglimento delle Camere. Per cui, sempre che nel frattempo a puntare sulla rottura per interrompere il proprio declino non sia il partito di maggioranza relativa, cioè il M5S, l’ipotesi di una crisi con botto finale rappresentato da elezioni appare del tutto improbabile.

Molto più realistico, invece, è che la vicenda della prescrizione sia il paravento dietro cui si svolge un braccio di ferro tra Italia Viva e Partito Democratico sul futuro dell’attuale Presidente del Consiglio. Di fronte alla possibilità che Matteo Renzi possa essere tentato di passare dalla presenza in maggioranza all’appoggio esterno chiedendo un governo non più guidato da Conte, Nicola Zingaretti ha subito preso le difese del Capo del Governo definendolo una risorsa del fronte progressista da sostenere e da preservare fino alla scadenza naturale della legislatura. Ma può bastare la trincea difensiva scavata attorno a Conte dal segretario del Pd a fermare il possibile tentativo di Renzi di dare il benservito a “Giuseppi” per dare slancio ad Italia Viva e collocarla in una posizione esterna alla alleanza Pd-M5S capace di essere attrattiva nei confronti dell’elettorato moderato?

L’interrogativo è aperto. Ma è proprio questa circostanza, cioè il dubbio che allo scontro sulla prescrizione si aggiunga quello sulla sorte di Conte, che pone un secondo ma più grave dilemma. Come può un governo roso da tante divergenze e contraddizioni essere in grado di fronteggiare le incredibili emergenze in atto? Forse è il caso che, oltre a preoccuparsi dei rapporti con la Cina, il Presidente della Repubblica prenda in considerazione anche un tema del genere. L’inadeguatezza totale del governo non è solo un problema del Parlamento ma anche del Capo dello Stato!

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Redazione6 Febbraio 2020

Luigi Di Maio ha chiamato alla mobilitazione di piazza i militanti grillini per protestare contro chi punta alla restaurazione abolendo i provvedimenti più significativi realizzati dal Movimento Cinque Stelle durante la sua presenza al governo del paese. Il 15 febbraio, quindi, il popolo grillino manifesterà la propria opposizione al disegno in atto ribadendo che difenderà ad ogni costo l’abolizione dei vitalizi, il taglio dei parlamentari, il reddito di cittadinanza e, naturalmente, il blocco della prescrizione.

L’appello alla mobilitazione di Di Maio si presta a diverse letture. C’è quella che lo considera come una mossa dell’ex capo politico per riprendere il bastone del comando del movimento prima degli stati generali. C’è quella che lo interpreta come una sollecitazione rivolta alla base a superare le divisioni e le difficoltà del momento ricompattandosi attorno ai temi identitari più profondi del partito. E c’è quella, infine, che lo vede come un invito a Giuseppe Conte a non dimenticare mai di dipendere dal Movimento Cinque Stelle, forza maggioritaria della coalizione di governo, se non vuole ritrovarsi di colpo fuori da Palazzo Chigi.

Probabilmente ogni lettura contiene una parte di verità. Con la sua iniziativa Di Maio rilancia la propria leadership puntando sul richiamo alla identità del movimento e lasciando intendere che per salvare questa identità non avrebbe alcuna difficoltà a mandare a casa Giuseppe Conte.

Tutto giusto e tutto chiaro, allora. Tranne un aspetto che manca a queste letture e che riguarda l’anomalia della vicenda. Nella storia i restauratori fanno sempre parte degli oppositori dei governi che hanno realizzato i provvedimenti più qualificanti delle rivoluzioni. Nel nostro caso, invece, il partito di maggioranza relativa della attuale coalizione governativa scende in piazza per manifestare contro dei restauratori che risultano essere non solo quelli dell’opposizione ma anche quelli della stessa maggioranza di cui il Movimento Cinque Stelle fa parte.

Di fatto, quindi, a parte la bizzarria di vedere definiti restauratori quei leghisti con cui i grillini hanno varato alcuni dei loro provvedimenti più identitari, l’M5S scende in piazza contro il governo. A testimonianza che il partito di maggioranza relativa non è in grado di esercitare il suo ruolo di preminenza nella coalizione governativa ed esprime questa difficoltà e questo disagio mobilitando la propria base contro la propria presenza al governo.

C’è ancora qualcuno convinto che Conte possa arrivare a fine legislatura?

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Redazione5 Febbraio 2020

I grandi media politicamente corretti hanno bellamente ignorato la notizia che la sassaiola effettuata a Frosinone da un gruppo di ragazzi italiani contro alcuni studenti cinesi era una bufala inventata da un professore. La spiegazione di questa voluta omissione non è l’imbarazzo per dover riconoscere che l’enfasi da loro precedentemente data alla sassaiola, presentata come una dimostrazione lampante del razzismo dilagante in Italia, era stata troppo frettolosa e del tutto ingiustificata. L’omissione non è dipesa dal fastidio di dover riconoscere l’errore commesso ma da un fenomeno frutto della vulgata politicamente corretta che dilaga nel nostro paese e che porta chi ne è affetto a comportamenti segnati dal una forma rovesciata di discriminazione etnica e razziale.

Il professore di Frosinone che ha inventato la balla della sassaiola è un esempio concreto di questo razzismo alla rovescia. Nella sua testa gli italiani non possono non essere razzisti a causa delle predicazioni d’odio effettuate dalla destra cattivista. Per cui il fine nobile di denunciare la deriva di chi predica “prima gli italiani” giustifica l’invenzione di una bufala immediatamente trasformata dai media che praticano il razzismo alla rovescia in una dimostrazione inconfutabile del razzismo italico.

Ma il professore che applica la discriminazione ideologica all’incontrario non è un caso isolato. Insieme a lui ci sono anche e soprattutto le massime autorità del governo. Che nella vicenda del coronavirus si stanno comportando seguendo l’esempio truffaldino del professore ed usando a fini esclusivamente politici le misure imposte dall’esperienza e dal buon senso per contenere l’epidemia.

Il fine politico è risultato fin troppo evidente nella decisione di recuperare gli italiani presenti nella provincia cinese dove il virus provoca i maggiori danni e chiuderli in quarantena a Roma per salvaguardare la loro salute ed evitare l’eventuale diffusione del contagio. Il governo voleva e doveva dare una dimostrazione di capacità ed efficienza. Ed anche se l’aver lasciato a terra un ragazzo di 17 anni per sospetta polmonite virale ha gettato uno schizzo di fango su questa prova, le pubbliche autorità hanno insistito nello sbandierare ai quattro venti la loro volontà di applicare il “prima gli italiani” nella versione buonista.

Il fine politico del governo razzista alla rovescia è poi diventato lampante nella scelta dei Ministri della Salute e dell’Istruzione di condannare la richiesta dei Governatori del Nord di applicare una quarantena di 14 giorni agli studenti cinesi rientrati dalle vacanze in Cina sostenendo che la quarantena nordista era il frutto di discriminazione etnica e razziale mentre quella romana era giusta e sacrosanta per ragioni sanitarie.

Anche per il governo, come per il professore ballista, quindi, il fine giustifica i mezzi. Ma anche il razzismo alla rovescia è razzismo. Anche se è più ipocrita dell’altro!

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Redazione4 Febbraio 2020

Il mancato arrivo in Italia del campione del mondo francese Olivier Giroud consente di compiere una riflessione sulla bizzarria della stampa e dei media sportivi del nostro Paese. La bizzarria in questione non è quella dei giornali e dei media del Nord che facevano il tifo affinché Giroud andasse all’Inter. I lettori e gli ascoltatori di questi organi d’informazione sono in gran parte settentrionali ed in buona parte interisti. Per cui c’è un comprensibile motivo commerciale per questo tipo di tifo. La bizzarria, invece, sta in quei media che hanno sottolineato come l’interessamento della Lazio per il giocatore del Chelsea avrebbe dimostrato che la società biancoceleste ed il suo Presidente vogliono sul serio puntare alla Champions League e, magari, anche allo scudetto.

Secondo gli autorevoli opinionisti di questi media, dunque, non sarebbero i risultati ottenuti fino ad ora a legittimare ed a rendere concrete le ambizioni della Lazio, ma solo il tentativo di compiere un colpo prestigioso nel mercato invernale. Come dire che non conta il lavoro di anni ed anni su un progetto di crescita, ma solo i soldi da spendere sulla roulette delle compravendite di gennaio. Bizzarro, no, un atteggiamento del genere? Certo, ma a bizzarrie dei media non stiamo affatto scarsi. A dimostrarlo c’è l’indifferenza anche di parecchi giornalisti romani sul numero che spetterebbe all’eventuale primo scudetto dell’era Lotito. Terzo, dopo quelli leggendari del ’74 e del 2000? Oppure quarto dell’intera storia della Società Sportiva Lazio?

Già, sulla questione del terzo e primissimo scudetto biancoceleste, quello della stagione 1914-15, solo pochi e coraggiosi giornalisti hanno mostrato interesse. Eppure tutti i documenti raccolti dall’avvocato Gian Luca Mignogna e presentati alle autorità calcistiche nazionali dimostrano che la rivendicazione della Lazio è assolutamente fondata. Come se fosse indifferente se la società biancoceleste e soprattutto i suoi tifosi potessero vantare la conquista del massimo trofeo nazionale nel campionato che venne interrotto dalla Prima guerra mondiale a cui molti ragazzi con l’aquila sul petto parteciparono con un largo contributo di sangue e di vite.
La bizzarria è non riconoscere che la storia, come la classe, non è acqua. E la Lazio ha l’una e l’altra!

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Redazione4 Febbraio 2020

Il coronavirus non ha prodotto solo una epidemia di polmonite ma anche una ondata di imbecillità. La prima può essere contenuta con appropriate misure concrete ma per frenare la seconda ci vorrebbero dosi massicce di buon senso che invece risulta essere l’elemento più raro e prezioso nella attuale fase storica.

A Frosinone l’ondata di imbecillità ha prodotto la sassaiola contro un gruppo di studenti cinesi. E la stessa ondata di imbecillità spinge tanti italiani (giusto per rimanere in casa nostra ma gli esempi di questa malattia fatale abbondano in tutto il pianeta) a guardare con sospetto e preoccupazione ogni cinese incontrato sulla via. Non importa se il cinese in questione sia un turista proveniente dal territorio da cui è partito il coronavirus o un componente di una delle comunità cinesi esistenti nel nostro paese che non torna nel paese d’origine da tempo immemorabile. Come i tori quando vedono rosso, gli imbecilli si mettono in posizione di attacco quando vedono giallo (e spesso confondono cinesi con giapponesi, coreani ed asiatici in genere) e si comportano nelle maniere più assurde ed offensive in  nome di un pericolo che invece è inesistente.

L’imbecillità, però, non è a senso unico. Cioè non è una prerogativa esclusiva di chi non usa il buon senso e reagisce alla paura del contagio bollando ogni asiatico in circolazione con il marchio dell’untore. Questa epidemia non da virus ma da pregiudizio inestirpabile colpisce e domina incontrastata anche in quel mondo di intellettuali, politici ed ecclesiastici politicamente corretti che non sanno e vogliono distinguere tra timore popolare e razzismo e cavalcano questa loro ignoranza usandola come strumento di aggressione nei confronti dei propri avversari in vista delle prossime elezioni amministrative di fine primavera.

È difficile stabilire se il massimo livello di imbecillità venga raggiunto da chi viene accusato di razzismo sanitario o da chi muove questa accusa verso coloro i quali non condividono le idee ed i principi del globalismo multietnico e multiculturale e chiedono misure efficaci per contenere l’epidemia di coronavirus.

Non c’è buon senso, ad esempio, nel considerare necessario ed indispensabile mettere in quarantena alla Cecchignola gli italiani fatti rientrare da Wuhan e contestare a colpi di accuse di razzismo e sovranismo quei governatori delle regioni settentrionali che propongono di mettere in quarantena gli studenti cinesi che rientrano in questo periodo dalle vacanze passate nel paese d’origine. Secondo costoro la quarantena per gli italiani è legittima e non ha alcun tratto di odiosa discriminazione. Al contrario la quarantena per i ragazzi cinesi rientranti dalla Cina non solo è allarmistica ma anche discriminatoria e razzista.

Le due diverse quarantene dimostrano che l’imbecillità è un virus incontenibile. Colpisce sia i razzisti che gli antirazzisti, i sovranisti e gli antisovranisti. E produce odio indiscriminato che mina alle radici la società nazionale!