Redazione | Arturo Diaconale - Part 4


No more posts
diaconale3febbraio2020.jpg
Redazione3 Febbraio 2020

Come ha dimostrato l’assemblea dei militanti del Movimento Cinque Stelle di Napoli e della Campania, la base grillina non ha alcuna intenzione di diventare una costola minoritaria e subalterna del Partito Democratico. A pensarla in maniera opposta sono molti dei parlamentari nazionali e regionali preoccupati di conservare le proprie poltrone e convinti che solo  l’alleanza con la sinistra potrebbe consentire loro di evitare il ritorno alla vita civile. Ma quelli che non stanno nelle istituzioni e non hanno posti da conservare reagiscono a questa difesa degli interessi personali con la difesa della propria identità politica. E di questa spinta proveniente dalla base che si deve tenere conto nel valutare l’intransigenza del ministro della Giustizia Bonafede sulla prescrizione e nell’avanzare previsioni su quale potrà essere l’esito degli stati generali in cui il Movimento Cinque Stelle sceglierà il suo nuovo vertice e fisserà la linea da tenere nelle amministrative di fine primavera e nel corso dell’attuale legislatura.

Dall’assemblea grillina napoletana, dunque, è partito un segnale destinato ad incidere pesantemente nel dibattito interno del Movimento ed a condizionare in maniera direttamente proporzionale la vita del governo di Giuseppe Conte. Questo segnale indica che la base non intende accettare compromessi di sorta su una questione identitaria come quella del blocco della prescrizione. E, soprattutto, lascia intendere che nella discussione interna la voce della base, che si batte per la difesa della identità antisistema del movimento, non potrà essere cancellata da quella di chi calcola che la propria sopravvivenza politica personale dipende dall’alleanza subalterna al Partito Democratico.

Il silenzio di Luigi Di Maio, l’annuncio di un prossimo ritorno di Alessandro Di Battista, le ferme prese di posizione del reggente Vito Crimi e la difesa ad oltranza della propria riforma da parte di Bonafede, si muovono tutte nella stessa direzione. Quella di un Movimento Cinque Stelle deciso a salvare la propria identità anche a costo di perdere una buona parte di poltrone. Il ché non è un bel segnale per Giuseppe Conte. Che ora deve sbrogliare il vero nodo emerso dal voto delle regionali in Emilia-Romagna e della Calabria. Non la tenuta del Pd ma la frantumazione del M5S, partito cardine della maggioranza governativa!

diaconalegennaio2020.jpg
Redazione31 Gennaio 2020

Portati dalla nave Ong Viking si apprestano a sbarcare a Taranto circa quattrocento persone provenienti dalla Libia. Contemporaneamente giungono, sempre dalla Libia, notizie secondo cui navi turche avrebbero portato a Tripoli armi e munizioni inviate da Ankara in aiuto del governo Serraj ed in aperta rottura con la tregua stabilita nella conferenza di Berlino. A rendere ancora più inquietante e drammatico il quadro della situazione libica si aggiungono, infine, le informazioni secondo cui dalla Siria sarebbero arrivati, sempre attraverso il canale marittimo attivato dalle autorità turche, più di tremila miliziani ex Isis a sostegno del governo tripolino che oltre ad opporsi alle truppe del generale Haftar potrebbero infiltrarsi tra profughi decisi ad entrare nel nostro paese.

Di fronte a questa grave evoluzione della guerra in atto in Libia, il governo italiano appare pericolosamente indeciso su tutto. Apre i porti per non subire l’accusa di scarso umanitarismo senza mettere neppure in minimo conto il rischio che terroristi addestrati alla guerriglia possano mettere piede in Italia. Rimane formalmente al fianco del governo Serraj in nome di una adesione di principio alle decisioni compiute a suo tempo dalle Nazioni Unite ma evita accuratamente di trasformare in aiuto concreto questo sostegno suscitando le rampogne e le minacce del governo tripolino. E, grazie a questa posizione formale ma senza conseguenze pratiche, continua a guadagnarsi l’ostilità dichiarata del Generale Haftar e dei paesi che lo sostengono a cominciare dall’Egitto ed a finire con l’Arabia Saudita e gli Emirati.

Il governo italiano, in sostanza, non solo non esercita alcun ruolo in un conflitto che si svolge in una area di interesse vitale per il nostro paese ma, con la sua assurda passività, riesce perfettamente a rendersi inviso a tutte le parti che si contendono direttamente ed indirettamente il controllo della Libia.

Stabilire che la colpa di una totale assenza di ruolo nelle scenario libico dipenda esclusivamente dalla inadeguatezza di Luigi Di Maio nei panni di Ministro degli Esteri sarebbe non solo ingiusto ma anche profondamente sbagliato. Responsabile dell’indecisione a tutto non è solo l’omino della Farnesina ma anche il titolare di Palazzo Chigi che si preoccupa esclusivamente di apparire sui media e, soprattutto, il Partito Democratico incapace di elaborare una linea di politica estera diversa da quella fissata quando le condizioni libiche ed internazionali erano totalmente diverse.

I pericoli che gravano sull’Italia hanno padri diversi. Ma è bene denunciarli fin da ora!

diaconale30gennaio2020.jpg
Redazione30 Gennaio 2020

Ma se mai il centro destra riuscisse a vincere nelle future elezioni politiche il suo leader, al momento Matteo Salvini in quanto capo rappresentante del maggior partito dello schieramento moderato, riuscirebbe mai a diventare Premier ed a resistere come Capo del Governo a Palazzo Chigi? A questo interrogativo posto provocatoriamente da Giancarlo Giorgetti ha risposto indirettamente Ernesto Galli della Loggia con un fondo sul Corriere della Sera in cui ha rilevato che per assumere la guida del paese la destra dovrebbe preventivamente superare tre pregiudizi esistenti nei suoi confronti. Il primo è quello stabilito dalla sinistra secondo cui ogni suo oppositore è automaticamente un fascista e quindi non è legittimato a governare la Repubblica democratica nata dalla Resistenza. Il secondo è quello di un establishment formato solo ed esclusivamente da gente di sinistra decisa a difendere i propri privilegi usando il pregiudizio antifascista che nega ogni forma di legittimazione ad una classe dirigente diversa da se stessa. Il terzo è quello di una gerarchia ecclesiastica che si affianca e spesso precede Papa Bergoglio e che al pregiudizio antifascista tipico della sinistra aggiunge il pregiudizio antiliberale ed antioccidentale del catto-progressismo terzomondista.

Che succederebbe, dunque, se mai il popolo italiano votasse a maggioranza il centro destra e portasse Salvini a Palazzo Chigi? Galli della Loggia ha suggerito che l’unico modo per la destra di governare il paese sarebbe non di camuffarsi ma di convertirsi ai pregiudizi della sinistra. Il ché, francamente, sembra  bizzarro ed anche inutile. Se per governare la destra deve diventare sinistra, tanto vale che al governo rimanga la sinistra fino a quando gli italiani non si renderanno definitivamente conto che i loro pregiudizi li stanno portando alla rovina.

Giorgetti, invece, ha evitato di rispondere direttamente al quesito ma il fatto stesso di averlo posto dimostra come sia perfettamente consapevole di quanto grave sia la malattia di una democrazia in cui il consenso elettorale non può in alcun caso prevalere sui pregiudizi della sinistra incistata al potere.

Ma il silenzio dell’esponente leghista è facilmente colmabile. Nel caso il centro destra vincesse le elezioni, scatterebbe un film già abbondantemente visto. I protettori europei della sinistra nostrana provocherebbe l’aumento vertiginoso dello spread e le piazze italiane si riempirebbero di folle traboccanti di invasati pronti anche a prendere le armi per fermare l’avvento di un fascismo inesistente.

Allora non c’è altro da fare che arrendersi ai pregiudizi usati come arma di difesa dei privilegi? Niente affatto. La stragrande maggioranza del paese non è più disposta a subire le conseguenze negative dei pregiudizi ed è pronta a resistere a sinistra, establishment ed alla Chiesa bergogliana.

Nessun camuffamento o conversione fasulla, allora, ma la consapevolezza che i pregiudizi possono essere battuti. Come hanno dimostrato Trump negli Stati Uniti, Johnson in Gran Bretagna e tutti i paesi dell’Est europeo!

diaconale29gennaio2020.jpg
Redazione29 Gennaio 2020

Se il centro destra avesse conquistato l’Emilia-Romagna avrebbe denunciato la distanza sempre più grande esistente tra il paese formale, rappresentato dall’attuale Parlamento, e quello reale, indicato dai risultati elettorali, ed avrebbe chiesto a gran voce le elezioni anticipate.

Nessuno si sarebbe stupito di un comportamento del genere. Perché fa parte della fisiologia del gioco democratico che chi è all’opposizione si appelli al paese reale per chiede che quello formale si arrenda alle mutate condizioni politiche indicate dai risultati di voti amministrativi verificatisi nel corso della legislatura ed invochi il ritorno immediato alle urne.

La mancata conquista della regione rossa da parte del centro destra impedisce alla coalizione di Salvini, Meloni e Berlusconi di appellarsi al paese reale per chiedere a quello formale di togliersi di mezzo?

La risposta è negativa. Perché è vero che la vittoria di Bonaccini ha consentito a Giuseppe Conte ed a Nicola Zingaretti di sostenere che il governo nazionale è uscito rafforzato dalla consultazione amministrativa. Ma è addirittura più vero che un colpo pesantissimo al paese formale è venuto dalla sostanziale scomparsa dalla scena politica del partito che alle ultime elezioni nazionali ha conquistato il trentadue per cento dei consensi ed è diventato il partito di maggioranza relativa del paese.

Il crollo verticale del Movimento Cinque Stelle costituisce per il paese formale un colpo decisamente più forte e sconvolgente di quello che si sarebbe determinato se la regione rossa fosse stata conquistata dal centro destra. Non a caso il Pd, che alle ultime elezioni aveva ottenuto la metà dei consensi del M5S, ora incomincia a considerarsi la forza portante e fondamentale del governo e chiede che Conte avvii una seconda fase dell’azione dell’esecutivo non più segnata, come la prima, dalle posizioni identitarie dei grillini.

Vito Crimi, cioè il “gerarca minore” che ha sostituito pro-tempore il Capo Politico dimissionario Luigi Di Maio, ha subito replicato al Pd rilevando che i rapporti di forza esistenti in Parlamento sono quelli usciti dalle ultime politiche e rimangono immutati fino alla fine della legislatura.

Crimi, ovviamente, non poteva dire altrimenti. Ma l’aspetto più singolare della vicenda è che non è il solo a pensarla in questo modo. Anche Sergio Mattarella sarebbe dell’avviso che il paese formale ha sempre e comunque la prevalenza su quello reale e che tutto deve rimanere come se nulla fosse avvenuto, compresa la scomparsa del partito di maggioranza relativa.

Posizione legittima. Anche se scoprire che Mattarella la pensa come Crimi suscita un po’ di angoscia!

diaconale28genaio2020.jpg
Redazione28 Gennaio 2020

Una analisi sommaria dei risultati elettorali delle regionali in Emilia-Romagna ed in Calabria stabilisce che nei sistemi a tendenza bipolare per vincere è necessario avere un candidato capace di raccogliere il consenso di quell’area moderata che viene definita genericamente di centro.

Insomma, senza conquistare il centro i poli di destra e di sinistra non riescono a vincere. Sulla base di questa considerazione Bonaccini avrebbe vinto nella sua regione per aver saputo riportare al voto i moderati di centro sinistra che si erano allontanati dal Partito Democratico delusi per la fine della sua capacità propulsiva. E la Santelli avrebbe trionfato in Calabria in quanto esponente di un partito come Forza Italia diverso dalle forze populiste e sovraniste e profondamente radicato nell’area centrale del fronte moderato.

Simili argomentazioni sono sicuramente suggestive e contengono altrettanto sicuramente una parte di verità. Nei sistemi bipolari, sia quelli di diritto che quelli di fatto, le forze più estreme possono vincere solo se hanno la possibilità di conquistare il centro.

Ma che succede se il centro non esiste più come rappresentanza politica? Se si cala l’interrogativo sui risultati dell’Emilia-Romagna si comprende al meglio il suo significato. In Calabria Forza Italia e le liste centriste a lei collegate hanno conservato intatta la loro rappresentanza e Jole Santelli ha vinto con larghissimo margine di vantaggio. In Emilia-Romagna Forza Italia è passato dall’otto per cento al due e mezzo per cento. E non è bastato il 32 per cento della Lega e il risultato triplicato di Fratelli d’Italia per consentire alla Borgonzoni di battere il governatore uscente.

Non ha del tutto torto Matteo Salvini, allora, quando rileva che una maggiore tenuta delle forze centriste emiliane e romagnole avrebbe messo la coalizione di centro destra nella condizione di conquistare la regione più rossa d’Italia. Ed ha sicuramente ragione Silvio Berlusconi quando cita la Calabria per ribadire che senza Forza Italia capace di intercettare i voti liberali, moderati e cattolici non si vince.

Entrambi hanno ragione. Ma se Forza Italia tiene solo nelle regioni meridionali e scompare in quelle centro-settentrionali si apre il problema di come colmare questo vuoto. E non è un problema da poco!

diaconale27gennaio2020.jpg
Redazione27 Gennaio 2020

Hanno vinto le sardine ed hanno perso i grillini. Se questo è il risultato complessivo delle elezioni regionali se ne deduce automaticamente che le conseguenze del voto non potranno non incidere sul Partito Democratico, sul Movimento Cinque Stelle e sull’intero governo fondato sull’alleanza tra queste due forze politiche.

Nicola Zingaretti ha esultato per la vittoria di Bonaccini in Emilia-Romagna e non poteva fare altrimenti. Ma il risultato positivo non è figlio dell’impegno massiccio e diretto del Partito Democratico ma del suo esatto contrario. Il Pd si è nascosto dietro il governatore uscente nella consapevolezza che il suo simbolo non è più trainante e sarebbe stato un peso insopportabile per il candidato della sinistra. Naturalmente nessuno nega che l’apparato del tradizionale riformismo emiliano si è messo al servizio di Bonaccini. Ma il ruolo dell’apparato è stato quello della sussistenza. Perché le truppe che hanno combattuto in prima persona la battaglia sono state quelle delle sardine che hanno riempito le piazze non solo all’insegna della contestazione personale nei confronti di Salvini ma anche e soprattutto per innervare di nuova energia un Pd considerato spompato e bisognoso di un ossigeno tratto dall’archivio della sinistra più radicale.

Per il Partito Democratico, quindi, non si prospettano tempi tranquilli. Il risultato elettorale lo spinge a rincorrere la versione sardinista della sinistra radicale. E non è difficile immaginare come le conseguenze di simile rincorsa provocheranno tensioni e nuove fratture con le componenti più riformiste.

Alle agitazioni del Pd si affiancheranno quelle ancora più pesanti e drammatiche del Movimento Cinque Stelle, cioè del maggior partito della coalizione del governo nazionale di fatto evaporato come neve al sole nelle elezioni regionali.

Può essere che le fibrillazioni della sinistra e dei grillini non saranno in grado di far saltare l’esecutivo di Giuseppe Conte. Ma la strada già difficile del Presidente del Consiglio ora diventerà un vero e proprio calvario. Purtroppo non solo per “Giuseppi” ma per l’intero paese.

diaconale24gennaio2020.jpg
Redazione24 Gennaio 2020

Ma esiste ancora la vecchia egemonia culturale della sinistra? Esiste, esiste. E la riprova viene dalla immediata vigilia delle elezioni regionali in Emilia-Romagna ed in Calabria segnata dall’anticipazione dell’analisi dei risultati di domenica prossima e della identificazione preventiva della colpa di chi avrà determinato la sconfitta nella doppia tornata amministrativa.

L’analisi di un voto ancora non celebrato stabilisce che l’asse Pd-M5S, oggi al governo a Roma con la coalizione giallorossa, è destinata a perdere non solo in Calabria ma anche in Emilia-Romagna a causa della pretesa del movimento grillino di correre da solo e di non appoggiare i candidati espressi dal Partito Democratico. Insomma, la sconfitta (che ancora non è avvenuta) sarebbe colpa del M5S a causa del suo inconcepibile rifiuto di riconoscere che il suo unico e solo ruolo politico è quello di costola della sinistra e di forza subalterna al servizio del Partito Democratico erede della “diversità” politica e morale del Pci e, di conseguenza, della sua inattaccabile vocazione egemonica nella vita pubblica del paese.

Ma può essere accettabile l’analisi di una elezione che ancora non c’è stata? E, soprattutto, come non stupirsi di fronte alla bizzarra convinzione degli eredi del movimento comunista di rappresentare sempre e comunque il principe gramsciano della vita politica italiana a dispetto di tutti gli errori e di tutte le sconfitte commessi e subite almeno dalla caduta del Muro di Berlino ad oggi?

Nessun dubbio, ovviamente, sulla inaccettabilità di una analisi su un voto ancora non espresso e sulla inossidabile convinzione di essere il perno regale della politica nazionale a cui gli alleati debbono sempre e comunque rispetto, devozione e subordinazione assoluta. Ma le considerazioni fondate sulla concezione monarchica della propria esistenza esistono  e vengono propalate senza alcun rispetto per la realtà da tutti i massimi dirigenti del Pd e quella cultura ed informazione militante che è ferma al passato e non riesce ad adeguarsi al tempo presente segnato dalla fine della vecchia egemonia.

Bisogna prendere atto dell’esistenza di questa antistorica pretesa della sinistra italiana. Per mettere in conto che le eventuali sconfitte in Emilia-Romagna ed in Calabria faranno mettere sulla graticola l’M5S ma potranno anche dare un colpo mortale alla presunzione di superiorità del Pd. A forza di sconfitte anche i principi piangono!

e23gennaio2020.jpg
Redazione23 Gennaio 2020

Ma Luigi Di Maio si sarebbe mai dimesso da capo politico del Movimento Cinque Stelle se le previsioni di voto alle regionali in Emilia-Romagna ed in Calabria avessero indicato la tendenza dei grillini a conservare il 32 per cento dei suffragi ottenuto alle ultime elezioni politiche? La risposta è, ovviamente, negativa. Se il vento del consenso avesse soffiato ancora sulle vele della navicella di M5S, il povero Luigino non sarebbe stato  neppure sfiorato dall’idea di gettare la spugna e lasciare la direzione del movimento ad una gestione collegiale non meglio identificata.

Il capo politico esce di scena non perché stanco di continuare ad essere l’“uomo solo al comando” ma perché sa benissimo che le prossime elezioni forniranno la prova tangibile ed indiscutibile della crisi in atto del Movimento. E pensa che anticipare il trauma del suo ritiro possa aprire una discussione dentro l’area grillina destinata a nascondere i risultati devastanti che si prevedono nella serata di domenica prossima.

È molto difficile, però, che il chiodo delle dimissioni possa scacciare il chiodo della sconfitta elettorale. È più probabile, invece, che dimissioni e sconfitta si sommino provocando una esplosione dalle dimensioni incontenibili. Non solo per il Movimento, che potrebbe uscire totalmente distrutto dall’intreccio dei due fattori negativi. Ma anche per lo stesso Luigi Di Maio che, se mai avesse l’intenzione di risalire in sella in un momento successivo, difficilmente potrebbe convincere il popolo grillino che la sua è stata una mossa tattica per ridurre il danno elettorale e non una diserzione alla vigilia di una battaglia decisiva.

Agli occhi dell’opinione pubblica, infatti, il capo che si ritura a pochi giorni da un voto politicamente significativo  non è il soldato che fugge e che è buono per un’altra occasione ma è il generale che abbandona il suo posto di comando prima della battaglia per non assumersi la responsabilità della sicura sconfitta,

La sorte di Di Maio, quindi, è quella del generale che scappa e che non può essere riciclato ma va messo a riposo forzato.  Chissà se l’ormai ex capo politico ci ha pensato!

diaconale22gennaio2020.jpg
Redazione22 Gennaio 2020

Giuseppe Conte si è detto convinto che lunedì prossimo non dovrà lasciare Palazzo Chigi in seguito ai risultati delle regionali in Emilia-Romagna ed in Calabria e tornare all’insegnamento universitario. La sua convinzione non si fonda sulla previsione di una vittoria del Partito Democratico e del Movimento Cinque Stelle ma poggia proprio sulla previsione contraria. Conte, in altri termini, sa bene che i partiti della sua coalizione si apprestano a subire una sonora sconfitta ma pensa che ad inchiodare la sua poltrona di Premier sarà proprio la necessità delle forze di maggioranza di fare quadrato per evitare un ricorso alle elezioni anticipate che le condannerebbero all’opposizione per tutta la futura legislatura.

La convinzione del Presidente del Consiglio è sicuramente fondata. Uscire perdenti dalle regionali dovrebbe spingere i partiti governativi a puntare al male minore di un lento logoramento del proprio potere piuttosto che sfidare la sorte di politiche anticipate che potrebbero provocare il loro devastante tracollo.

Sul ragionamento logico di Conte grava però una doppia incognita rappresentata dalle dimensioni delle possibili sconfitte del Partito Democratico e del Movimento Cinque Stelle.

Perdere l’Emilia-Romagna sarebbe doloroso per il partito guidato da Nicola Zingaretti. Ma perdere male subendo una cocente umiliazione non provocherebbe solo dolore ma anche una serie di sconvolgimenti interni destinati a riapre una fase congressuale inevitabilmente lacerante e traumatica. Il Pd, in sostanza, rischia di ritrovarsi lunedì 27 gennaio inguaribilmente azzoppato. Con conseguenze inevitabili sulla stabilità del governo.

Ancora più grave, poi, si prospetta la sorte del Movimento Cinque Stelle. Se dal 32 per cento delle politiche dovesse scendere ad una percentuale ad una sola cifra, il movimento grillino si trasformerebbe in un cadavere politico destinato a trascinarsi nella tomba in un abbraccio mortale l’esecutivo giallorosso.

Di fronte ad una situazione del genere è fin troppo evidente che i partiti d’opposizione avrebbero una ragione più che fondata nel chiedere il ricorso alle urne per evitare di far pagare al paese il prezzo di un governo di disperati. Ma prima ancora dell’opposizione a pretendere un chiarimento dovrebbe essere il Presidente della Repubblica al quale non potrebbe più bastare l’esistenza di una maggioranza fondata su un proprio male minore e sul male generale per la nazione.

diaconale21gennaio2020.jpg
Redazione21 Gennaio 2020

La maggioranza giallorossa teme come la peste il risultato del voto amministrativo in Emilia Romagna ed in Calabria. E per evitare che Matteo Salvini potesse sfruttare a proprio vantaggio la decisione di mandarlo sotto processo per il caso della nave Gregoretti alla vigilia del 26 gennaio, ha deciso di disertare la riunione della Giunta per le immunità parlamentari del Senato offrendo al leader leghista l’occasione per ottenere il risultato propagandistico che avrebbe voluto evitare.

Il gioco delle parti effettuato dalla Lega e dal Pd e dal M5S è stato sicuramente surreale. Ma gli aspetti più singolari della vicenda non sono rappresentati dalla scelta dei leghisti di mettersi nei panni degli avversari e votare per il processo al proprio leader e da quella di grillini e democratics di rinviare a dopo il voto nelle regionali l’intento di mandare a processo Salvini con la speranza di eliminarlo per via giudiziaria.

Il primo aspetto è sicuramente quello contingente della paura di Conte, Pd e M5S per le imminenti elezioni. Una paura che lascia trasparire la sensazione che per l’attuale coalizione governativa la partita sia persa prima ancora di essere giocata e che il previsto risultato negativo in Emilia-Romagna ed in Calabria sia destinato a provocare una valanga capace di sconvolgere completamente l’attuale quadro politico nazionale.

Questo autentico terrore, fondato sulla consapevolezza che perdere in Emilia per il Partito Democratico sarebbe sconvolgente e che il movimento grillino uscirà in ogni caso a pezzi dalla tornata elettorale, è talmente potente da impedire ai vari Zingaretti e Di Maio di comprendere come la decisione di Salvini di puntare al processo per la Gregoretti prepari una partita politica addirittura più importante di quella delle prossime elezioni regionali. Il leader leghista sembra essersi convinto che sia arrivato il momento di lanciare una sfida decisiva al giustizialismo manettaro che ha dominato il paese dalla metà degli anni’90 ad oggi sfruttando la questione dell’immigrazione per chiamare l’intera opinione pubblica italiana a stabilire se la definizione della politica nazionale spetti ai rappresentanti del popolo scelti democraticamente dal corpo elettorale o se debba essere sempre e comunque delegata a pezzi politicizzati o corporativi della magistratura.

Ogni rivoluzione giacobina trova, presto o tardi, il suo Termidoro. Il futuro processo a Salvini può diventarlo!